Il Lautrec – Una storia di dark Souls –

November 23, 2014

Niente. Io ero niente. Questo pensavo mentre le porte della cella si chiudevano sferragliando. Vidi lo stregone di Seth uscire sghignazzando dalla stanza. La rabbia mi invadeva.
Catturato come un idiota…
Indegno, impensabile, ingiustificabile. Mi sdraiai sul pavimento della cella, la bronzea armatura produsse un tonfo sordo quando tocco le grezze pietre. Mi tolsi l’elmo e appoggiai la testa al muro. Nel buttare a terra l’ormai inutile egida si sollevò una nuvoletta di polvere. Da quello venivo. Ritornai con la mente alla mia giovinezza, a Carim… Non conobbi mai i miei genitori, la mia infanzia trascorse per la strada, come un cane sciolto, scansato dai miei coetanei, malmenato dai nobili di passaggio, elemosinando e rubacchiando, vivendo soprattutto della carità del sacerdote del tempio di Fina, che mi sfamava regolarmente e mi insegnava l’infinita misericordia della dea. Gli dei… All’epoca ridacchiavo al sol pensiero della presenza di esseri sovrannaturali che si beavano alla vista delle tribolazioni di noi poveri mortali… All’età di sedici anni mi fu concesso di entrare nel tempio e vedere l’effige della divinità. Ciò che vidi mi cambiò nell’anima. Era la donna più bella che avessi mai visto: alta, bionda con lunghi e fluenti capelli che le scendevano lungo la schiena, occhi cangianti, labbra rosse e proporzionate, un viso ovale di una dolcezza infinita e le mani aperte in un simbolico abbraccio ai fedeli. Caddi in ginocchio e piansi: mai in vita mia avevo visto qualcosa di più bello, sebbene di marmo dipinto. Cominciai a frequentare regolarmente il tempio per pregare la dea di manifestarsi a me, darmi un segno della sua presenza in modo da darmi forza, ma mai mi rispose, e il mio cuore soffriva. Un giorno come gli altri ci fu una rissa in una taverna malfamata dei quartieri popolari che nessuno considerò. Ci finii in mezzo perché… Beh… Mi sorpresero a rubare. Il rapinato, completamente ubriaco colpì un suo compare e la cosa degenerò. Mentre cercavo di uscire una coltellata mi squarciò il fianco. Non avevo denaro, nessuno avrebbe curato uno come me… Il terrore mi invase. Appoggiandomi ai muri barcollai tenendomi una mano sulla ferita sanguinante finché non raggiunsi una stradina laterale deserta. La vista mi si annebbiò. Caddi per terra, faticosamente appoggiai la schiena al muro. Sentivo la vita fluirmi via crudelmente. Cominciai a piangere, anche se mi vergogno a dirlo. Stavo morendo a 17 anni solo in un vicolo, senza aver conosciuto la mia famiglia – qualora fosse stata in vita- . Cominciai a pregare, come ultima forma di conforto. L’unica Dea che abbia mai adorato. Con le labbra ormai fredde mormoravo le mie ultime parole:” Salvami Fina, salvami dalla morte e dalla disperazione, ti sarò fedele per sempre, ti imploro imponi le tue mani su di me”. Persi coscienza e credetti di essere morto. Ma non era la morte.

Mi risvegliai in una sala piena di luce: ero sdraiato in un letto a baldacchino con lenzuola di seta, mi sentivo pulito e addirittura emanavo una piacevole fragranza (profumo? Per la prima volta..). Indosso avevo una tunica bianca di tessuto ruvido. Mi misi sui gomiti: non sentivo alcun dolore. “non così in fretta, mio amato”. La voce così cristallina, dolce, melodiosa mi colse impreparato. Girai di scatto la testa e la vidi. La statua non poteva essere più lontana e vicina al vero. Le fattezze erano le medesime, così come i colori, solamente che la divinità in piedi innanzi a lui era incommensurabilmente più bella. Rimasi a bocca aperta, poi chinai tardivamente lo sguardo in segno di rispetto.
“Ho penato a lungo per le tue condizioni, in fede mia non ero neppure certa che le mie abilità riuscissero a curarti dall’orrenda ferita che ti uccideva” Riprese soave. La commozione mi assalì, scesi a tentoni dal letto e mi prostrai innanzi a lei, il viso rivolto a terra
“Mia signora, mio tesoro e conforto.” cercai di dire con difficoltà, le lacrime che iniziavano a manifestarsi sulle mie guance.
Una mano, piccola, soffice e caldissima si poggiò delicatamente sulla mia guancia, generando in me una sensazione di gioia. Baciai la mano con ardore.

“Ho udito le tue parole nella disperazione: erano sincere?”

“Fino all’ultima parola: la mia vita è tua, mia signora”

“Alzati”

Mi alzai a testa bassa. I suoi occhi, i suoi splendidi occhi mi fissavano teneramente. Le sue braccia mi attrassero a sé.

“Qualunque cosa?” Mi sussurrò all’orecchio.

Non capivo più nulla, mi sentivo avvampare fin nel profondo, come mai prima d’allora.

“Qualunque” risposi in un soffio.

Sentii il contatto con il suo corpo caldo, le vesti morbide e setose, le sue labbra si chiusero in un bacio sul mio collo. Persi ogni controllo.

“Rendimi immortale” furono gli ultimi sussurri che riuscii a sentire.

Mi risvegliai un imprecisato intervallo di tempo dopo, nudo sotto le coperte di quel letto regale. Non mi feci molte domande: qualunque cosa fosse successa, avevo ricevuto un dono, qualcosa di molto prezioso. Mi alzai e mi rivestii.

“E’ ora di adempiere alla tua promessa, mio amato”

Qualunque cosa
Pensai. Mi avviai verso la porta, dove la splendida figura mi chiamava. Mi porse la mano, che afferrai con somma gioia. Uscimmo in questa posa in una città illuminata da un eterno crepuscolo. Per le strade affollate la gente chiacchierava e commerciava, scambiava e camminava curiosa. Di tanto in tanto passava qualche drappello di soldati in armatura d’argento e qualche divinità in lettiga ( così intuivo ). Giungemmo nella parte alta della città. Innanzi all’ ingresso di una possente cattedrale, Fina si voltò e disse:” E’ ora di separarci in vista della cerimonia, segui questi guardiani, ti daranno un abito appropriato. Delle figure avvolte in abiti bianchi leggerissimi, simili a lenzuoli finissimi, col volto velato si avvicinarono a me dopo essersi profusi in inchini e mi condussero con garbata fermezza all’interno della struttura, in un vestibolo. Mi indicarono una tunica di velluto nero ricamata d’oro su una panca. La indossai. Quindi quattro di loro brandirono le loro corte armi cerimoniali e si disposero ai miei lati: due a fianco, due dietro. Una musica d’organo proveniente da un luogo indefinito si udì. Il corteo si si avviò verso il fondo alla navata. Allineati ai lati del percorso ove camminavamo, stavano allineati per tutta la lunghezza gli stessi guardiani bianchi che mi scortavano in quel momento. Notai un particolare curioso: la parete alle spalle dell’altare, benché spaziosa, appariva desolatamente vuota, mi domandai il perché. Giunti innanzi alla Dea, i miei protettori si separarono e rimasi solo innanzi a lei. Splendida. Altissima. Adornata di seta e D’oro, una stella del firmamento. Il cuore mi accelerò, cominciai a tremare. Ai suoi piedi v’era una curiosa armatura di bronzo di strana foggia, con due braccia incrociate sul petto, della mia taglia a occhio.

“In ginocchio” esordì sorridendo.
Ubbidii.
“Lautrec, con il potere concessomi da Gwyn, signore dei tizzoni, lord protettore di Anor Londo, dominatore dei primi draghi, ti nomino mio Cavaliere Benedetto. Possa il tuo spirito brillare e illuminare il mondo nel mio nome. Comportati con lealtà, onora il sangue e mantieni il patto”.
Il ritmico martellare del cuore mi toglieva ogni volontà. Mi prese la mano e ci infilò un anello con sigillo.
“Questa è la prova del mio favore”
“Sorga un cavaliere”
Mi alzai trionfante.
I guardiani velati mi si avvicinarono silenziosi e iniziarono a infilarmi l’armatura , prima gli stivali, poi la pettorina e i guanti, infine l’elmo.
“Nel mio nome punisci i malvagi, diffondi il mio culto e portami le umanità dei malvagi che troverai, cosicché possa mantenere il prestigio e il rango che mi spetta”
“Sarà fatto” Risposi chinando la testa.
Mi girai per allontanarmi, impaziente di girare il mondo e portare alla mia signora tutto ciò che voleva. Non appena le fui di spalle, sentii le sue mani che mi abbracciavano da dietro, nella stessa posa di quelle che avevo sulla corazza. Sentii la sua voce melodiosa sussurrare:” Fai attenzione la fuori, mio amato.” Non appena l’abbraccio si sciolse mi avviai, impaziente di sfidare il mondo. I primi tempi vagai senza meta, cacciando criminali per prendere la loro umanità, tornando puntualmente ad anor londo per consegnarla alla mia Dea, che mi sorrideva felice. Poi col tempo Iniziai a racimolare umanità in qualunque modo pur di mantenere il sorriso sul volto della mia amata, e, beh, non feci cose molto belle… Il tempo (distorto) passava
Poi venne lui… Patches! Sia maledetto, maledetto il suo nome e tutta la sua genia malvagia. Mi si affiancò sulla strada, lo incontrai al santuario del legame del fuoco mentre ritornavo a casa.

 

Professava di essere mio amico nonché un mercante di tesori. Sulle prime gli permisi di accompagnarmi, credetti anzi di essergli simpatico, quasi amico. Una sera, accanto al focolare mi disse: “So dove poter trovare una grande anima, una anima di guardiana del focolare” mi disse mentre gli occhi gli brillavano di non-so-quale luce.

Quale magnifico dono sarebbe per la mia signora
Pensai.

“Mostramela” dissi stoltamente.
“Oh con piacere, a me manca il coraggio di prenderla, ma tu sicuramente non avrai problemi” continuò con espressione indecifrabile. Arrivarci non fu un problema: sorpassammo un cinghiale corazzato -che mi ricordava quelli che proteggevano la dimora di Seth… Questo dettaglio avrebbe dovuto farmi riflettere, ma all’epoca ero cieco. -. Uccisi i cavalieri di Balder ed entrai nella chiesa. Sentii Patches borbottare:”sembra tu sia più resistente di quanto pensassi..”. Non gli diedi credito. Sull’altare in fondo vedevo il mio premio.
Preso dall’avidità ignorai la prudenza e non mi accorsi che il mio compagno se la stava silenziosamente svignando. Quando presi in mano l’anima della guardiana mi accorsi dell’errore. Un cavaliere di berenike mi apparve alle spalle, coadiuvato dall’alto da un incantatore che riconobbi tra gli sgherri di Seth. Ero in trappola, inutile provare a combattere. Gettai lo shotel e il pugnale a terra, quindi alzai le mani in segno di resa. I due energumeni ghignarono e mi buttarono nella cella dove ora sto. Quale idiota sono stato, maledizione… Chi continuerà la mia missione? Non so di preciso quanti giorni restai li confinato, tuttavia dei rumori mi riscossero dall’intorpidimento.

Si battagliava, nella chiesa si battagliava. Gridai aiuto. Il clangore si avvicinava. Le assi di legno che mascheravano l’ingresso alla stanza ove ero prigioniero vennero infrante. Un cavaliere… O un viandante? Un mago? Non ho ricordi molto precisi, variano molto frequentemente… Non mi spiego la ragione. Dicevo un essere umano apparve sulla soglia.

Libertà .
Pensai.

“Oh, sei ancora umano?
Allora sono fortunato. Puoi aiutarmi?
Come puoi vedere sono prigioniero, e senza vie d’uscita
Ti prego, ho una missione da compiere, ti ricompenserò magnificamente…
Bene? Sono certo apprezzerai il dono….” Dissi in un idioma universalmente noto.
Il tipo si impietosì, aprì la cella. Mi alzai ghignando.

Gli parlai di nuovo:”Grazie, si dal più profondo del cuore.
Io sono Lautrec di Carim, cavaliere
Ho veramente apprezzato il tuo gesto, ti darò una ricompensa, solamente più tardi..”

Finalmente libero, ora posso tornare al lavoro…. Keheheheheh pensai.
Sfortunatamente il mio salvatore era riuscito a saccheggiare l’anima della guardiana sull’altare prima di me…. Pazienza, troverò altro…
Tornai al crocevia del santuario, cercando di trovare anime e di riposarmi, per poter riprendere il cammino.

Vidi la guardiana del fuoco… Mi sembrava strana… Non aveva la lingua e le sue vesti erano lacere e piene di sangue… Mi appuntai mentalmente di domandare informazioni al guerriero in cotta di maglia che da molto più tempo di me era accampato li. Dopo poco tempo cercai di andare ad Anor londo, per vedere la mia signora ancora una volta dopo la lunga prigionia ma, con mio sommo sgomento constai che le porte della fortezza di Sen erano chiuse, e uno strano individuo corazzato condivideva il mio sgomento, sebbene in modo più patetico.

Stupido perdente
Pensai.

Ritornai al santuario, in attesa. Il Crestfallen warrior dopo un notevole numero di approcci mi rivelò di conoscere la storia della guardiana. A quanto sembra la lingua le era stata mozzata per blasfemia, e che, bizzarrie della sorte divenne guardiana del focolare, incarico che la rendeva infelice oltre ogni limite. Blasfemia, pure se non fossi un cavaliere benedetto la giudicherei con severità. Mi sedetti innanzi a lei aspettando ( a quanto mi aveva detto il crestfallen warrior) che un non morto prescelto suonasse l e campane per farmi accedere alla fortezza. Ricordo che ne aiutai diversi a suonare la prima, e altri a raggiungere la seconda, malgrado la presenza nelle profondità degli sgherri di seth.. La notizia della mia fuga era sicuramente trapelata. In quei combattimenti era presente anche uno strano guerriero paffuto, con una pettorina bianca sulla quale era rappresentato il sole e una semplice cotta di maglia. Sullo scudo rotondo aveva lo stesso simbolo che portava sul petto. Quando sopravviveva, prima di tornare nel suo mondo donava a me e a colui che avevo aiutato un medaglione del sole, raro e potente manufatto, così pensai di donarne uno al mio salvatore, quando lo incontrai al santuario. Tempo dopo sentii risuonare la campana delle profondità e capii che il momento era giunto. Non vidi terrore quando tolsi la vita alla guardiana, solo una silenziosa e profonda gratitudine per il destino alla quale la avevo strappata. Questo mi tolse ogni rimorso: avevo fatto una buona azione, chi se ne importa del focolare:stavo andando nella città degli dei, finalmente la avrei rivista… Superai di slancio la fortezza delle mille trappole e rividi per la prima volta da tempo immemore Anor Londo.
Benché magnifica e monumentale come sempre, mi apparve ora deserta e svuotata.

 

 

 

 

 

Proseguendo il cammino, passai sulle travature della chiesa e vidi un dettaglio nuovo: un gigantesco dipinto innevato adornava ora il muro dietro all’altare. Scesi nella cattedrale. I guardiani avevano appena finito di uccidere un avventuriero ( io non venni attaccato perché conosciuto). Non conoscevo il suo nome, vidi solo che indossava una armatura di ferro brunito di notevole peso, e che combatteva con un grande scudo dello stesso materiale. Sul suo cadavere trovai una bambola di pezza. La presi in mano assorto: non avevo mai visto nulla di simile.
Mi riservai di indagare un momento successivo, attaccai alla cintura mentre esaminavo il quadro più attentamente, una forza ignota iniziò a risucchiarmi e persi conoscenza.

 

 

 

 

 

 

 

 
Mi svegliai chi-sa-quanto tempo dopo in un mondo innevato, freddo e bellissimo. Un ponticello di corda alle mie spalle era rotto e inservibile. Tremai per il freddo, per fortuna c’era un focolare li vicino al quale ristorarmi. Dopo essermi riscaldato iniziai a esplorare quel luogo ostile. Fin da subito dovetti combattere contro creature mostruose, diaboliche, venefiche. La mia arma saettava infallibile e i nemici cadevano a decine. Giunto nel gigantesco torrione centrale, venni aggredito da alcune arpie. Mi misero in seria difficoltà, tuttavia riuscii ad averne ragione. Mi chinai ad esaminare i cadaveri: uno di questi portava al collo un ciondolo con uno strano manufatto a forma d’orecchio.

Sembra un ricordo di una uccisione…. Di una rappresaglia?

Lo presi per precauzione: nel lungo viaggio che mi accingevo a compiere non c’era spazio per l’improvvisazione. Continuando l’esplorazione arrivai su un ponte. In lontananza vidi un possente cavaliere di Berenike che sbarrava la strada.

Questa volta non mi fermerai.

Riposi il pugnale difensivo nel fodero e brandii il mio shotel a due mani.

 

 

 
Macellai tutti gli esseri vuoi che mi si pararono davanti, poi riscossi l’attenzione del gigante. Subito si mise in guardia con il gigantesco scudo, tenendo lo spadone pronto ad agire.

Tirai un colpo potentissimo allo scudo, la lama curva aggirò l’ostacolo e si conficcò nel braccio del portatore che grugnì di dolore. Sorrisi feroce sotto la mia maschera di bronzo. La guardia del cavaliere si abbassò e il gigante menò un fendente con il suo enorme spadone per colpirmi . Mi avrebbe sicuramente troncato in due pezzi se con una pronta capriola non fossi riuscito a schivare tutta quella forza. Mentre ritornava in posizione mi gettai alle sue spalle colpendogli i polpacci con la mia arma. Il cavaliere si accasciò per terra, impotente. Estrassi il pugnale con la sinistra e lo finii tagliandogli la gola.

Lurido Porco.

Una nebbia in fondo al ponte mi faceva sperare in una uscita, chissà… Superai la nebbia con la più forte speranza di poter fuggire da quel luogo. Ciò che vidi mi ferì più di quell’uomo alla taverna, o di tanti valenti cavalieri che mi colpirono… Era lei… O meglio… Discendeva da lei. La statura più simile ad un gigante che ad un uomo, i capelli bianchi, la pelle fine e pallida come la luna, gli stessi occhi, zigomi della madre. Lo shotel mi cadde a terra con rumore metallico. Caddi in ginocchio sgomento. Calde lacrime mi rigarono il volto.

“Fina…Come hai potuto…”.

Il rumore attirò l’attenzione quella creatura che mi guardò con un misto indecifrabile di tristezza e compassione.

“Chi sei, mortale? Cosa fai nel mondo di Ariamis? Tu non sei uno di noi, se non desideri la pace, vattene: non sei il benvenuto. ” Mi investì con la voce simile a quella della madre.

Mi tolsi l’elmo, ella vide il mio dolore e si accinse ad attendere in silenzio la mia risposta.

“Il mio nome… E’ Lautrec… Dalla terra di Carim… Sono finito in questo mondo per una serie di fatalità… Non ho nulla contro te e le tue creature. Se posso permettermi… Chi sono i tuoi genitori,mia signora? Qual è il nome tuo? ” Il cuore iniziò ad accelerare… Forse ero caduto in errore pensai.

“Il mio nome è Priscilla, sono la figlia di Fina e del duca Seth” concluse stringendo l’arma.

Il mondo finì in quel momento. Tradito… Dimenticato… Rimpiazzato… Ma la cosa che mi lacerava di più era solo una: ingannato. Mi aveva mai amato? Il ritratto era recente, quindi Seth non la aveva ancora sedotta al tempo… Forse era stata costretta… Forse non era intenzionata. La mia mente ragionava spietata: le tue umanità non le bastavano, si é guadagnata l’immortalità grazie alla scienza di Seth, evidentemente in cambio di qualcosa d’altro…. E io ben so cosa… Essendo diventato superfluo, Fina ha consentito a Seth di togliere d mezzo il terzo incomodo, cosicché non potessi cercare vendetta o intromettermi, ecco il perché dell’agguato nella chiesa, ecco perché gli uomini di Seth così lontani dai suoi archivi… Ma hanno fatto i conti senza di me . La rabbia mi assalì. Volevo uccidere, vendicarmi. Si, gliela avrei fatta pagare… Avrebbe sofferto quella traditrice… Rimisi l’elmo, raccolsi la shotel e mi alzai in piedi.

“Grazie delle risposte… Addio Priscilla” Dissi sibilando.

Lei mi ignorò, neppure si girò mentre mi avviavo al portale per uscire dal mondo.

Mi riscossi nella cattedrale.

Ti ucciderò, fosse l’ultima cosa che faccio in vita, e anche il tuo abominevole amante. Decisi di usare per me, in un secondo tempo, l’anima della guardiana: non era il caso di darla a quella ingrata, e sicuramente mi avrebbe evitato di diventare vuoto,almeno per un po’. Uscii e andai sulla scala-ascensore. La città pareva disabitata… Fina non c’era… Chi poteva sapere dove era finita?C’era una sola dea rimasta in città:” Gwinevere…. Protetta a vista da Ornstein e da un grassone cannibale, tale Smough… Sarei passato… A qualunque costo. Cominciai a risalire la fortezza, facendomi largo tra i cavalieri d’argento che mi sbarravano il passo. Non ero solo, con me c’erano anche due compagni: esseri riconoscenti che una volta ricevuto il mio aiuto per battere i Gargoyle avevano giurato di sdebitarsi… Un mago e un picchiere… Non ricordo i loro nomi, oramai tutto ha così poca importanza… Giunti nel salone antistante i due guardiani, venni invaso mentre ero con i miei compagni. I miei ricordi si fanno nebulosi ancora una volta…. In alcuni vincevo, in altri venivamo uccisi, una volta ricordo che, benché in fin di vita, riuscii a deviare la katana del mio arrogante assalitore e a ucciderlo con la shotel. Quel bastardo credeva d’avermi in pugno, pensai ridacchiando. Io e i miei compari entrammo nella sala. Smough stava in fondo, mastodontico e spaventoso. Ornstein ci guardò dalle balaustre in alto, poi le scavalcò e con balzo agile piombò sul pavimento. La battaglia si accese subito disperata. Il mago e il lanciere ingaggiarono smough mentre io mi dedicavo ad ornstein. La sua terribile lancia saettava intorno a me mentre con capriole e schivate cercavo di tenerla lontana. Fece un errore: si sbilanciò in un poderoso affondo che riuscii a schivare di lato. Feci scattare il pugnale contro la spalla, ma non riuscii a perforare l’armatura e rimase conficcato li. Fui preso dallo scoramento. I miei compagni stavano avendo la peggio: vidi il picchiere volare in aria caricato da Smough e il mago lanciare una freccia dell’anima che colpì Ornstein, di fianco a me. Il suo elmo leonino si girò verso di lui. Vidi l’incantatore sbiancare dal terrore quando si slanciò in quella direzione. Ignorato, o graziato temporaneamente, capii che la battaglia era perduta. Mentre i miei compagni venivano fatto letteralmente a pezzi, sgattaiolai verso il fondo della sala e presi un ascensore.

Di sotto, i rumori di battaglia erano cessati. Si udiva solo qualche rantolo e un sinistro rumore di carne masticata. Il terrore mi invase. Mi appoggiai ad una colonna in preda alle vertigini.

Che cosa ho fatto….

Un tintinnare mi riscosse. Ai miei piedi era stato lanciato il pugnale difensivo. Dall’altro ascensore, la maschera di leonina mi guardava. Sono convinto fosse compiaciuto ed entusiasta di vedermi annientato. Raccolsi il pugnale e mi misi in posizione.

La battaglia non è ancora finita.

Combattei con la forza della disperazione. Deviai la lancia e e lo colpii più volte con la shotel, senza produrre danni pesanti. Come due falene, volteggiavamo l’uno intorno all’alto, persuasi dell’inevitabilità dello scontro. Il primo colpo della sua arma mi perforò la corazza sul costato. Strinsi i denti e continuai a lottare. Lo ferii all’avambraccio con un colpo di striscio, ma probabilmente non ero riuscito a fargli un gran danno. Vidi che preparava un affondo che non sarei riuscito ad evitare. Io, semplicemente, mi arresi. La shotel e il pugnale caddero a terra due secondi prima che la lancia mi perforasse da parte a parte. Non feci nulla per evitarla. Il colpo mi aveva inchiodato al muro. Quando la estrasse crollai a terra come un sacco, la schiena appoggiata al muro. Vomitai sangue. Iniziai a piangere come allora. Ma questa volta ero solo, tradito, abbandonato. La vita mi abbandonava nuovamente, questa volta in modo definitivo. Tornai col pensiero alla prima volta che la vidi, a quando giacemmo insieme, a quando tornavo con i miei doni per lei e passavamo le nottate abbracciati, uniti. Il dolore spariva. Tornai a quei momenti in cui tutto era felicità. E li rimasi.

Fine.

One Comment

  • andrea cernic April 28, 2016 at 7:27 pm

    bellissimo

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *