La strada del sole

September 5, 2013

La pelle si sarebbe lacerata, questa volta si. Il volto dell’uomo alla guida della macchina, di nome Rob, appariva contratto in una terrificante e orribile smorfia già da quando si era svegliato dopo un pisolino durato due o tre ore, precisamente dalle dieci all’una e mezza, proprio sotto il sole cocente in agosto. Non era la prima volta, per questo sapeva che la pelle si sarebbe lacerata. Precisamente era la seconda. La prima, circa venti estati fa, Rob se la ricorda ancora bene: aveva sedici anni, e poi prese una bella febbre. Da giovane però non beveva troppe birre e aveva il fisico, aveva guidato fino a casa, aveva incassato alla grande. Ricorda bene le piaghe su tutta la schiena e le spaccature sanguinolente

Questa volta si sentiva male, peggio di quando aveva sedici anni. La febbre era arrivata in anticipo, anzi, lo aveva svegliato, per di più viaggiava da solo, senza nessun amico e in condizioni critiche. Aveva l’impressione di sentire gia qualche crosta dietro la schiena, appiccicata alla canottiera e grondate di sudore, sulle braccia e sotto le gambe indolenzite. Per fortuna, pensò neanche troppo stupidamente, non si era ustionato sul petto, più vicino al cuore.

Sapeva solo che doveva arrivare a casa il prima possibile. Faceva cosi caldo che anche il motore dell’auto, sotto il cofano, sembrava stanco e ansimava affannossamente. Sentiva una profonda stanchezza, un desiderio di abbandonarsi agli eventi che non aveva mai provato prima. Divenne un tutt’uno con la sua macchina, una massa in fiamme che correva più velocemente possibile, come un proiettile sulla strada. Il sole era altissimo nel cielo azzurro, un puntino di luce immensa capace di inghiottire tutto il mondo. Concentrarsi sulla guida era l’unico modo per restare sveglio. Accese anche la radio a tutto volume.

Casa era distante. Doveva guidare almeno per un ora, quarantacinque minuti con quell’andatura, sotto il sole che lo stava arrostendo come uno spiedino. Era spaventato. Si rendeva conto della febbre e del suo corpo pericolosamente in ipertermia. Era indolenzito dal calore, con la testa pesante e qualche linea di febbre. Doveva concentrarsi sulla guida e tenere duro, almeno finchè non avesse incontrato un altro essere umano. Cosa che su quella strada deserta appariva impossibile.

Aveva sempre gli occhi fissi sulla strada, anche se le palpebre accennavano a chiudersi. Tra non molto ci sarebbero stati ben tre dossi, una serie di salite e discese famose per gli incidenti causati dall’alta velocità. Rallentò automaticamente all’inizio della prima discesa, invisibile alla vista ma segnalata da piu di un cartello, in una sorta di guida inconscia. Conosceva perfettamente la strada percorsa innumerevoli volte, d’inverno per lavoro e d’estate perche amava il mare, collegava il suo paese isolato a una zona industriale e alle altre citta tutte prevalentemente marittime.

Continuava a guidare, affrontando quei dossi che sparivano sotto la strada a bassa velocità. Svuotò quel che restava della sua acqua sulla testa per rinfrescarsi un minimo. Niente. Troppo caldo. Troppa afa. Tutto troppo appiccicoso.

Ad aggravare la sua situazione sentiva che quelle salite e discese gli stavano procurando una fastidiosa nausea e guardare le bolle che si iniziavano a formare sulle sue braccia, non lo aiutava a controllarsi, sembravano pronte a esplodere come piccole zanzare dalla pancia rigonfia.

Non poteva fare a meno di non pensare a quanto fosse stato stupido e incosciente ad addormentarsi sotto il sole, per di più senza crema protettiva e nelle ore di punta, quando le radiazioni sono decisamente più pericolose. Lo poteva affermare col suo corpo devastato dalle piaghe.

Cercava di non dare peso al prurito, alla sudorazione eccessiva e alla febbre alta, mentre continuava a guidare su quella strada assolata e senza zone d’ombra. Guardo dietro, in cima a una delle salite guardò avanti, nel nulla: nemmeno un anima. Il fondo vuoto della sua borraccia era paragonabile al suo stato interiore: buio e oscurato, con nessuna possibilità di riempire quel vuoto, non in quel momento.

Era quasi sul rettilineo finale quando l’auto ebbe un sussulto, uno scoppio sotto il cofano e il motore spense fermando l’auto, a metà dell’ultima salita, facendola ricadere in retromarcia fino alla fine della discesa. L’auto si era fermata del tutto. Forse era il carburatore? Il radiatore? Il motore direttamente? Non ne aveva idea e non voleva crederci. Per lui erano solo parole che finivano con “ore”, quelle che non credeva di avere. Se esiste la sfiga, pensò, questa le batteva tutte.

A quel punto sarebbe sicuramente morto, in effetti, se non fosse passato nessuno su quella strada deserta, per Rob sarebbe finita. Gia immaginava le scritte sui giornali: “Giovane trovato morto sulla strada del sole: ustioni su tutto il corpo” oppure “L’ennesima vittima del caldo torrido di quest’anno” e ancora “L’automobile del trent’enne si era trasformata in un forno ambulante”.

Con l’auto in panne scese a fatica e si diresse fino al cofano, aprendolo per controllare l’interno. La nube di fumo nero e caldo che si sprigionò tutt’intorno a lui gli procurò non poca sofferenza sulla pelle gia ustionata e raggrinzita. Aveva il corpo in fiamme, proprio come la scocca in laminato dell’auto che stava toccando, sentiva che la testa se ne stava andando in brodo di giuggiole ma anche se fosse stato lucido e in ottime condizioni, non aveva le nozioni necessarie per riparare il guasto e farlo in tempo. Sentiva di avere poco tempo per giunta. Capiva di meccanica e motori quanto un ateo di religione. Con un gesto violento chiuse il cofano. Rientrò nell’auto ma dal lato del passeggero e si mise comodo.

Il pensiero fu istintivo e neanche troppo stupido: chiuse i finestrini e le portiere della macchina e accese il raffreddamento automatico. Almeno la batteria dell’auto avrebbe funzionava un’altro po. In quella posizione, la pelle in fibra sintetica del sedile del passeggero e la sua pelle dall’aspetto disumano erano quasi profuse in un unico blocco di carne.

Qualcuno lo avrebbe investito se rimaneva fermo li ma non aveva la forza per spostare l’auto a spinta, in più davanti e dietro di lui c’erano delle salite. Anche il telefono era scarico e si sentiva completamente isolato e impossibilitato nel cercare aiuto. Si abbandonò sul sedile del passeggero, con la sonnolenza che lo assaliva, ormai non gli importava più nulla, era pronto. Desiderava soltanto che quella sofferenza finisse, in un modo o nell’altro, ma avrebbe preferito durante il sonno.

La pelle bruciava, gli pareva di poter sentire le grida d’aiuto di ogni sua singola cellula mentre ribolliva letteralmente dall’interno, lasciandogli strane piaghe simili a quelle da decubito. Si stava squagliando, cuocendo, anche se il raffreddamento automatico gli dava un minimo di sollievo. Abbassò un po il sedile reclinabile e si mise più comodo all’interno dell’automobile esposta ai raggi solari delle tre del pomeriggio. Se fosse morto nel sonno, si sarebbe potuto considerare fortunato. In cielo nemmeno una nuvola, nemmeno un piccolo segnale di cedimento dal sole ardente. Si addormentò profondamente tra i suoi lamenti.

Poco più di venti minuti dopo, una mano che batteva le nocche sul finestrino del passeggero lo svegliò. Apri gli occhi lentamente, le palpebre e ogni singola fibra del suo corpo erano indolenzite e secche, pregne del sudore che scendeva copioso. La visione dell’uomo che lo aveva svegliato però gli fece più che piacere: finalmente una divisa, non un uomo qualunque. Quel poliziotto lo avrebbe aiutato, lo avrebbe accompagnato alla struttura medica piu vicina dove si sarebbe ripreso con qualche antibiotico e insulina, ne era certo: il peggio era passato.

Ogni cosa appariva ai suoi occhi confusa, e indistinta come il volto dell’uomo in divisa mentre a fatica provava ad alzarsi dal sedile per poggiarsi sulla macchina, e rimaneva immobile ad osservare i suoi movimenti e gesti. Era una presenza rassicurante, dalla voce quieta e calma, paragonabile ad un miraggio: un’oasi d’acqua potabile sperduta nel deserto. Quel poliziotto lo avrebbe aiutato, lo avrebbe riportato a casa, lo avrebbe salvato. Però stranamente non vedeva nessun’altra auto, apparte la sua, ferma e in panne sotto il sole.

Per la prima volta dalla sua gola secca riusci a dire qualcosa: “E la sua auto di pattuglia, agente? Non vedo nessun auto”

L’uomo in divisa armeggiava sotto il cofano, nemmeno lo guardò e non rispose alla sua domanda ma si limitò a sorridere sotto i baffi prima di aggiungere: “Ragazzi che gola secca. Non sta bene. Teni: bevi un po della mia acqua” E da dietro la schiena, dove probabilmente teneva una custodia, tirò fuori una borraccia che sembrava provenire dalla seconda guerra mondiale e la tese all’uomo febbrile.

Era incredibilmente fresco e rinvigorente, quel liquido non sembrava naturale ma una qualche pozione alchemica di eterna giovinezza in grado di risanare il corpo, lo spirito e cancellare la sua sofferenza. Ma forse era solo un impressione, forse aveva talmente sete che se fosse stato piscio di gatto, per Rob, avrebbe avuto lo stesso sapore dell’acqua che sgorga dalle sorgenti. Di fatto, dopo aver dato una lunga sorsata, la febbre iniziò ad abbassarsi e la pelle ad assumere un colorito piu roseo, le piaghe si dilatarono e anche il mal di testa accennava a diminuire lentamente mentre iniziava a sentirsi decisamente meglio.

“Buona” fu tutto quello che riusci a dire, commentanto la sua acqua, prima di ridare la borraccia al poliziotto. Una cosa lo stupi, una cosa che vide con la coda dell’occhio: la mano che ritirò la borraccia era fredda e le sue unghie scarlatte come quelle di un morto. Che si fosse fermato un fantasma ad aiutarlo? Che stesse sognando? Eppure tutto sembrava cosi reale. Che stranezza, pensò. Magari era solo la sua pelle.

L’uomo che armeggiava sotto il cofano lo guardò finalmente per la prima volta, e la ritrovata concentrazione di Rob gli fece notare i suoi occhi neri come l’inferno, con due puntini rosso fuoco al posto delle pupille. L’uomo che fino a poco fa sarebbe morto per le ustioni e per la febbre ora guardava il volto dell’altro sentendo un brivido inconfondibile dietro la schiena: quello della paura. Non più freddo, non più brividi di debolezza, ma puro terrore. Eppure si sentiva in debito con quell’uomo che ancora lo stava guardando con un sorriso sulla bocca, quella bocca troppo bianca e screpolata, mostando i suoi denti anneriti. Nulla, a quel punto, poteva far pensare che quel poliziotto fosse un essere umano, anche il fiato che usciva dalla sua bocca aveva un qualcosa di spiritico, animato da una forza ultraterrena.

Lo osservò attentamente, questa volta avvicinandosi al cofano, in uno slancio di coraggio, finche non gli era proprio di fianco. Ros lesse un nome sulla placca in alluminio posta sul taschino destro della divisa: Edgar Larsa. Noto anche che quell’uniforme era malconcia, sporca, probabilmente bruciata come lo dimostravano alcuni buchi e strappi sparsi qua e la. La pelle del poliziotto sembrava ustionata, sotto un grosso squarcio sul braccio della divisa, che prima non aveva notato. Vide chiaramente i segni di ustioni gravi. Il cappello era strano ma sapeva collocarlo da qualche parte all’interno della storia: l’aveva gia visto in qualche film o documentario sulla prima guerra mondiale.

Il poliziotto continuava a guardarlo e a sorridere, con le mani ancora infilate nel cofano dell’auto. “Ah!” Esclamò. “Quest’auto tornerà come nuova. Sai, sei stato fortunato ad incontrarmi. So cosa stavi passando, le forze del male ci godono” Disse. Rob era pietrificato.

L’uomo che fino a poco fa era in preda alle ustioni iniziava a sentirsi meglio e a capirci qualcosa ma tutto sembrava cosi assurdo che a un tratto penso di trovarsi in un sogno. Quell’uomo non poteva essere un fantasma? Magari aveva avuto un illusione. Eppure, quando tornò a posare i suoi occhi marroni negli occhi dell’altro, quel nero infernale non lasciava spazio a dubbi. “In che senso?” Chiese con voce tremante.

“E’ successo proprio qui, in un incidente d’auto, la macchina prese fuoco e… Beh, sono morto”

Non c’erano dubbi, non c’erano. C’era solo paura e lo stordimento. Un brivido, ancora piu intenso di quello provato poco fa, divampo in tutto il corpo di Rob. “Sono morto?” Chiese con voce ancora piu tremante.

“No, io. Tu tra poco tornerai a casa. Fammi un favore: metti in moto, quando te lo dico io”. Disse il poliziotto con un tono quasi infastidito, forse perche aveva notato il turbamento dell’altro.

Ormai, Rob, era in una specie di trans e avrebbe obbedito a qualsiasi comando pur di non riflettere sulle circostanze in cui si trovava. Gli sembrava di potersi vedere dal di fuori, dall’alto, immaginando che non era lui.

Gli tremavano le gambe mentre si dirigeva al posto di guida. Si sedette. Le chiavi erano ancora attaccate. Non riusciva a vedere il poliziotto perche il cofano era alzato, sentiva solo la sua voce ma indistintamente, farfugliava piu che altro.

Riusci a sentirlo bene quando disse: “Ok, ci siamo! Pronto? Metti in moto…” L’uomo all’interno dell’auto accese senza alcun problema e l’automobile sembrò gia pronta a partire. “…perfetto!” Disse il poliziotto che aveva riparato il guasto. Dopodichè, chiuse il cofano. In quel preciso istante Rob avrebbe voluto ringraziarlo, ma il poliziotto svani in una nube di fumo nero che si disperse nell’aria in ampie volute.

Rob rimase fermo per un po, prima di partire verso casa, con lo sguardo confuso e distante. Una nuova consapevolezza era entrata nella sua vita, come un fulmine a cielo sereno. Però, a differenza dei tanti racconti e delle esperienza degli altri uomini, il suo spirito era stato benevolo. Le ferite e le ustioni erano scomparse, la testa era fresca come dopo una bella dormita, nessun segno di pelle raggrinzita, nessun danno sul corpo.

La prima cosa che riusci a pensare, è che nessuno avrebbe mai creduto a quella storia. Poi scoppio a piangere, d’istinto, quando era quasi arrivato a casa e scorgeva i primi tetti in lontananza. Cerco di controllarsi, di riprendersi. Si asciugo gli occhi dalle lacrime e la fronte dal sudore, due o tre volte. Si guardo infine nello specchio retrovisore e disse fra se e se: “Grazie, Edgar. Grazie”.

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