Al ritmo della Marangona

October 27, 2013

Quella notte sognante, avvolta nel mantello di gocce di pioggia che picchiettavano una cadenza cupa, la notte sognante, illuminata dal riflettore lunare ed oscurata dalle nubi dense di pioggia, Annabella si trovò in un piccolo campo (uno di innumerevoli nella città), non sapendo come arrivò lì, perduta come ciascun lettore, cercando di trovare il bandolo della matassa – un faro nell’alto mare della letteratura; però, la magia delle parole è sempre nascosta tra le righe.
Nella volta celeste le nuvole piangevano siccome Annabella era a piedi nudi. Lei guardò in giro come una trottola, avendo osservato minacciosamente quell’ambiente desolato, mentre le lacrime celesti l’accarezzavano. Come fa l’ago al pallone, la trafisse un forte déjà vu, o quello fu un jamais vu – dipende dall’angolo di vista; comunque rabbrividì.
Ai margini della vista di mezzanotte, si accorse di una figura misteriosa sotto un ombrello, circondata dall’alone di fumo: un simulacro di bell’aspetto. Che immagini il lettore, portato dal fruscio di fogli di libro, un concetto strano che rispecchia fedelmente questa aria, poiché le parole sono nient’altro che i contorni dei pensieri, le silhouette oscurate sulla bianca ampiezza della carta.
Si avvicinò a quello sconosciuto e gli chiese:
– Dove sono?
E l’uomo come se non udisse la domanda, le disse:
– Venga sotto l’ombrello, madame, si sarà bagnata.
Annabella non prestava attenzione al fatto che il suo vestito, assai bagnato dall’acqua piovana, diventava trasparente e cominciò a tracciare il suo seno nudo, magnifico come due cupole in miniatura di Bruneleschi, le quali per il suo splendore sono senza pari fra tanti modelli, tra cui quelli di Tiziano: Venere allo specchio, Amor sacro e amor profano, Venere di Urbino, Venere dormiente (con Giorgione), Maddalena penitente, Danae, Danae riceve la pioggia d’oro, Diana e Callisto, Ratto di Europa, Venere che benda Amore; la signora delle Sette opere di misericordia di Caravaggio; Danae di Correggio; Tre Grazie e Fornarina di Raffaello; Leda col cigno di Leonardo; Simonetta Vespucci e Morte di Procri di Piero di Cosimo; Caccia di Diana di Domenichino; Betsabea di Rembrandt; Gabrielle d’Estrées e una delle sue sorelle della scuola di Fontainebleau; Venere di Botticelli; Andromeda e Lo studio del pittore di Vasari; Flora di Bartolomeo Veneto; Eva prima Pandora di Jean Cousin il Vecchio; Ninfa di Jacopo Palma il Vecchio; la serpente che tenta Eva di Lucas Cranach il Vecchio; Le sette età della donna di Hans Baldung Grien; Danae di Tintoretto; Atalanta di Guido Reni; Betsabea di Hans Memling; Eva di Dürer; Venere e Cupido, Allegoria della pace, Helen Furman di Rubens; Ninfa di Fontainebleau di Cellini; Flora di Francesco Melzi; Ratto delle Sabine e allegorica Firenze che vince Pisa di Giambologna; Venere di Lucas Cranach; Dea dell’abbondanza di Amanti; Allegoria del trionfo di Venere di Agnolo Bronzino; Gabrielle d’Estrées (la Scuola di Fontainebleau); Giovane donna nuda allo specchio di Giovanni Bellini; Tre Grazie di Antonio Canova; Il disinganno, Il rispetto, Venere e Marte, Il ratto d’Europa di Veronese; Educazione di Pan di Luca Signorelli; Eva di Jan van Eyck; Danae di Jan Gossaert… e così via in questo modo.
Annabella si riparò sotto l’ombrello, entrando in una nebbia di fumo che per la sua torbidità richiamava il suo attuale stato di coscienza, e ripeté la domanda:
– Dove sono?
– Che importa? Tutto questo comunque è una māyā.
– Scusi?
– Un’apparizione; un’illusione.
– Mi aspettavo un’altra risposta.
– Ma non lo riconosci?
Fu lontano dal fatto di saper dove si trovava. Quell’aria irreale, sebbene confusa, le fu miracolosamente accogliente e gradevole e lo sentì come se entrasse sotto pelle, però non si poteva dire che fu impressa nella sua mente. Avendo ciò in mente, gli rispose:
– No.
– Nota bene: la realtà è una parodia di sogni, ed anche un realista indurito accetta il metodo romantico quando si fa addormentare.
Mentre con la mano sinistra teneva l’ombrello, nell’altra aveva una tazza di caffè fumante. La porse ad Annabella:
– Serviti pure.
Lei accettò la tazza, bevve un sorso di tre quarti di quell’armoniosa miscela di arabica e robusta, che cominciò ad irritare i suoi sensi sensibili e la sua immaginazione, ed i pensieri cominciarono a venire a sciami, liberi come uccelli nel cielo, profumati dalla fantasia che provano soltanto i topi di biblioteca: coffea Arabica Linnaeus – duemila metri di altitudine, clima tropicale, alberi di sei metri, tre anni di germinazione, fioritura, raccolta, il Brasile, maggio, giugno, luglio, agosto; coffea Canephora Pierre ex Froehner – l’Africa, seicento metri di altitudine, metodo umido ed asciutto, scaldamento al sole, raccolta, spellatura, frittura, duecento gradi centigradi, macinazione, quel composto di yin e yang di caffeina in un’unità particolare… tutto ciò le passò per la testa in un solo forte espresso sorso.
Già da un tempo la pioggia sul marciapiede dava fastidio ai suoi piedi nudi; perciò si spostò da un lato all’altro e sentì il suono di campane; avendo notato che la tonalità della sua percezione era cambiata, gli chiese:
– Cos’è questo rumore?
– Il quintetto dalle campane: il Maleficio, la Trottiera, la Mezza Terza, la Nona e la Marangona.
– La Marangona?
– La campana antica, l’unica che abbia sopravvissuto il crollo nel 1902; suona a mezzogiorno ed a mezzanotte.
Essendo oggi di memoria corta, come se fosse caduta dal cielo e trovata in quell’intersezione di tempo e spazio, non si nemmeno accorse che dalla parte interna del suo vestito fu ricamata la mappa dell’intera città, con le campanette cucite in tutti i luoghi dove erano i campanili. E invece, osservava la bellissima Savinelli-Orient pipa che faceva una nuvola di fumo denso, in tal modo che essa fece nuvoloso anche quel posto che l’ombrello ricopriva. Sulla pipa luccicava un’iscrizione di calligrafia incisa in oro nella lingua greca antica.
– Cosa c’è scritto sulla pipa?
– “La bellezza sta negli occhi di chi guarda”.
Annabella adesso pettinava con pensieri quella longhissima iscrizione sulla pipa. Oh, che impressione mutevole! Ha svegliato l’associazione agli storti specchi di circo, a quelle metafore concave e convesse. Del resto, la maniera di Annabella sta nel fatto che lei idealizza ogni particella che se le avvicina a portata di mano, o meglio, a portata di tiro dell’immaginazione.
Il signore con la pipa cominciò un monologo, a occhio noioso, il quale Annabella ascoltava con un orecchio:
– L’estetica privata mangia quello che vuole, protetta dalle mura di fame soggettiva. La bellezza è una comprensione personale di linee rotte e curve, è un riflesso sul profumato specchio della pelle, è la nostra relazione verso un sospiro… Ogni silenzio non ha lo stesso odore. Ad esempio: uno scrittore, come un cineasta letterario, dipinge un affresco sulla fresca malta dell’immaginazione sfuggente, consumata da un lettore – sia per collazione, pranzo, merenda ovvero per cena – mediante il suo caleidoscopio, creando così un’esperienza tutti frutti irripetibile, sentito forse il silenzio in si minore… parlava così all’infinito.
Quel colloquio diventava sempre più strano ad Annabella, fino al punto in cui ebbe cominciato ad ascoltare più attentamente la lingua che parlavano, perché le sembrava magicamente eufonica e cantabile, ed a volte strana.
Nello stesso modo in cui non vide il lato interno del vestito, Annabella non fu nemmeno a conoscenza di scarabocchi sulla parte esterna del suo vestito:
Quella notte sognante – avvolta nel mantello di fiocchi di neve che cadevano in un ritmo di adagio dormiente, a guisa di un paracadutista in forma di parole, il quale tocca terra penzolando nella sua invasione di gente, Annabella stava rimboccata sotto le coperte e galoppava attraverso l’immenso campo di sogni, dove l’erba è più verde, lo zucchero è più dolce, la chiave di violino scorre meglio nell’oliata serratura di note, gli aggettivi suonano più piacevoli, i fiori hanno un odore di essenze di profumi parigini, in una parola, dove tutto è immerso in un comparativo irresistibile. La barca di coscienza si lanciò al pelago dell’inconscio.
Intorno al collo aveva un amuleto a forma di chiave, per un’ipotetica toppa per mezzo di cui cerchiamo di sbirciare con gli occhi largamente chiusi. Sul comodino ardeva la candela postata in un candeliere di nero ebano africano che una volta era stato ornato dai fiori bianchi latte, ed adesso, in un altro continente, è esso ad ornare l’interiore letterario di un romanzo, a forma di una donna dalle orecchie grandi che sta ascoltando gli introduttivi accordi del Concerto n. 2 in do minore di Rachmaninov, il quale da qualche parte traccia con timidezza, avvolto nel crepitante cellofan di un vecchio grammofono.
Mentre sul muro l’ombreggiata silhouette di fiamma faceva una piroetta seducente, una gatta bianca come neve con dolcissimi ornamenti di vari colori, con un solo moto di zampa, buttò giù dal comodino la palla di filo, la quale cominciò a sbrogliare con un esito discutibile, a guisa di un fiume che scorre attraverso una terra ignota, intrecciata con salite ripide e rialti. Con un tono trionfale, il gomitolo rotolò via giù per le scale in una direzione sconosciuta. Se aveste potuto dare un’occhiata allo specchio, in quel staccato momento, avreste visto che sulla collana della gatta c’è stato scritto Andajira.
Il dialogo si svolgeva per un po’ più di tempo nella stessa maniera, però non bisogna dare fastidio ad un lettore curioso con ampiezza della materia. Andiamo avanti.
Alla nostra eroina tutto questo diventava troppo impregnato di misteriosità –ma dal momento che sentiva che un ritmo, uno slancio sonnambulante, imposto inconsciamente, non le lasciasse ad allargare la storia perché si trovava in uno stretto incomprensibile ed inerte – le sembrava che tutti quegli avvenimenti fossero diretti da una mano invisibile e che un metronomo letterario accelerasse il battito. Qualcuno mise la clessidra a roviescio e la cascata di sabbia cominciò ad ammassare i granellini, quindi lei venne al punto:
– Io cosa sto facendo qui?
– Sta cercando la palla di filo.
– Che palla di filo?
Al posto di rispondere, lui le buttò in faccia un altro mucchio di parole enigmatiche:
– Quando una valanga prende piede, essa accresce incessantemente, raccogliendo la neve lungo il percorso e diventa sempre più forte, abbatte tutto davanti a sé facendosi strada, e nello stesso tempo, proprio come gli animali selvatici, lascia tracce dietro di sé, a guisa di un filo di un particolare colore che determina il disegno del ricamo, cioè determina il corso delle cose; un filo di guida da snodare, che trattano Cloto, Lachesi ed Atropo, un indicatore di uscita dal labirinto.
Annabella non potteva più ascolotare quei giochi arcani e lucidi, eppure disegnati in tecnica sfumato3, spingendola in un’atmosfera latente.
– Non perdiamo altro tempo! Da che parte andiamo?
– Vedi quel gatto? – l’uomo puntò il dito verso un gatto che spariva dietro la curva ai veloci passi graziosi, per così dire, all’allegro grazioso.
Nello stesso momento, Annabella partì a passi veloci dietro la gatta la quale sapeva fare le fusa e miagolare il più sottilmente fra tutti i cori di gatti, il cui mantello fu di colore bianco candido e caramello sciolto, con la coda tigrata, di colore di miele e latte, e la quale intorno al collo portava la chiave del vetro di Murano. Annabella corse e, allo stesso tempo, tutte le campane della città cominciarono a suonare.
Nel momento in cui Annabella lasciò il campo, dall’altra parte della piazza si raffigurò una gondola nera, nel solenne stile voga alla veneta, con la ben conosciuta prua di latta, andando in direzione contraria, e nella quale c’erano tre signore, ognuna portando l’altro oggetto nella mano: il fuso, il globo e le forbici. Siccome il canale non era visibile da quella parte, da lontano pareva di muoversi sul nastro trasportatore.
Annabella stava cercando ancora. Teneva in mente il gomitolo come un faro, senza saperne perché. In uno stile crescendo navigava sulla via acciottolata al di sopra del mare, la quale ancor oggi richiama una gloria lussuosa e capitoli infiniti della storia richissima, navigava sul mucchio di carini ponti che ricoprivano le arterie di acqua e facevano decorazione alle singolari e pittoresche quinte della città che Annabella chiamava la fiaba sull’acqua. Quella città Annabella la vedeva come un’isola, trascurando deliberatamente il fatto che alla metà dell’Ottocento essa è stata trasformata dalla ferrovia in sola metà dell’isola; faceva questo per una sua estetica interiore alla quale sottoponeva anche una realtà comune; si perdeva in una vastità letteraria che non aveva né capo né coda. In un certo momento, sentì il fruscio della carta in tasca e con sorpreso ne tirò fuori un pezzo di carta, stracciato da un diario, a quanto pareva, su cui c’erano scritte in calligrafia le seguenti righe:
Mi sveglio nel mio letto sotto l’impressione di un sogno il quale saziò una notte di fame. Non posso sfuggire da un’impressione immaginativa incisa profondamente sulla pergamena della notte sognante. Mi alzo e faccio un passo verso la finestra, avendo la sensazione che lì mi aspetta una scena sorprendente al posto dell’usuale immagine tetra che dominava sul paesaggio immutabile, come una pianta preziosa in vaso. Andando avanti verso la finestra, mi prende il sapere – proprio come in un sogno quando uno è consapevole di un fatto, nonostante che non ne possiede nessuna informazione – di trovarmi infatti al piano nobile e di non immaginare il suono delle onde che spruzzano quell’edificio.
Dalla finestra rimuovo il drappeggio che ha il ruolo del sipario ed, alzandosi davanti ai miei occhi, esso crea una scena che toglie il respiro: il panorama fantastico del Canal Grande visto dal fiabesco caleidoscopio, da quella ottica sognante…
Annabella procedé con il suo percorso stimolante lungo il labirinto di viuzze, ammirando la pinacoteca di facciate magnifiche che indubbiamente formavano un’atmosfera romanesca.
Per quanto riguarda l’ambito di interessi di Annabella, la curiosità sta nel fatto che lei è ossessionata con la città sull’acqua, la quale con la sua magnificità svegliò un’infinita insonnia letteraria dentro di lei, e la quale è caratterizzata dalle aspirazioni di fetuccio di un topo di biblioteca che divora appasionatamente la più varia letteratura: enciclopedie, lessici, dizionari, libri di storia, biografie, autobiografie, agiografie, libri di viaggi, guide, riviste, monografie, diari, lettere, corrispondenza, annotazioni, trascrizioni, note, blocchi per appunti, blocchi per scrivere, copie, memorie, annali, cronache, confessioni, narrazioni, esposizioni, dialoghi, discorsi, orazioni, monologhi, commenti, aneddoti, miti, leggende, tradizioni orali, manoscritti, frammenti, atlanti, mappe, storie, racconti, novelle, romanzi, le più diverse creazioni belletteristiche, poeme epici, poeme, raccolte, raccolte di poeme, canzonieri, chansonnier, parodie, commedie, tragedie, appunti, opuscoli, manifesti, proclami, volantini, pastiche, falsificazioni, imitazioni, pasquinate, codici, protocolli, verbali, testimonianze, atti, studi, saggi, polemiche, trattati, bibliografie, periodici, articoli, varie annotazioni di giornali, compilazioni, libri dei sogni, grammatiche, libri di testi, manuali, ricette, breviari, album, quaderni pentagrammati, libretti, liste, registri, genealogie, collage, calendari, libri di geografia, proverbi, detti, fiabe… e così via all’infinito, e tutti improntati, più o meno, di una tematica comune dell’affascinante signora adriatica.
Essendo di una versatile erudizione rinascimentale, profondamente ostinata ed autodidatticamente temperata, Annabella riempiva la sua testa di bibliofila con informazioni elette, avendo la sensazione di un anacronismo devastante in rapporto al tempo in cui viveva. Però, come abbiamo già detto, ci credo, Annabella idealizza ogni particella che se le avvicina a portata di mano, o meglio, a portata di tiro dell’immaginazione.
Come la carta che assorbe l’inchiostro, così il suo subconscio s’imbeveva di fatti, di idee estetiche, topografiche, sognanti ed altre, tessendo un palinsesto di pensieri, dove s’intrecciavano le tracce di diversi manoscritti in un solo luogo, creando l’illusione di un labirinto in cui ogni lettore si perdeva, cercando di trovare il bandolo della matassa, cosicché ovunque gettava lo sguardo, sentiva una nota risplendere inconsapevolmente dentro di lei.
Essendo di mente acuta come il gambetto di re e di anima penetrata dalle essenze di nobili virtù, si rifletteva, in tecnica del chiaroscuro, il carattere della ragazza da cui nasce questa descrizione.
Ma adesso! È discutibile, in generale, quel fatto con il leggere perché la biblioteca di Alessandria, la più grande biblioteca del mondo antico, fu distrutta tre volte da parte di tre imperi diversi.
Ci rendiamo conto del pericolo di mania per il passato, dunque affrettiamoci.
Dopo una ricerca esausta – che non dovrebbe essere compresa in riferimento al piano temporale, siccome quel fatto sia relativo in questo caso – Annabella si fermò finalmente davanti ad una casa, poi ne entrò e provò di aprirne la porta, ma senza successo. Sbirciò per il buco della serratura e vide una ragazza dalle palpebre chiuse, infilata nel letto. Dalla camera proveniva il suono del Concerto n. 2 in do minore di Rachmaninov, avvolto nel cellofan crepitante di un vecchio disco.
Uscì di casa e sotto i suoi piedi graziosi lasciò un altro mucchio di strade e ponti, passò per una piccola calle la quale fu tutta coperta dai fogli di libri strappati, e ciò la colpì come se fosse dai piedi nudi calpestando le lettere di fuoco; indi, in un ponte vicino a lei, Annabella vide una sospetta persona strappare i fogli di libri e gettarli nel canale. Quelle due scene furono per lei come due schiaffi per quello che ama i libri.
Alla fine, riuscì a raggiungere una piazza grande. All’improviso, un uomo di passaggio le porse una tazza in cui fu inciso carpe noctem, rivolgendosi:
– Prego, signora.
Prese dalla tazza un dolce edonistico dal nome del famoso maestro di pittura di Urbino che era noto per le sue Madonne; lo morse; scintillò dal piacere della dolcezza. Vide la gatta nominata con la banderuola aderita alla coda, e poiché non non ci fu tempo di leccarsi le dita, partì dietro ad essa per l’antico rio Batario verso i piloni famosi, con intenzione di passare in mezzo di essi per rassicurarsi di essere dell’animo puro, per farsi sapere se si sarebbe addormentata o svegliata. Simultaneamente, sopra di lei volò una schiera di piccioni all’altezza di alquanti libri spessi. Sentì che dentro di lei abbia scintillato un settetto di chakra equilibrati.
Il cielo era di colore blu nuvoloso. L’intera scenata si svolgeva al rallentatore… Se aveste potuto sbirciare sotto il suo vestito – lasciamo a parte il morale per un momento – avreste visto l’iscrizione ai margini:

La bellezza sta negli occhi di chi guarda

…e proprio in quel momento mi accorsi che la mia Parker Sonnet stava per seccarsi, per cui le parole venivano più deboli, ed anche la candela stava per spegnersi – ardeva e gocciolava sulla carta… Speravo che rimanesse tanto di inchiostro di

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