Come successe che il povero Bartolo si trovò a dover affrontare torme di alieni feroci. Prima parte

October 2, 2013

“E così finalmente sono riuscita a sapere cosa hai fatto l’altra sera!” Lo sguardo della donna era uno di quelli che ti scorticherebbero vivo se potessero, ma tentato di mitigare con un sorriso come a dire Adesso, ti ho in pugno, posso affibbiare il colpo finale.
Biagio Bartoli, per tutti Bartolo, si guardò intorno spaesato con l’espressione di chi cerca una risposta o, nel caso peggiore una via di fuga, ma davanti all’unico ingresso c’era la moglie Ida, nella classica posizione dei gerarchi fascisti quando indottrinavano le folle: mento alto e volitivo, schiena dritta e pugni posti rigorosamente sui fianchi.
“Non mi ricordo nulla dopo la settima birra” piagnucolò come un cane bastonato, ”l’ultima visione è quella di Claudio che mi sta allungando il bicchiere della staffa, un calice di mezzo litro che ho bevuto tutto d’un fiato!”
Poi l’espressione s’incupì, preoccupata “Perché, che cosa ho fatto?” Chiese timoroso.
Era il momento che la corpulenta donna attendeva; vomitare addosso al marito la sfilza d’ignominie delle quali si era reso responsabile sotto i fumi dell’alcol; ma prima di elencare ogni singola nefandezza volle iniziare con una frase a effetto che si era studiata durante la notte.
“Tu sarai sempre fonte d’imbarazzo per me, di questo me ne rendo conto, ma stavolta hai esagerato”.
Bartolo deglutì un magone di saliva emesso dalle sue ghiandole ancora irritate dalla bevuta della sera prima, questo con un suono pieno scese lungo la laringe scuotendo la trachea in un movimento che alla donna parve timore e del quale fu orgogliosa. Lo spettacolo però, quello vero, doveva ancora cominciare e la primadonna, che era nel fulgore del suo estro creativo, avrebbe volutamente calcato ogni minimo accento gravandolo di una solennità quasi mistica, in modo che arrivasse al pover’uomo come il lacerante colpo dello scudiscio di un boia.
“Come prima cosa, e questo è disdicevole, ti hanno veduto attraversare la città barcollando come un metronomo, mentre cantavi una indistinta canzone da ubriachi, della quale non sono neppure riusciti a comprenderne il testo, facendo arrabbiare ancora di più che assisteva a quel tristo spettacolo. Non pago trascinavi con te alcune coperte che, a un certo punto hai buttato a terra, nel primo spiazzo libero e sulle quali ti sei accucciato come un cane rabbioso stremato dal suo male stesso e lo hai fatto senza salutare nessuno di quei gentili signori che ti stavano intorno per ammirare quel fior fiore di rappresentazione di umana stupidità!”
“Diamine, e non hanno sbordato alcun soldo per assistere a una simile tragedia? All’arena di Verona per guardare la Madama Butterfly si pagherebbero fior di quattrini” Chiese l’uomo con uno sguardo serafico come quello di un poppante dopo il pasto mattutino “Conosco un signore di Brescia, tale guido Ragani, un oste col quale ho prestato il servizio militare all’Accademia spaziale di Newmoon che mi ha raccontato di come una volta, non si ricorda bene per colpa di quale donna, è finito specificatamente nel suddetto tempio dell’arte lirica ad ammirare proprio quell’opera di Puccini . Non smise mai di meravigliarsi di come le persone presenti si spellavano le mani in sperticati applausi proprio nel momento più drammatico della vita della povera Cio-Cio-San, mentre questa sventurata canticchiava la sua melodiosa aria infilandosi lacerandosi il petto con un pugnale tantō, preveggente dono dell’amorevole padre”.
Un profondo sospiro di rammarico poi Bartolo si fece forza nell’animo e si rivolse alla iena in tuta da jogging “Senza contare che domani si partirà per Marte, la giornata di ieri è stata una sorta di Addio al terreggiato!” L’accostamento al celibato era voluto e pronunciato con un sibilo ofidico, come per ricordate all’amata consorte che per tre lunghi mesi non si sarebbero visti né sentiti e questo produceva in entrambi una strana euforia di indipendenza.
“Adesso vado in bagno” Disse Bartolo approfittando di un momento di silenzio della donna “devo frizionare le spalle col balsamo di tigre, contro i miei reumatismi ma soprattutto devo, con tutto il rispetto possibile, tentare di eliminare la scorsa serata dal mio stomaco!”
Per desiderare di essere precisi la situazione di Bartolo era un tantino più complessa. A causa della birra e delle altre sostanze alcoliche ingurgitate la sera precedente la vista gli stava giocando un brutto scherzo accavallando ogni singolo oggetto in modo che lui non riusciva a distinguere perfettamente una sagoma da un’altra vicina. Nella sua testa poi pareva ci fossero al lavoro tutti e i sette nani, intenti a cercare pietre preziose tra le pieghe del suo cervello, con la candida Biancaneve che li fustigava crudelmente per incitarli nella loro opera demolitoria.
“Bell’esempio di astronauta che sei” sibilò la donna vedendo la schiena e il deretano di Bartolo sparire altre lo stipite “grosso, grasso e deficiente!”
In effetti, la fisicità dell’uomo era particolare davvero, anche se l’acredine nei termini di Ida ne avevano esagerato la misura, in una parola si poteva definire indecisa. Sull’aspetto del viso nulla da eccepire, era uguale a quello di un porco, rosa, paffuto, con occhi scuri e vicini e strane orecchie staccate dalla testa solo per la punta, ma il corpo era altra cosa. Chi lo osservava per la prima volta stava ad ammirarlo per ore decidendo a quale fetta della stirpe umana esso appartenesse; da un lato pareva quasi normale se non fosse stato per i fianchi più che robusti ma poi, alcuni passi intorno a quel monolite d’uomo ed ecco che esso pareva fatto a guisa di cinghiale paffuto. Un mezzo giro ancora e tornava l’impressione di un uomo dalla forma di una pera.
“Dove sono finiti i tempi in cui chi navigava per il cosmo doveva avere la mascolina fisicità di Neil Armstrong oppure di un Buzz Aldrin!”
La voce fastidiosa della moglie lo seguì finanche davanti alla porta del bagno.
Finiti per sempre cento anni fa, da quando c’è più gente per lo spazio che su questo sovraffollato pianeta. Pensò Bartolo tra sé mentre con un veloce e opportuno gesto alzava il sedile di legno del water, proprio nel preciso momento in cui, ai conati di vomito, seguiva la parte liquida.
Espletate anche quelle fastidiose funzioni corporali si lavò per bene, tentando con il sapone convenientemente sfregato sulla sua pelle, di eliminare anche il fastidioso dolore al capo.
“Vado a dormire” disse appena uscito dal bagno “anche se sono solo le quattro del pomeriggio, sono stremato e domani mi attenderà un lungo viaggio”. Non attese nessuna risposta dalla moglie, che peraltro non arrivò visto che lei era già uscita per recarsi a casa della madre, dove poter riversare all’esterno ancora un po’ del fiele che le riempiva il fegato; ovvio che il bersaglio delle sue feroci lamentele era il comportamento sconsiderato del povero Bartolo e come lei avesse sprecato i migliori anni della sua vita ad accudire quell’animale. Molte volte, con la compiacente genitrice Ida era arrivata a sostenere che darsi della cretina era un obbligo contrattuale asserendo che, quando era giovane e a suo dire bellissima – cosa della quale l’intero mondo dubita ancora oggi – era corteggiata da fior di pretendenti. Tra tutti spiccava un mercante di bestiame di Reggio nell’Emilia di nome Fausto Catti, un patetico omuncolo basso e grasso tanto dotato in soldi quanto mite di carattere, così docile e arrendevole con lei che pareva non avere una spina dorsale su cui poggiare il busto.
“Se solo ti avessi dato retta, mamma, a quest’ora sarei una donna felice. Un bravo marito, un corposo conto in banca e una bella villa; niente figli che sono solo sacrifici ma senz’altro una domestica per aiutarmi nei lavori di casa”.
La madre insufflò tutta l’aria presente nella stanza con un profondo e lungo sospiro, attese qualche attimo per caricare la frase di una sorta di energia mistica poi, con la voce di una pantera non addomesticata ma solo parzialmente domata, parlò.
“Ah, povera figlia mia! Che brutta cosa l’amore, guarda come ti ha ridotto, maritata a un camionista spaziale in cassa integrazione, senza alcuna prospettiva di miglioramento di un reddito fisso che, a malapena, ti consente di sopravvivere. Io non voglio infierire su di te, certo che se mi avessi dato retta e badato più al conto in banca che al contenuto dei calzoni, ora saresti in una ben diversa situazione”.
Giusto perché non aveva voluto infierire.
“Madre mia, come hai ragione!” Passarono così il resto del pomeriggio, con le stesse frasi ripetute all’infinito; evidentemente le due donne non si stufavano mai di ascoltarle.
La mattina seguente Bartolo si alzò di buona ora, con il martellante rumore della sua vecchia sveglia analogica che gli ricordava di quanto fossero dolorosi i postumi di una signora sbornia quale lui aveva preso, andò nella cucina dove fece un caffè liofilizzato che bevve fumante mentre, nel tentativo di registrare per bene la vista appannata, rimirava dalla finestra della sala il panorama che questa proponeva.
Certo che i tetti di Nuova metropoli sono proprio belli, tutti di un caldo colore ocra; si stendono a perdita d’occhio sovrastando quelle eleganti mura di cemento grigio e quelle eleganti antenne di un lucido metallo grigiastro. Gli capitava spesso, dopo una serata di bagordi, di sentirsi particolarmente sarcastico: quella mattina non faceva certo eccezione.
Si vestì con una tuta arancione sulla cui schiena era impresso il logo della ditta per la quale lavorava da quasi vent’anni, Hassam Trasporti Interplanetari. Si ricordava ancora con malinconia, di quando il lavoro andava a gonfie vele, solo pochi anni prima, di come si facessero due, a volte anche tre viaggi su Marte in un singolo anno, certo, il tempo lontano da casa era tanto ma lo stipendio ripagava di ogni sacrificio. Ora invece, colpevole una crisi che nessuno sapeva chi avesse scatenato e perché, i viaggi si erano ridotti di molto, insieme ai soldi. Era stato quindi un colpo di fortuna insperato per il vecchio proprietario dell’impresa l’aver ottenuto dai grandi magazzini Astrostore quella commessa, trasportare sul pianeta rosso un consistente carico di lavatrici dell’ultimo modello; per quel viaggio il buon Hassam aveva pensato di rispolverare il cargo Odissea: questa era il fiore all’occhiello della sua possente flotta di tre vecchie e sgangherate astronavi da trasporto, la più capace di tutte.
L’importante consegna sarebbe stata portata a compimento dal suo uomo migliore, Bartolo appunto, e questa la dice lunga sulle capacità degli altri individui al suo servizio.
Con quello stato d’animo a metà tra lo stordito e l’eccitato Biagio Bartoli partì per quel lungo lavoro che lo attendeva fra le stelle più luminose del firmamento.
Il magazzino dei camion stellari di Hassam era un grande hangar scalcinato posto ai lati del luogo di decollo dell’astroporto di Nuova Metropoli, un quadrato di cemento vasto quanto l’intera città. Era incastrato tra decine di altri ricoveri per mezzi spaziali privati, vecchi edifici miseri e fatiscenti che riempivano l’intero lato ovest della pista con una miscela di incuria e di fasti del bel tempo andato che saturavano di un’aria greve l’intera sezione, in netto contrasto in quello nord invece dove eleganti e pennellati edifici statali e militari contenevano astronavi nuove di zecca che attendevano soltanto una qualche guerra che desse loro il fasto per il quale erano state costruite. A sud una lunga successione di torri di controllo in ogni foggia e misura dirigeva un continuo viavai di aerei e navi spaziali, sul loro fianco, giusto per chiudere la fila c’era uno dei quattro bar dell’aeroporto George Takei, un elegante struttura di fibrocemento di color azzurro dove, proprio in quel momento Bartolo stava consumando l’ennesimo caffè chiacchierando amabilmente con un inserviente appena conosciuto.
“Certo che il 2107 è stato un anno disastroso per l’economia globale, la crisi cominciata nel 2088 ha costretto migliaia di piccole attività a chiudere i battenti e ancora fa sentire il suo fetido alito, anche se, a onor del vero tutti gli esperti del settore sono concordi nell’asserire che le cose l’anno prossimo andranno decisamente meglio. Lo dicono ogni benedetto anno, dovranno azzeccarci prima o poi, non fosse che per la legge dei grandi numeri”. Bartolo diede l’ultima sorsata al caffè ormai intiepidito, ripose la tazza sul bancone e, guardando l’uomo dritto negli occhi, pontificò quella che riteneva la sua verità più pregnante.
“E’ ovvio ritenere che il lavoro non sia alla stregua di un riposante gioco, purtuttavia è lecito supporre che chi ne possieda uno al giorno d’oggi, debba esserne felice come un fanciullo che si trastulla col suo balocco preferito” Gli occhi dell’inserviente si rivestirono di una strana patina opaca, come quella che si forma quando si tenta impunemente di trattenere un infingardo sbadiglio che ci assale in un momento che riteniamo inopportuno ma che, nonostante tutta la nostra buona volontà decide che è giunto il tempo di uscire.
“Devo andare ora”. Si limitò a dire il pover’uomo, sgattaiolando il più velocemente possibile da quell’impiccio.
Andrò anch’io, ormai è l’ora di cominciare i controlli per la partenza, rifletté tra se Bortolo incamminandosi verso la navetta che lo avrebbe consegnato poco dopo proprio davanti ai cancelli della ditta di trasporti planetari Hassam, ad attenderlo il suo copilota.
Tra tutti i colleghi che Bartolo aveva sperato di trovare come compagno per quel lungo viaggio, Jaroslavl Fenech risultava il meno preferibile. Era un uomo magro, uno spilungone allampanato e quasi completamente calvo, originario delle terre di quello che una volta era il Protettorato Ceco e che ora invece facevano parte del neonato Nuovo Impero Ottomano. Il suo cranio secco e tirato nascondeva la pregevole smania di elencare a chiunque gli si parasse di fronte ogni singolo progresso delle scienze tecniche, con dovizia di particolari ed esaltazione d’animo. Tanto che al poveretto capitato sotto le sue grinfie, dopo un quarto d’ora d’ascolto più o meno interessato, venivano in solenne disprezzo lui e tutte le scienze umane.
La mania di Jaroslavl gli era valsa nell’ambiente il poco delicato soprannome di Stempiato Rompiballe, oppure quello di Logorrea Ambulante o ancora Cacata di Scienza, invero tutti appropriati anche se poco rispettosi, d’altro canto il suo altezzoso volersi erigere a supponente educatore delle altrui menti non meritava altro.

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