ArMa – 1 – La piccola incantatrice

November 27, 2014

La magia può essere un dono meraviglioso ma se non è controllata può rivelarsi una terribile maledizione. Presto Thanaa si troverà di fronte a questa spietata realtà e per colpa dei suoi poteri di incantatrice perderà ciò che ha di più caro e sarà costretta a fuggire. Ma nemmeno il suo viaggio sarà facile e il deserto sarà il minore dei problemi. Un Inquisitore sulle sue tracce, una pericolosa energia arcana in attesa di emergere e una distanza da percorrere che sembra infinita. E Thanaa è solo una bambina di neanche dieci anni…

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Prologo

Il cielo del tardo pomeriggio stava già cominciando a tingersi di rosso, ma il gruppo di bambini aveva ancora abbastanza energie per correre dietro alla palla che rotolava senza sosta tra le stradine del piccolo villaggio. I maschi avevano tutti dei capelli dritti verso l’alto che ricordavano gli aghi di un istrice, quindi non poteva che trattarsi di hystricidi. Erano ancora giovani, i più grandi non dovevano avere più di undici o dodici anni, ma nel giro di qualche anno sui loro avambracci sarebbero cresciuti anche i tipici corti aculei dello stesso colore della pelle. Anche la loro carnagione era piuttosto uniforme e tendeva al giallo dorato. Pelleocra, così era abitudine definire le persone con quel tipo di pelle. Solo una bambina aveva la carnagione di una sfumatura più ramata, quindi probabilmente era una mezza pellerossa.

Il manipolo di ragazzini virò bruscamente la sua corsa per seguire uno strano rimbalzo e sfociò nella piazza principale dove si trovava la chiesa. Era l’unico edificio fatto di pietra ed era anche il più alto dell’intero villaggio, come a voler dimostrare una volta di più la supremazia del clero sulle altre persone. Grazie alla loro influenza i religiosi erano riusciti ad ottenere il monopolio della magia in tutta la regione e qualsiasi trasgressore era punito severamente dalle inflessibili leggi dell’Inquisizione.

I bambini decisero che non era il caso di far arrabbiare il prete e i suoi chierici e lanciarono la palla in un’altra stradina per allontanarsi il più in fretta possibile.

Come di consuetudine, una volta che il sole ebbe raggiunto la linea dell’orizzonte si salutarono tutti e la bambina dalla carnagione ramata se ne tornò allegramente alla sua casupola. Si trattava di un edificio basso fatto prevalentemente di legno con tre sole stanze: una sala da pranzo con la cucina, una camera da letto e un minuscolo sgabuzzino.

«Ciao mamma! È pronta la cena?»

La donna, una pelleocra dai capelli castani, smise un attimo di girare la zuppa. «Thanaa, quante volte te l’ho detto che non devi fare così tardi!» la rimproverò scuotendo il mestolo «Fila subito a lavarti le mani!»

La piccola sorrise e raggiunse la tinozza con l’acqua per sciacquarsi via lo sporco. I capelli corti avevano delle ciocche più lunghe che scendevano davanti alle orecchie ed erano praticamente dello stesso colore di quelli della madre, lo stesso valeva per i grandi occhi marroni. Come il genitore, aveva il nasino leggermente all’insù e la mandibola sottile, la bocca era piccola e le orecchie risultavano ben proporzionate al suo viso spensierato. Solo la linea leggermente arcuata delle sopracciglia e la sfumatura ramata della pelle erano diverse da quella della madre. Come la donna, anche lei indossava un vestito molto semplice, con le maniche corte e la gonna che arrivava poco sotto il ginocchio, e portava dei sandali un po’ trasandati ma ancora funzionali.

Una volta che si fu lavata le mani si sedette a tavola e sua madre le versò una porzione di zuppa nel piatto. Al collo della donna c’era un una piuma la cui colorazione sfumava dal viola al rosso per poi passare ad un fiammeggiante arancio: un regalo di suo marito. Il padre di Thanaa era un incantatore, e dal momento che in quella regione la magia era riservata ai membri del clero lui era costretto a vivere nel continente oltre il mare e poteva andarle a trovare solo una volta ogni tanto, quando gli impegni della sua gilda non erano troppo urgenti. Viceversa la bambina e sua madre non potevano trasferirsi da lui perché quest’ultima era l’unica curatrice del piccolo villaggio e senza di lei nessuno si sarebbe preso la briga di curare i malati.

«Mamma, lo sai che oggi abbiamo catturato una lucertola?» esclamò la bambina «Non è stato facile perché continuava a scappare via, ma alla fine ce l’abbiamo fatta!»

«Siete stati proprio bravi, però non devi parlare con la bocca piena.»

Thanaa mandò giù il boccone. «Era davvero velocissima! Un attimo prima era qui e l’attimo dopo non c’era più! È stato davvero difficile!»

La donna sorrise. «E poi cos’avete fatto?»

La bambina continuò a raccontare di come aveva trascorso il pomeriggio, quindi finì di mangiare e sbadigliò sonoramente.

«Forse è il caso che vai a dormire.»

«Ma uffa, io voglio stare sveglia con te!»

«Fila a letto, se no domani i tuoi amici ti verranno a chiamare e tu starai ancora dormendo!» rispose la donna dandole un bacio sulla guancia.

La piccola emise un mugugno, ma non protestò ulteriormente e si diresse nella camera da letto. Si infilò nel suo letto e guardò fuori dalla finestra. Il cielo era limpidissimo e le stelle risaltavano di un bagliore particolare.

Lanciò un’occhiata alla sala da pranzo per assicurarsi che sua madre non la stesse osservando. Bene, era occupata a lavare le stoviglie e per un po’ sarebbe stata impegnata.

Si voltò dall’altra parte per non farsi vedere e mise le mani a coppa. «Ehi, Piccolo Fuoco? Piccolo Fuoco, mi senti?»

Per alcuni istanti non accadde nulla, poi sui suoi palmi comparve una scintilla. In pochi istanti nel buio della stanza si accese la sagoma allegra di una fiammella. L’energia arcana Flamma guizzò curiosa per alcuni istanti, scrutando con interesse il luogo in cui era stata evocata, poi riconobbe l’ambiente familiare e si strusciò con affetto sulla guancia della bambina.

«Sai Piccolo Fuoco, tu sei molto più simpatico di quella lucertola che abbiamo catturato oggi pomeriggio.»

L’energia arcana parve apprezzare molto il complimento e continuò ad offrire alla bambina la parte più dolce del suo calore fino a quando la piccola non chiuse gli occhi, lasciandosi conquistare dall’avvolgente mondo dei sogni.

1.        Il giorno in cui tutto cambiò

Data: 4118 d.s., settima deca[1]

Luogo: pianeta Marath, sistema Essud

Il cielo era coperto da una fitta coltre di nubi e un’inusuale acquazzone si stava riversando sul villaggio, impedendo a Thanaa di uscire a giocare con i suoi amici. Era da quasi venti minuti che la bambina se ne stava seduta ad osservare sua madre che rammendava, i piedi scalzi che penzolavano annoiati sopra i sandali, e la cosa cominciava a stufarla.

«Perché non mi aiuti invece di stare lì a fare niente?» le propose la donna lanciandole un’occhiata eloquente.

La piccola arricciò il naso e gonfiò le guance. «Non mi va…»

«Come vuoi, però non lamentarti se ti annoi.»

Sua madre si alzò e andò nello sgabuzzino per cercare un filo del colore giusto per il vestito che doveva rammendare. Era sicura di avercelo, l’aveva comprato il giorno prima da una mercante la cui carovana stava facendo tappa nel loro villaggio, però non ricordava dove lo aveva messo.

Thanaa rimase sola nella sala da pranzo e guardò fuori dalla finestra. Purtroppo la vista delle gocce che cadevano aveva smesso di incuriosirla da ormai un’ora, cosa poteva fare per non annoiarsi?

Uffa, sua madre ci stava mettendo più tempo del previsto… Ehi, poteva farle una sorpresa! L’aria uggiosa era triste e fredda, quindi se fosse riuscita ad evocare Piccolo Fuoco di sicuro lei sarebbe stata contenta e le avrebbe fatto i complimenti! Ormai era diventata abbastanza brava ed era convinta che sarebbe riuscita a farlo apparire. Di sicuro la sua mamma sarebbe stata felicissima!

«Piccolo Fuoco?» cominciò a chiamare, le mani messe a coppa, «Piccolo Fuoco, mi senti?»

Un barlume di energia cominciò a delinearsi tra i suoi palmi. L’energia arcana stava comparendo!

Un tuono improvviso squassò il cielo e la bambina ebbe un tuffo al cuore. Si voltò di scatto, spaventata, il respiro accelerato, il corpo tremante. La paura dentro di lei si diffuse nel portale. E un’altra energia arcana la sfruttò.

La bambina sgranò gli occhi e una terrificante belva di energia comparve davanti a lei. Non riusciva ad identificarla con nessuno degli animali che conosceva e il volto deforme sembrava fosse stato assemblato per errore da un artista completamente folle.

In quel momento sua madre tornò nella sala da pranzo e vedendo la terrificante entità magica soffocò a stento un grido. Non poteva avere paura, doveva salvare sua figlia!

L’energia arcana lanciò un ruggito assordante e un’onda travolgente fece tremare la casupola, quindi delle braccia artigliate uscirono dal corpo informe e cominciarono a scaraventare a terra tutto ciò che riuscivano a raggiungere.

La donna non ci pensò due volte e si gettò in quell’inferno, afferrò Thanaa e stringendola a sé si buttò a terra per proteggerla dalla devastazione scoppiata intorno a loro.

La bambina si tappò le orecchie e serrò le palpebre, si rannicchiò tra le braccia della madre e fece di tutto per non sentire l’orrore che si stava scatenando tutto intorno a loro. I suoi occhi si bagnarono di lacrime e il cuore prese a martellare in petto con forza disperata, esasperando la sua incontenibile paura.

L’entità nel frattempo aveva fatto scempio di tutto ciò che si trovava nella sala da pranzo, ma non era ancora contenta. Voleva di più, voleva devastare ogni cosa! Con un urlo assordante abbatté i muri e squarciò il tetto, riversando all’esterno tutta la sua furia cieca. Si fece largo tra le strade inzuppate di pioggia e affondò gli artigli nelle fragili pareti dell’edificio più vicino, squarciandole con gioia perversa. Gli inquilini lanciarono urla terrorizzate e corsero fuori, incapaci di contrastare quell’energia arcana che stava scatenando l’inferno in casa loro.

Gli altri abitanti del villaggio accorsero, attirati dalle grida e dal baccano, e nel vedere ciò che restava della casupola si udirono dei gemiti di sconcerto. Qualcuno corse a chiamare il clero, tutti gli altri invece si dispersero qua e là nella speranza di sfuggire a quell’inspiegabile devastazione.

Perché stava accadendo tutto ciò? Com’era possibile che un essere del genere fosse comparso in mezzo a loro? Chi lo aveva evocato? Chi?!

L’energia arcana aveva già fatto a pezzi altre tre case quando finalmente il clero si fece avanti per fermarla. Unendo le loro forze, il vicario del vescovo e i vari chierici riuscirono a contenere la furia devastante dell’entità e non senza fatica la costrinsero a dissolversi.

Una volta risolto il gravoso compito, il vicario si rivolse a tutti i presenti. «Avete visto perché Dio non vuole che i non eletti utilizzino la magia?! Qualcuno ha stretto un patto col demonio e questo è il risultato! Dio sa bene quali sono le persone che sapranno utilizzare il suo dono per il bene e quali lo useranno per il male, è per questo motivo che lo concede solo alle persone degne!»

Un mormorio di assenso si sollevò dalla folla. I presenti non potevano che condividere le sue parole, le prove di quanto diceva erano talmente evidenti da risultare scontate.

«Pregate, fratelli, pregate perché sciagure come questa non si ripetano! In mezzo a voi c’è un servo del demonio, dobbiamo trovarlo il prima possibile per dargli la punizione che merita! Dio non lascerà impunito l’uomo che ha fatto tutto questo, ve lo posso assicurare! Pagherà con la vita per il suo gesto blasfemo!»

Il mormorio della folla si accese in un vociare concitato e alcune grida eruppero dalla massa: «Bruciamolo!», «Al rogo!», «Deve pagare per ciò che ha fatto!», «Al rogo!»

«Fratelli!» esclamò il vicario del vescovo per superare il clamore della folla «Troviamo il colpevole!»

Thanaa piangeva a dirotto tra le braccia di sua madre e ormai era impossibile distinguere le sue lacrime dalle gocce di pioggia che le inzuppavano da capo a piedi. La loro casa era stata completamente distrutta e lo stesso quelle vicine, ed era solo colpa sua.

«Mi dispiace, io non volevo, non l’ho fatto apposta!» continuava a ripetere, quasi fosse una disperata litania.

La donna la stringeva a sé cercando di consolarla, ma invano. Quello che era successo era troppo grande e sua figlia era disperata. Le parole non sarebbero mai state sufficienti per risolvere la situazione.

Come se non bastasse, ben presto si cominciarono ad udire le grida della folla, esclamazioni confuse accompagnate dal pestare dei piedi sul terreno fangoso. Erano gli altri abitanti del villaggio ed erano a dir poco infuriati. Erano venuti a prendere la persona che aveva richiamato l’energia arcana e come minimo l’avrebbero condannata al rogo, ammesso che non decidessero di linciarla sul posto. Il fatto che la colpevole fosse una bambina di neanche nove anni non avrebbe avuto nessuna importanza, la loro rabbia non si sarebbe fermata.

Il pianto di Thanaa era incontenibile. «Mi dispiace, io non volevo, non l’ho fatto apposta!»

«Ssh, non piangere, andrà tutto bene.» cercò di rassicurarla la madre, ma sapeva perfettamente che non era così. Ormai le restava una sola possibilità per sperare di salvare sua figlia…

Il branco di persone circondò con fare minaccioso ciò che restava della casa e formò un ampio anello per impedire alle due di fuggire. Nessuno osava avvicinarsi, ma allo stesso tempo tutti volevano farsi avanti per osservare con i loro occhi i colpevoli, curiosi di scoprire la causa di quella spaventosa devastazione.

«Non ci sono dubbi, quel mostro è uscito da questa casa.» sentenziò il vicario del vescovo, suscitando le grida di approvazione dei presenti.

Thanaa si era ammutolita alla vista di tutta quella gente inferocita e il suo corpo aveva cominciato a tremare in maniera incontenibile. Cosa volevano tutte quelle persone?

«Donna, sei tu la colpevole?» La frase del religioso, formulata per essere una domanda, lasciava in realtà spazio ad una sola possibile risposta.

La madre di Thanaa si alzò tenendo il capo chino. «Mi dispiace, è stata solo colpa mia.»

La bambina sgranò gli occhi e cercò lo sguardo della madre. «Mamma, perché…?»

La donna le mise una mano sul capo prima che potesse dire troppo. «Perdonami, la mamma dovrà stare via per un po’.»

Thanaa la guardò senza capire, ma prima che potesse aprire bocca due chierici afferrarono sua madre e le strinsero qualcosa intorno ai polsi. Era una vecchia corda tutta sfilacciata che graffiava la pelle e le impediva di muovere le braccia.

I membri del clero formarono un drappello intorno alla donna e il vicario del vescovo ordinò agli abitanti di spostarsi per permettere loro il passaggio.

La bambina avrebbe voluto correre dietro a sua madre per chiederle cosa stesse succedendo, ma le sue gambe erano pietrificate. Tutti i presenti la guardavano male, come se in lei vedessero qualcosa di orribile. Non c’era pietà in loro, solo ribrezzo e diffidenza.

Finalmente le sue gambe si mossero e fece un passo indietro, sempre più spaventata, poi un altro, e un altro ancora. Si voltò e appena vide un’apertura nell’anello di gente corse in quella direzione, i piedi nudi che scivolavano sul fango. Voleva scappare, scappare il più lontano possibile e andare a nascondersi.

I suoi grandi occhi marroni continuavano a versare lacrime e l’unico sentimento che in quel momento riusciva a superare la sua paura era il senso di colpa.

Era tutta colpa sua…

La folla radunata intorno ai resti della casa sciamò in varie direzioni per tornare alla propria abitazione o per unirsi al corteo che seguiva la prigioniera e in breve rimase solo una persona. Era un chierico, aveva i capelli di un marrone quasi nero e gli zigomi erano gradevolmente pronunciati. La barba era tagliata con cura, rasata sulle guance e sul collo e corta intorno alla bocca, dandogli così un’aria piuttosto matura per la sua giovane età, il fisico era abbastanza alto e piuttosto atletico e la sfumatura della pelle era quella tipica dei pelleocra. Indossava con fierezza la cappa dei chierici di medio rango e sarebbe stato un gran bel ragazzo se la sua espressione torva non gli avesse dato quell’aria cupa e sospettosa.

I suoi meravigliosi occhi beige avevano seguito la fuga di Thanaa fino a quando la piccola non era sparita dietro una conformazione rocciosa, ma il fatto di averla persa di vista non aveva lenito il suo timore.

E se non fosse stata la madre ad aver evocato quell’energia arcana…?

2.      Un addio doloroso

Quando Thanaa riaprì gli occhi aveva già smesso di piovere da un po’, ma per terra c’erano ancora delle enormi pozzanghere. Si trovava in una piccola caverna naturale e a giudicare dalla luce che proveniva dall’esterno doveva essere l’alba. Aveva pianto per tutto il giorno e poi doveva essersi addormentata.

Si sentiva malissimo, ma si sforzò di alzarsi. Doveva tornare a casa… anche se in realtà una casa non ce l’aveva più.

Sentì di nuovo la tristezza, ma non riuscì a piangere. Ormai aveva versato tutte le sue lacrime, non le restava che quel senso di vuoto accompagnato dall’atroce senso di colpa.

Tornò al villaggio con passo strascicato, assente. I piedi scalzi le facevano male, ma non le importava. Non le importava più di niente, neanche dei morsi della fame o delle labbra secche che imploravano un po’ d’acqua.

Una volta giunta al limitare del villaggio incrociò una vecchietta esile ma dagli occhi vispi che le andò in contro. Era un’amica di sua madre e spesso le aveva viste parlare insieme.

«Thanaa, tua madre ti vuole vedere.» le disse con la sua voce sdentata «Vai subito alla caserma.»

Senza aggiungere altro le voltò le spalle e se ne andò. Non una parola di conforto, né un saluto o uno sguardo di amicizia. La trattava come un’estranea di cui non c’era da fidarsi.

La bambina non ci fece nemmeno caso e corse subito verso la caserma. Voleva vedere la sua mamma e abbracciarla forte, doveva chiederle scusa e dirle di venire subito a casa. Se le prometteva che avrebbe fatto la brava di sicuro lei sarebbe tornata.

Raggiunse in fretta la sua meta, un massiccio edificio fatto di robuste assi di legno. Due sentinelle pattugliavano l’ingresso e vedendo arrivare la bambina si scambiarono uno sguardo.

«Vi prego, devo vedere la mia mamma!»

I due hystricidi non sembravano troppo convinti, ma dopo un po’ di insistenza decisero di lasciarla passare. La bambina entrò nella caserma e un altro uomo la scortò fino alla cella dove era rinchiusa Sanaa.

«Solo cinque minuti.»

Thanaa annuì e poi corse verso la cella.

Appena la vide sua madre si alzò e si avvicinò alle sbarre per abbracciarla quel tanto che la sua prigionia le permetteva.

«Mamma, io…» Le lacrime soffocarono le parole della bambina e la sua frase rimase a metà.

«Ssh, va tutto bene. Non devi piangere.»

«Ma io… E tu…»

«Non ti preoccupare, non sono arrabbiata. Purtroppo non potremo stare insieme per un po’, quindi è meglio se vai da papà, ok?» Si guardò intorno per assicurarsi che non ci fosse nessuno ad ascoltarle. «In casa avevo una bolla per le comunicazioni nascosta nella cassapanca. Devi trovarla e metterti in contatto con lui. Digli cosa e successo e sono sicura che capirà, ma non farti vedere da nessuno.»

La bambina tirò su col naso e annuì.

«Brava, poi dopo che lo avrai contattato te ne dovrai andare subito. La carovana di mercanti dovrebbe partire in questi giorni per Nobu Dun, quindi vai con loro. Ti ricordi la donna da cui ho comprato le stoffe?»

La piccola fece ancora di sì con la testa.

«Sembra una brava persona, chiedile di darti un passaggio. Dalle i miei gioielli e sono sicura che accetterà di portarli con lei.»

«Ma… sono i tuoi…»

«Non ti preoccupare, ne comprerò di più belli. Devi fare come ti ho detto, hai capito?»

«Sì.»

Sua madre le sorrise e le accarezzò i capelli castani. «Brava. E prendi anche questo…» Si tolse l’amuleto a forma di piuma che aveva il collo e lo fece indossare alla bambina. «Ti aiuterà a trovare papà.»

Thanaa tirò ancora su col naso. «Va bene.»

Il rumore di passi anticipò di pochi istanti la comparsa della guardia. «Tempo scaduto. Bambina, devi andare.»

«No, ancora un minuto!» chiese la piccola infilando le mani tra le sbarre per aggrapparsi alla madre.

Sanaa le prese il volto sulle mani e le diede un bacio sulla fronte. «Non ti preoccupare, andrà tutto bene. Adesso vai, e sbrigati. Devi raggiungere papà il prima possibile. Mi raccomando, sii coraggiosa e fai la brava. Ti voglio bene.»

«Anch’io ti voglio bene.» rispose Thanaa gettandole le braccia al collo, ma le sbarre le impedirono quel tanto desiderato abbraccio.

«Bambina…» la chiamò la guardia.

«Vai.» le disse la madre.

Thanaa annuì e corse via per non farle vedere le lacrime che già le stavano inumidendo gli occhi. La sua mamma le aveva detto che doveva essere coraggiosa, quindi non poteva piangere davanti a lei.

Strinse l’amuleto a forma di piuma e uscì dalla caserma senza guardare in faccia nessuno, quindi continuò a correre fino a quando non raggiunse i resti della sua casa. Aveva il respiro corto, ma non poteva fermarsi. Non sapeva quando sarebbe partita la carovana e non poteva rischiare di perderla.

Si mise a rovistare tra i pezzi di legno pieni di schegge e finì col pungersi le dita un’infinità di volte, ma non si arrese. Finalmente riuscì a trovare i resti della cassapanca e cominciò a rovistare tra i vari oggetti che si trovavano al suo interno. Dopo un minuto abbondante riuscì a trovare la bolla per le comunicazioni. Si trattava di una sfera di materiale trasparente simile a vetro e grazie ad essa era possibile mettersi in contatto con le altre bolle situate in ogni angolo del mondo. Era piuttosto piccola, all’incirca quanto il pugno di Thanaa, ma sembrava in ottimo stato.

La bambina non perse tempo e la avvolse in uno straccio per evitare che si rovinasse, quindi la infilò nel tascapane di pelle che era riuscita a recuperare poco prima. Era quello di sua madre e quindi le risultava un po’ grande, però almeno poteva metterci più cose e la bretella poteva essere regolata a piacimento. E poi aveva sul davanti un bellissimo disegno stilizzato che rappresentava una fenice e quindi le dispiaceva che andasse perduto. Di sicuro sua madre sarebbe stata felice di riaverlo.

Individuare i gioielli per fortuna fu più facile: le bastò spostare un paio di assi e li trovò sparpagliati intorno al portagioie fracassato. Li infilò tutti nel tascapane e poi corse via. Non c’era nessuno in giro, però la sua mamma le aveva detto che non doveva farsi vedere mentre contattava suo padre e quindi era meglio andare in un luogo più riparato. Anche le bolle per la comunicazione, in quanto oggetti magici, erano vietate e le uniche ammesse erano quelle del clero.

Corse nella caverna naturale dove si era rintanata per fuggire dagli sguardi ostili degli abitanti del villaggio e dopo essersi assicurata che nessuno l’aveva seguita cercò di attivare la bolla. Non l’aveva mai fatto e non aveva idea di quale procedura dovesse seguire, per fortuna però il dispositivo si risvegliò autonomamente e l’interno del globo si illuminò di una tenue luce. Si trattava di una versione semplificata e consentiva di contattare solo la bolla personale del padre di Thanaa, il che facilitò non poco il compito della bambina.

Dopo pochi secondi una sagoma si delineò al centro della sfera. Si trattava di un volto e apparteneva ad un pellerossa dai capelli castano scuro. Gli occhi erano quasi neri, intensi e perfettamente delineati, gli zigomi risultavano ben proporzionati e la barba corta aveva probabilmente bisogno di essere tagliata. Il naso era appena un po’ gobbo mentre le sopracciglia avevano una linea leggermente arcuata identica a quella della bambina.

«Ehi, ciao Thanaa!» la salutò allegramente suo padre «Come stai? La mamma è lì con te?»

Il viso della piccola si incrinò in un’espressione che lasciava intendere le imminenti lacrime e l’uomo si incupì. «È successo qualcosa?»

«I religiosi hanno portato via la mamma e l’hanno messa in prigione.» gemette Thanaa, la voce rotta dal pianto, «Io… io volevo farle una sorpresa… poi un tuono… io non volevo…»

«Thanaa, così non capisco. Fai un bel respiro e raccontami tutto con calma, ok?»

La piccola annuì, tirò su col naso e poi cominciò a raccontare cercando di non dimenticare nemmeno un dettaglio. Gli spiegò di come un mostro orribile era comparso all’improvviso al posto di Piccolo Fuoco, della distruzione che aveva causato, poi dell’arrivo dei membri del clero e della sua fuga. Gli raccontò anche quello che sua madre le aveva detto poco prima e gli spiegò della carovana di mercanti a cui si sarebbe dovuta unire.

Suo padre ascoltò in silenzio tutta la storia e poi si passò una mano sui capelli scuri, che subito tornarono dritti come degli aculei. «Ho capito. La mamma ha ragione, vai con i mercanti, ci penserò io a tutto il resto. Adesso purtroppo sto svolgendo un incarico a sud e ci metterei troppo tempo a venirti a prendere, però a Nobu Dun ho un amico fidato e sono sicuro che mi aiuterà. Adesso proverò a contattarlo, tu intanto vai subito dai mercanti. Andrà tutto bene, te lo prometto.»

Thanaa annuì e prima di salutarlo si asciugò le lacrime per fargli vedere che non era più triste. Nascose di nuovo la bolla in un panno e la infilò nel tascapane, poi corse verso l’area dove la carovana di mercanti si era accampata in quei giorni. Doveva fare in fretta, se partivano senza di lei la mamma e il papà si sarebbero arrabbiati.

Per fortuna non si erano ancora messi in marcia, ma era evidente che era questione di ore, forse anche meno, prima che lasciassero il villaggio.

La piccola si infilò in quella laboriosa confusione piena di grida e schiamazzi e cominciò a cercare fra i vari carri dai colori sgargianti quello appartenente alla mercante di stoffe suggeritale da sua madre. Non si ricordava la sua posizione e non aveva il coraggio di chiedere a quegli strani uomini e donne venuti da lontano, senza contare poi che in giro c’erano gli abitanti del villaggio venuti a fare gli ultimi affari e nessuno di loro si dimenticò di rivolgerle un’occhiata ostile quando la videro.

Stava per perdere le speranza quando finalmente la trovò. La mercante, una pellerossa dalla chioma fluente con svariati braccialetti ai polsi, aveva appena venduto alcuni vestiti ad una corpulenta donna locale e stava riponendo le mercanzie rimanenti sul retro del suo carro. Si trattava per lo più di stoffe, ma aveva anche degli indumenti di vario tipo sia per bambini che per adulti.

Thanaa si avvicinò con fare incerto, ma quando fu davanti alla mercante non riuscì ad aprire bocca e rimase imbambolata a guardarla.

«Ciao piccola, ti serve qualcosa?» le domandò la donna senza smettere di lavorare.

La bambina si guardò i piedi nudi sporchi del fango del giorno prima. «Io… Io vorrei… Vorrei venire con te a Nobu Dun!»

La mercante la squadrò con occhi indagatori. «Non sei un po’ piccola per andare da sola fino a Nobu Dun? Forse è meglio se torni dalla tua mamma…»

«È stata la mia mamma a dirmi di andare a Nobu Dun!» ribatté Thanaa «Ti prego! Mi ha detto anche che posso darti questi!» Tirò fuori dal tascapane i gioielli e li mostrò alla donna con occhi supplichevoli.

La pellerossa li prese e li osservò con attenzione. Di sicuro vendendoli sarebbe riuscita a ricavarci parecchio, ma era una buona idea portarsi dietro una bambina di cui non sapeva nulla?

«Ti prego! Farò la brava! La mia mamma mi ha detto che devo lasciare subito il villaggio! Ti prego!»

La mercante la guardò dritto negli occhi e non trovò traccia di malizia in lei. Sembrava sincera e non dava l’idea di essere una bambina scappata di casa di sua iniziativa, e poi quei gioielli sembravano roba di un certo valore…

«Va bene, puoi venire.» sentenziò «Partiremo tra mezz’ora, quindi vai a lavarti la faccia. Se mi porto dietro una bambina che ha tutta l’aria di aver pianto fino ad un attimo fa nessuno vorrà comprare le mie merci.»

Thanaa sorrise e annuì enfaticamente. «Grazie! Grazie! Ci metto un attimo!», e senza perdere altro tempo corse verso la fontana del villaggio.

Avrebbe voluto dire alla sua mamma che la mercante aveva accettato di darle un passaggio, però di sicuro le guardie non l’avrebbero fatta passare.

Immerse le mani nell’acqua e poi se le passò sul viso per cancellare i segni dalle lacrime. Dato che c’era immerse anche i piedi nella vasca per eliminare il fango che si era seccato tutto e che le dava un fastidioso prurito. Attese qualche minuto perché i piedi si asciugassero e poi tornò di corsa dalla mercante.

Appena la vide la donna le fece segno di salire sul carro e lei eseguì ubbidiente. Come previsto partirono una mezz’oretta più tardi e Thanaa scostò un poco i lembi della tenda che copriva il carro per osservare il suo villaggio natale. Non si era mai allontanata per più di qualche ora e il fatto di dover lasciare l’unico mondo che conosceva le strinse il cuore. Chissà per quanto non avrebbe più potuto vedere la sua mamma, e lo stesso valeva per i suoi amici. Non aveva detto a nessuno che sarebbe partita e di conseguenza nessuno era venuto a salutarla. Questo contribuì ad accrescere ulteriormente il suo senso di solitudine.

In un’altra situazione l’idea di fare quel lungo viaggio per andare da suo padre l’avrebbe sicuramente eccitata al punto che non sarebbe riuscita a stare ferma, in quel momento però non percepì nemmeno una briciola di entusiasmo nel suo cuore.

Lasciò andare la tenda e si rannicchiò sul fondo del carro, restando immobile, in silenzio.

3.       In viaggio coi mercanti

L’alta fiamma che aveva incendiato la pira si stava ormai spegnendo e della folla che si era radunata per assistere all’esecuzione di Sanaa erano rimasti solo pochi curiosi e alcuni membri del clero. Il processo era stato sommario e frettoloso, ma del resto l’imputata non aveva nemmeno provato a difendersi dalle accuse e quindi non era stato necessario contattare un Inquisitore o altre figure sapienti per formare una giuria.

Tutti sembravano soddisfatti della sentenza formulata dal vicario del vescovo. Il popolo aveva visto punita la colpevole della devastazione e il clero aveva dato ulteriore prova del suo potere. Eppure c’era ancora qualcuno che non era soddisfatto.

«Padre, vi devo parlare.» affermò il chierico dai capelli scuri e gli occhi chiari. Il suo bel viso era ancora turbato dal sospetto e la notte di riposo non aveva fatto altro che accrescere i suoi dubbi.

«Parla, Zuhayr» lo esortò il vicario «cos’è che ti turba?»

«Ho il timore che la minaccia non sia stata estirpata completamente.» spiegò il giovane religioso a bassa voce, anche se lì nell’ufficio del rappresentante del vescovo nessuno poteva udirli, «Quella donna aveva una figlia, e voi sapete quanto me che il male non dimentica i propri servitori… E se fosse anche lei una serva del demonio?»

Il vicario si grattò il mento, pensieroso. A causa dell’età i suoi capelli brizzolati non sarebbero stati più dritti come quelli del suo giovane interlocutore, quindi aveva preferito tenerli molto corti e ordinati. «Comprendo il tuo timore, sai dove si trova adesso questa bambina?»

«Temo che abbia lasciato il villaggio. Sua madre deve averla avvertita dei nostri sospetti e le ha suggerito di scappare prima che noi potessimo assicurarla alla giustizia.»

L’ecclesiastico continuò a meditare. «Purtroppo non ho l’autorità per lasciarti partire, dovrai contattare il vescovo per questo.»

«Sono pronto a rivolgere anche a lui i miei timori, sono sicuro che comprenderà.» affermò Zuhayr in tono determinato.

Il vicario annuì. «Vedrò di metterti in contatto col vescovo il prima possibile.» gli promise «È un uomo ragionevole e illuminato e sono sicuro che accetterà di ascoltarti. Bene, puoi andare.»

«Vi ringrazio infinitamente.» Il giovane religioso chinò il capo in un saluto riverente e abbandonò l’ufficio.

La carovana procedeva in maniera lenta e costante seguendo la strada battuta e Thanaa continuava a rimanere rintanata sul retro del carro, in silenzio, lontana da tutti. Erano due giorni che non parlava con nessuno e lasciava il suo posto solo per mangiare o per sopperire alle necessità fisiologiche.

Si sentiva terribilmente sola e il suo corpo sembrava aver perso la capacità di produrre parole. I mercanti sembravano allegri, molti conversavano animatamente di come erano riusciti a vendere i loro prodotti o si lamentavano degli affari andati male, lei però erano totalmente estranea a questo genere di discorsi. L’unica cosa che poteva fare era starsene lì, immobile, stringendo con una mano il tascapane troppo grande e con l’altra l’amuleto a forma di piuma.

Di tanto in tanto la mercante, che le aveva detto di chiamarsi Aida, le chiedeva se andava tutto bene e lei si limitava a rispondere a monosillabi, poi era passata a dei mugugni che sapevano di malinconia. Tutto l’entusiasmo e la gioia per essere riuscita a partire erano ormai svaniti, inghiottiti dal peso della solitudine e dal senso di colpa.

«Perché non vieni qui?» le propose la donna dando un paio di pacche al lungo sedile da cui guidava il carro. L’animale che lo trainava aveva una struttura fisica muscolosa e resistente, simile più ad un bufalo che a un cavallo, però era anche incredibilmente docile e mansueto.

Thanaa non rispose e rimase accucciata tra le stoffe e le pile di vestiti piegati con ordine.

«Per noi mercanti è strano restare fermi in uno stesso posto per tanto tempo.» proseguì Aida per rompere il silenzio «Molti di noi non sanno nemmeno dove sono nati, io stessa non ne ho la più pallida idea, quindi anche il nostro concetto di casa è diverso. Il nostro punto di riferimento è la carovana, che è come un villaggio in movimento, per questo finché restiamo insieme possiamo andare dovunque e non sentiamo mai la nostalgia dei luoghi che lasciamo. Ho visto tanti di quei posti che non riuscirei neanche a contarli e ho conosciuto un’infinità di persone che vorrei rincontrare. Alcune non le vedo da molto tempo e sento la loro mancanza, però non mi preoccupo: so che un giorno la carovana tornerà da loro e quel giorno la mia gioia sarà tanto grande che compenserà sicuramente la lunga attesa. Sai, quando hai un forte legame con qualcuno non importa se vivete in posti lontanissimi, prima o poi vi rincontrerete di sicuro.»

Il vociare degli altri mercanti riempì gli istanti di silenzio che seguirono le parole della venditrice di stoffe, poi Thanaa emerse dal fondo del carro e andò a sedersi di fianco a lei. Non disse nulla, ma se non altro era uscita dal suo isolamento.

«Il mio nome significa colei che parte, ma che poi ritorna.» le rivelò Aida «Non c’è che dire, i miei genitori non sapevano proprio stare fermi in un posto se mi hanno dato questo nome.»

L’allegria della donna riuscì a contagiare anche la bambina e un flebile sorriso le rischiarò il viso.

Zuhayr venne convocato nel tardo pomeriggio e raggiunse immediatamente l’ufficio del vicario. Bussò educatamente al pesante battente e attese che l’ecclesiastico lo invitasse ad entrare.

«Mi avete fatto chiamare?»

«Sì, vieni avanti.» Sulla massiccia scrivania del vicario era stata adagiata una base di velluto color porpora che reggeva una bolla per le comunicazioni grande quanto un pallone e al suo interno era possibile scorgere il volto severo di un ecclesiastico. «Il vescovo ha acconsentito ad ascoltare la tua richiesta. Ho già provveduto ad informarlo di ciò che è avvenuto, quindi prego, esponi anche a lui i tuoi timori.»

«Eccellenza, ho motivo di credere che anche la figlia della donna che abbiamo purificato sia in combutta con il demonio.» affermò Zuhayr con il capo chino «Purtroppo è scappata con una carovana di mercanti, quindi vi chiedo umilmente di darmi il permesso di rintracciarla e catturarla. È necessario che venga processata da un tribunale di saggi che stabiliscano se è davvero una figlia del demonio, o altri innocenti potrebbero diventare vittime della sua malvagità.»

Il vescovo ascoltò in silenzio le sue parole e meditò senza fretta quale fosse la soluzione migliore. «Sei davvero convinto che il demonio alberghi in lei?»

«Perdonatemi, ma non ho né la saggezza, né l’esperienza per sostenere tale affermazione, tuttavia sua madre era una serva del demonio e quando l’ho vista ho percepito qualcosa di pericoloso in lei.»

L’ecclesiastico rimase colpito dalla sua franchezza mista a riverenza e dalla scintilla che brillava nei suoi occhi capì che era la persona giusta per quella difficile impresa. «Molto bene, giovane chierico, hai il mio consenso per questa missione di fede. Avvicinati, e metti una mano sulla bolla per le comunicazioni. Qual è il tuo nome?»

Il chierico sollevò il capo e avanzò di qualche passo, quindi pose la mano destra sulla sfera trasparente. «Mi chiamo Zuhayr Aldin.»

L’hystricide dall’altra parte della bolla pose a sua volta la sua mano sulla superficie tondeggiante del dispositivo. «Zuhayr Aldin, con questo sigillo, io, Ghaalib Morut, vescovo di Drazi, ti nomino membro della sacra e universale Inquisizione.»

Il giovane avvertì un dolore bruciante al palmo della mano e strinse i denti per non urlare. La magia dell’ecclesiastico stava incidendo sulla sua pelle il sigillo degli Inquisitori, il marchio indelebile che avrebbe dimostrato a tutti il suo ruolo di combattente.

«Che Dio ti accompagni, e che la tua fede ti guidi sempre nella lotta contro gli eretici, i pagani, gli apostati e i servi del demonio.»

Anche dopo che il dolore fu svanito, Zuhayr ci mise diversi secondi prima di riuscire ad articolare la sua risposta. «Vi ringrazio per la vostra fiducia. Vi assicuro che non vi deluderò.»

«Ora sei a tutti gli effetti un Inquisitore.» affermò il vescovo in tono solenne «Il mio saggio vicario mi ha assicurato che sei meritevole di questo onore, quindi nutro grandi speranze su di te. Il sigillo che ho impresso sul tuo palmo testimonierà l’importanza della tua santa missione e ti garantirà l’aiuto di tutti gli uomini di fede che incontrerai, ma bada bene. Da questo momento in poi dovrai rendere conto direttamente a me di tutto ciò che farai e non ammetterò fallimenti.»

Il giovane chinò il capo. «Non fallirò.»

«Bene. Coraggio, mettiti subito in viaggio: la figlia del demonio ha accumulato fin troppo vantaggio, è tempo per te di rintracciarla.»

«Parto immediatamente.» annuì il giovane Inquisitore. Fece un inchino e abbandonò l’ufficio del vicario.

Meno di tre minuti dopo era già a cavallo di un veloce destriero dal manto maculato e sfrecciava all’inseguimento della carovana dei mercanti.

Reggendosi alle briglie con la sinistra osservò il sigillo che era stato impresso sul palmo della sua mano. Si trattava di un anello di rune e ai quattro estremi aveva dei cerchi in cui erano rappresentati i fiori-simbolo delle quattro virtù del clero: in alto l’iris blu simbolo della fede, a sinistra il bucaneve per indicare la speranza, sulla destra c’era il muschio emblema di carità e in basso il girasole, metafora della devozione. All’interno dell’anello era raffigurata una stella a otto punte formata da due quadrati sovrapposti e inscritto in quest’ultima c’era un secondo anello di rune che circondava un fiore di loto, il simbolo più sacro della dottrina religiosa nonché la rappresentazione stessa di Dio.

Zuhayr lo ammirò con occhi colmi di deferenza. Era diventato un Inquisitore.

Era ormai tarda sera quando la carovana si fermò per lasciar riposare gli animali e come di consuetudine i mercanti accesero un grande fuoco al centro dell’anello di carri per riscaldare l’ambiente. C’era chi suonava strumenti, chi cantava e chi ballava, i più vecchi raccontavano ai più giovani le storie che loro stessi avevano ascoltato da bambini e tutto quanto sembrava immerso in un clima di festa che difficilmente si sarebbe potuto trovare in un villaggio, tantomeno in una città.

L’unica che non riusciva a farsi coinvolgere da quell’atmosfera gioiosa era Thanaa. Come era accaduto nei giorni precedenti evitava scrupolosamente il contatto con le altre persone e se ne stava in disparte a mangiare quello che Aida le portava. La mercante aveva provato a farla integrare con gli altri bambini della carovana, ma la piccola non ne aveva voluto sapere e nemmeno l’entusiasmo genuino dei figli dei mercanti era riuscito a smuoverla.

In quel momento i grandi occhi marroni di Thanaa erano fissi sul gruppo di bambini intenti ad ascoltare i racconti di un anziano dai capelli sbiaditi e cadenti e per questo non si accorse che Aida si era seduta al suo fianco fino a quando la donna non parlò: «Non ti va di andare ad ascoltare le storie con loro?»

La piccola si voltò di scatto, poi riconobbe il volto della mercante e scosse il capo.

«Ho capito.» Aida si alzò e si allontanò.

Thanaa rimase in silenzio, lo sguardo basso ad osservare il terreno battuto da hystricidi, animali e carri. Ad un tratto udì avvicinarsi un allegro vociare e sollevando il capo vide il vecchio mercante che stava raccontando le storie. L’anziano si sedette di fianco a lei e il gruppo di bambini si radunò impaziente tutto intorno a loro per ascoltare la prossima avventura.

«Adesso vi racconterò di come la piccola caracala riuscì a catturare il feroce celopardo.» annunziò il vecchio, e subito i bambini smisero di parlare.

Tutti quanti vennero subito catturati dalla voce vivace, ma piena di saggezza dell’oratore e anche Thanaa non poté non farsi trasportare dalla favola tramandata di generazione in generazione dai mercanti.

Aida rimase per un po’ ad osservarla, ma ben presto capì che non era più necessario tenerla d’occhio. Quella piccola ormai era totalmente rapita dalla storia della caracala e del celopardo e sicuramente sarebbe rimasta insieme agli altri bambini fino a tardi, quando il sonno avrebbe avuto la meglio su tutti loro e uno dopo l’altro si sarebbero assopiti.

4.     La strada per Nobu Dun

Il sole era affiorato per meno della metà dal profilo irregolare dell’orizzonte, ma la carovana si era già rimessa in marcia da una buona mezz’ora e i robusti animali simili a bufali stavano trainando i carri lungo il dolce profilo di una collina.

La sera precedente Aida era andata a prendere una Thanaa ormai addormentata e l’aveva portata al suo carro, quindi l’aveva adagiata su un soffice letto di stoffe. Le aveva tolto la tracolla perché non si ingarbugliasse durante il sonno, ma aveva lasciato il tascapane al suo fianco in modo che appena sveglia lo trovasse subito. Aveva anche notato che nonostante fosse addormentata la bambina continuava a stringere il suo amuleto a forma di piuma e questo le aveva fatto una grande tenerezza.

Non sapeva come mai quella bambina avesse dovuto lasciare il villaggio così all’improvviso, ma le voci che aveva sentito di un mostro comparso all’improvviso e di una donna catturata dal clero con l’accusa di essere in combutta col demonio non sembravano promettere nulla di buono. Stando a quanto aveva sentito era molto probabile che il mostro fosse un’energia arcana particolarmente distruttiva, magari Vastas, la devastazione, ma questo al tribunale ecclesiastico non sarebbe importato. Essendo una mercante che aveva viaggiato anche in altre regioni sapeva bene che il fatto di saper usare la magia non implicava necessariamente l’essere votati al male, tuttavia era anche a conoscenza del potere quasi assoluto che aveva il clero in quelle terre e le voci che giravano erano sufficienti per dissuadere chiunque dal mettere in discussione l’autorità degli ecclesiastici.

Il viaggio procedette tranquillo e la carovana poté andare avanti senza intoppi fino a quando non incontrarono un punto in cui la strada era particolarmente rovinata: la terra sembrava spaccata e il sentiero era reso infido da una serie di dislivelli. Non erano così alti da impedire il passaggio, ma dovettero rallentare notevolmente l’andatura per evitare che le ruote si danneggiassero.

Quando fu il turno del carro di Aida, la venditrice di stoffe fece in modo che il suo animale procedesse lentamente e senza paura, ma questo non riuscì ad evitare una lunga serie di scossoni. Un tonfo particolarmente deciso fece affiorare un mugolio dal retro e quando la mercante si voltò riuscì a intravedere il volto assonnato di Thanaa che avanzava tra le mercanzie. La bambina superò una pila di scatole contenente sandali di varie misure e si sedette di fianco alla donna.

«Scusa, ho cercato di fare piano, ma qui la strada è brutta.» le spiegò la mercante «Hai dormito bene?»

La piccola annuì. «Grazie…» esalò poi con un timido filo di voce «per ieri…»

Aida le sorrise. «Mi dispiaceva vederti lì tutta sola, mi sembrava la cosa giusta da fare.»

Thanaa rimase in silenzio per alcuni lunghi secondi, lo sguardo basso, poi si voltò verso la mercante: «Ho dovuto lasciare il villaggio perché sono stata cattiva.»

La donna le rivolse uno sguardo interrogativo.

«Sono stata io a far comparire il mostro, ma la mia mamma ha detto che era stata lei ed è finita in prigione.» spiegò la piccola con voce mesta, vergognandosi delle sue azioni, «Mi ha detto che non potevamo stare insieme e che dovevo andare con te perché dovevo andare via… Ma io non l’ho fatto apposta…»

La mercante intuì le lacrime che stavano per bagnare le guance della bambina e la strinse a sé per consolarla. «Non sentirti in colpa, è stato il mostro a distruggere tutto, non tu.»

«Ma io l’ho fatto comparire…»

«Tu sei un’incantatrice, giusto?» le chiese Aida «Puoi evocare le energie arcane, non è così?»

Thanaa la guardò in viso e annuì. Si asciugò le lacrime che le inumidivano gli occhi e tirò su col naso. «Anche il mio papà è un incantatore, è stato lui a dirmelo.»

«Allora non può essere colpa tua. Il tuo potere è un dono straordinario, ma sei ancora troppo piccola per riuscire a controllarlo e purtroppo tra i giovani incantatori è molto comune che si verifichino incidenti come questo.»

«Ma io non voglio questo potere che mi fa diventare sola… Anche il mio papà ce l’ha e quindi non può stare con me e la mamma…»

«Adesso però stai andando da lui, non è vero?»

Thanaa annuì. «Me lo ha detto la mamma.»

«E allora sono sicura che anche dove c’è lui potrai farti dei nuovi amici. Vedrai, incontrerai tantissimi altri bambini che hanno dei poteri proprio come i tuoi e ti divertirai un mondo con loro.»

«Però la mamma non è potuta venire…»

Aida non ci mise molto a capire che con ogni probabilità Thanaa non avrebbe mai più potuto rivedere sua madre, tuttavia vedendola così demoralizzata non osò dirglielo. «Sono sicura che la rivedrai presto.» le disse per cercare di consolarla «E poi sono sicura che sarà felicissima se starai con tuo padre e se ti farai dei nuovi amici anche dove vive lui.»

Thanaa la guardò dritto negli occhi, speranzosa. «Ne sei sicura?»

Aida le mise una mano sul capo e sorrise. «Certamente.»

Anche la bambina sorrise e si strinse a lei. «Ok, allora cercherò di farmi tanti nuovi amici.»

Un velo di tristezza turbò la maschera della mercante, che però si sforzò di recuperare subito la sua allegria. Non voleva rischiare di svelare l’inganno ora che Thanaa sembrava essersi un po’ ripresa dal trauma degli ultimi eventi.

Era passata ormai una settimana da quando avevano lasciato il villaggio natale di Thanaa e finalmente avvistarono la loro meta. Stavano scendendo da un’altura e la posizione sopraelevata offriva loro una magnifica vista del paesaggio. Nobu Dun era una grande città circondata da un’alta cinta di mura che serviva a ripararla dagli invasori, ma anche e soprattutto dal rovente vento del deserto che portava con sé continue folate di sabbia. Da lontano dava l’idea di essere una macchia bassa, scura e uniforme che contrastava con il bagliore dorato del mare di sabbia. Gli edifici che si innalzavano per più di due o tre piani erano molto rari e il grande affollamento aveva spinto le persone ad accamparsi anche al di fuori delle mura cercando di ripararsi alla meno peggio dal vento e dai granelli di sabbia.

Thanaa non aveva mai visto un agglomerato urbano tanto grande e già da lontano ne rimase impressionata. Non riusciva a credere che tante persone potessero vivere tutte nello stesso posto. «È grandissima! E il deserto sembra una distesa d’oro! È bellissimo!»

«Fidati, il deserto è bello solo se lo guardi da lontano.» le rispose Aida con un sorriso divertito «Non senti che fa già più caldo?»

Solo in quel momento la bambina fece caso all’innalzamento della temperatura. «È vero…»

«Nel deserto fa molto più caldo di così, sembra quasi di essere in un forno. In compenso di notte fa molto freddo.»

La bambina non riusciva a crederci. «E come mai?»

«Beh, perché di giorno c’è il sole che riscalda la sabbia, di notte invece ci sono solo le stelle e quindi anche la sabbia diventa fredda. È proprio come un forno: se c’è il fuoco è caldo mentre se lo si spegne diventa freddo.»

«Ooh…»

Thanaa tornò ad osservare Nobu Dun e l’innocente stupore del suo volto venne sostituito da un radioso sorriso. Aveva raggiunto la prima tappa del viaggio per raggiungere il suo papà!

Zuhayr fece fermare la sua cavalcatura e osservò dall’alto la carovana. Ormai i mercanti avevano quasi raggiunto Nobu Dun, non sarebbe riuscito ad intercettarli.

Maledizione, avrebbe dovuto fare più in fretta! Pazienza, poteva sempre rintracciare la figlia del demonio all’interno della città. Ora che era diventato Inquisitore non avrebbe avuto problemi a individuare la sua anima impura.

Spronò il suo destriero e ripartì all’inseguimento. Non poteva lasciare che una creatura votata al male vagasse tra le persone innocenti!

5.      Savas Ankàr

La carovana si avvicinò placidamente alla città di Nobu Dun e senza bisogno di indicazioni raggiunse un grande piazzale posto sul limitare della baraccopoli a ridosso delle mura. I mercanti disposero i loro carri in modo da formare un mercato non particolarmente ordinato e poi cominciarono ad esporre le loro merci nella speranza di attirare i possibili clienti.

Anche Thanaa si diede da fare per aiutare Aida a disporre gli indumenti e le stoffe.

«Sei stata molto gentile ad aiutarmi, ti ringrazio molto.» le disse la venditrice accarezzandole dolcemente il capo.

«L’ho fatto per dirti grazie.» rispose la bambina in tono allegro stringendo la tracolla del tascapane «Ora devo andare alla Cattedrale del Deserto per incontrare un amico del mio papà.»

Suo padre l’aveva contattata tre giorni prima tramite la bolla per le comunicazioni e le aveva dato più indicazioni possibili in modo che non si perdesse. Fissare l’ingresso della città come punto d’incontro sarebbe stato un problema, il via vai caotico di gente avrebbe reso difficile il riconoscersi per due persone che non si erano mai viste, viceversa la Cattedrale del Deserto era l’edificio più famoso dell’intera Nobu Dun e avrebbe potuto chiedere indicazioni a chiunque nel caso si fosse persa. Con ogni probabilità l’amico di suo padre era già da un po’ nel punto stabilito, quindi non voleva farlo aspettare ancora.

«Non vuoi che ti accompagni?»

La bambina scosse il capo. «No, ce la faccio.»

«Va bene, come vuoi. Però prima di andare ti voglio dare una cosa…» Aida si mise a rovistare tra le sue merci e poco dopo si voltò. «Ecco, prendi questi.»

Thanaa osservò con occhi che brillavano i sandali nuovi che la mercante le stava porgendo. «Sono per me?»

«Certo. Provali, dovrebbero essere della tua misura, se no te ne do un altro paio.»

La piccola li prese e se li infilò. Erano in cuoio e ricordavano quelli che aveva prima, questi però avevano anche un infradito oltre alla fascia che passava sopra il piede e le cuciture sembravano fatte molto meglio.

«Sono bellissimi! Grazie! Grazie!» esclamò tutta contenta abbracciando la mercante.

Aida le sorrise e l’abbracciò anche lei con affetto. «È stato bello viaggiare con te, sono sicura che ci rincontreremo. E la prossima volta ti farò qualche sconto, promesso.» aggiunse facendole l’occhiolino.

La piccola annuì. «Ci vediamo! Ciao!»

La venditrice la salutò e con un pizzico di malinconia la osservò correre via con il tascapane troppo grande in spalla e i sandali nuovi ai piedi.

Inutile negarlo, quella bambina le sarebbe mancata…

Thanaa superò di corsa l’alta arcata di pietra che costituiva l’ingresso di Nobu Dun, la Città sul Deserto, e sgusciò tra la folla tenendo stretto il suo tascapane. Suo padre l’aveva messa in guardia che delle persone cattive avrebbero potuto cercare di rubarglielo, quindi doveva fare molta attenzione.

Dunque, doveva seguire la grande strada diretta a sud fino al piazzale con le statue e l’obelisco, poi andare a destra nel viale con gli alberi ai lati e poi avrebbe dovuto vedere la Cattedrale del Deserto, che con le sue torri alte e slanciate dominava la piazza più grande di tutta Nobu Dun…

Si mise in marcia con fare sicuro e concentrato, ma più avanzava e più trovava bancarelle e negozietti che esponevano merci incredibili e la sua attenzione continuava ad essere catturata da oggetti misteriosi e giocattoli che non aveva mai visto in vita sua. Continuava a scorrazzare da un punto all’altro della strada attirata come una piccola falena dalle luci e dai suoni prodotti dai venditori in cerca di clienti e non riusciva a distogliere lo sguardo dai prodotti esposti fino a quando non ne trovava altri più interessanti.

Avrebbe tanto voluto comprare qualcosa, purtroppo però non aveva soldi e suo padre le aveva detto di non fermarsi fino a quando non avesse raggiunto la Cattedrale.

A malincuore si convinse di lasciar perdere e si rimise in marcia, ma quando vide un bivio si bloccò. Dov’era finita? Era sicura di stare andando a sud, verso il deserto, ma allora perché non aveva trovato il piazzale con le statue e l’obelisco? Aveva sbagliato strada? Magari si era confusa ed era andata troppo avanti, o forse aveva svoltato senza accorgersene perché era troppo presa dalle vetrine…

Si guardò intorno stringendo forte la tracolla del tascapane. Dove doveva andare? Cos’avrebbe fatto se non fosse riuscita a raggiungere l’amico del suo papà? Doveva assolutamente ritrovare la strada, se no, se no…

Si voltò da ogni parte, sempre più preoccupata, ma i suoi grandi occhi marroni non riuscivano ad incrociare gli sguardi indaffarati della gente che le sfilava affianco. Nessuno le prestava attenzione e tutti quanti andavano oltre, incuranti di lei. La bambina ne rimase frastornata. Nel suo villaggio natale una cosa nel genere non sarebbe mai potuta succedere, bene o male tutti quanti si conoscevano almeno di vista ed era normale aiutare chi era in difficoltà…

Un gelido timore si insinuò dentro di lei dai meandri più tetri della sua mente. Era come quando sua madre era stata portata via dagli uomini della chiesa. Da quel momento gli abitanti del villaggio avevano cominciato a guardarla con diffidenza e a evitarla, proprio come in quel momento. Che anche a Nobu Dun avessero saputo di quello che aveva fatto? Che anche loro fossero a conoscenza della sua colpa?

Fece un passo indietro, poi un altro. Le mani le tremavano e le persone adesso sembravano ombre senza volto. Corse via a testa bassa, lo sguardo fisso sul terreno battuto per non incrociare quegli sguardi che adesso le sembravano pieni di muti rimproveri.

Si rifugiò in un angolo al limitare della strada e si infilò in un vicolo sgangherato quanto bastava per non essere più visibile dalla folla.

Ansimava e le mani non avevano ancora smesso di tremare, se non altro però adesso si sentiva un po’ più al sicuro.

«Ehi bambina, che ci fai qui?»

Thanaa sobbalzò, ma l’urlo che sentiva esplodere dentro le si bloccò in gola. Era così spaventata che non riusciva nemmeno a gridare. Si voltò intimorita e davanti a lei si delineò la figura ordinaria di un hystricide. Era un pelleocra dai capelli castano chiaro e il suo sorriso rivelò l’assenza di un dente.

«Non ci sono i tuoi genitori?» le chiese nuovamente l’uomo in tono affabile.

La bambina riuscì solo a scuotere il capo.

«Oh, mi spiace…» Le andò incontro. «Ti sei persa per caso?»

Thanaa chinò il capo. «Sì…»

«Beh, se vuoi ti posso aiutare io.» si offrì l’uomo mostrandole un sorriso amichevole «Dove devi andare?»

La piccola deglutì. «Alla Cattedrale del Deserto.»

«Ah, ho capito. Vieni, dobbiamo andare da questa parte.» disse l’uomo porgendole la mano.

Per alcuni istanti Thanaa rimase immobile, poi finalmente riuscì a vincere la paura e anche lei allungò la mano.

L’hystricide la prese in maniera gentile ma salda e si avviò.

«Grazie…» mugugnò la bambina a bassa voce.

L’uomo le sorrise. «Non devi ringraziarmi, è un piacere aiutare chi è in difficoltà.»

I due percorsero quasi per intero il vicolo, superarono un cumulo di spazzatura e poi girarono in un’altra stradina deserta. Attraversarono un paio di viali più larghi e poi tornarono a camminare nelle viuzze strette e deserte.

«Siamo quasi arrivati.» annunciò l’hystricide col suo tono gentile.

Thanaa guardò avanti speranzosa, ma dal vicolo in cui si trovavano non riusciva a capire se quella che avevano di fronte era la piazza su cui si affacciava la Cattedrale del Deserto. Beh, in ogni caso quel signore gentile aveva detto che erano vicini, presto avrebbe potuto incontrare l’amico del suo papà. «Ti ringrazio molto.»

L’uomo sorrise tra sé. «Ti ho detto che non c’è bisogno che mi ringrazi…»

Svoltarono a destra e l’entusiasmo della bambina si spense di colpo.

«Ehi, ma questo è un vicolo cieco…» Avanzò di qualche altro passo per capire se c’era qualche passaggio segreto o una porta nascosta. Non trovò nulla di simile. «Questo non è il posto giusto!»

Il suo accompagnatore continuò a sorridere amichevolmente. «Invece sì che lo è…»

Thanaa strinse forte la tracolla del tascapane e arretrò di qualche passo. Il suo cuore stava cominciando a battere sempre più forte e una sensazione gelida si insinuò dentro il suo corpo. Andò a sbattere contro il muro che era alle sue spalle. Non aveva più vie di fuga, non poteva più scappare. Era in trappola.

«Cosa vuoi fare?» gemette con voce tremante.

L’uomo continuò ad avanzare implacabile e solo allora la bambina colse la sfumatura maligna del suo sorriso. «Adesso lo vedrai…»

Thanaa cercò di appiattirsi contro il muro e urlò. «No! Cosa vuoi fare?! Aiuto! Qualcuno mi aiuti!»

«Mi spiace piccola, ma non ti può sentire nessuno qui…»

I grandi occhi marroni della bambina si stavano riempiendo di lacrime e per quanto gridasse non sembrava succedere nulla. Stava morendo di paura e ormai non riusciva più a trattenere il pianto. Come aveva fatto a cacciarsi in quella situazione? Se solo fosse stata più attenta, se solo avesse prestato più attenzione alle indicazioni del suo papà…

Provò a scappare, ma l’uomo la afferrò subito per un polso.

«Ti prego, no! Lasciami andare!»

L’uomo non rispose nemmeno e la gettò contro il muro. La bambina urlò e cadde a terra. Ormai era paralizzata dalla paura e non riusciva a fare altro che piangere a dirotto.

L’uomo stava per prenderla di nuovo, ma un tonfo improvviso lo fermò. Si voltò di scatto, ma non fece in tempo ad agire che qualcosa lo colpì in faccia. Il tremendo pugno lo scaraventò contro il muro e quando il malvivente stramazzò a terra sui mattoni rimase una strisciata rossa e disomogenea.

L’uomo che l’aveva colpito si tolse il cappuccio e abbassò lo sguardo sulla bambina. Era un pelleocra piuttosto alto e muscoloso e aveva i capelli tagliati cortissimi, praticamente rasati. Gli occhi erano nocciola, piccoli rispetto al resto del volto, ma comunque molto decisi, le orecchie erano un po’ a sventola, mentre la mascella importante dava spessore al suo viso autorevole. Le sopracciglia erano talmente chiare e sottili da essere quasi invisibili, le mani erano grandi, forti e callose, e una cicatrice spiccava sulle labbra, vicino all’angolo destro della bocca.

«Mi chiamo Savas Ankàr.» si presentò con voce profonda «Tu devi essere Thanaa, la figlia di Thahein, giusto?»

Al sentire il proprio nome e quello del padre la bambina scattò in piedi e con le lacrime agli occhi corse ad abbracciare il nuovo arrivato. «Grazie, grazie, grazie, grazie…»

L’amico di Thahein rimase interdetto da quella reazione e ci mise alcuni istanti prima di capire che era il caso di consolare la piccola mettendole una mano sul capo e una sulle spalle. Forse avrebbe dovuto farle una bella predica per farle capire che doveva fare attenzione quando andava in una città nuova e che non si doveva fidare degli sconosciuti, però vedendo come piangeva, capì che non era necessario. Quella bambina aveva di sicuro imparato la lezione e difficilmente sarebbe riuscita a dimenticarsene…

6.      Occhi che si guardano

«Coraggio, dobbiamo andare.»

Le parole di Savas, pronunciate in tono gentile ma fermo, riuscirono a spegnare il pianto di Thanaa.

La bambina tirò su col naso e annuì. «Va bene.»

L’uomo si aggiustò il cappuccio in modo che gli coprisse il volto e prendendo per mano la bambina si mise in marcia. Aveva un passo rapido e guardingo e la piccola doveva procedere al trotto per non rischiare di rimanere indietro o di cadere.

«Dove stiamo andando?»

«In un posto sicuro.»

Thanaa continuò a guardarlo con occhi interrogativi, ma Savas non la degnò di uno sguardo: tutta la sua attenzione era rivolta all’area circostante. Controllò dietro un angolo e poi si infilò furtivo in un’altra viuzza portandosi dietro la bambina.

«Puoi andare un po’ più piano?» ansimò la piccola «Non riesco a seguirti…»

«Mi spiace, ma dobbiamo fare in fretta.» tagliò corto l’uomo «Se ci trovano sarebbe un casino.»

La bambina continuò a trotterellare al suo fianco cercando di non inciampare nei rifiuti che di tanto in tanto ingombravano le stradine più sporche e dopo una decina di minuti si fermarono.

Savas si guardò intorno per accertarsi che non ci fossero occhi indiscreti e poi infilò le dita in un piccolo anfratto tra i mattoni.

Thanaa sgranò i grandi occhi marroni e un “ooh…” uscì dalle sue labbra nel vedere la porta perfettamente mimetizzata che si apriva dinnanzi a lei. Non sarebbe mai riuscita a trovarla da sola, nemmeno se le avessero detto dove cercarla.

Non ebbe tempo di fare domande perché Savas la portò dentro e diede un’ultima occhiata nel vicolo prima di richiudere l’ingresso segreto.

L’uomo si tolse il cappuccio e appese il soprabito ad un appendino posto vicino alla porta, quindi si voltò verso Thanaa e la scansionò da capo a piedi. Era un po’ sporca e sulle guance aveva ancora i segni delle lacrime, ma per il resto sembrava in buono stato e negli ultimi tempi doveva aver mangiato regolarmente.

«Come ti senti? Va tutto bene?»

La bambina annuì.

«Bene. Tuo padre ti ha già detto cosa dobbiamo fare?»

Thanaa scosse il capo. «Mi ha detto solo che dovevo venire da te.»

«Ho capito. Va be’, te lo spiego io. Allora, per prima cosa tuo padre sta tornando alla sua gilda, a Neo Jerasalem, però non mi ha detto quanto ci metterà e temo proprio che sia parecchio. Noi adesso dobbiamo attraversare il deserto e raggiungere Alerta, lì ti imbarcherai su una nave diretta a Neo Jerasalem e potrai raggiungere tuo padre, ok?»

«Va bene.»

«Però ti dico subito che dovremo fare molta attenzione. Io sono un ricercato e c’è la possibilità che qualcuno ti stia seguendo, ma non ti devi preoccupare. Ti porterò sana e salva ad Alerta e non permetterò a nessuno di farti del male, ok?»

Thanaa fece di sì con il capo. «Ok.»

Dopo la risposta della bambina tra i due calò un silenzio imbarazzato che li indusse a distogliere lo sguardo.

Dopo alcuni secondi la piccola espresse con un filo di voce la domanda che sentiva ormai impellente dentro di sé: «Come hai fatto a trovarmi?»

L’uomo si chinò su di lei. «Come?»

«Come hai fatto a trovarmi?» ripeté Thanaa con voce più alta.

«Grazie all’amuleto che hai al collo.» rispose l’uomo indicando il pendente a forma di piuma.

«Questo?»

«Sai cos’è?»

«È l’amuleto della mia mamma. Me l’ha dato perché ha detto che mi aiuterà a trovare papà.»

«E sai come si usa?»

Thanaa lo osservò confusa. «È solo un ciondolo…»

«Ti sbagli, è un amuleto magico. L’ha fatto tuo padre e se vi si infonde un po’ di magia punterà sempre verso di lui. Guarda, ti faccio vedere…» Prese in mano il pendente e dal suo palmo fece fluire una piccola quantità di magia. Dopo pochi istanti la piuma si illuminò e si sollevò di qualche centimetro, quindi ruotò un pochino e con la punta indicò verso sud, oltre il mare, oltre Neo Jerasalem, verso il padre di Thanaa.

La bambina osservò quel prodigio con gli occhi spalancati. «Ooh…»

Savas si lasciò contagiare dall’entusiasmo di Thanaa e sorrise a sua volta. «Anche tu hai dei poteri magici, dei grandi poteri magici aggiungerei. Diventerai di sicuro una maga straordinaria, trucchetti del genere li farai senza nessun problema.»

Quelle parole risvegliarono dei brutti ricordi nella mente della bambina, che si incupì di colpo. Strinse la tracolla del tascapane. «Io non diventerò una maga.»

L’uomo si pentì delle sue parole. Thahein gli aveva spiegato cos’era successo e di sicuro non era stata una grande idea ricordare alla bambina quei terribili momenti. «Mi spiace, io non volevo…»

La piccola si voltò dall’altra parte e continuò ad osservare il pavimento.

L’uomo sospirò. «Partiremo immediatamente, ho già preparato tutte le provviste. Adesso devo dire a tuo padre che sei arrivata, vuoi parlare con lui?»

La bambina rimase immobile e non rispose.

Savas attese con pazienza, ma alla fine si rassegnò. «Aspettami qui, cercherò di fare in fretta.» E sparì in una stanza chiusa da una spessa tenda bordeaux.

Anche una volta sola, Thanaa ci mise un po’ prima di riuscire a trovare la forza di alzare lo sguardo. Si asciugò gli occhi umidi e cancellò i segni che le rigavano le guance. Sua madre le aveva detto di essere coraggiosa, perché continuava a piangere?

Si guardò intorno. Il locale in cui si trovava era piccolo e aveva solo delle minuscole finestrelle chiuse da delle robuste sbarre di ferro, appena sufficienti a rischiarare l’ambiente. Svariate scartoffie erano sparpagliate su un bancone insieme ad alcuni libroni e altri tomi erano stati malamente impilati su un paio di sgabelli. In un angolo si trovavano alcuni sacchi, chissà cosa contenevano?, e alcune casse erano impilate con cura in un angolo. Ma la cosa che più attirò l’attenzione di Thanaa fu la grande cartina appesa ad una parete. Era fatta benissimo ed era anche molto dettagliata. C’era la parte meridionale della grande isola di Alonah dove era nata e cresciuta, il mare e poi, ancora più a sud, la parte più settentrionale del continente verso cui era diretta.

Il colore dorato che dominava la porzione più in basso della sua isola rappresentava il deserto e la stessa sfumatura era poi ripresa nella sottile linea costiera del continente. Una medesima pigmentazione era stata poi utilizzata per rappresentare l’Isola Deserta, una terra praticamente disabitata che si trovava a est della porzione di mare che Thanaa avrebbe dovuto attraversare.

Nella cartina erano state poi indicate con dovizia di precisione tutte le città e anche i villaggi più importanti dell’isola e del continente. Thanaa non era in grado di leggere i nomi scritti sotto ogni punto, come quasi tutti gli abitanti dell’isola era analfabeta, tuttavia riuscì ad intuire quale fosse il punto che indicava Nobu Dun. Stabilì che Alerta era il grande centro sulla costa e Neo Jerasalem la riconobbe facilmente perché si trovava proprio sulla foce del grande fiume Nosoru, il più importante del continente. Non riuscì a riconoscere il suo villaggio natale, ma del resto era un insieme di capanne e probabilmente non era stato nemmeno indicato.

Solo in quel momento capì cosa indicavano i bordi colorati: erano i confini dei vari stati. Sua mamma le aveva detto che l’Alonah era divisa in tantissimi stati minuscoli e svariate città-stato indipendenti che spesso e volentieri lottavano tra loro, però non credeva fossero così tanti. Soprattutto rimase colpita che invece il continente, che era molto più grande, aveva solo una linea che percorreva la costa. Evidentemente lì c’era un unico stato che controllava tutti i territori.

Chissà come sarebbe stato vivere lì…?

Il malvivente che aveva provato ad aggredire Thanaa emise un gemito e a fatica si mise carponi. La testa gli rimbombava ancora per il colpo subito e una striscia di sangue gli sporcava il volto. La sua vista era confusa e annebbiata e per questo non distinse la persona in abiti religiosi fino a quando questi non gli fu proprio di fronte.

Sollevò una mano con fare implorante. «Fratello… aiutami…»

Il suo interlocutore non si mosse. «Aggredire una bambina… Quelli come te dovrebbero marcire in prigione per tutta la vita e poi bruciare all’inferno per tutta l’eternità… ma sei fortunato, non ho tempo di consegnarti alle autorità, quindi potrai saltare la prima parte della punizione.»

L’uomo si sforzò di sollevare il capo e guardò in viso il suo interlocutore. Era un pelleocra giovane e anche piuttosto bello, ma la sua espressione era fredda e inflessibile. «Aiutami…»

Il religioso gli mostrò il palmo della mano destra su cui era impresso l’inconfondibile marchio dell’Inquisizione. «Signore Onnipotente, io ti invoco. In nome del Santo Lu’ho da Waibina, fondatore e patrono della sacra e universale Inquisizione, concedimi la forza per punire quest’anima malvagia che ha portato dolore tra i tuoi figli…»

Il malvivente sgranò gli occhi nel vedere l’emblema che si illuminava e indietreggiò goffamente. «No… Ti prego, no…!»

«Questo è il mio marchio, il simbolo indelebile della mia fede e della mia lotta contro gli eretici, i pagani, gli apostati e i servi del demonio, l’emblema della mia vocazione. Ascolta la mia preghiera e punisci questo malvagio la cui anima è destinata alle eterne torture dell’inferno!»

La mano del giovane Inquisitore venne avvolta da un’energia bianca e purissima e un raggio fulmineo investì l’uomo. Un grido acuto squassò il vicolo e una luce celeste rischiarò ogni cosa.

L’agonia era durata appena pochi istanti, ma tanto era bastato per tramutare l’hystricide in un ammasso di ceneri irriconoscibili.

Zuhayr osservò per alcuni lunghi istanti ciò che restava di quell’uomo peccatore, di quell’essere blasfemo e senza Dio che non si era fatto scrupoli nemmeno per una bambina, e per un attimo gli venne il dubbio che anche la sua caccia fosse sbagliata. Magari Dio poteva ancora perdonare una sua creatura così giovane e impaurita…

Scacciò subito quel pensiero. Aveva punito quell’uomo perché aveva aggredito una bambina, per lui però quella non era bambina. Per lui quella era una figlia del demonio ed era suo dovere liberare il mondo da una tale nefasta presenza.

Si voltò e si allontanò con passo spedito. Non aveva tempo da perdere!

Thanaa stava ancora esaminando la cartina quando Savas affiorò dalla tenda bordeaux con una sacca in spalla. «Bene piccola, tuo padre ha detto che è riuscito a trovare una nave per farti attraversare il mare. Tra qualche giorno attraccherà al porto di Alerta, quindi ci conviene sbrigarci. Sei pronta?»

La bambina annuì.

«Bene, possiamo andare allora. Mettiti questo.»

Thanaa prese al volo il mantello col cappuccio e se lo allacciò intorno al collo. Era un po’ vecchio e puzzolente e la parte inferiore era piuttosto rovinata, se non altro però era della sua misura.

Anche Savas si infilò il suo soprabito e dopo essersi calati sul viso i cappucci si prepararono ad uscire. L’uomo avvicinò la mano alla serratura, ma si bloccò di colpo.

Thanaa lo guardò con aria interrogativa. «Perché ti sei fermato?»

L’amico di suo padre non rispose, la afferrò e corse indietro. Un istante dopo la porta venne abbattuta da un’esplosione e una figura emerse tra la polvere. Era un giovane pelleocra e gli abiti che indossava erano indubbiamente quelli di un religioso.

Per un attimo gli occhi del nuovo arrivato incrociarono quelli di Thanaa, predatore e preda che si incontravano, giudice e imputata uno di fronte all’altra.

«In nome di Dio Onnipotente, io vi ordino di fermarvi!» Il giovane sollevò la mano destra e Savas riconobbe subito l’elaborato marchio degli Inquisitori impresso in maniera indelebile sulla sua pelle. «Sono qui per la figlia del demonio!»

7.      Fuga sui tetti

«Sono qui per la figlia del demonio!» esclamò Zuhayr «Consegnamela subito!»

Savas non rispose nemmeno. Aprì la mano destra e un vortice d’aria divampò dal suo palmo per poi abbattersi sull’Inquisitore. Il religioso venne sbalzato all’indietro e sbatté con violenza contro il muro alle sue spalle. Un grugnito di rabbia e dolore lo accompagnò nella sua caduta a terra.

Senza perdere tempo Savas lasciò andare la sacca con le provviste e afferrò Thanaa. Se la mise in spalla e con uno scatto felino sparì dietro la tenda bordeaux.

La bambina rimase immobile, saldamente tenuta dall’amico di suo padre. Era terrorizzata e tutto quanto era successo così in fretta da non darle il tempo di reagire. L’ultima cosa che riuscì a vedere prima che il tendaggio si chiudesse fu l’Inquisitore che si rialzava, il bel viso contratto dalla rabbia e la veste imbrattata dal lerciume che infestava il vicolo.

Savas strappò una vecchia tenda dal muro e si infilò nel passaggio segreto che nascondeva.

Thanaa sentì dei sobbalzi, stavano salendo una rapida scalinata, e strinse i piedi per evitare che i sandali si sfilassero. Erano un regalo di Aida, non poteva perderli!

Una luce improvvisa si riversò nella rampa nascosta quando uscirono e la bambina ci mise alcuni secondi per capire che non erano più al livello del terreno, bensì sul tetto.

Un concitato rumore di passi fece intuire a lei e Savas che l’Inquisitore era già nel passaggio segreto.

La bambina soffocò un gemito di paura nel vedere la sagoma scura che sfrecciava su per i gradini. Perché quel fanatico non la lasciava in pace? Lei voleva solo andare dal suo papà, non avrebbe fatto del male a nessuno! Perché continuava ad inseguirla?

Savas si mise subito a correre per evitare che il religioso li raggiungesse, il tetto però non era infinito. Presto furono sul bordo e a Thanaa venne un tuffo al cuore quando vide il vuoto sotto di sé. Era così spaventata che non riuscì nemmeno ad urlare. Si strinse il più possibile a Savas e chiuse gli occhi, le manine serrate sul suo soprabito, la testa incassata nelle spalle per evitare che l’amuleto si sfilasse, le gambe raccolte contro il petto dell’uomo a schiacciare il tascapane e i piedi contratti per trattenere i sandali nuovi.

Savas atterrò agilmente sul tetto di fronte e sfruttò lo slancio per proseguire nella sua corsa. Thanaa guardò indietro e con suo grande sollievo vide l’Inquisitore che si fermava.

Menomale, si era arreso…

Zuhayr digrignò i denti con rabbia. Non poteva lasciar fuggire quei due! L’uomo era indubbiamente un eretico che sfruttava il divino dono della magia per i propri scopi egoisti, la bambina invece era una figlia del demonio che avrebbe portato solo dolore e sofferenza dovunque andava!

Doveva fermarli a qualsiasi costo!

Chiuse gli occhi, invocando Dio perché gli desse la forza necessaria per adempire alla sua missione. «Non guardare al mio debole corpo mortale, ma alla fede della mia anima immortale. Ti imploro, rendimi capace di fare ciò che il mio Credo mi impone di fare.»

La sua preghiera, pronunciata con cuore sincero e determinato, ricevette ascolto e una nuova energia inondò il suo corpo. Arretrò di qualche passo e la breve rincorsa fu sufficiente per farlo saltare sul tetto che aveva di fronte. E continuò a correre, più veloce del vento, riducendo a vista d’occhio il suo distacco dai due eretici.

Presto li avrebbe raggiunti!

«Ci sta ancora inseguendo!» esclamò Thanaa, la voce colma di paura «È velocissimo!»

Savas trattenne a fatica un’imprecazione piuttosto volgare e spiccò un balzo per arrivare sul tetto che aveva di fronte. Sperava di riuscire a seminare quel fanatico con la sua fuga sui tetti, ma evidentemente doveva rivedere il suo piano. Non poteva sperare di batterlo con la velocità, lui aveva in spalla Thanaa mentre l’Inquisitore era libero di correre senza problemi, quindi doveva pensare in fretta qualcos’altro. Non poteva permettere che quell’uomo li raggiungesse e anche farsi coinvolgere in uno scontro sarebbe stato un problema. La sua unica possibilità era di tenere a distanza il religioso con degli incantesimi e sperare di riuscire a fagli perdere le loro tracce.

D’un tratto gli venne un’idea. «Piccola, usa una delle tue energie arcane per rallentarlo!»

Nessuna risposta.

«Piccola, le tue energie arcane! Se non le usi ci raggiungerà!»

«Io non posso…» gemette la Thanaa, la voce che era un flebile piagnucolio «Non sono capace…»

«Sì che lo sei! Fidati di me!»

La bambina era ancora spaventata e vedeva il religioso sempre più vicino, ma con un grande sforzo di volontà cercò di credere alle sue parole. Chiuse gli occhi, isolandosi dal monto e concentrandosi al massimo per riuscire ad evocare Piccolo Fuoco. Non passò nemmeno un istante che l’orribile ruggito di Vastas divampò nella sua mente e il corpo spaventoso dell’energia arcana balzò davanti ai suoi occhi come un predatore pronto a ghermire la sua preda.

La bambina urlò e si strinse forte a Savas come fosse l’unico scoglio sicuro in un terribile mare in burrasca. «Non posso! Non posso! Ho troppa paura! Non ci riesco! Non… Non ci riesco… Non sono capace…» Le urla di Thanaa, ormai divenute un pianto sommesso, si persero nel vociare apparentemente lontanissimo che proveniva dalle strade di Nobu Dun.

Savas si pentì della sua avventatezza. Avrebbe dovuto immaginare che sarebbe potuta finire in quel modo. «Va bene, non fa nulla.» cercò di consolarla «Mi inventerò qualcosa e andrà tutto bene.»

«Vi ordino di fermarvi!»

L’uomo digrignò i denti. Quel maledetto religioso li aveva quasi raggiunti, doveva allontanarlo subito o li avrebbe presi!

Nella sua mano sinistra comparve un piccolo tornado, ma non lo scagliò subito. Spiccò un balzo verso il tetto successivo e corse per qualche passo per attutire l’impatto, quindi si voltò. Il giovane Inquisitore aveva quasi raggiunto il bordo del tetto. Saltò.

Era il momento!

Con un movimento del braccio Savas scatenò l’incantesimo che aveva caricato e una tremenda folata di vento investì il religioso, schiacciandolo verso il basso e spingendolo inesorabilmente all’indietro. Il giovane sbatté con violenza contro l’edificio alle sue spalle e precipitò verso il basso.

Savas non perse tempo e riprese subito la sua corsa. L’aveva rallentato, ma difficilmente l’aveva fermato. Doveva approfittare di quel poco tempo che aveva a disposizione per guadagnare più terreno possibile!

Zuhayr vide all’improvviso il terreno ad un palmo da lui. D’istinto si portò le mani davanti al viso, ma non fu quello a salvargli la vita. L’energia che gli era stata donata da Dio rallentò la caduta e l’impatto col terreno gli costò solo qualche livido.

Con un gemito soffocato si mise carponi e poi si mise in piedi. Intorno a lui si era radunato un piccolo drappello di curiosi, ma non aveva tempo per badare a loro.  Ampliò le sue percezioni e grazie alle straordinarie facoltà donategli dal Signore Onnipotente riuscì subito a rintracciare l’eretico e la figlia del demonio. Lui stesso si stupì della rapidità con cui li aveva individuati, ma gli bastò rammentare quale fosse l’origine di quelle doti per non essere più sorpreso.

Però non aveva tempo di perdersi in ragionamenti. Sapeva che quelle capacità non sarebbero durate ancora per molto, il suo corpo mortale non era in grado di reggere ad un’energia celeste di tale portata, quindi doveva catturarli il prima possibile.

Lasciò che il potere fluisse nuovamente nelle sue gambe e con un unico salto fu sul tetto. Si mise a correre, sfrecciando da un edificio all’altro con la rapidità di un fulmine. Prima ancora di rendersene conto aveva già raggiunto i due fuggiaschi. Lanciò un incantesimo per cercare di rallentarli, ma l’uomo si voltò in tempo e lo deviò.

Certo, la figlia del demonio doveva averlo avvertito.

Zuhayr provò di nuovo, scagliando magie in rapida sequenza. Si trattava di tecniche che servivano a bloccare il bersaglio e bastava che una li colpisse e li avrebbe avuti in pugno. Ma nessuna andò a segno. Savas saltò, schivò e deviò ogni incantesimo, poi cominciò anche a rispondere.

L’Inquisitore saltò per scansare una folata di vento orizzontale, balzò su un balcone e poi sfruttò una trave sporgente per scattare di nuovo sul tetto dell’edificio. Dov’erano finiti? Ah, eccoli! Non erano molto distanti e se agiva d’astuzia sarebbe riuscito a tagliare loro la strada cogliendoli di sorpresa. Accelerò la sua corsa e saltò su un edificio più basso, sfruttò una serie di sporgenze per poter anticipare i due fuggitivi e poi spiccò un grande balzo per atterrare proprio di fronte a loro.

L’uomo sbarrò gli occhi, incredulo. Da dove era sbucato?!

Quell’attimo di indecisione fu decisivo e Zuhayr lanciò il suo incantesimo di immobilizzazione. Ora l’eretico e la figlia del demonio non potevano più fuggire.

Savas provò a rompere la tecnica, ma i suoi tentativi si rivelavano vani. L’Inquisitore possedeva un potere troppo grande, un mago non naturale come lui che doveva fare affidamento ai catalizzatori per avere un po’ di energia non poteva certo superarlo.

«La vostra fuga è finita.» affermò Zuhayr in tono di superiorità «Adesso riceverete la giusta punizione per i vostri crimini contro la società e contro Dio.»

Un leggero calo appena percettibile nell’aura dell’Inquisitore attirò l’attenzione di Savas. Cosa stava succedendo? Era come se la sua energia stesse lentamente diminuendo… Ma certo! Quell’energia non era sua! Doveva aver usato una di quelle tecniche di preghiera tipiche dei religiosi che aumentavano in maniera esponenziale il potere dell’utilizzatore, ma solo per un tempo limitato. Se fosse riuscito a prendere un po’ di tempo forse avrebbero avuto ancora qualche possibilità di fuggire…

«Quello che dici non ha senso!» esclamò «Noi abbiamo sempre fatto quello che ci diceva il clero!»

«Come osi?!» ribatté subito il giovane Inquisitore «Il fatto che siate qui è già di per sé una prova dei vostri crimini!»

«Non è vero!» si ostinò Savas. Il potere del religioso continuava diminuire, doveva solo prendere ancora un po’ di tempo. «Noi stavamo solo scappando perché ci hai attaccato all’improvviso! Pensavamo fossi un ladro!»

«Non mentire! Io ho subito dichiarato i miei intenti! E vi ho anche mostrato il marchio della sacra Inquisizione!» aggiunse sollevando il palmo della mano destra.

«Poteva essere un falso. Non ci hai nemmeno dato il tempo di spiegare e ci hai subito aggrediti!»

«Stai solo cercando di stravolgere gli eventi in tuo favore! Ma non mi farò ingannare dai tuoi sporchi trucchi! Voi siete degli eretici, siete persone senza Dio, e non vi permetterò di portare il male in questa città, né in nessun altro luogo!»

Il giovane Inquisitore continuò a parlare, ma Savas ormai non gli stava più dando retta, tutta la sua attenzione era rivolta all’incantesimo che lo teneva bloccato. Ancora un pochino e avrebbe potuto spezzarlo, ancora un pochino…

L’improvvisa onda di energia infranse la tecnica e Zuhayr cadde all’indietro. Cosa stava succedendo?!

L’uomo evocò ancora una volta il suo vento e cavalcò una corrente che lo portò verso l’alto, a distanza di sicurezza, quindi si voltò. Scagliò una raffica di folate sempre più forti che investirono il religioso, spingendolo all’indietro. Non poteva permettere che quel fanatico li raggiungesse di nuovo, anche il suo catalizzatore si stava per esaurire.

Zuhayr provò ad opporsi al vento, ma i suoi sforzi erano inutili. Non aveva più energia e continuava ad andare all’indietro, sempre più indietro, inesorabilmente. Di colpo non ebbe più alcun appoggio sotto i piedi. Cadde nel vuoto, incapace di rallentare la caduta. Urlò e si abbatté su qualcosa di elastico, venne buttato al centro della strada e stramazzò sul terreno lercio del vicolo.

Serrò i pugni. Ogni fibra del suo corpo urlava di dolore e non era sicuro di riuscire a rialzarsi. Ma peggio ancora si era fatto ingannare come un pivellino e ora l’eretico e la figlia del demonio stavano fuggendo indisturbati.

Come avrebbe potuto giustificare il suo fallimento davanti al vescovo?

«Cavolo, ci mancava solo quel fanatico!» esclamò Savas senza smettere di correre da un tetto all’altro. Con l’ultimo attacco era quasi sicuro di essere riuscito a metterlo fuori gioco, ma dopo gli ultimi eventi preferiva non correre rischi e continuava a guardarsi intorno circospetto.

«Adesso dove andiamo?» fece Thanaa.

«In un altro nascondiglio.» rispose Savas infilandosi in uno stretto passaggio tra due edifici «Dobbiamo raccogliere altre provviste e mi serve un nuovo catalizzatore.»

La bambina rimase in silenzio.

«Piccola, tu stai bene? Non sei ferita, vero?»

«No, sto bene… Grazie… per avermi protetta ancora.»

Savas si concesse un sorriso di sollievo e distensione. «È stato un piacere. Adesso però sbrighiamoci, sono sicuro che tuo padre sarà impaziente di riabbracciarti.»

La piccola sorrise. «Già. Anch’io non vedo l’ora.»

8.      La via nel deserto

Una volta tornati al livello della strada Savas mise giù Thanaa e si accertò che non ci fosse nessuno a seguirli. Erano discesi in un vicolo del tutto anonimo come ce n’erano a dozzine a Nobu Dun e bastò aggiustarsi i vestiti per riuscire a mescolarsi alla folla senza che nessuno prestasse loro attenzione.

Savas si mosse rapido e sicuro tenendo per mano la bambina e in breve raggiunsero un altro dei suoi nascondigli. Questo era davvero piccolissimo, un misero locale senza finestre con appena qualche vecchia cassa, molte delle quali vuote o sfondate.

Thanaa si tolse il cappuccio e osservò l’ambiente senza dimostrarsi troppo convinta. «Sei sicuro che è il posto giusto…?»

«Certo piccola, guarda qui.»

L’uomo si chinò di fianco ad una cassa particolarmente malandata e la spostò, rivelando così una botola nascosta. «Vai giù e aspettami vicino alla scala che devo richiudere il passaggio.»

La bambina si spose quel tanto che bastava per dare una sbirciata al buco che si apriva nel pavimento. «Ma è tutto buio…»

«Non ti preoccupare, con questo avrai abbastanza luce per vedere dove vai.» le disse Savas porgendole il catalizzatore che aveva al collo. Si trattava di un cristallo azzurro a cui era stato attaccato un piccolo anello in modo da poter essere appeso ad una catenella.

L’uomo lo attivò e tutt’a un tratto il piccolo oggetto prese a brillare, rischiarando il piccolo locale con il suo tenue bagliore azzurrato.

«Ooh…»

Savas sorrise davanti a quella reazione e mise il catalizzatore al collo ti Thanaa in modo da lasciarle le mani libere. «Ecco fatto. Ora vai, svelta, io ti raggiungerò subito.»

La bambina annuì e con nuovo coraggio cominciò a scendere nella botola. Il gelo del metallo sotto le dita, unito ad una sgradevole sensazione di unto e sporcizia, la fece rabbrividire. Lì sotto faceva più fresco che in superficie, ma la cosa peggiore era la puzza sempre più asfissiante che saliva dalle tenebre. Era così tremenda da farle venire il voltastomaco.

Cosa non avrebbe dato per potersi tappare il naso…

Dopo essere scesa per una trentina di pioli finalmente i suoi piedi toccarono il fondo e subito si affrettò a pulirsi le mani nel vestito per potersi tappare il naso.

Poco dopo anche Savas la raggiunse e la sua sagoma alta e muscolosa venne illuminata dal bagliore azzurro prodotto dal cristallo.

«Perché c’è questa puzza?» brontolò Thanaa, la voce falsata dal naso chiuso.

«Perché siamo nelle fogne. Qui viene portata tutta la mer… i liquami della città.»

«I mi… miguami?»

«Vieni piccola, prima andiamo e prima usciamo.»

La bambina annuì e gli prese la mano. La luce del catalizzatore che aveva al collo riusciva a fendere l’oscurità solo per tre o quattro metri e il solo pensiero di restare sola in quel luogo buio e puzzolente la terrorizzava.

Per fortuna Savas sembrava conoscere a memoria quel labirinto di cunicoli e corsi d’acqua putrida e nel giro di un quarto d’ora avevano già raggiunto il nuovo nascondiglio.

«Aah, finalmente un po’ d’aria!» esclamò Thanaa allargando le braccia e inspirando a pieni polmoni.

Savas richiuse la botola e la nascose con cura mettendovi sopra una cassa piena di cianfrusaglie. «Adesso vado a recuperare la roba per il viaggio, tu aspettami qui. Ah, e spegni quel catalizzatore che se no si scarica subito.»

«Ma non so come si fa…»

«È semplice, ti faccio vedere. Lo prendi in mano e ti concentri sull’energia che c’è dentro, quindi fai in modo di chiuderla dentro, ok? Per accenderlo è il contrario.»

La bambina rimase ferma e lasciò che l’uomo le desse una dimostrazione pratica del procedimento. Impugnò il cristallo e nel giro di pochi istanti il bagliore si attenuò fino a scomparire del tutto.

«Ooh…»

«Prova anche tu, non è difficile. Se vuoi te lo regalo, tanto ne devo prendere un altro comunque.»

«Davvero? Grazie!»

Savas sorrise mettendole una mano sul capo, quindi andò nell’altra stanza per raccogliere il necessario per la traversata del deserto.

Per ingannare l’attesa la bambina si mise a giocherellare col cristallo che l’uomo le aveva appena regalato, ma accenderlo si rivelò più difficile del previsto. Cos’aveva detto di fare Savas? Ah, sì, di far uscire l’energia e di chiuderla dentro.

Far uscire l’energia e chiuderla dentro… Far uscire l’energia e chiuderla dentro…

Il catalizzatore si accese e una tenue luce azzurrina filtrò tra le dita di Thanaa. Dopo pochi istanti il bagliore si spense e poi si riaccese, in base a come agiva sull’energia contenuta al suo interno.

La bambina spalancò i grandi occhi marroni e sorrise entusiasta.

Ci era riuscita! Ci era riuscita davvero!

La gente si scostava da lui appena lo vedeva e a dirla tutta non se ne stupiva. I suoi vestiti erano lerci e puzzolenti a causa del putridume in cui era caduto e anche lui non aveva certo un bell’aspetto. Camminava zoppicando, si teneva con la mano il braccio sinistro dolorante e ogni rumore gli rimbalzava nella testa moltiplicato per dieci.

A fatica raggiunse la Cattedrale del Deserto e con la sua andatura claudicante superò l’imponente portone per attraversare la grande navata centrale. Il soffitto era tanto alto che il solo guardarlo gli faceva raddoppiare i capogiri, ma soprattutto gli dispiaceva non riuscire a guardare con occhi lucidi la magnifica vetrata che aveva di fronte. Era famosa in tutta l’isola di Alonah e fin da piccolo aveva desiderato ammirare il suo mosaico ricco di colori, purtroppo però non aveva né il tempo né la forza di fare il turista.

Mentre avanzava alcuni fedeli si voltarono a guardarlo e ne notò un paio che si erano messi a bisbigliare con la mano davanti alla bocca, tuttavia preferì ignorarli. La chiesa doveva essere un luogo di preghiera e meditazione, ma in quel momento non aveva le energie per sgridarli.

 Un chierico corse verso di lui. «Chi sei? Perché sei qui? Sei ferito?»

«Mi chiamo Zuhayr Aldin…» si presentò con voce ansante «Sono… un Inquisitore…» Sollevò la mano per mostrare l’elaborato sigillo impresso sul suo palmo.

Il giovane religioso ci mise in può a reagire. «Oh, certo. Venga, la porto subito in un posto tranquillo dove si potrà riposare e poi vado a chiamare un curatore.»

Zuhayr non poté che assecondare la sua decisione e si lasciò sorreggere lungo il breve tragitto che lo separava dalla sagrestia.

Il chierico lo fece stendere su un divano e si congedò con un saluto velato di riverenza. Nonostante i due avessero più o meno la stessa età il divario fra le loro cariche era abissale. Lo stesso Zuhayr faticava a credere che fino a pochi giorni prima quasi non ci sarebbe stata differenza tra loro.

Quello fu il suo ultimo pensiero perché pochi istanti dopo cadde addormentato e finalmente il dolore che tormentava ogni cellula del suo corpo si dissolse.

Thanaa stava ancora giocherellando con il suo nuovo catalizzatore quando Savas la raggiunse con una sacca in spalla.

«Dai piccola, andiamo. Il deserto è grande e una nave ti aspetta.»

La bambina annuì, infilò il cristallo sotto il vestito vicino all’amuleto a forma di piuma e si calò il cappuccio sul viso.

L’uomo fece altrettanto e poi aprì cautamente la porta del nascondiglio. Lanciò un’occhiata indagatrice ai dintorni e poi fece cenno a Thanaa di seguirlo. Uscirono dal rifugio e l’uomo prese per mano la bambina per non rischiare di perderla una volta mescolati alla folla. Nobu Dun era una città grandissima e non voleva che Thanaa restasse di nuovo sola in un luogo sconosciuto e caotico.

Senza indugio si diressero verso sud e la bambina dovette trotterellare al fianco di Savas per una decina di minuti prima di superare le mura della città, dove baracche sempre più povere lasciavano gradualmente il passo all’immensa distesa dorata e bollente del deserto.

«Tieni piccola, mettiti questa.» suggerì l’uomo porgendole una mascherina per gli occhi.

La bambina la prese e se la infilò. Immediatamente avvertì la differenza. Grazie alle piccole feritoie non aveva più la sensazione di abbagliamento causata dalla forte luce e dal riflesso della sabbia, inoltre il mantello la proteggeva dai raggi bollenti evitandole così dolorose scottature.

«Guarda, useremo uno di quelli per attraversare il deserto.»

Thanaa osservò il piazzale indicato da Savas e subito vide numerosi hystricidi che gridavano per cercare di attirare i clienti, un po’ come facevano i mercanti con cui aveva trascorso la prima parte del viaggio. Subito la sua attenzione venne catturata da degli animali stranissimi, simili a dromedari ma senza gobbe. Avevano dei corpi tozzi con un pelo corto ma folto, zampe sottili e dei piedi larghi e callosi, perfetti per camminare sulla sabbia bollente. Ogni animale era legato ad una specie di cocchio fluttuante dotato di tettuccio e sicuramente ognuno di quei calessi sfruttava un qualche tipo di congegno magico per restare sospeso. Questo stupì non poco la bambina: che a Nobu Dun gli incantesimi non fossero proibiti?

Ma le novità non si esaurivano con i calessi magici. Tra i presenti c’erano anche diversi pellebruna, di cui Thanaa fino a quel momento aveva solo sentito parlare, e ovviamente non mancavano gli innumerevoli gingilli più o meno utili che ogni cocchiere si inventava per cercare di attirare più clienti possibile.

Era così rapita da tutte quelle cose nuove e incredibili che Savas dovette quasi trascinarla per riuscire a raggiungere un trasportatore. Si trattava di un pelleocra smilzo e come tutti i suoi colleghi indossava abiti leggeri ma coprenti che lo avrebbero riparato dal caldo e dal sole del deserto.

I due uomini contrattarono per un paio di minuti e alla fine Savas riuscì a strappare un piccolo sconto facendo riferimento al fatto che “sua figlia” era ancora piccola e quindi non doveva pagare il prezzo intero.

Lui e Thanaa salirono sul cocchio fluttuante e il guidatore si affrettò a spronare il suo animale prima che i due passeggeri cambiassero idea e si rivolgessero alla concorrenza.

Man mano che si addentravano nel deserto la temperatura prese ad aumentare e nonostante il tettuccio, i raggi del sole erano comunque abbastanza forti da costringere tutti e tre a indossare le mascherine per gli occhi.

«Emh… papà…?»

«Che c’è piccola?»

«Perché questo coso usa la magia?»

Savas sorrise davanti a quella domanda così innocente. Le mise una mano sul capo. «Sai, anche il clero può essere comprato se hai abbastanza soldi.»

Thanaa lo guardò stranita. «Ma il clero deve volere dio, non i soldi…»

«Eh, sarebbe bello se tutti i religiosi la pensassero così…»

La bambina rimase un attimo pensierosa, quindi decise di cambiare argomento: «Quanto dura il viaggio?»

«Qualche giorno, se siamo fortunati.»

I due rimasero un po’ in silenzio, poi Thanaa cominciò a tormentarsi le mani con fare nervoso. «Come… come l’hai conosciuto pa… Thahein.»

«Abbiamo svolto qualche lavoro insieme, tanto tempo fa.» le spiegò l’uomo scrutando il cielo azzurro e senza nuvole «La prima volta che ci siamo incontrati era appena entrato nella sua gilda e io ero un furfante senza scopo, è stato un incontro… interessante.» Sorrise. «Alla fine siamo finiti tutti e due nelle mani dei curatori… E quel maledetto figlio di… E Thahein è finito a farsi curare da Sanaa…»

«La mamma!»

Savas annuì. «Già. È così che si sono conosciuti.»

«E poi?»

«Beh, poi…» L’uomo raccontò di come lui e Thahein erano diventati amici e degli incarichi che avevano svolto insieme sull’isola di Alonah. «È sempre stato un incantatore fenomenale, sono sicuro che anche tu diventerai potente come lui, magari anche di più.»

Al sentire quelle parole la bambina chinò il capo e rimase in silenzio.

Savas si maledisse mentalmente. Perché non imparava a controllare la stramaledetta lingua?!

Stava cercando un modo per rimediare al suo errore, ma Thanaa lo anticipò: «Non lo so se diventerò potente come papà, però voglio andare da lui e farmi tanti nuovi amici.»

L’uomo sorrise e le mise una mano sul capo. «Brava piccola, così si parla.»

La bambina si voltò verso di lui, ma dopo pochi istanti si mise a ridere.

Savas la guardò con fare interrogativo. «Beh, che c’è?»

«Sei stranissimo con la mascherina.»

9.      L’Inquisitore Combattente

Zuhayr riaprì lentamente gli occhi e si guardò intorno. Mentre dormiva dovevano averlo portato fuori dalla chiesa, infatti adesso si trovava in una stanza piuttosto grande e luminosa con diversi mobili molto eleganti e delle ampie finestre.

Avevano curato le sue ferite e con suo grande sollievo scoprì di non sentire quasi più dolore. Gli avevano anche cambiato i vestiti e gli avevano infilato una semplice tunica a maniche lunghe che gli arrivava sotto il ginocchio.

Si tirò su e si mise in piedi. Il suo corpo era ancora infiacchito, ma questo non lo avrebbe fermato. Si avvicinò alla porta con andatura incerta e si aggrappò alla maniglia. La abbassò e si trovò in una specie di sala comune su cui si affacciavano numerose altre porte, forse altre stanze. C’erano diverse poltrone, un paio di tavoli e altri mobili che sembravano arrivare dalla villa di un nobile molto generoso.

«Inquisitore, cosa fa in piedi? Deve restare a letto…»

Un giovane chierico gli si fece incontro con espressione preoccupata. Non era quello che aveva visto nella cattedrale del Deserto e in effetti non gli assomigliava nemmeno lontanamente. Innanzitutto era un pellerossa, e quelli come lui non erano molto numerosi nell’Alonah, inoltre i suoi lunghi capelli neri erano stati ammorbiditi secondo l’usanza di alcuni clan del continente in modo da poterli tenere raccolti in una coda di cavallo.

«Vi ringrazio per il vostro aiuto, ma non posso restare qui.» affermò Zuhayr «Portami dei vestiti per favore, ho una missione importante da svolgere.»

«Ma… si deve riposare… E poi il vicario ha detto di voler scambiare due parole con lei prima che vada via…»

Il giovane Inquisitore strinse i denti. Non aveva tempo da perdere con i convenevoli, ma di certo non sarebbe stato garbato dileguarsi senza dare nemmeno un accenno di spiegazione.

«Va bene, parlerò con lui… Prima però i vestiti.»

«Prima si deve rip…» Uno sguardo del seppur malconcio Zuhayr bastò per fargli cambiare idea. «Vado a prendere dei vestiti puliti.»

Cinque minuti dopo i due stavano già salendo la scala che portava al terzo piano, quello dove si trovavano gli alloggi e gli uffici del vicario del vescovo.

I nuovi abiti di Zuhayr non avevano praticamente nulla in comune con la veste da chierico che aveva indossato durante la prima parte del suo inseguimento. Quella era una divisa da Inquisitore vera e propria e si componeva di un completo bianco e argento di pregevole fattura dotato di protezioni supplementari per le parti più vulnerabili a cui era abbinato un ampio mantello grigio scuro col cappuccio che avrebbe contribuito a dare maggiore enfasi alla sua figura. Il marchio riportato sul pettorale in corrispondenza del cuore, lo stemma dell’Inquisizione con due spade incrociate sullo sfondo, avrebbe mostrato a tutti il suo ruolo di Inquisitore Combattente, ma anche i colori erano altamente simbolici: il bianco rappresentava la purezza della sua fede, l’argento invece richiamava il metallo delle armi e quindi la sua lotta contro i servitori del demonio.

In effetti dopo la sua nomina avrebbe dovuto indossare subito degli indumenti adeguati al suo nuovo rango, tuttavia nel suo piccolo villaggio non ce n’erano e di certo non poteva attendere che glieli inviassero.

Zuhayr stava ancora sistemando le fibbie della protezione sull’avambraccio destro quando il chierico si fermò. «Aspetti qui per favore, vado ad annunciare il suo arrivo al vicario.»

L’Inquisitore annuì e decise di ingannare il tempo guardandosi intorno. Si trovava in una sala molto lussuosa su cui si affacciavano due portoni e un balcone. Si avvicinò alla portafinestra e guardò all’esterno. L’edificio in cui era stato portato era circondato da un grande giardino che lo separava dal resto della città e oltre il muro di cinta si potevano vedere i tetti delle costruzioni limitrofe. A giudicare dallo stile raffinato dei tetti quello doveva essere il quartiere ricco di Nobu Dun e questo lo infastidì. Apprezzava le comodità ed era felice di aver trovato una divisa da Inquisitore Combattente della sua misura, tuttavia capiva anche che il clero doveva avere come scopo la salvezza delle anime dei fedeli, non l’aumento delle proprie ricchezze. Con ogni probabilità quella era stata la villa di una famiglia nobile che magari aveva deciso di donare l’edificio al clero, in ogni caso però non gli sembrava corretto che ora fungesse da residenza del vicario del vescovo.

L’arrivo del chierico lo distolse dai suoi pensieri. «Prego, da questa parte.»

Zuhayr lo seguì oltre uno dei portoni e si trovò in un enorme ufficio con dei grandi finestroni, svariati quadri e parecchi mobili di pregevole fattura. C’era anche una statua raffigurante una dea pagana senza veli e il giovane Inquisitore la giudicò gradevole alla vista ma decisamente fuori luogo.

«Prego, si sieda pure. Il vicario arriverà subito.»

Il giovane Inquisitore si accomodò su una confortevole poltrona dai bracciali intarsiati e attese.

Una decina di minuti dopo il vicario fece il suo ingresso nell’ufficio e avanzò con passo solenne fino al suo scranno alle spalle dell’imponente scrivania. Era un pelleocra paffuto e non molto alto, la sua veste da vicario era stata impreziosita da ricami in oro e da un collare di pelliccia e come ulteriore ostentazione di ricchezza portava una vistosa collana dorata e un anello per ogni dito. Aveva anche uno strano odore, un odore che Zuhayr stabilì essere più da donna che da uomo.

Gli era già antipatico.

«Voleva dirmi qualcosa?»

Evidentemente l’antipatia era reciproca.

«Mi chiamo Zuhayr Aldin, sono stato nominato Inquisitore da Ghaalib Morut, vescovo di Drazi. Al momento sto svolgendo un importante incarico per suo conto, quindi vi ringrazio per l’aiuto che mi avete dato, ma temo di non potermi trattenere oltre.»

«Ho capito. Prenda questi soldi, le saranno utili.» Il vicario gli lanciò una sacchetta piena di monete tintinnanti. «Può andare.»

Zuhayr si alzò e prese il denaro, quindi si congedò e uscì dal lussuoso ufficio. Aveva perso un mucchio di tempo ed era decisamente di cattivo umore, per questo trovò alquanto irritante il tono premuroso che il chierico usò venendogli incontro.

«Devo partire immediatamente, conducimi all’uscita.»

Il giovane pellerossa non osò contraddirlo e con passo svelto lo guidò fino al cancello della villa, quindi lo salutò in maniera formale e quasi fin troppo rispettosa.

L’Inquisitore ricambiò il saluto e dopo essersi allontanato di qualche passo dalla villa ampliò le sue percezioni. Aveva preferito non fare ricorso all’energia celeste perché il suo corpo doveva ancora riprendersi dall’ultima volta che l’aveva utilizzata, quindi ci mise un po’ prima di riuscire a rintracciare la presenza della figlia del demonio. Era molto lontana e doveva sbrigarsi a raggiungerla prima che uscisse dal suo raggio d’azione.

Tirò su il cappuccio e si incamminò in fretta tra la folla facendo attenzione che nessuno gli rubasse la borsa piena di denaro. Avrebbe preferito alleggerirsi di quel peso distribuendone un po’ a chi ne aveva più bisogno, ma in quella situazione non aveva tempo per capire chi fosse davvero povero e chi era solo un imbroglione, quindi si ripromise di tenere fede al suo proposito una volta catturati la figlia del demonio e l’eretico che la stava aiutando.

Dopo una mezz’ora abbondante si trovò in un piazzale dove numerosi hystricidi mettevano a disposizione i loro animali e il loro cocchi fluttuanti per compiere una traversata del deserto.

Zuhayr rimase colpito dal fatto che i calessi utilizzassero congegni magici pur non avendo uno scopo religioso, ma preferì soprassedere e si avvicinò ad un cocchiere. «Ho bisogno di un passaggio, vado di fretta.»

L’uomo non parve nemmeno fare caso al fatto che quella fosse la divisa di un Inquisitore Combattente e si affrettò ad annuire. «Ma certo, ma certo. Ha scelto bene, illustre signore, il mio gamalo è il più veloce di tutto il deserto. Prego, si metta comodo. Partiamo immediatamente.»

Il giovane prese posto sul divanetto del calesse e il cocchiere fece subito trottare il suo animale per far vedere che avrebbe tenuto un’andatura spedita.

Zuhayr estese ancora una volta le sue percezioni e ciò che sentì non gli piacque per niente. Ormai la figlia del demonio era solo una flebile traccia ai margini del suo raggio d’azione e anche concentrandosi faticava a percepirla. Ci sarebbe voluto un bel po’ prima di riuscire a raggiungerla…

Il giorno seguente il cocchio di Thanaa e Savas stava ancora procedendo a velocità costante e la bambina si era ormai stufata di guardare il paesaggio. Le dune in continuo mutamento le sembravano tutte uguali e la mancanza di punti di riferimento le faceva credere che non sarebbero mai arrivati a destinazione. Per fortuna aveva il catalizzatore per distrarsi, ma anche quello cominciava ad annoiarla.

«Papà, quanto manca?» Ormai si stava abituando a quella recita e non le sembrava più così strano chiamare Savas “papà”.

«Te l’ho detto, ancora un giorno o due di pazienza e saremo arrivati.»

«Ma non si può andare più in fretta?»

«Se il signore tiene questa andatura è perché va bene così. Se andiamo troppo veloci il gamalo si stancherà e dovremo fermarci per farlo riposare.»

«Mmh…»

Per il resto della mattinata non accadde nulla e quando cominciarono a pranzare il paesaggio sembrava ancora identico a quello di quando erano partiti.

Poi, nel pomeriggio, all’improvviso tutto cambiò. Una sensazione raggiunse i due passeggeri e Savas si girò di scatto. Subito afferrò Thanaa e si lanciò fuori dal cocchio, nella sabbia. Un istante dopo il calesse venne colpito dall’incantesimo e il gamalo lanciò un acuto verso di terrore. Il cocchiere provò a tenere a freno l’animale imbizzarrito, ma quello non ne voleva sapere e si mise a correre trascinandosi dietro il cocchio mezzo distrutto.

La bambina si strinse al suo accompagnatore con fare tremante. «Che succede?!»

Savas non rispose e le diede le spalle.

La piccola rimase immobile, in attesa di una risposta, poi si decise a sporgersi con cautela oltre la gamba dell’uomo. Un altro gamalo si stava avvicinando spedito e quando si fermò tra loro c’era una distanza di circa cinquanta metri.

Una figura incappucciata saltò giù dal cocchio. Indossava abiti pratici ma di pregevole fattura e il mantello scuro contribuiva a dare un’aura di importanza alla sua figura.

Zuhayr si tolse il cappuccio. «Arrendetevi, non vi lascerò fuggire di nuovo!»

10.   Scontro fra le dune

«Stai indietro piccola, lo sistemo e ce ne andiamo.» promise Savas.

«Ma il signore col gamalo è scappato…» fece Thanaa, sempre più inquieta.

«Non ti preoccupare, vorrà dire che chiederemo un passaggio a quello lì. Adesso però allontanati e resta al sicuro.»

La bambina fece di sì con la testa e corse via, fermandosi solo quando fu a trenta metri di distanza dall’uomo.

Zuhayr continuò ad avanzare in maniera lenta ma costante. Aveva già invocato l’aiuto del Signore Onnipotente e la sua aura ardeva di energia celeste. «È inutile che opponete resistenza, qui non c’è modo per nascondersi! Arrendetevi e non vi farò alcun male!»

«E ti aspetti anche che io ci creda?» Savas creò un turbine di vento nella mano e lo scagliò contro il religioso.

La spirale d’aria si tramutò ben presto in un vortice di sabbia che investì in pieno l’Inquisitore. Il giovane provò a ripararsi con le braccia, socchiudendo gli occhi e tappandosi la bocca, ma questo non bastò a proteggerlo del tutto e i granelli finissimi gli si insinuarono nel naso, gli colpirono gli occhi e filtrarono nei vestiti nuovi attraverso le aperture più minute, pizzicandolo così dalla testa ai piedi.

Con un incantesimo spazzò via il turbine di sabbia e finalmente poté riprendere a respirare normalmente. Gli occhi bruciavano e si sentiva la bocca piena di sabbia, ma non aveva tempo di badare a queste frivolezze. Sparò un raggio di energia contro il suo nemico, ma Savas lo evitò tuffandosi nella sabbia e rispose con una raffica di folate di vento cariche di fastidiosissimi granelli dorati.

L’Inquisitore strinse i denti. Non poteva andare avanti così! Doveva fare qualcosa per bloccare quella maledetta sabbia!

Si diede lo slancio con le gambe e balzò verso l’alto, abbastanza in alto da evitare le folate dell’eretico, poi da lì caricò una bolla di energia e la scagliò con decisione verso il basso. La magia si attivò al contatto con la distesa dorata e un’onda come di terremoto scosse la sabbia. In pochi istanti i minuscoli granelli si attaccarono uno all’altro e un arido blocco di terra si compattò nel bel mezzo del deserto.

Savas lanciò un’imprecazione piuttosto colorita e deviò un proiettile di energia magica. Con quella tecnica il fanatico aveva neutralizzato buona parte della sua strategia, se non si sbrigava a pensare a qualcos’altro sarebbero stati guai seri.

Zuhayr si lanciò all’attacco con uno scatto felino, ma l’uomo lo bloccò con una barriera magica. L’Inquisitore colpì lo scudo nella speranza di riuscire a infrangerlo, ma così non fu e Savas ebbe modo di guadagnare qualche prezioso secondo per allontanarsi dal blocco di terra e tornare coi piedi sulla sabbia. A quel punto si aspettava che il religioso provasse a ripetere il precedente incantesimo, invece Zuhayr non ci pensò nemmeno per un attimo e con un movimento del braccio scatenò una folta d’aria che investì in pieno l’amico di Thahein.

 L’uomo imprecò e si riparò con le braccia. Quel maledetto fanatico aveva usato contro di lui la sua stessa tattica!

Di colpo il turbine si placò e Savas abbassò le braccia, ma ormai era troppo tardi. Zuhayr era ad un passo da lui e con un pugno carico di magia lo sparò via. L’uomo ruzzolò scompostamente sulla sabbia e poi scivolò sulla superficie dorata e mutevole fino ad immobilizzarsi.

Thanaa era talmente incredula che non riuscì nemmeno ad urlare. No! Non era possibile! Non poteva essere vero! Savas non poteva aver perso!

Zuhayr si ripulì il volto dalla sabbia e si scrollò di dosso gli innumerevoli granelli che si erano depositati sui suoi vestiti nuovi.

La bambina approfittò di quel momento per correre verso il suo compagno di viaggio, ma l’Inquisitore la bloccò: «Fermati! Se ti avvicini gli causerai solo maggiori sofferenze!»

Thanaa si bloccò, intimorita e spaventata da quell’ammonimento. Lei non voleva far soffrire Savas, lei lo voleva aiutare…

«Voi figli del demonio portate solo sventura dovunque andate.» affermò Zuhayr «Siete il male incarnato, siete un flagello per tutti noi. Più cercherai di fuggire e più saranno le persone che faranno la sua stessa fine!»

La piccola si tolse la mascherina e si asciugò le lacrime. Tirò su col naso e rivolse all’Inquisitore uno sguardo pieno d’odio e disprezzo.

«È inutile che mi guardi così, tanto non cambierà certo le cose. È per colpa di quelli come te se non riusciamo a vivere in pace e se le persone continuano a combattere fra loro!»

«Non è vero…» Savas si tirò su e si mise faticosamente in piedi. «È per colpa di quelli come voi se continuano ad esserci scontri. Voi che volete imporre a tutti i costi le vostre idee senza ascoltare quelle degli altri! Voi che non esitate ad usare la forza quando gli altri non si piegano al vostro cospetto! È per colpa di quelli come voi che la gente continua ad opporsi!»

«Quello che dici è eresia! Dio ci ha dato la Verità, quindi è nostro preciso dovere diffonderla a tutti! Il nostro obiettivo è la pace, la giustizia, la felicità! E l’unico modo per raggiungerle è la fede! Quando tutti avranno fede non ci saranno più lotte e conflitti! E non ci saranno più esseri come lei…»

Il disprezzo contenuto in quell’ultima parola fece saltare i nervi di Savas, che sparò un incantesimo proprio contro lo stomaco dell’Inquisitore.

Il giovane sputò alcune gocce di sangue e cadde in ginocchio con un rantolo soffocato.

«Non c’è niente di diverso tra lei è voi! Lei è una bambina esattamente come tutti gli altri! Il fatto che possa usare la magia non vuol dire niente! Non è vero che i maghi sono figli del demonio! È solo una vostra invenzione per controllare gli stupidi!»

«La nostra magia è un dono di Dio…» ansimò Zuhayr «La nostra magia è un dono di Dio! Un dono di Dio! La nostra magia è un dono di Dio, mentre la vostra è un patto col demonio! È questo che ci distingue!»

«Stronzate! Sono tutte stronzate! Non esiste né dio né il demonio! Sono tutte stronzate!»

Questa volta fu Zuhayr a perdere il controllo di sé e il suo incantesimo scaraventò a terra Savas come fosse un fantoccio. «Non ti permetto di parlare in questo modo! Ti dovrei uccidere per la tua bestemmia!»

«Questo è il tuo orgoglio che parla, non la tua fede!» ribatté l’uomo tenendosi il petto dolorante.

Zuhayr gli gridò contro accusandolo di essere un eretico e un servo del demonio, al che Savas gli rispose dicendo che la sua fede era solo un mucchio di idiozie e che tutto ciò in cui credeva era solo frutto della menzogna di qualcuno.

Thanaa, schiacciata da quello scontro feroce e spietato, si strinse in se stessa, come a cercare di nascondersi sotto il cappuccio del mantello. Era solo colpa sua se quei due avevano cominciato a combattere e il loro diverbio era tanto inutile quanto crudele.

«Basta…» mormorò, la voce rotta dal nodo che aveva in gola, asta, vi prego…»

Ma i due uomini non la sentirono nemmeno da tanto erano occupati ad urlarsi contro. Ogni loro accusa era accompagnata da un incantesimo e andando avanti avrebbero solo finito col distruggersi a vicenda.

La bambina sentì una stretta gelida intorno al suo cuore, come se un essere agghiacciante stesse cercando di afferrarle l’anima. «Smettetela… Smettetela!»

Il grido di Thanaa divampò nel deserto e un turbine di energia esplose intorno a lei, sollevando la sabbia in una spettacolare forma a cono rovesciato. Poi di colpo si fermò. Ogni cosa si fermò. I granelli minuscoli fermi a mezz’aria, Zuhayr, Savas, perfino i loro incantesimi erano stati presi da quella gelida staticità.

Il volto dell’Inquisitore, immobile con gli occhi sbarrati, era il ritratto dello stupore. Per quanto si sforzasse non riusciva a comprendere come tutto ciò poteva essere possibile. Come aveva fatto quella figlia del demonio a rendere possibile un tale prodigio?

L’amico di Thahein, anche lui scioccato da ciò che era appena successo, disse solo una parola, anzi un nome: «Stasia…»

Thanaa arretrò di un passo, atterrita. Cos’era quello spirito comparso dal nulla davanti a lei?! Aveva dei tratti indefiniti e i suoi occhi erano talmente gelidi che sarebbero riusciti a congelare perfino una stella. Il solo guardarlo bastò a paralizzarla.

«Piccola, non avere paura! È qui per aiutarti!»

La bambina udì la voce di Savas, ma non riuscì a muoversi. Il ricordo di ciò che era accaduto al suo villaggio esplose nella sua mente e un urlo agghiacciante tuonò nelle sue orecchie. Gridò. Cadde in ginocchio tappandosi le orecchie e gridò, gli occhi chiusi, continuando a scuotere il capo. «Vai via! Via! No! Via! Non ti voglio! Vai via!»

Lentamente riuscì a calmarsi, ma quando dischiuse le palpebre il suo corpo tremava ancora. Lo spirito dagli occhi di ghiaccio sembrava svanito, ma lei non riusciva a sentirsi al sicuro. Appena lo aveva visto aveva ripensato al mostro deforme che aveva completamente distrutto casa sua e che l’aveva costretta a lasciare sua madre e la paura l’aveva assalita come una belva feroce, impedendole di agire e anche solo di pensare.

Due braccia la cinsero e solo dopo alcuni secondi la bambina capì che erano quelle di Savas. Le stava dicendo qualcosa… Di stare tranquilla, che andava tutto bene e che non doveva avere paura…

Non avere paura…

Thanaa si strinse nel suo abbraccio. «Che cos’era quella cosa…?»

«Era un’energia arcana, piccola, ma non era una cattiva. Quella era Stasia.»

«Stasia…?»

«Esatto. Può fermare le cose, è grazie a lei se sei riuscita a bloccare tutto quanto. Sei stata brava.»

«Perché brava? Io non ho fatto niente…»

«Ci hai fatto smettere di combattere, per questo sei stata brava.» le spiegò l’uomo in tono dolce «Hai visto? I tuoi poteri servono per fare del bene.»

Thanaa lo guardò negli occhi e non trovò traccia di menzogna nel suo sguardo, solo gioia e sollievo. Si strinse a lui per nascondere le lacrime. Lacrime di gioia e sollievo.

Zuhayr osservò quella scena e non riuscì a muoversi. Ma non per il potere di Stasia, che si era dissolto appena l’energia arcana era svanita, bensì per una sua titubanza interiore. Quella era una figlia del demonio, un essere del male, eppure a vederla così sembrava una bambina come qualsiasi altra… Cosa doveva fare?

Era così scosso dal suo dubbio che si accorse di quello che stava succedendo intorno a lui solo quando fu troppo tardi.

L’amico di Thahein sollevò lo sguardo e subito si alzò in piedi. Un gruppo di hystricidi li aveva circondati e non davano l’idea di essere molto amichevoli.

Thanaa si strinse a lui. «Savas… chi sono?»

L’uomo le mise una mano sulla spalla e strinse i denti. «Predoni…»

11.     Nelle mani dei predoni

Il rumore dello scontro e le vibrazioni di magia prodotte dai due combattenti si erano diffusi in maniera incontrollabile lungo la distesa di sabbia e questo aveva facilitato il lavoro dei predoni, che non avevano dovuto fare altro che seguirli per individuare tre vittime interessanti.

Ormai li avevano circondati e a giudicare dalle loro condizioni difficilmente avrebbero potuto opporre resistenza. L’uomo dava l’aria di essere uno fattucchiere, ossia uno che doveva fare ricorso a catalizzatori per poter usare la magia, ma era piuttosto malconcio e il suo catalizzatore doveva essersi ormai quasi esaurito, allo stesso modo il giovane Inquisitore era altrettanto malandato e anche i suoi poteri erano praticamente svaniti. La bambina poi non sembrava rappresentare una minaccia, con ogni probabilità era la figlia del primo combattente ed era rimasta in disparte per tutta la durata della battaglia.

I predoni si avvicinarono con le armi spianate, per lo più scimitarre o bastoni magici, urlando imprecazioni e minacce.

Thanaa si aggrappò al soprabito dell’amico di suo padre. «Savas… cosa dicono?»

«Dicono di deporre tutte le armi e i catalizzatori e di tenere le mani sopra la testa. Togliti il catalizzatore e buttalo a terra come faccio io, e abbassa il cappuccio.»

L’uomo prese il cristallo ormai quasi scarico che portava al collo e lo lanciò ai piedi del gamalo di un predone, quindi fece lo stesso con un pugnale che aveva nascosto nello stivale. Thanaa lasciò scivolare il cappuccio dietro le spalle e lo imitò con il suo catalizzatore. Subito la luce del sole del pomeriggio la abbagliò, costringendola a mettersi una mano davanti agli occhi.

Zuhayr provò ad opporre maggiore resistenza, ma riuscì solo a beccarsi delle vigorose bastonate e crollò a terra. I predoni gli misero un collare per bloccargli i poteri magici e poi lo perquisirono alla ricerca di qualcosa di rivendibile. Di colpo uno lanciò un’esclamazione e sollevò qualcosa. Sembrava al settimo cielo e in effetti non aveva tutti i torti: aveva trovato la sacchetta piena di denaro che l’Inquisitore si portava appresso e vedendo l’ingente numero di monete al suo interno i suoi occhi bramosi si illuminarono. Un bottino davvero niente male.

Quella scena contribuì ad accentuare il disprezzo che Savas provava verso entrambe le categorie di persone. I predoni perché derubavano i viaggiatori nel deserto e i religiosi perché derubavano i fedeli nelle città.

Ma non era quello il momento di fare polemica. Alcuni fuori legge li circondarono e lo perquisirono senza però trovare nulla di valore, quindi fecero altrettanto con Thanaa e le strapparono di dosso il tascapane.

La bambina gridò, cercò di opporsi, ma fu tutto inutile. Se Savas non fosse intervenuto per calmarla quei predoni non si sarebbero fatti problemi a picchiare anche lei.

La piccola si strinse a lui piangendo sommessamente e lo seguì in una gabbia fluttuante dove subito dopo trascinarono anche Zuhayr. Il metallo era un po’ arrugginito, ma sembrava ancora molto robusto, senza l’aiuto della magia o di qualche attrezzo non sarebbero mai riusciti a fuggire.

La compagnia di predoni si mise in marcia e il gamalo che trainavano la gabbia chiuse il gruppo scortato da due uomini armati di bastoni magici.

Non sembrava esserci traccia del cocchiere che aveva portato lì l’Inquisitore, probabilmente era fuggito anche lui quando aveva capito che la situazione stava degenerando.

Thanaa e Savas si posizionarono in un angolo della gabbia in modo da essere il più lontano possibile da Zuhayr, ancora svenuto nell’angolo opposto.

«Era della mia mamma…» continuava a ripetere la bambina tra le lacrime «Quello era il tascapane della mia mamma…»

«Non ti preoccupare, lo riprenderemo.» le garantì Savas con un filo di voce.

Lei tirò su col naso. «Dove ci stanno portando?»

L’uomo diede un’occhiata al sole ormai prossimo al tramonto. «La direzione mi sembra quella di Alerta, quindi stiamo andando comunque verso la nostra meta…» Ascoltò per qualche secondo uno stralcio di conversazione tra due predoni. «Sì, stiamo andando proprio ad Alerta. Beh, in un certo senso siamo fortunati.»

«Capisci la loro lingua?»

«È più un dialetto che una lingua, quindi riesco ad afferrare il senso generale delle frasi anche se non capisco tutte le parole.»

La bambina annuì. Si appoggiò a lui. «Perché ci hanno catturati? Anche loro ci vogliono portare in prigione?»

L’uomo la cinse con un braccio per farla stare più comoda. «No piccola, non ci vogliono portare in prigione.»

Le palpebre di Thanaa si fecero di colpo molto pesanti. «E allora dove ci vogliono portare?»

«Non ti preoccupare di questo, ce ne andremo prima di scoprirlo.»

La bambina non rispose.

Savas le lanciò uno sguardo e si stupì di trovarla addormentata. Evidentemente lo sforzo di evocare un’energia arcana potente come Stasia l’aveva provata molto e il suo corpo non allenato non aveva retto. Sorrise. Solo un bambino si sarebbe potuto addormentare in una situazione come quella, e probabilmente era meglio così. Fintanto che si muovevano sarebbe stato un problema fuggire, la cosa migliore che potevano fare era riposarsi e aspettare che la carovana si fermasse per la notte, a quel punto avrebbero agito. E per allora doveva aver convinto il fanatico a collaborare.

Si preannunciava un’ardua impresa…

Zuhayr riaprì lentamente gli occhi e vide qualcosa di sfocato che ondeggiava davanti ai suoi occhi. Provò a guardare meglio e capì che si trattava di una sbarra di ferro. Ce n’era un’altra di fianco, e un’altra. Era in gabbia! Lo avevano messo in gabbia!

Si tirò su di scatto, venendo punito da un violento capogiro. Si portò una mano al capo cercando di ritrovare lucidità e lentamente i ricordi riaffiorarono alla sua mente.

Guardò fuori dalla gabbia. Era ormai tarda sera e i predoni si erano fermati per prepararsi alla notte. La temperatura era già scesa di diversi gradi rispetto al giorno e dovette stringersi nel mantello per cercare di riscaldarsi un po’.

«Ben svegliato.»

Zuhayr si voltò di scatto a quel saluto pieno di denigrazione e i suoi occhi incrociarono quelli dell’eretico. Stava per saltargli addosso, ma quello si mise un dito sulle labbra per dirgli di fare silenzio.

«Sta dormendo.» esalò con un filo di voce indicando Thanaa, che riposava beatamente raccolta nel suo mantello e riparata dal braccio dell’uomo.

A vederla così piccola e indifesa la rabbia dell’Inquisitore venne come messa a tacere e il giovane si appoggiò alle sbarre incrociando le braccia.

Iniziò a scrutare i predoni per distogliere lo sguardo dai suoi compagni di prigionia e dopo alcuni secondi gli venne da chiedersi come mai si facesse tutti quei riguardi per una figlia del demonio.

Scacciò quel pensiero come si fa con un insetto molesto.

«Dove stiamo andando?»

«Ad Alerta.» rispose Savas cercando di non farsi udire dia predoni «Ci vogliono vendere come schiavi.»

Il giovane espirò a denti stretti. «Capiscono la nostra lingua?»

«Non lo so, per il momento hanno parlato solo in dialetto.»

«E tu li capisci?»

«Più o meno.»

«Quanto resteremo qui?»

«Da quel che ho capito partiremo domattina all’alba.»

Zuhayr lanciò uno sguardo ostile ad un predone intento a sistemare il suo bastone magico. «Per allora dovremo essere lontani.»

«È quello che pensavo anch’io, ma questa gabbia è robusta, non riusciremo a spezzarle a mani nude. Io non ho più il mio catalizzatore, e in ogni caso finché non ci togliamo questi collari non potremo usare la magia.»

«Qualche altra bella notizia?»

Savas lo fulminò con un’occhiataccia. «Ti ricordo che è merito tuo se ci troviamo in questa situazione.»

Gli occhi di Zuhayr si ridussero a due fessure. «Io ho solo fatto il mio dovere, non cercare scuse.»

«Io non sto…» Si zittì prima che il tono troppo alto della voce o un movimento improvviso svegliasse Thanaa. «Non è il momento di mettersi a litigare. Vediamo di collaborare fino a quando non saremo fuori di qui.»

L’Inquisitore distolse lo sguardo in favore del fuoco acceso dai predoni.

Savas avrebbe voluto tirargli un pugno in faccia, ma si sforzò di controllarsi. «Se preferisci passare il resto della tua vita come schiavo io non ho nessun problema, personalmente però avrei dei piani diversi per il mio futuro, e lo stesso vale per Thanaa.»

Il giovane digrignò i denti. Neanche lui voleva passare il resto della vita come schiavo però non poteva collaborare con un eretico e con una figlia del demonio…

Savas lasciò cadere l’argomento e i due rimasero in silenzio. Due come loro erano troppo diversi per poter andare d’accordo…

Erano passate ormai altre due ore abbondanti quando Thanaa riaprì gli occhi. Era buio e la prima cosa che vide fu la metà inferiore di un volto in penombra. Riconobbe subito la cicatrice sulle labbra, vicino all’angolo destro.

Si tirò su stropicciandosi i grandi occhi marroni. «Savas… fa freddo…»

L’uomo si tolse il soprabito e glielo avvolse intorno al corpo. Avrebbe voluto farlo prima, ma non aveva osato muoversi per non rischiare di svegliarla. «Va meglio?»

Lei annuì. «Sì, grazie.» Si guardò intorno, ma vedendo Zuhayr si ritrasse istintivamente.

L’Inquisitore le rivolse un’occhiata ostile e poi volse lo sguardo all’esterno della gabbia.

«Savas… cosa facciamo?»

L’uomo le mise una mano sul capo. «Non avere paura, piccola, adesso ce ne andiamo.»

«E come?»

Savas ci mise qualche secondo per decidersi a rispondere. «Dovrai usare una delle tue energie arcane.»

La bambina sgranò i grandi occhi marroni. «Io?»

«Esatto. Non ti preoccupare, sono sicuro che puoi farcela.»

Thanaa scosse il capo e si tirò il soprabito dell’uomo fin sul naso come a cercare di nascondersi. «No… Io non sono capace…»

«Sì che lo sei invece. Prima ci sei riuscita, te lo ricordi? Sei stata bravissima! Sono sicuro che puoi farcela, devi solo impegnarti un po’.»

La bambina lo guardò e la sicurezza che vide negli occhi di Savas riuscì a contagiarla. «Va bene…» mugugnò.

Lui sorrise e le mise una mano sul capo. «Bravissima, conto su di te.»

Thanaa annuì. «Ce la farò!»

12.    Essere un’incantatrice

Per fortuna nessun predone sembrava aver udito l’esclamazione della bambina e tutti quanti continuavano a dormire beatamente. Ce n’erano solo un paio svegli, occupati a fumare davanti al fuoco.

Thanaa provò a concentrarsi e raccolse le mani a coppa come era solita fare a casa quando voleva evocare Flamma. «Piccolo Fuoco? Piccolo Fuoco, mi senti? Piccolo Fuoco…»

La bambina continuò a chiamarlo a bassa voce, ma non accadde nulla. Andò avanti così per quasi dieci minuti, ma fu tutto inutile.

«Savas, non ci riesco… Non viene…»

«Non ti abbattere, arriverà. Magari non ti ha sentito, continua a provare e sono sicuro che riuscirai ad evocarlo.»

Thanaa si mise d’impegno, ma per quanto si concentrasse non sembrava ottenere nessun risultato.

«Non ci riesco…» gemette dopo l’ennesimo tentativo fallito «È come se non volesse venire…»

«Tse, io l’avevo detto che i poteri di voi figli del demonio non portano mai nulla di buono.»

La piccola abbassò il capo e si nascose dietro il soprabito.

«Almeno lei si sta impegnando, tu invece sei lì a guardarti intorno.» ribatté Savas «Bel dono che ti ha fatto il tuo dio…»

«Sta’ zitto! Un eretico come te non può neanche immaginare quale progetto divino ci sia dietro a questa situazione!»

«E tu invece lo puoi immaginare scommetto.»

Zuhayr stava per ribattere, ma la coppia di predoni rimasti di vedetta si avvicinò per capire cosa stesse succedendo. Uno dei due disse qualcosa.

Savas si strinse nelle spalle, Thanaa rimase immobile fingendo di dormire e Zuhayr si limitò a distogliere lo sguardo.

L’altro fuorilegge fece un commento che causò l’ilarità del compagno, quindi se ne tornarono davanti al fuoco per starsene più al caldo.

«Coraggio piccola, ce la puoi fare.» le disse Savas con un filo di voce «Tuo padre ti sta aspettando, sono sicuro che non vede l’ora di abbracciarti.»

Thanaa annuì e mise di nuovo le manine a coppa. Questa volta non avrebbe fallito. Anche lei non vedeva l’ora di incontrare suo padre e finché non uscivano da quella gabbia non potevano farlo. «Piccolo Fuoco, ho bisogno del tuo aiuto. Per favore, ti sto aspettando…»

Zuhayr, lo sguardo perso sulla distesa di sabbia, percepì subito qualcosa. Senza darlo troppo a vedere lanciò uno sguardo a quello che stava succedendo e nonostante il collare i suoi sensi captarono un flusso di magia dai palmi della bambina. Pochi istanti dopo una scintilla si accese tra le sue dita e subito dopo si animò in un piccolo spirito fiammeggiante. Flamma.

«Piccolo Fuoco!» esclamò Thanaa con filo di voce.

L’energia arcana si guardò intorno, quindi saltellò sul suo braccio senza bruciare i vestiti e si strusciò affettuosa sulla sua guancia.

«Sei stata bravissima, ero sicuro che ci saresti riuscita.» si complimentò Savas accarezzandole il capo «Adesso però non c’è tempo da perdere. Digli di sciogliere la serratura, così potremo uscire.»

Thanaa annuì. «Hai sentito Piccolo Fuoco? Devi sciogliere la serratura così possiamo uscire.»

L’energia arcana scattò sull’attenti e annuì, quindi scivolò leggera fino alla toppa in cui si doveva inserire la chiave. Vi sgusciò dentro e subito il metallo divenne incandescente, quindi cominciò ad ammorbidirsi sempre più, permettendo così a Savas di aprire la gabbia.

L’uomo sgattaiolò fuori senza emettere un suono e si avvicinò di soppiatto ai due predoni di vedetta. I fuorilegge non ebbero modo di accorgersi di lui fino a quando non fu troppo tardi ed entrambi stramazzarono a terra senza avere la possibilità di dare l’allarme.

«Avanti, dobbiamo andarcene subito!» esclamò Zuhayr con un filo di voce.

«No, non dureremmo a lungo nel deserto senza acqua. E ci servono anche due gamali.»

Il giovane Inquisitore strinse i denti. Più tempo restavano lì e più aumentavano le probabilità che venissero scoperti, questo però non toglieva che l’eretico avesse ragione.

I due si misero a raccogliere il minimo indispensabile per la fuga e Thanaa rimase incollata a Savas per tutto il tempo. Quasi per una tacita promessa l’uomo andò prima di tutto a recupera il tascapane della bambina, che per fortuna era stato lasciato in bella vista non troppo lontano dalla gabbia. Dentro sembrava esserci tutto, anche la bolla per le comunicazioni era al suo posto, nascosta in un piccolo fagotto.

Savas recuperò due borracce e le agganciò alla sella di un gamalo dall’aria mansueta, quindi prese una scimitarra. Aveva fatto attenzione a quale fosse il predone che aveva le chiavi del suo collare e di quello di Zuhayr, ma purtroppo lo aveva perso di vista quando si erano accampati e non aveva tempo di cercarlo.

«Avete finito?» imprecò l’Inquisitore comparendo a dorso di un animale «Andiamo!»

Savas aiutò Thanaa a montare in sella e poi si mise dietro di lei tenendo le briglie. Spronò delicatamente il gamalo e quello si mise lentamente in marcia per seguire Zuhayr.

 I due animali avevano quasi raggiunto il limitare del campo quando l’uomo arrestò il suo. Scese agilmente e si avvicinò ad uno dei predoni.

«Che fai?!» imprecò l’Inquisitore «Dobbiamo andarcene subito!»

Savas lo ignorò e continuò ad avvicinarsi senza fare rumore. Quello era il fuorilegge con le chiavi dei loro collari, se riusciva a prenderle sarebbe stato molto più facile scappare, e avrebbe anche avuto un’importante pedina di scambio per costringere il fanatico a collaborare.

Si chinò di fianco a lui e infilò le mani nelle pieghe del vestito cercando di essere più delicato possibile, ma la tensione intorno a lui sembrava triplicarsi ogni secondo che passava. Dov’erano? Dov’erano?!

Finalmente le trovò. Le sfilò delicatamente dalla tasca e si alzò. Era così felice che la scimitarra che aveva legato alla cintura si sfilò e cadde a terra, urtando il piede del fuorilegge.

Il predone emise alcuni mugugni e si svegliò. Sbarrò gli occhi. I prigionieri erano fuggiti! Savas afferrò un bastone magico e lo colpì in testa, ma ormai era tardi. Il fuorilegge aveva già gridato e i suoi compagni si stavano tutti svegliando.

Savas corse verso il gamalo con su Thanaa, che aveva approfittato dell’inesperienza del suo conduttore per allontanarsi di qualche passo, e balzò in sella. Subito afferrò le redini e spronò l’animale, che si mise a correre nella stessa direzione di quello di Zuhayr.

«Sei contento?! Adesso ci stanno inseguendo!» imprecò il giovane Inquisitore.

L’uomo lo ignorò e si liberò del collare che gli impediva di sfruttare oggetti magici. Lo gettò via e diede uno sguardo alle sue spalle. I predoni si stavano preparando ad inseguirli, ma avevano comunque un po’ di vantaggio, inoltre adesso non era più indifeso. Aveva rischiato grosso, ma ne era valsa la pena.

«Dammi quelle chiavi!» ordinò Zuhayr.

«Te le darò quando avrai dimostrato che ci possiamo fidare di te.»

«Dammi quelle chiavi!»

Il crepitio di un proiettile magico sovrastò la risposta di Savas. I predoni ormai erano partiti all’inseguimento e tutti quelli armati di bastone avevano cominciato a sparare sfere di energia nella speranza di fermarli.

L’uomo rispose allo stesso modo, ma i suoi attacchi erano molto imprecisi. Al contrario dei fuorilegge, non era abituato a combattere cavalcando un gamalo e le sue tecniche risultavano molto scomposte. Non poteva nemmeno sfruttare il vento perché non era abituato ad utilizzare il catalizzatore all’interno del bastone e non aveva il tempo di sincronizzarsi con esso.

«Svelto, dammi quelle chiavi!» imprecò Zuhayr «Vuoi farci ammazzare?!»

Un proiettile sfrecciò fra loro e gli animali lanciarono versi di terrore. I due hystricidi dovettero faticare con le briglie, ma alla fine riuscirono a non far cambiare loro direzione e i gamali continuarono a correre verso sud.

I predoni intanto continuavano ad attaccare. I loro globi luminosi sfrecciavano pericolosamente vicini ai tre fuggitivi e più di una volta Savas dovette creare uno scudo per difendersi dai colpi dei nemici.

Un proiettile esplose a meno di un metro da loro gettando un’onda di sabbia e Thanaa urlò spaventata.

«Dammi quelle maledette chiavi!» gridò Zuhayr tendendo la mano.

D’un tratto gli attacchi dei predoni si interruppero e i due hystricidi si voltarono per capire cosa stesse succedendo. Ciò che videro mozzò loro il fiato in gola.

«Che succede?» fece Thanaa, che a causa del corpo di Savas non poteva guardare dietro.

«Va tutto bene, non ti preoccupare.» cercò di tranquillizzarla l’uomo, ma il suo tono non risultò convincente. L’enorme sfera che i predoni stavano creando era abbastanza grande da spazzare via ogni cosa nel raggio di almeno quindici metri, come avrebbero fatto ad evitarla?

«Se non mi dai quelle cazzo di chiavi ci ammazzeranno tutti e due! Sbrigati!»

Il tono dell’Inquisitore, unito alla titubanza dell’uomo, preoccupò non poco Thanaa. «Savas… che sta succedendo?»

«Arriva!»

I gamali cercarono di cambiare strada per sfuggire alla sfera di magia e in questo modo la bambina vide finalmente la causa di tutto quel trambusto. Sbarrò gli occhi e dentro di lei sentì una morsa alla bocca dello stomaco. Il suo corpo era completamente paralizzato e una sensazione gelida la attraversò da capo a piedi.

Di colpo l’enorme globo luminescente si immobilizzò a mezz’aria e una sagoma dagli occhi di ghiaccio fluttuò dinnanzi alla bambina.

La piccola rimase un attimo come paralizzata, poi capì quello che era successo. Un sorriso colmo di riconoscenza le illuminò il viso. «Grazie.»

Stasia annuì e si dissolse nel nulla.

Appena l’energia arcana fu svanita Thanaa si sentì di colpo prosciugata di tutte le energie e cominciò a barcollare. Prima ancora di rendersene conto si era già addormentata e solo le braccia di Savas le impedirono di cadere sulla sabbia.

Per un po’ ci fu silenzio, i predoni erano sicuramente i più scioccati da quello che era appena accaduto e non osavano fare nulla, poi però ripresero coraggio e ricominciarono a scagliare globi esplosivi.

«Porca puttana, dammi quelle chiavi!» gridò Zuhayr «Ci è andata bene una volta, ma quella bambina non ci potrà salvare ancora il culo!»

L’Inquisitore aveva ragione e questo Savas lo sapeva. Non aveva scelta, doveva fare come diceva. Fece in modo che il suo gamalo si avvicinasse a quello del religioso e gli passò le chiavi. Zuhayr ci mise poco a liberarsi e subito sentì di nuovo l’energia magica che attraversava il suo corpo. Ora che ci faceva caso era molto più potente di quella che percepiva tempo prima, ma non se ne stupì. Quello doveva essere un dono che Dio gli aveva fatto per aiutarlo nella sua missione di Inquisitore.

Senza pensarci due volte creò un vortice nella mano destra e lo scagliò con decisione contro i predoni. Il turbine d’aria risucchiò il manto di sabbia e travolse gli inseguitori, i gamali si imbizzarrirono e molti disarcionarono i loro cavalieri, altri cambiarono direzione per scampare alla furia del vento, solo in pochi riuscirono a passare oltre.

Savas fece di nuovo ricorso al bastone magico per cercare di fermarli, ma i suoi tentativi si rivelarono ancora una volta vani. Combattere in quel modo non faceva proprio per lui.

Per fortuna Zuhayr non aveva problemi e con qualche altro incantesimo ben mirato riuscì ad atterrare altri tre predoni, a quel punto gli ultimi decisero di rinunciare all’inseguimento. Era meglio perdere due gamali piuttosto che rischiare di spezzarsi l’osso del collo cadendo malamente nella sabbia.

Savas tirò un sospiro di sollievo. Meno male, ce l’avevano fatta. Adesso potevano fuggire in pace. Restava un solo problema. Lanciò uno sguardo all’Inquisitore. Non si fidava di lui e aveva il netto timore che potesse tradirli in qualsiasi momento, però fintanto che erano soli nel deserto c’era ben poco che potessero fare. «Tregua fino ad Alerta.»

Il giovane gli lanciò un’occhiata. «Questo andrebbe contro tutto ciò che mi hanno insegnato, te ne rendi conto spero.»

L’uomo ricambiò lo sguardo e rimase in silenzio.

«E va bene.» gli concesse l’Inquisitore «Tregua fino ad Alerta.» Sollevò l’indice. «Ma appena avvisteremo la città…» Non ci fu bisogno di finire la frase. La sua espressione era più eloquente di mille parole.

Savas si limitò ad un cenno di assenso con la testa.

13.    Il Granchio Pescatore

Il viaggio nel deserto si rivelò più lungo e spossante del previsto. Per fortuna entrambi i gamali avevano attaccate alle selle delle magibussole e una delle due puntava ad Alerta, la loro meta, tuttavia l’assenza di provviste rese la traversata particolarmente gravosa. Il sole battente sembrava in grado di bruciare loro il cervello anche attraverso i cappucci e dal momento che non avevano le mascherine dovevano continuamente tenere almeno una mano sugli occhi per ripararsi dalla luce violenta.

«Savas… quanto manca?»

«Non ti preoccupare, piccola, ormai dovremmo essere quasi arrivati.» cercò di rincuorarla l’uomo, anche se non aveva idea di quanto a lungo avrebbero dovuto ancora procedere.

Anche i due gamali cominciavano a patire l’astinenza da acqua e viveri e i loro corpi tozzi erano già diventati un po’ più magri.

«Savas… ho sete…»

«Mi spiace, piccola, ma quella che ti ho dato prima era l’unica borraccia che avevo. Cerca di resistere ancora un po’.»

Thanaa fece schioccare la lingua secca sul palato inaridito. «Ma ho tanta sete…»

Zuhayr sbuffò e fece avvicinare il suo gamalo. «Bevi questo.»

Il viso della bambina si illuminò di gratitudine a vedere la borraccia ancora mezza piena e bevve con avidità tutto il suo contenuto. «Grazie. Sei una persona gentile allora.»

L’Inquisitore rimase colpito da quelle parole e riprese la borraccia ormai vuota tenendo lo sguardo altrove.

Savas sorrise davanti all’imbarazzo del religioso. Forse non era poi solo un fanatico privo di libero arbitrio…

I tre si fermarono solo quando il sole stava ormai per calare oltre l’orizzonte sabbioso, ma nonostante il freddo preferirono evitare di accendere un fuoco per non rischiare di segnalare la loro posizione ad eventuali predoni nei paraggi. Per essere più sicuri Savas e Zuhayr si alternarono nei turni di guardia, anche se in realtà rimasero entrambi svegli per quasi tutto il tempo a causa della reciproca diffidenza.

Se non altro quel tempo morto servì al giovane Inquisitore per dare sfogo ai pensieri che da tutto il giorno gli rimbombavano in testa. Probabilmente era il caldo che gli aveva fatto venire quelle strane idee, fatto stava che non era più tanto sicuro che quella bambina fosse una figlia del demonio. Durante tutto il tempo dell’inseguimento aveva continuato ad immaginarsi come sarebbe stato avercela vicina e l’idea che si era fatto era di una bambina selvaggia che non sapeva stare ferma un attimo, con gli occhi iniettati di follia e magari la bava alla bocca. Ma si era sbagliato di grosso. Thanaa era assolutamente calma e disciplinata e non aveva fatto nulla che potesse lasciar intendere una presenza malvagia dentro di lei, anzi si era dimostrata molto gentile e quando lui le aveva offerto la sua acqua non aveva pensato nemmeno per un secondo che il suo gesto potesse nascondere una trappola.

Per quanto si sforzasse di vederla come un nemico non poteva fare a meno di pensare che sembrava così innocente, così… normale

Il giorno seguente ripartirono di buon’ora, ma dovettero attendere fin quasi a mezzogiorno prima di vedere premiati i loro sforzi. La visione che apparve dinnanzi ai loro occhi era talmente bella da sembrare quasi un miraggio.

«Quella è Alerta! Savas, hai visto? È Alerta, giusto?»

«Sì.» annuì l’uomo in tono sollevato «Quella è Alerta.»

La bambina era talmente felice che sembrava aver completamente dimenticato la bocca asciutta e lo stomaco vuoto. «Finalmente vedrò il mare! Non ho mai visto il mare! E andrò su una barca! Una vera barca! Ehi Zuhayr, tu sei mai stato su una barca?»

«No, non ci sono mai stato.» rispose l’Inquisitore in tono piatto.

«E il mare lo hai mai visto?»

«No, non l’ho mai visto.»

«E sei felice di vederlo?»

«Boh, non saprei.»

La bambina lo guardò storto. «Come non lo sai? Devi saperlo!»

Il giovane sospirò. «Va bene, sono felice, ok?»

«Sì, è bello essere felici. Chissà com’è… Savas, tu lo hai già visto, vero? Com’è il mare?»

«È grande… e bagnato. La cosa più bella è arrivarci dalla città perché all’inizio senti solo il suo odore, poi man mano che ti avvicini cominci a sentire il rumore delle onde e alla fine ti basta girare un angolo che te lo trovi davanti. Enorme, piatto, con migliaia di riflessi. Con qualche nave qua e là magari, che va o viene seguendo i capricci del vento…»

Thanaa lo ascoltava a bocca aperta e anche Zuhayr, che cercava di non dimostrarsi troppo interessato, non perdeva una sola parola.

Grazie a questo stratagemma riuscirono a dimenticare il peso del viaggio e le loro menti rimasero occupate fino a quando non raggiunsero la città. La zona che dava sul deserto era molto simile a quella di Nobu Dun, anche lì c’erano numerosi cocchieri che cercavano di accaparrarsi i clienti e gli edifici erano molto sgangherati, però al contrario di Nobu Dun non c’erano mura e la città era libera di espandersi in ogni direzione, arroccandosi sulla costa come un animale pronto a tuffarsi in mare al primo accenno di pericolo.

I tre smontarono dai gamali e li legarono in un posto libero come nulla fosse.

«Cos’hai intenzione di fare adesso?» domandò ad un tratto Savas in direzione di Zuhayr «Vuoi riprendere da dove ci hanno interrotti i predoni?»

Al sentire quelle parole Thanaa si strinse al soprabito dell’uomo e guardò l’Inquisitore. Solo due giorni prima non avrebbe avuto dubbi su quale sarebbe stata la risposta del giovane, ora però sperava che la sua decisione non li costringesse a scegliere tra il combattimento e la fuga.

«Per stavolta vi lascerò andare.» affermò il giovane Inquisitore «Così saremo pari. Ma non illudetevi, la prossima volta che ci incontreremo non sarò così generoso.» Si voltò. «Addio.» E senza aggiungere altro si allontanò, infilandosi in una delle tante strade di Alerta. Non era sicuro che quella fosse la cosa giusta da fare tuttavia il suo corpo non era nelle condizioni adatte per portare avanti la sua missione. E poi gli interrogativi a proposito di Thanaa non si erano ancora placati. Per il momento la cosa migliore era cercare di recuperare le forze e poi si sarebbe messo in contatto con il vescovo di Drazi, l’uomo che l’aveva nominato Inquisitore. Di sicuro lui avrebbe potuto aiutarlo a sciogliere i suoi dubbi.

«Coraggio, piccola, andiamo anche noi.» fece Savas «Per fortuna i predoni non mi hanno controllato gli stivali quindi dovremmo avere abbastanza soldi per mangiare. Ho proprio voglia di mettere qualcosa sotto i denti.»

«Io ho tanta sete…»

«Il luogo dell’incontro con i tuoi prossimi compagni di viaggio è una taverna non troppo costosa, sono sicuro che questi soldi ci basteranno per riempirci la…» L’uomo starnutì rumorosamente un paio di volte e poi tirò su col naso.

Thanaa lo guardò preoccupata. «Stai bene?»

«Sì, certo.» mentì lui «Credo che mi sia entrato qualcosa nel naso.» In realtà molto probabilmente aveva preso il raffreddore a causa degli sbalzi di temperatura tra il giorno e la notte, accentuati dal fatto che ogni sera cedeva a Thanaa il suo soprabito per farla stare più al caldo. Beh, la cosa importante è che lei non si fosse ammalata.

I due si addentrarono nella disordinata città di Alerta e la bambina trotterellò al fianco dell’uomo fino a quando non raggiunsero la loro meta.

«Eccola qua!» esclamò Savas «La taverna Il Granchio Pescatore

L’edificio alto e sgangherato si trovava nella zona portuale e quindi non si stupirono di vedere che molti tavoli erano occupati da uomini di mare intenti a riempirsi lo stomaco con un pasto economico ma sostanzioso. A giudicare dall’affollamento e dal via vai di persone quello doveva essere un locale piuttosto conosciuto.

L’uomo e la bambina si sedettero ad un tavolo libero e fecero le loro ordinazioni. Appena la cameriera portò loro la brocca con l’acqua i due si riempirono i bicchieri fino all’orlo e finirono tutto il contenuto in una sola, lunga sorsata.

Il cibo non era niente di speciale, ma i due spazzolarono ogni cosa senza lasciare nemmeno una macchia di sugo o una briciola di pane. Savas valutò di potersi permettere anche un boccale di nedoh, un particolare alcolico molto diffuso nel continente, ma difficile da reperire sull’isola di Alonah, e davanti alle richieste di Thanaa decise di concedergliene un piccolo sorso.

«Questo però non dirlo a tuo padre, ok?»

Lei scosse il capo. «Sarà un segreto.»

L’uomo prese il bicchiere della bambina e le versò un piccolo sorso della bevanda alcolica e Thanaa osservò con interesse il liquido dorato e spumeggiante. Lo annusò un paio di volte e poi lo buttò giù tutto d’un sorso.

Subito scosse il capo e le punte delle sue orecchie assunsero una vaga sfumatura rosata.

Savas sorrise davanti a quella reazione. «È un po’ forte, eh?»

«Mmh-mhh.»

Una volta passato il primo impatto col nedoh, Thanaa decise di guardarsi un po’ intorno nell’attesa che l’uomo finisse il suo boccale. Molti degli altri clienti della taverna erano tizi muscolosi e quasi tutti avevano delle cicatrici o dei tatuaggi, spesso entrambi. La maggior parte di loro non aveva un’aria molto amichevole e istintivamente la bambina sentì il bisogno di stringere la tracolla del suo tascapane.

Decise di concentrarsi sui muri della taverna per evitare di incrociare i loro sguardi. Le pareti erano tutte sporche e scrostate e in molti punti erano state rattoppate alla meno peggio con assi di legno o lastre metalliche, del resto però anche parecchi tavoli erano stati aggiustati con dei rimedi di fortuna e perfino la sedia su cui era seduta in quel momento aveva una gamba che era stata rimessa insieme utilizzando una stecca di legno e qualche chiodo.

Si dondolò un paio di volte sulla gamba aggiustata con fare annoiato e poi trovò qualcosa di interessante da osservare. Si trattava di una bacheca su cui erano stati affissi svariati manifesti, ognuno raffigurante una persona con sotto delle scritte. Non sapendo leggere non aveva idea di cosa indicassero, ma non sembravano belle persone.

Ora che ci faceva caso tutti i manifesti rappresentavano degli uomini. Uomini poco raccomandabili, le venne da aggiungere. Anzi no, una donna c’era. Era molto giovane, diciannove anni al massimo, e con ogni probabilità era una pelleocra. Portava un cappello e il suo viso sembrava avvolto da un’aura nera e malefica. Una donna decisamente poco raccomandabile.

«Sono i manifesti con le taglie dei fuorilegge.» le spiegò Savas «Credo che quelli siano tutti pirati.»

«Perché c’è solo una donna?»

«Perché quello del pirata non è un mestiere da donne.» ripose l’uomo scollando le spalle. Starnutì e tirò su col naso. «Ma quella è Anna Bedder, un caso particolare.»

«E perché?»

«Quella lì ha la Black Soul, è per questo che alla sua età ha già una taglia come quella.»

«E cos’è la Black Soul?»

«È una variante molto rara e molto potente di Soul.» le spiegò l’uomo «Devi sapere che al mondo esistono due tipi di maghi naturali: gli incantatori come te e tuo padre che possono evocare le energie arcane e i possessori di Soul che invece hanno dei poteri che sono legati alla loro Soul. Ad esempio esiste la Fire Soul che corrisponde al potere del fuoco, la Sand Soul che corrisponde alla sabbia e così via. Ma la Black Soul è diversa. Come tutte le Soul legate ai colori non ha un elemento proprio e quindi chi la possiede può fare praticamente tutto ciò che vuole.»

«Ooh… Immagino sia pericolosa…»

«Immagini bene.» L’uomo finì l’ultimo sorso di nedoh. «Se dovessi incontrarla ti consiglio di non farla arrabbiare per nessuna ragione al mondo.»

La bambina osservò il manifesto e annuì. Se mai le fosse capitato di incontrare una persona del genere avrebbe fatto di tutto per allontanarsene il più in fretta possibile.

14.   La nave per Neo Jerasalem

Savas pagò con i soldi che aveva nascosto negli stivali e poi i due uscirono dalla taverna per sgranchirsi le gambe. Non potevano allontanarsi perché quello era il luogo stabilito per l’incontro, ma se non altro sarebbero stati un po’ all’aria aperta. La brezza salmastra che spirava attraverso la stradina era l’ideale per scacciare il caldo del sole battente.

L’attesa non durò a lungo.

«Tu devi essere la figlia di Thahein.» esordì un ragazzo. Era un pellebruna e insieme a lui c’era un grosso pelleocra. «Thanaa, giusto?»

La bambina annuì. «E lui è Savas, mi ha accompagnata fin qui.»

«Il mio nome è Jemal Back, piacere di conoscerti.» si presentò il giovane stringendole calorosamente la mano. Doveva avere all’incirca sedici anni e sorrideva allegramente mostrando i denti bianchi in contrasto con la pelle scura. Indossava abiti molto leggeri e sul braccio sinistro faceva bella mostra un tatuaggio raffigurante una bandiera nera che sventolava.

«Questo qui invece è Emrad Al’Asah.» aggiunse il ragazzo accennando al suo compagno. Aveva il capo rasato, portava un gilet slacciato che lasciava vedere il petto muscoloso ed era anche più grosso di Savas. Infilata nella cintura aveva una scimitarra e anche lui aveva lo stesso tatuaggio con la bandiera nera che sventolava, però sul braccio destro.

«Piacere di conoscerti.» fece Emrad con voce bassa e profonda.

Savas, che al vedere quei due aveva cominciato a sorridere in maniera strana, mise una mano sul capo della bambina. «Bene piccola, ti lascio in buone mani. Io adesso devo tornare a Nobu Dun, quindi salutami tuo padre quando arrivi.»

Thanaa annuì e lo abbracciò. «Lo farò. Ciao, e grazie tantissimo!»

L’uomo annuì, ma uno starnuto lo costrinse a voltarsi. Tirò su col naso.

«Tutto a posto?» gli chiese il giovane pellebruna «Se vuoi abbiamo un bravo medico nella ciurma.»

«Grazie, sto bene, dev’essere qualcosa nell’aria. Ciao ancora, piccola.»

Lei lo salutò un’ultima volta prima che sparisse dietro un angolo, a quel punto si voltò verso i suoi nuovi compagni di viaggio. «Sono pronta.»

«Ottimo. Vieni, il porto è da questa parte.» le fece strada Jemal «Allora, com’è andata finora? È stato divertente il viaggio?»

Thanaa annuì. «Ho viaggiato prima con una mercante di stoffe di nome Aida e poi con Savas. Ho visto tantissime cose nuove e siamo anche stati rapiti dai predoni! Per fortuna siamo riusciti a scappare, però abbiamo dovuto attraversare il deserto e avevo tantissima sete. E c’era anche un religioso che ci inseguiva. È stato catturato anche lui dai predoni, ma alla fine abbiamo fatto pace perché era bravo. E Aida mi ha anche regalato questi sandali! Guarda che belli!»

«Davvero bellissimi, sei stata proprio fortunata a trovare una donna così gentile.» annuì il giovane pellebruna con la sua inguaribile allegria «Beh, è stato un viaggio molto movimentato allora.» Sorrise. «Meglio così, perché sulla nave del nostro capitano la normalità e la calma non sono bene accette.»

 «Quanto ci metteremo a raggiungere il mio papà?»

«Eh, non lo so. Sai com’è, il mare è imprevedibile, e poi non possiamo andare fino a Neo Jerasalem senza attaccare nemmeno una nave! Però ti prometto che non ci metteremo troppo. Il nostro navigatore è un asso e nessuna nave della marina ci potrà fermare. Molte scappano appena vedono il nostro vessillo, e lo stesso vale per gli altri pirati. Ma d’altronde tutti hanno paura del nostro capitano…»

Thanaa lo guardò senza capire. «Perché scappano? E cos’è un… un tessillo?»

«Il vessillo è la nostra bandiera, il nostro orgoglio e il nostro simbolo, e tutti quanti scappano perché hanno paura di noi.» affermò Jemal in tono fiero.

«Ooh…»

«Ooh eccome! Siamo la ciurma più temuta di tutti i mari!»

Il pelleocra rasato che era con loro, Emrad, li richiamò. «Dobbiamo andare da questa parte.»

Il giovane pellebruna si guardò intorno. «Mi sa che hai ragione. Vieni, bambina, il porto è di qua.»

La piccola lo seguì e l’uomo si accodò subito dietro di lei per evitare che sbagliassero ancora strada.

«Quanti siete sulla nave?»

«Dunque, fammi pensare… Ci sono il capitano, io, Emrad…» Jemal si aiutò con le dita per contare tutti i membri dell’equipaggio e alla fine diede la sua risposta: «Siamo in dodici. Con te a bordo saremo tredici.»

«Siete tanti!»

«Macché, siamo pochissimi. Pensa che certe navi hanno centinaia di uomini di equipaggio! Ma noi siamo fortissimi e il nostro capitano vale come mille uomini! Nemmeno un intero galeone pieno di marine potrebbe rivaleggiare con noi!»

«Ooh…»

Per tutto il tragitto Jemal continuò a chiacchierare e anche quando raggiunsero il porto non chiuse bocca per un solo secondo.

Thanaa dal canto suo era totalmente rapita dalle sagome enormi e affusolate delle navi, dai chilometri di corde che si annodavano con incredibile maestria formando trame ordinatissime e dalle dimensioni impressionanti delle vele.

A giudicare dalle navi linde e ordinate quella doveva essere la parte più illustre del porto e i suoi due accompagnatori non sembravano avere nessuna intenzione di fermarsi.

Continuarono ad andare avanti e la bambina poté notare il lento degrado delle navi attraccate. Adesso non erano più così pulite e in ordine, molte erano scrostate e avevano subito danni, alcune avevano degli alberi spezzati e soprattutto non se ne vedevano più due uguali nemmeno cercandole. Anche la gente indaffarata sul molo era cambiata. Gli uomini avevano tutti l’aria meno rassicurante adesso, le cicatrici sui loro corpi si erano moltiplicate insieme ai tatuaggi e quelli che li guardavano non avevano espressioni amichevoli.

Thanaa ebbe come la sensazione che se non fosse stato per la presenza di un uomo grosso e muscoloso come Emrad, molti non si sarebbero fatti problemi a tirare fuori le armi per fare loro del male.

Strinse la presa sulla tracolla del tascapane. «Jemal… siamo sicuri che è il posto giusto…?»

«Certo. Guarda, la nostra nave è quella lì.»

La bambina guardò verso la fine del molo e una nave catturò la sua attenzione. Era molto più bella di quelle vicine, sembrava essere stata dipinta di recente e non riportava danni evidenti. Le vele bianche erano decorate dal disegno di una mezzaluna e la polena raffigurava una bellissima sirena. C’erano anche degli uomini a bordo e sembravano tutti persone ordinate e diligenti.

«Quella con il bordo dorato?»

«No, no, quella dopo. Quella nera.»

Thanaa aggirò Jemal per avere una panoramica migliore e finalmente la vide. Effettivamente “nave nera” era la descrizione perfetta per quell’imbarcazione. Era relativamente piccola rispetto a quelle viste nella prima parte del porto e aveva un solo albero, però dava l’idea di essere molto più agile e maneggevole. Le vele erano tutte nere, come il legno utilizzato per lo scafo e per l’albero del resto, e perfino le corde avevano una sfumatura sorprendentemente cupa. La polena poi non rappresentava una sirena, bensì una feroce pantera dagli occhi verdi che sembrava in procinto di gettarsi sulla sua preda per affondarvi gli artigli ricurvi e le zanne aguzze. Faceva paura.

«Guarda, quello là sopra è il nostro vessillo.»

La bambina seguì l’indice di Jemal e i suoi grandi occhi marroni individuarono subito il simbolo della nave. Era una bandiera senza stemmi né senza scritte e sventolava placida seguendo i sospiri del vento. Era semplicemente una bandiera nera.

I tre si fermarono nella parte di molo che si affiancava alla nave e il giovane pellebruna mise le mani a coppa intorno alle labbra. «Capitano! Abbiamo trovato la figlia di Thahein!»

Thanaa non dovette attendere a lungo per conoscere questo potentissimo capitano forte come mille uomini e di cui tutti avevano paura. Un rumore di passi si diffuse dal ponte di quella nave nera come pece e dopo pochi istanti una figura fiera e autoritaria si appoggiò al parapetto per guardare in basso, verso di loro.

La bambina rimase a bocca aperta.

Innanzitutto il capitano era una donna, anzi quasi una ragazza. Aveva al massimo diciannove anni, era una pelleocra e i capelli neri e ondulati le ricadevano morbidamente dietro le spalle, ma non fu questo che la lasciò ammutolita.

I vestiti che indossava erano tutti rigorosamente neri: un paio di stivali che arrivavano quasi al ginocchio, pantaloni attillati, un reggiseno e un cappello. Ma la causa del suo stupore non era da ricercarsi nemmeno nell’abbigliamento.

Certo gli occhi di quella donna le mettevano soggezione, due pozzi impenetrabili di un nero perfetto che sprizzano energia e autorità al pari di quelli del più esperto dei veterani, eppure c’era qualcosa di ben più inquietante che le stava impedendo di muoversi.

Lei aveva già visto quel viso. E si era anche ripromessa di scappare appena se lo fosse trovato davanti. Perché quella era senza alcun dubbio la stessa persona che aveva visto sul manifesto nella taverna!

Quella… Quella era…

«Lei è Anna “Bandiera Nera” Bedder.» la presentò Jemal con il consueto tono allegro e spensierato «Il nostro capitano.»

Indice

Prologo. 2

1.         Il giorno in cui tutto cambiò. 5

2.         Un addio doloroso. 10

3.         In viaggio coi mercanti16

4.         La strada per Nobu Dun. 22

5.         Savas Ankàr26

6.         Occhi che si guardano. 31

7.         Fuga sui tetti37

8.         La via nel deserto. 43

9.         L’Inquisitore Combattente. 49

10.      Scontro fra le dune. 54

11.      Nelle mani dei predoni59

12.      Essere un’incantatrice. 64

13.      Il Granchio Pescatore. 70

14.      La nave per Neo Jerasalem.. 76


[1] La sigla d.s. indica la datazione spaziale (detta anche datazione standard). L’anno spaziale ha una durata di circa 1,12 anni terrestri e si divide in 10 mesi chiamati “deche”.

Le età vengono comunque indicate secondo la durata dell’anno terrestre

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