Il surfista dei cieli

August 14, 2013

Laboratorio 5, situato nei piani inferiori di un grosso edificio, al centro di Cylion City, La Città delle Luci. Era un laboratorio grande, anche se era uno dei più piccoli, considerando la grandezza degli altri. Quel lunedì mattina era in corso un esperimento, e gli studiosi e gli esperti al loro interno stavano usando una vasta gamma di sostanze. Starling Skyler si trovò a passare di lì per puro caso, visto che aveva appuntamento con un suo amico e fu forse il caso che volle che, in quell’istante, qualcosa nel laboratorio andasse storto: che sia stato un colpo di sfortuna o che si stata colpa di un tirocinante che sbagliò miscuglio, qualcosa comunque non andò nel modo giusto e due sostanze mescolate reagirono causando un’esplosione. Mentre Starling stava attraversando il laboratorio, usandolo come scorciatoia per arrivare in tempo al luogo dell’appuntamento, fu investito da una luce improvvisa, una luce così forte che gli tolse in un istante la vista e i sensi. Da lì in poi Starling riuscì soltanto a sentire voci e grida e un suono scostante sotto la sua testa. Si accorse allora di essere a terra e quello che sentiva erano i passi della gente, agitata. Si disse, tranquillamente, che qualcosa era andato storto e che era saltata la luce, perché non vedeva niente. Ma qualcuno gli si avvicinò e gridò a qualcun altro  di chiamare soccorso.                                                             “E’ ferito agli occhi!”, sentì soltanto. Poi, come trafitto da una freccia infuocata, ebbe un sussulto e solo allora il suo cervello gli mandò l’impulso doloroso che avrebbe dovuto sentire fin da subito. Starling gridò: i suoi occhi bruciavano come se fossero in fiamme e sentiva qualcosa colargli sulle guance. Lacrime? Ebbe il terrore che non fossero davvero lacrime.

_________

Starling Skyler aveva venticinque anni ed era il pilota ufficiale della nave spaziale Sungalaxy. Il giovane aveva dei capelli neri come l’inchiostro, piacevolmente ondulati e abbastanza ribelli e gonfi, che gli solleticavano il collo e che, a volte, li teneva all’indietro retti da un cerchietto quando alcune mattine proprio non si pettinavano e non volevano restare al loro posto. Aveva poi due occhi molto particolari: erano chiari, ma non avevano un colore definito, erano cangianti, nella penombra erano di un azzurro pastello, nell’oscurità della notte si scurivano e si facevano blu come le profondità del mare, mentre sotto la luce diretta prendevano un colore verde chiaro che si screziava di giallo sotto i raggi del sole. Mai occhi più rari poteva avere un uomo, ma colori più meravigliosi potevano ottenere a seconda della luce. Quei suoi occhi catturavano l’attenzione di tutti ovunque andasse. Ma non erano belli solo perché erano rari: gli occhi di Starling erano limpidi, luminosi, sinceri. E, forse, erano amati dalla gente proprio per queste caratteristiche. Starling era una di quelle persone che quando rideva lo faceva anche con gli occhi, per questo erano così vivi. C’erano persone che quando stendevano la bocca per sorridere non sorridevano che con le labbra e i loro occhi rimanevano spenti e fermi. Starling, invece, era una di quelle poche persone rimaste che ancora mostrava con sincerità ogni emozione. Ma quei bellissimi occhi erano stati danneggiati irrimediabilmente e tragicamente.

Quando Starling si svegliò lo fece di soprassalto, come destato da un incubo. Ebbe un sobbalzò, ma non riuscì a muoversi. Era in un letto, ne era sicuro: sentiva le coperte profumate e i cuscini morbidi sotto la sua testa. Mosse un braccio, ci riuscì. Si accorse che aveva le braccia fuori dalla coperte. Coperte. Letto. Perché era in un letto? E perché non vedeva niente? Era buio? Era notte? No, aveva qualcosa sul viso. Provò ad alzare una mano per toccarsi la faccia, ma venne bloccata da un’altra mano.                                                                                              “No, no. Fermo.”, disse una voce, una voce familiare, gentile e calda. Starling voltò appena il viso verso quella voce così familiare che sentiva e che sembrava arrivargli da destra

 “Viyen … sei tu?”, disse in un sussurro.

“Si, sono io. Sta tranquillo, va bene?” fu la risposta che gli arrivò.

“Dove sono? Che è successo?”

“Sei all’Ospedale Centrale. Sei stato colpito agli occhi da quel fascio di luce all’interno del Laboratorio 5, ricordi?”.

“Oh … oh, si … adesso ricordo.”, disse Starling lentamente, alzando la mano che aveva libera.

  “Bene. Sei stato colpito agli occhi, ecco perché sei qui.”:

“Si … gli occhi … ricordo che mi facevano malissimo … gli occhi!”, alzò la mano libera, ma Viyen gli bloccò anche quella, stringendogli il polso.

“No, metti giù le mani, non devi assolutamente toccarti gli occhi!”, lo rimproverò cercando di portargli giù entrambe le braccia.

“Che cos’hanno? Che è successo ai miei occhi? Perché non sento più dolore?”, Starling sentiva il battito del suo cuore accelerare. Le mani che Viyen stringeva si imperlarono di sudore.

“Sta calmo ti ho detto. Va tutto bene. I medici non sono riusciti a salvare i tuoi occhi. La luce a cui sei stato esposto li ha danneggiati troppo e troppo in fretta. Ma ti hanno impiantato due nuovi occhi, quindi non preoccuparti. Ti hanno operato due giorni fa e hai dormito fino ad ora.”, spiegò in fretta Viyen.

Starling fece un respiro profondo e tremolante. Viyen, alla fine, gli lasciò andare le mani e Starling le poggiò sul letto.

“E’ tutto a posto, non preoccuparti.”, ripeté Viyen, con un leggero sorriso che l’amico non poteva vedere.

“Dopo che la luce mi ha travolto … ho sentito i miei occhi bruciare e le guance bagnarsi di un rivolo liquido … lì per lì ho pensato fossero lacrime, ma non lo erano, vero?”, la voce gli tremò.

“No. Era il liquido oculare che usciva dalle orbite, Starry.”, rispose dopo un po’ l’amico.

“Oh, che schifo!”, esclamò Starling stringendo le mani sulle coperte, forse per frenare l’impulso di toccarsi il viso.

“Quel tipo di luce era una radiazione particolare che colpendoti gli occhi in modo così diretto ha letteralmente … sciolto l’occhio, per così dire. Si, diciamo così e non indugiamo sui dettagli.”.

“Basta, o ti vomito sulle scarpe, Viyen. Anche se non ti vedo.”, disse disgustato.

Viyen si portò una mano sulle labbra, spostando lo sguardo altrove.

“Ok, mi spiace.”

“Avevo capito già da me in quel momento. Dunque: che diavolo mi hanno fatto?”.

“Te l’ho detto, ti hanno impiantati due occhi nuovi di zecca.”.

“Occhi artificiali, eh? E … funzionano davvero? Nel senso … .”.

“Se funzionano o no, lo vedremo subito.”, un’altra voce interruppe la conversazione e veniva da un basso uomo dai capelli grigi e dal viso paffuto, che poteva avere su per giù una sessantina di anni.

“Starling, lui è il dottor Sigmund, colui che ha effettuato l’operazione.”, lo presentò Viyen.

“Oh … salve.”, disse Starling muovendo la testa, tentando di individuare la posizione dell’uomo.

Sigmund gli sfiorò una spalla e Starling si voltò subito.

“Visto che si è svegliato possiamo procedere a vedere se il dispositivo visivo VHB che gli abbiamo impiantato funzioni correttamente. Ma prima le faccio qualche domanda: mi dica, signor Skyler, sente per caso dolore?”, e così dicendo poggiò una mano sulla fronte di Starling, premendo.

“No … .”, rispose Starling un po’ perplesso, cercando di frenare l’impulso di alzare le mani.

“Bene. Allora procedo, se non le dispiace.”.

Tolse lentamente le bende dagli occhi del giovane, che stringeva convulsamente le mani sulle coperte, anche se non sentiva niente. Quando le bende furono tolte, Starling ebbe un sussulto.

“Che c’è?”, gli chiese subito Viyen, preoccupato.

“Nulla. Da sotto le palpebre ora vedo la luce.”, si affrettò a dire Starling.

“Bene, molto bene. Provi ad aprirli, signor Skyler.”, la voce simpatica e allegra dell’uomo faceva sentire Starling confuso, ma anche rassicurato allo stesso tempo.

Starling respirò a fondo e mosse appena le palpebre. Si chiese come mai riuscisse a sentire così bene ogni muscolo e ogni strato di pelle attorno ai suoi occhi. La luce doveva aver danneggiato anche quelli, no? E invece, anche da chiusi, si rese conto che quei nuovi occhi riusciva a muoverli.

Allora sollevò le palpebre lentamente. Vide due figure davanti a se e un alone di luce che le offuscava, poi di colpo la visione si fece limpida e riconobbe il dottore e il suo amico Viyen, che lo guardava con le labbra schiuse. Mosse gli occhi a destra e a sinistra, guardò la stanza dov’era e il letto, poi si guardò le mani.

“Ci vedo … .”, fu la sua constatazione finale, con la voce tremante dall’emozione e dalla sorpresa.

“Operazione riuscita alla perfezione, dunque. Come si sente?”, chiese Sigmund, sorridendo.

Starling si portò una mano sulla fronte.

“Un po’ frastornato. Mi avete fatto un anestesia o cosa? Perché non sento nessun dolore o fastidio?”.

“Perché il nervo ottico non è stato danneggiato, fortunatamente. Questi nuovi occhi sono collegati direttamente al nervo ottico, come tutti gli occhi normali. La retina, come al solito, trasmette le immagini al nervo ottico, immagini che arrivano fino al cervello. Funzionano esattamente come gli occhi che aveva prima, signor Skyler, e dopo una breve visita oculistica potrò dirle se è tutto in perfetto ordine. Dopodiché, potrà essere tranquillamente dimesso. Il dispositivo visivo VHB è molto usato nelle operazioni oculari: in realtà è basato sul prototipo che usiamo per costruire gli occhi dei robot, ma è potenziato e adattato per il cervello di un essere umano.”.

“Per cosa sta la sigla VHB?”, chiese Starling, meravigliato e deliziato allo stesso tempo.

“Vision Heart Brain. Per indicare, forse un po’ troppo poeticamente, che la visione non è solo qualcosa di meccanico che collega gli occhi con il cervello, ma che gli occhi ci servono per vedere il mondo e per assaporare ogni aspetto e ogni sentimento della vita.”, disse l’uomo sorridendo.

Starling gli sorrise di rimando e lo ringraziò: era davvero un brav’uomo e gli doveva … gli occhi.

Starling se ne stava steso sul suo bel letto di ospedale, mentre teneva tra le mani un computer, uno di quelli piatti che restavano su una mano, touch screen, uno di quelli che avevano una luminosità pazzesca. E rideva, mentre guardava le notizie del giorno.

“E’ fantastico!”, disse a Viyen. Il ragazzo si voltò, assorto nei suoi pensieri.

“Come?”.

Viyen Willian aveva un anno in meno di Starling ed erano amici da anni. Si erano conosciuti il primo anno che Starling frequentò la scuola per pilotare la Sungalaxy. Viyen era un linguista ed era specializzato nelle lingue oltre-terrestri, quelle cioè dei nove pianeti alleati alla terra. Ma, per ora, ne conosceva bene soltanto sette. Che poi dire ‘soltanto’ sarebbe una presa in giro, visto che spesso, per queste sue altissime e vaste conoscenze, veniva inviato sugli altri pianeti come Ambasciatore Terrestre. Viyen era un personaggio importante, anche se aveva soltanto ventiquattro anni. Era comunque un ragazzo calmo e tranquillo, che si adattava in fretta ad ogni situazione e ambiente e che si faceva benvolere da chiunque. Aveva l’hobby di collezionare modellini di astronavi, tra le quali aveva anche la Sungalaxy in scala. Aveva i capelli castani, un po’ rossicci, morbidi e lisci, che splendevano, sempre luminosi. I suoi occhi erano di un bel nocciola.

“Dicevo che questi occhi sono fantastici! Vedo che è una meraviglia! Forse anche meglio di prima!”, esclamò felice.

Viyen sorrise:

“Il dottor Sigmund è il più bravo di tutta Cylion City. E poi è un ometto simpatico, mette allegria.”.

“Già … ma ora che penso! Non è successo niente agli altri che erano nel laboratorio in quel momento?”.

“No, perché quelli che erano vicini alla fonte di luce indossavano i consueti occhiali protettiti. E’ stato un incidente casuale.”.

“In cui per caso sono passato io.”, rise Starling.

“Non mi sembri preoccupato.”, sorrise Viyen.

“Perché dovrei? All’inizio l’idea di non vedere e di aver perso gli occhi mi ha fatto sentire un vuoto nello stomaco, ma questi nuovi occhi vedono meravigliosamente. Non mi da più nemmeno fastidio la luce esterna.”.

“E poi hanno ricreato la tua tonalità di colore dell’iride, Starry.”.

“Ho visto. Sono chiari, di un colore misto tra azzurro e verde, ma credo che non avranno più la capacità di cambiare colore a seconda della luce. Peccato.”.

“L’importante è che funzionino, no? Basta che tu veda.”

“Già. Basta che io veda.”

Starling fu dimesso e, assieme a Viyen, andarono a festeggiare. Giusto qualcosa da bere nel locale più vicino.

“Quindi viene anche Aicarus?!”, fece Viyen sorpreso.

“Si, l’ho chiamato io. Era davvero preoccupato per te, ma non è potuto venire in ospedale a trovarti in questi giorni perché non ho ben capito che diamine sta costruendo.”, fece Viyen scollando le spalle alzando una mano.

“Oh, di certo sarà qualche altro robot su commissione.”, disse felice Starling con uno strano sorrisetto.

Mentre stavano attraversando la strada per raggiungere il locale, videro Aicarus che camminava dall’altra parte. Viyen alzò una mano, chiamandolo con gran foga.

“Ehi, Aicarus! Siamo qui!”, gridò.

Starling stava per fare lo stesso, ma si bloccò all’improvviso. Sentì come se avesse ricevuto una scossa lungo tutto il corpo e davanti ai suoi occhi nuovi apparvero delle  immagini sconosciute: vide un veicolo blu che sfrecciava a mezz’aria ad alta velocità perdere il controllo e investire in pieno Viyen, vide il ragazzo cadere pesantemente a terra dopo parecchi metri di volo, vide il sangue colargli dalla pelle scorticata sull’asfalto e uscirgli dal naso e dalla bocca.

Starling si scosse e tornò in se, guardò Viyen davanti a se che stava camminando e chiamando Aicarus, poi sentì un rumore orribilmente familiare. Si gettò sull’amico tirandolo verso di se e caddero l’uno sull’altro. Proprio in quel medesimo istante passò un auto in folle corsa che li sfiorò quasi e andò oltre scomparendo poi nel cielo. L’auto che era appena scomparsa era blu.

“Oh … per tutti i circuiti positronici!”, esclamò Aicarus dal’altra parte della strada.

“Stai bene?”, Starling si mise a sedere a terra, gli occhi spalancati e il cuore in gola, poggiando una mano sulla spalla dell’amico che fissava ancora davanti a se, i capelli scompigliati e con la faccia pallida come un cadavere.

“Viyen, stai bene?!”.

“Eh? Oh, si. Si dannazione. Si. Si.”, aveva preso a dire di si a ripetizione.

Aicarus corse in loro aiuto.

“Miseriaccia, state bene? Starling hai avuto dei riflessi pazzeschi!”, gridò l’uomo avvicinandosi. Aicarus Doberwor aveva trenta anni e costruiva e riparava qualunque cosa implicasse circuiti e meccanica. Che fossero robot, macchinari vari o navicelle spaziali poco importava. Aveva occhi esageratamente grandi e grigi e capelli marroni con una ciocca laterale colorata di arancio. Era una persona stravagante e nessuno lo metteva in dubbio.

“Grazie Starry … .”, riuscì a dire Viyen alzandosi, aiutato dai  due amici.

“P … prego.”, sussurrò Starling, ancora scioccato. A scioccarlo non era tanto l’aver salvato Viyen, ma il fatto di aver visto quella scena qualche attimo prima che accadesse. Si potò una mano sulla testa.

“Starry, stai bene?”, al voce di Viyen gli arrivò all’orecchio destro. Si voltò.

“Si … sto bene.”, sorrise il giovane.

Insieme andarono a bere qualcosa, come promesso. Il locale aveva un’insegna luminosissima, come tra l’altro ogni insegna di Cylion City. Non era un caso se la chiamavano la Città delle Luci. Un’ insegna che diceva: Halz’s Home. Dove Halz era il proprietario.

 Si sedettero ad un tavolo vicino al finestrone che dava sulla strada e ordinarono da bere. Starling prese un caffè, Viyen un tè alla pesca e Aicarus si deliziò con una bevanda alla menta e all’anice, per la quale andava pazzo.

“Allora, qual è stato il lavoro che non ti ha permesso di venire a trovare questo povero uomo in ospedale, eh?”, esordì Viyen, prendendolo in giro.

Aicarus stava girando la sua bibita con la cannuccia multicolore e alzò la testa.

“Un lavoraccio.”, annuì Aicarus.

“Un lavoraccio? Di che tipo?”.

“Un regalo per il signorino occhi-nuovi qui.”, sorrise Aicarus indicando Starling. Quest’ultimo stava guardando fuori la finestra, assorto,mentre il suo caffè si gelava.

“Starry, ci sei?”, lo chiamò Aicarus, schioccandogli le dita davanti.

“Eh? Ah. Si. Scusatemi.”, disse scuotendo la testa.

“Sicuro di stare bene? Qualcosa non va?”, Viyen lo guardò nei suoi occhi nuovi.

“Tutto a posto.”, sorrise “ Dicevi Aicarus?”.

“Dicevo che non sono potuto correre a trovarti perché stavo finendo il tuo regalo di compleanno.”.

“Oh! Con tutto quello che è successo me ne ero quasi dimenticato! L’hai finito?!”, Starling sobbalzò.

“Quasi, mio caro. Mi mancano le ultimissime modifiche e poi sarà tuo.”.

“Regalo di compleanno? Che cosa hai chiesto di costruirti?”, chiese Viyen curioso.

“E’ stata una sua idea, Viyen, io ho solo obbedito. E’ una tavola da surf.”, rise Aicarus.

“Una … tavola … da surf?!”, fece Viyen alquanto perplesso, guardando Starling.

“Una tavola da surf da usare nello spazio, Viyen.”, spiegò Starling.

“Una tavola da surf  da usare nello spazio … per … cavalcare cosa?”.

“Per cavalcare le stelle,ovvio.”, rise il ragazzo.

“Per … cavalcare le stelle. Ok.”, fece annuendo e stringendo le labbra “Ok,va bene. Voi due. Siete dannatamente fuori di testa.”, concluse indicando entrambi. I due risero e Viyen sorrise tornando a bere il suo tè.

Aicarus fu costretto a correre via a causa di una chiamata urgente: sembrava uno dei robot che aveva costruito aveva qualcosa che non andava, o almeno così aveva detto, tutto di frettaa.

“Certo che quello che fa Aicarus è un lavoraccio … .”, fece Viyen.

“Mh. Però lo pagano più che bene. Sai … ha una montagna assurda di soldoni quello lì.”, rise Starling sussurrando all’orecchio di Viyen la notizia.

“E che se ne fa di tutti quel soldi?”.

“Indovina? Li usa per comprare altro materiale per costruire nuovi robot e nuovi aggeggi tecnologici. E’un dannato genio.”.

“E’ anche un dannato pazzo.”, rise Viyen scuotendo la testa.

“Lo siamo tutti, in fondo. Tu collezioni modellini di astronavi in scala. Roba dell’Era della Pietra. E conosci sette lingue principali di sette pianeti diversi.”.

“Amo il mio lavoro.”.

“Anche Aicarus lo ama. E anche io.”.

“Hai ragione, anche tu sei un fissato. Fissato dello spazio. Sei diventato pilota solo per vagare con la tua navetta spaziale nell’universo, per vedere pianeti e stelle da vicino. Ami così tanto l’universo che ora hai anche intenzione di usare una specie di tavola da surf per fare … surf spaziale!.”

Starling strinse le spalle:

“La mia è un’ossessione che il genere umano ha nel dna: il cosmo. Pensa che l’uomo un tempo, quando ancora non poteva fare i viaggi interstellari che possiamo fare ora, guardava sempre il cielo notturno alla ricerca di qualcosa di nuovo e affascinante. Da sempre l’uomo vive con gli occhi al cielo. Fin dai suoi primi passi sulla Terra ha desiderato vagare tra le stelle. Siamo fortunati noi che siamo nati in quest’epoca. Possiamo farlo ogni volta che vogliamo.”, sorrise.

Viyen sospirò.

“Già. Prima l’uomo non aveva i mezzi necessari ne le conoscenze adatte per farlo, è vero. Sai, un tempo per quelli che facevano il tuo lavoro veniva usata una parola specifica.”.

“Quale parola? Sei tu il linguista, dimmelo.”.

“Astronauta. Tu, Starry, sei un astronauta.”.

“Astro … nauta?”.

“Esatto. Deriva da una lingua antichissima e significava appunto ‘colui che naviga tra gli astri’.”.

“Oh, sul serio?”, Starling sorrise, compiaciuto “E’ una bella parola, anche se strana.”

“E’ perfetta per te. Sei un astronauta in tutto e per tutto, visto che a breve cavalcherai le stelle e lo spazio, Starry.”.

Starling rise:

“Chiamami come ti pare, genio delle lingue: io sono semplicemente io.”.

 

 

 

 

 

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