L’apparizione

January 8, 2013
Anna è la mia compagna. Viene spesso a trovarmi nella mia casa ristrutturata di montagnacol suo fuoristrada sollevando un polverone sulla strada non ancora asfaltata, tant'è che i vicini giustamente si lamentano. 
Stavo dormendo allorché sento baciarmi sulla guancia e mi sveglio. È Anna: “Sei qui, le dico.” 
“Senti perché non andiamo su fino alla chiesa.” Lei risponde. “Non dovevi scattare delle foto? Ho voglia di respirare un po’ d’aria pulita.” 
Dalle finestre della cucina, vedo il cielo celeste, la pioggia del mattino ha reso l’aria più cristallina. 
“Sì è parecchio tempo che desideravo fotografare quel luogo.” Prendo una macchina fotografica di vecchio tipo, con un rullino a colori. Per fortuna, sviluppano ancora le pellicole fotografiche. Calzo frettolosamente delle scarpe da montagna, mentre Anna prende lo zaino e lo riempie con l’occorrente. Saliamo sul fuoristrada e partiamo.
Lasciamo alle spalle le ultime case del paese e proseguiamo su per la stradina che porta alla chiesa eretta nel 1700, famosa meta votiva. Entriamo in un fitto bosco di abeti. L’ombra del sottobosco è attraversata da fasci di luce, che filtrano dal fitto intrecciarsi dei rami, illuminando a tratti le rocce che spuntano qua e là, intervallate da chiazze di muschio e licheni. Il profumo del bosco stempera i pensieri ordinari. Raggiungiamo un pianoro assolato, dove appare la chiesa. Anna parcheggia il fuoristrada. C’è intorno una grande quiete e da quel punto si scorgono le montagne, le malghe e i pascoli, cadute in parte ormai in abbandono. Scendo ed inquadro la chiesa, con alle spalle il fitto bosco che sale sulla montagna. Scatto qualche foto. Anna si distende su un asciugamano e dopo essersi inserita gli auricolari, ascolta musica. Io mi avvicino al piccolo edificio, scatto altre foto della facciata, poi mi sposto sul lato orientale della costruzione, quando noto con mio stupore la presenza di una figura femminile. Veste un costume della tradizione locale che mi richiama immediatamente la Carnia dei kramars (1700). Le rivolgo la parola. “Scusi, potrei scattarle una foto, lei ha un così bel costume?” La ragazza, si volta, lentamente mi sorride ed annuisce. Le chiedo da dove viene? Mi dice vagamente che è giunta dal fondovalle. La inquadro, e nella frazione di secondi che precedono lo scatto, la osservo. Gli occhi sono di un colore celeste intenso, il volto regolare, la pelle chiara. Quel lieve sorriso, sembra però pervaso da una profonda malinconia. Dopo una serie di scatti, cerco di modificare i tempi e l’apertura del diaframma. Nell’attimo in cui sollevo lo sguardo la ragazza ha già svoltato l’angolo della chiesa, ma non mi sfugge il gesto della sua mano che mi fa segno di seguirla. 
Le vado dietro. Sul retro dell’edificio, della ragazza non c’è più traccia. Rimango interdetto, dove può essere andata? Torno nel punto in cui ho iniziato a scattare le foto, a ridosso di un basso muretto di pietre ricoperte di muschio, che circonda un piccolo cimitero. I richiami di Anna mi distraggono, probabilmente vuole che la raggiunga per fare uno spuntino, forse le sue grida hanno turbato la ragazza. Faccio segno ad Anna che ho capito. Scendo e la raggiungo. Vedo che ha preparato qualcosa da mangiare. “Hai visto scendere una ragazza in costume?” 
Le chiedo, mentre mi verso della birra in un bicchiere. 
“Una ragazza… come?” 
“Una ragazza vestita con un costume della tradizione locale…” 
“No. Non ho visto nessuna ragazza.” 
Dopo qualche ora, verso sera rientriamo. 
Nella tarda serata ripensai inevitabilmente all’incontro del pomeriggio. La giovane non era una turista occasionale, e non l’avevo mai vista in paese. Forse poteva essere una parente di qualche abitante del posto, venuta in visita, in estate, probabilmente dall’estero. In zona c’era sempre stata, una forte emigrazione. Molti, fin dall’inizio del secolo erano emigrati negli Stati Uniti, in Venezuela, Argentina, ed anche nelle nazioni più vicine: Francia, Germania, Belgio, Romania, Ungheria. 
Dopo tali riflessioni, decidiamo di andare a dormire. 
Il lunedì, Anna riparte all’alba dovendo iniziare a lavorare. Alla partenza, le consegno il rullino, da sviluppare in città. Durante la settimana mi svegliavo come al solito alle cinque, mi sedevo davanti al computer e controllavo la posta sulla casella e-mail. Nel pomeriggio dipingevo, e avevo dedicato un dipinto alla ragazza del cimitero. Dal lunedì in poi non feci un gran che, andavo a pescare in un torrente della zona. Venerdì attesi con impazienza l’arrivo di Anna. Predisposi nell’ampio terrazzo di legno la tavola apparecchiata. Arrivò verso le 20.30 e mi porse la busta con le foto. Le scorsi rapidamente, ma della ragazza nessuna traccia. Rimasi annichilito. 
“Be, che cosa c’è? Non sono venute bene?” Mi disse Anna.
“No, vanno benissimo.” Risposi, ma inspiegabilmente manca l’immagine della giovane in costume carnico, il che è inammissibile per cui intendo darmi una spiegazione. Cominciai pertanto a chiedermi se avessi avuto un’allucinazione. Eppure la giovane donna la vidi, in carne ed ossa. Per ritrovare la forza del consenso mi porto quindi nello studio. Accendo la luce e tolgo il telo che copre il ritratto. Oriento il faro sul dipinto, e chiamo Anna, che subito arriva alle mie spalle.
“Bello, mi piace. È proprio una bella ragazza.” Commenta Anna.
“Ne valeva la pena dipingerlo. Voglio intitolarlo: «La ragazza del cimitero.» La giovane donna non è uscita però nei negativi delle foto ed è un enigma che devo assolutamente risolvere.” Le rispondo.
L’assillo naturalmente permane e, per la sua soluzione, ritenni di ricorrere a una vecchia conoscenza, un sensitivo, che viveva a Venezia. L’avevo conosciuto durante l’inaugurazione di una mostra. Ricorsi quindi ad un’amica, Rosalba, come intermediaria, pregandola di contattare il sensitivo che anche lei conosceva, invitandoli entrambi a cena. Nel giorno prefissato, Rosalba arrivò in anticipo. Parcheggio la sua decappottabile d’epoca all’ombra dell’abete esterno alla mia casa. Vidi con piacere che assieme a lei c’era Raimondo, il sensitivo.
“Vedo che non hai avuto problemi a trovarmi?” 
Dico a Rosalba mentre apro la portiera dell’auto e stringo la mano a Raimondo. 
Entriamo in casa e li faccio accomodare, poi offro loro del vino mentre Raimondo mi dice che Rosalba gli ha spiegato le ragioni dell’invito.
“Gli ho raccontato della ragazza del cimitero.” Conferma Rosalba. Nel frattempo Anna ha già disposto sul tavolo apparecchiato parte delle pietanze per la cena. Raimondo c’intrattenne con aneddoti su personaggi famosi incontrati a Venezia, durante l’arco della sua vita. Finito di cenare, lo accompagno nello studio. Sulla soglia, Raimondo si blocca. Ha un leggero malore. “Fermati.” Mi dice. “Guarda… quella ragazza davanti al tuo dipinto.” La ragazza, la stessa da me incontrata in costume carnico accanto alla chiesa, sta osservando il ritratto, e poi d’un tratto si volta verso di noi. Anna e Rosalba rimaste impietrite restano fuori dalla porta. Non riesco a percepire quello che la ragazza sta sussurrando a Raimondo. Dopo una pausa Raimondo comincia a parlare: “La ragazza mi ha raccontato che fu vittima di un fatto di sangue, un violento ed orrendo delitto. L’ho vista in un’immagine lontana nel tempo con una figura d’uomo alle spalle armato di pugnale e poi sangue dappertutto.” Raimondo reggendosi a stento, si ritrae dall’ingresso dello studio, e si accascia su una poltrona, in corridoio. È pallido in viso. “Raimondo perché la ragazza si è rilevata?” 
Con voce sottile egli così risponde alla mia domanda: “Ti ritiene una persona nobile d’animo e sensibile ed è per questo motivo che è entrata in contatto con te. Non è raro che persone morte in circostanze violente, tornino nei luoghi in cui sono state assassinate. Non hanno pace, e cercano un contatto con i vivi. Spesso mi è capitato di fare da tramite, tra il mondo dei morti e quello dei vivi.” 
Passammo quindi del tempo in veranda a parlare dell’accaduto. Raimondo mi confermò nuovamente i propositi di questo spirito nei miei riguardi. A notte fonda andammo tutti a dormire. Il mattino seguente, dopo colazione, gli ospiti si accomiatarono. 
Timidamente apersi la porta dello studio, come se mi aspettassi un’oscura presenza. Apersi inoltre la vetrata scorrevole e diedi aria alla stanza. La sensazione di disagio iniziale cessò. Guardai il dipinto con attenzione, come se da un momento all’altro si dovesse materializzare. 
Tutto sembrava perfettamente normale. Trascorsa una settimana, mi recai in parrocchia e chiesi a don Alfredo di poter consultare l’archivio parrocchiale, con la scusa di perfezionare la ricerca di notizie sulle origini del mio cognome. Don Alfredo non fece alcun problema, e mi dette anche qualche utile consiglio. Scoprì parecchie cose sulle mie origini. Mi attardai dapprima su vecchi fascicoli riferiti ai donatori di offerte, incuriosito dai cognomi degli offerenti in quanto da una rapida scorsa emerse che, oltre un secolo prima, gente col mio stesso cognome aveva fatto delle offerte alla chiesa. Consultai quindi un fascicolo, segnalatomi da don Alfredo, una specie di diario dove vi erano annotati eventi accaduti nella vallata dal 1700 in poi, scritti di loro pugno da vari parroci susseguitisi, con un inchiostro che il tempo aveva ingiallito. Ne leggo uno interessante, in cui si narra di una giovane scomparsa misteriosamente. Di lei solo poche notizie frammentarie. Si narra che sia figlia di uno dei «kramars», locali venditori ambulanti che estendevano la loro attività nella vicina Austria ed oltre. Alla data 9-IV-1797 il testo prosegue nel raccontare della sua scomparsa nei pressi della chiesa. Lo scritto in bella calligrafia formulava l’ipotesi che fosse stata rapita da un prepotente signore benestante del luogo, in quanto un boscaiolo assistette alla scena di nascosto, ma la giovane, nonostante le lunghe ricerche non fu mai ritrovata. 
Il testo, ancora proseguiva nell’affermare che il nobiluomo fu interrogato dalle autorità negando ogni supposizione, e che poi il boscaiolo ritrattò la sua testimonianza, temendo evidentemente possibili ritorsioni da parte del ricco signore. L’ipotesi conclusiva del parroco era che molto probabilmente, la giovane oppostasi energicamente alla violenza del prepotente, che voleva possederla secondo i concetti del mondo oligarchico di quel tempo, venne assassinata, e forse il bruto dopo aver soddisfatto i suoi bassi istinti non esitò a sopprimerla, facendone sparire il corpo. La scomparsa della giovane suscitò profondo sdegno e commozione nella comunità della vallata, ma a tal riguardo come spesso accade, il delitto non ebbe giustizia. La giovane vittima si chiamava Maddalena. Qualche tempo dopo, mentre camminavo verso sera nei pressi della chiesa, avvenne un’altra apparizione. Vidi di nuovo la ragazza, che mi fece segno di seguirla. Intimidito, anzi spaventato, la seguii a distanza lungo il sentiero che portava verso l’alto ed entrava nel grande «bosco bandito», così battezzato dalla Repubblica Veneta che esercitò un lungo imperio su quelle montagne per gli interessi legnatici dell’arsenale. 
Era un mattino di primavera avanzata dal clima temperato. L’aria era fresca e si sentiva nel bosco il profumo delicato e pungente del mezereo. Avvertivo la netta sensazione che qualcosa dovesse accadere. Ad un certo punto la giovane abbandonò il sentiero e si spinse all’interno del bosco. Camminava in mezzo ai grandi abeti come se scivolasse sul muschio, senza che gli spini dei rosai selvatici, che invadevano il sottobosco, ne impigliassero la gonna e lo scialle smagliante che le scendeva dalle spalle. Ad un certo punto la giovane si fermò di scatto, quindi si girò con grazia fissandomi con lo sguardo e, dopo un attimo, come compiendo un rituale, allungò con un gesto energico il braccio destro additando, con la mano puntata, il terreno accanto ai suoi piedi. Poi d’improvviso la sua immagine scomparve al mio sguardo e sul vuoto lasciato dalla stessa, non restò che il bosco in penombra e il suo silenzio.
Ebbi un attimo di smarrimento e mi portai sul punto indicatomi, ma non notai nulla di strano. L’evento straordinario suscitò in me sensazioni sconvolgenti per cui mi soffermai a riflettere sull’inspiegabile fenomeno di cui ero testimone. Poi decisi di andarmene con riserva di far ritorno sul luogo, ma prima raccolsi nei dintorni delle pietre che disposi a forma di x sul punto indicatomi. Qualche giorno dopo ritornai sul posto all’alba, armato di pala e piccone e mi misi a scavare. Dopo circa mezz’ora, a mezzo metro di profondità, affiorò un lama di pugnale corrosa ed arrugginita dal tempo. La raccolsi. Vidi che l’impugnatura in avorio era dotata di uno stemma nobiliare finemente cesellato. Il tempo lo aveva preservato. Proseguii nello scavo e, con mio stupore ed emozione, vidi affiorare delle ossa e, fra le stesse, una catenina con un ciondolo. Nel frattempo si era fatto giorno. Decisi ovviamente di informare don Alfredo del ritrovamento. Aiutati dal becchino del paese e alla presenza dei carabinieri, le ossa vennero portate in una stanza del municipio, furono poi analizzate da un medico legale. Si scoprì che si trattava dei resti di una giovane donna riconducibile al periodo in cui era scomparsa Maddalena ed il ciondolo della catenella, rivelò l’incisione del suo nome. Fu anche identificata la famiglia nobiliare cui apparteneva il pugnale, grazie allo stemma rinvenuto sull’impugnatura, ma l’ultimo erede finito in miseria, era deceduto già da molto tempo. I resti della giovane furono sepolti nel cimitero della chiesa. Don Alfredo annotò con accuratezza il fatto nel registro storico parrocchiale, citando con riconoscenza il mio nome precisando che, grazie al mio intuito, l’oscura vicenda di cui s’era persa memoria attraverso il tempo, aveva trovato il suo epilogo col rinvenimento dei resti della giovane Maddalena e la prova dell’assassinio, che consentì di risalire ed identificare l’autore, ormai comunque scomparso. Ovviamente la vicenda ebbe ampia risonanza sulla stampa, evocando le circostanze del delitto dando rilievo al nobile e stoico rifiuto della giovane che si oppose all’oltraggio, ribellandosi all’imposività della classe benestante del tempo, lasciando quindi un indimenticabile segno d’onore. Ora il ritratto di Maddalena troneggia sopra la scrivania del mio studio. Non mancherò mai, nella ricorrenza della sua prima apparizione, di recarmi in quel desolato cimitero, per porre con cura, sulla sua tomba, un mazzo di rose. 

Di Alessandro Carnier

One Comment

  • Profile photo of Alessandro Carnier
    Alessandro Carnier January 19, 2013 at 7:11 pm

    Il seguente racconto, affidato alla creatività, per quanto attiene all’ambientazione evoca mie sensazioni e luoghi vincolati a ricordi legati all’adolescenza da me vissuti tra le montagne della Carnia…

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