Il bombardiere.

Il breve racconto dell’ incubo dell’ ultimo uomo sopravvissuto al mondo.

Un’altra alba.
Il bagliore accecante del sole: duro, freddo, concentrato, in questo cielo scuro.
Tra poco sarà nuovamente notte.
Continua così da mesi ormai, ho quasi dimenticato quanti.
Tre ore circa, un altro giorno.
Voliamo alto, voliamo veloce, in questo vuoto limbo che non è cielo, che non è spazio: nel blu cupo sopra di noi splendono sempre le stelle, aghi gelidi di luce lontana.
Sotto, le nubi.
Un oceano immenso, nero, che sfuma in un giallo malsano ai bordi, squarciato da colossali scariche elettriche.
Voliamo veloci, intrappolati, intorno al cadavere di quella che un tempo era la Terra.

Semplicemente, ad un certo momento è accaduto ciò che nessuno immaginava sarebbe accaduto: qualcuno decise di impiegare tutta quella potenza, tutti quei missili, tutti quei bombardieri costruiti per non essere mai usati.
Anche noi giocammo.
Volavamo proprio come adesso, ma sotto di noi il mondo era bianco e azzurro, e scorreva lento. All’improvviso scaturirono i codici dalla consolle e niente fu più lo stesso.
Senza pensare, accelerammo: salimmo sempre più in alto, verso il nostro bersaglio.
Prima che fossero trascorsi dieci minuti vidi la prima scia scendere dallo spazio.
In un attimo lampi di luce, sempre più numerosi, e quelle nuvole gigantesche che si moltiplicavano sotto di noi.
Lanciammo.
E poi, continuammo a volare.
Una sessantina di chilometri al di sopra di tutto quanto: veloci, velocissimi, per ingozzare il nostro motore di quella poca aria che si trova quassù.
Non possiamo rallentare o cadremo.
Il reattore nucleare che ci spinge durerà più di quanto dureremo noi.
Abbiamo continuato a correre intorno al mondo da quel momento: sono passati mesi e ci siamo a malapena rivolti la parola. Sediamo ai nostri posti con gli occhi sbarrati. Le albe si inseguono veloci davanti alle nostre menti allucinate.
Abbiamo visto altri come noi, nel breve lampo di un eco radar o nelle candide scie di condensa.
Non abbiamo fatto nulla. Neanche gli altri. Chi fossero, non so; e comunque che fare, ormai?
Il tempo è passato e le altre scie sono apparse sempre più in basso, sempre più vicine al sudario nero che nasconde la terra.
Poi anche il radar ha cominciato a tacere: ormai da settimane siamo completamente soli quassù.
Mi chiedo cosa si nasconda dietro quella coltre di polveri.

Il mio Navigatore è andato. Sigillato nella sua tuta pressurizzata ormai non si muove da giorni. Non so cosa sia accaduto al Tecnico delle Bombe: semplicemente è sparito dal mio orizzonte e sta scomparendo persino dalla mia mente.
Tutti stanno scomparendo.
Mi sono passato una mano sul volto, ma non sono riuscito a sentire nulla.
Solo i miei occhi bruciati rimangono: fissi fuori, verso la luce del sole, verso la notte, verso queste albe crudeli che ogni tre ore mi trascinano indietro, su questo sedile, e non lasciano che me ne vada lontano.
Non posso dormire, non sono veramente sveglio.
Gli stimolanti continuano a gocciolarmi dentro per endovena: la macchina vuole che rimanga attento per godermi lo spettacolo. Non riesco a trovare la forza di strapparmi i tubi dalle braccia e dal collo. Siedo rigido, stringendo la cloche, sento la pella tesa come pergamena sui denti.
Il sibilo sottile dello scramjet è il mio respiro.
E le stelle, le stelle lassù! Sembrano così vicine. Mentre le osservo, in una improvvisa inversione di prospettiva, lo spazio si fa lontanissimo, irraggiungibile, così remoto che tutta quella distanza mi fa girare la testa.
Sento che il filo della mia coscienza potrebbe spezzarsi ora.
Ma la macchina non mi lascia andare, e la luce dura della nostra stella mi trascina indietro.
Tre ore.
Un’ altra alba.

Sono lucido, come non sono più stato da quando tutto questo è incominciato.
Ho tolto i tubi, sono andato ad osservare i cadaveri del Navigatore e del Tecnico delle Bombe e ora sono nel punto più buio dell’aereo ad ascoltare il ronzio che fa il mio sangue mentre circola.
E’ appena accaduta una cosa.
La radio è rimasta muta per mesi poi, oggi, all’improvviso, si è attivata.
Deve essere durato pochi minuti, ma mi e’ sembrato durasse per una vita intera.
Solo un suono: chiaro, inequivocabile.
Un respiro.
Era pesante, affaticato, lento.
Mentre ascoltavo si è fatto ancor più lento ed ancor più debole.
Poi, più niente.
Il sole è salito al rallentatore, quasi come faceva un tempo.
Non osavo muovermi.
Sono rimasto così per un bel pò, poi ho tolto i tubi e sono venuto qui.
Bello, il buio. Lascio che mi avvolga e sembra quasi che l’oscurità abbracci la mia mente e la faccia sdraiare in un letto caldo: la mia carcassa allucinata che ha visto troppe albe rimane indietro.
Passano forse ore.
Torno al mio sedile, commuto gli interruttori su ‘manuale’. La pressione istantaneamente mi spinge in avanti, trattenuto dalle cinture, mentre l’aereo si tuffa in un’ altra notte.
Vibrazioni sempre più forti, un cupo bagliore rossastro là fuori oscura le stelle.
Le cinture mi mozzano il fiato: sono debole, molto debole.
Gli indicatori impazziscono e la notte si protrae più di quanto non avesse fatto da tanto tempo.
L’ incandescenza delle superfici surriscaldate svanisce e tornano le stelle, un poco offuscate, a punteggiare il buio.
Il fischio che avevo avvertito subliminalmente per mesi si interrompe ed in un attimo sono immerso in un silenzio perfetto: lo scramjet si è spento per sempre.
Luce arancione lentamente filtra davanti a me. Cresce piano, minuto dopo minuto, proprio come dovrebbe essere.
L’ alba colora il cielo di un rosa vivissimo. Raggi dorati fanno splendere il tappeto di nubi sotto di me: così vicino, così apparentemente morbido.
Rallento ancora: l’ aria si fa chiara, di un azzurro malato.
Il sole.
Lo fisso mentre, pian piano, sale sopra di me. Che visione maestosa!
Le polveri cominciano a chiudersi intorno all’aereo.
Un ultimo raggio mi sfiora.
Chiudo gli occhi e delicatamente spingo la cloche.
Scendo ancora e le nubi mi inghiottono.
E’ ora.