La selva e il cavaliere

February 4, 2013

Il fiato iniziava a venire meno, le gambe tremavano per lo sforzo prolungato, ma non poteva fermarsi. Saettava, schivando alla meglio i pericoli e le insidie che il tetro bosco gli parava innanzi al cospetto della pallida luce lunare. Le fronde lo colpivano sul volto, le radici sporgevano minacciose, ma non poteva inciampare. Era solo. Le forze iniziavano ad abbandonarlo, e nella mente riaffioravano fulminei i ricordi di quell’atroce battaglia, delle grida strazianti dei suoi compagni che aveva visto perire con i suoi occhi sotto gli incessanti attacchi nemici. Vivido nella mente era il ricordo del sacrificio di Faramir, suo più grande amico, che lo aveva salvato da morte certa proteggendolo da un dardo avvelenato. Ma a quale prezzo? Gli aveva fatto scudo con il suo possente corpo, e adesso era disteso in quella radura lontana, assieme agli altri nobili cavalieri periti. Non poteva morire, non quella notte, non in quella selva oscura sperduta ai confini del mondo. Aveva combattuto con l’anima e la tenacia di un vero guerriero, abbattendo nemico dopo nemico le varie insidie che gli si paravano dinnanzi. Ma non era bastato. Provava tristezza Vesnar mentre fuggiva dai suoi inseguitori, tristezza dettata dal non aver potuto salvare tutti i suoi compagni d’armi. Le lacrime gli rigavano il viso mentre il vento sferzava sul volto del cavaliere, il freddo gli raggelava l’anima mentre la grandine imperversava durante la cupa e gelida notte, ma aveva ancora qualcosa da fare, quella notte non sarebbe terminata così velocemente come le altre. Correva Vesnar, destreggiandosi tra rami e fronde spinose, incurante del mantello e della cotta di maglia che gli risucchiavano energia ad ogni passo. Ma la sua corsa fu interrotta da una inattesa quanto sgradita sorpresa. Una figura ammantata si stagliava ora dinnanzi al ragazzo, e anche se il buio rendeva irriconoscibile l’uomo il cuore del ragazzo fu preso dal terrore più puro. Un lampo, seguito dal fragoroso rumoreggiar del tuono, e le paure del ragazzo presero definitivamente forma: aveva dinnanzi a se Moloch, lo stregone mietitore d’anime. Vesnar sgranò gli occhi, la paura gli toglieva il respiro e dalla fronte imperlata di sudore grondavano gocce che scendevano giù per tutto il viso paonazzo per lo sforzo fisico appena adempiuto. Nella sua mente riaffioravano i bei momenti trascorsi con ciascuno dei suoi compagni fino all’arrivo di Moloch e delle sue guardie, che portarono la distruzione.

Vesnar doveva solo sorvegliare quell’avamposto all’ingresso del bosco, non c’era niente di pericoloso a parte qualche sporadico attacco di animali selvatici. Ma il fato aveva in serbo qualcos’altro per lui e i suoi compagni. Moloch portò l’inferno in quelle terre brulle e desolate, al solo gesto della sua mano scaturivano fiamme distruttrici e tuoni minacciosi, e le sue guardie ormai prive d’anima avevano il solo compito di razziare e distruggere chiunque incontrassero. La disfatta era nell’aria, l’odore della morte pervadeva quel luogo sempre più somigliante all’inferno di fiamme e dolore, ma Vesnar non si dette mai per vinto. Impugnava saldamente la sua spada e si batteva come un leone, prendendo le vite dei guerrieri che trovava sul suo cammino. Ma Moloch era di un altro livello. Solo Faramir con il suo potente spadone, forgiato da esseri mitologici nei tempi antichi, avrebbe potuto fermare le ambizioni dello stregone, ma si era sacrificato per salvargli la vita. Prima di esalare l’ultimo respiro però Faramir, senza proferire parola, porse la sua arma nelle mani del ragazzo: la spada era magnifica, la lama dall’aspetto bicromatico rifletteva bagliori violacei fino a giungere all’elsa, maniacalmente e finemente cesellata ed ornata di varie gemme e pietre preziose dagli arcani poteri magici. Vesnar alzò lo sguardo dalla spada ed incrociò quello del suo amico morente, disteso sul verde manto erboso; Faramir gli sorrise, un istante prima di abbandonare questo mondo per sempre. Vesnar doveva vendicare il suo amico e tutti i suoi compagni, ma le guardie nemiche erano troppe: così si addentrò nel bosco ed iniziò a correre. Non era la codardia ad animare i suoi passi, bensì un piano ben congegnato.

Sotto la feroce grandinata, al cospetto di Moloch, sul viso del giovane si dipinse un sorriso di sfida. Stizzito lo stregone puntò il suo malefico scettro dagli oscuri barlumi verso il ragazzo ed iniziò a borbottare arcane parole in una lingua ormai morta. Vesnar estrasse la portentosa spada donatagli da Faramir ed iniziò ad avanzare a grandi passi verso lo stregone, sempre più velocemente. Il tempo era come bloccato in quell’istante: Vesnar era ormai sotto lo stregone e con un balzo gli si stagliò di fronte, con la spada saldamente impugnata tra le sue mani e volta verso la sua schiena, per scaricare tutta la potenza del colpo sul malvagio stregone nero. Increspature di sorpresa comparvero sul volto incredulo di Moloch; come poteva un ragazzo codardo comportarsi a quella maniera? Era scappato in preda al panico, pensò, con la coda tra le gambe, carico di terrore, come poteva aver trovato il coraggio per sferrare quell’attacco? Poi un rumore sordo seguito da una intensa luce bianca pervase l’aria. Il fendente di Vesnar era andato a segno, la lama insanguinata aveva trafitto in pieno il nemico, che a sua volta era riuscito a scagliare alla meglio il suo malefico incantesimo verso il giovane, scaraventandolo ad una decina di passi da lui. Con le ultime forze Vesnar si rimise in piedi, aiutandosi con la spada, ma risentiva ancora dell’eco dell’incantesimo. Più in là, in una pozza di sangue nero come la pece, il corpo dello stregone giaceva contorto in una smorfia di dolore. Vesnar gli si avvicinò, tenendosi la spalla destra che sanguinava abbondantemente. Lo sguardo vitreo dello stregone era rivolto verso lui, ma non poteva più far del male a nessuno. Le guardie nemiche, come burattini, iniziarono ad accasciarsi al suolo, una dopo l’altra, privi del soffio vitale trasmessogli dal negromante ormai privo di vita. La grandine si tramutò pian piano in battente pioggia, che si mischiava con le calde lacrime di Vesnar, lacrime versate per il suo più grande amico. Anche il cielo sembrava piangere la sua scomparsa, e fu proprio in quel momento che Vesnar intuì il suo destino. Si inoltrò nel bosco a passo lento, zoppicante, con la testa china. Poco alla volta la sua sagoma si mescolò a quelle più tetre degli alberi smossi dal vento e dalla pioggia, ma nell’animo di Vesnar ora c’era posto per un solo grande desiderio: divenire un paladino protettore della giustizia.

 

Vesnar

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