Una scelta

January 4, 2013

Glauco scrutava la nebbia fuori dalla finestra dello studio come se aspettasse il ritorno di qualcuno che si era perso nei campi, ma solo i rami spogli dei ciliegi lungo il fossato sfuggivano alla densa nube grigia che nascondeva la campagna. A malincuore tornò a sedersi alla scrivania, deciso a concludere il videogioco e scrivere la recensione prima dell’alba. Soltanto la settimana prima avevano licenziato due persone al giornale. Gli avevano chiesto se avrebbe firmato una lettera di protesta, ma lui non aveva detto una parola. E anche ripensandoci non trovò nulla da dire. Quando infine lo avevano avvisato che sarebbe potuto succedere a lui, si era limitato a buttare lì una qualche risposta che non ricordava più ed era tornato a sedersi davanti al computer, proprio come aveva appena fatto. Uno dei colleghi licenziati, passandogli di fianco, gli aveva sibilato che presto o tardi avrebbe dovuto fare una scelta.
Il protagonista lo aspettava sullo schermo lì dove lo aveva lasciato, con la pistola stretta tra le dita della mano sinistra. Dalla prospettiva del gioco vedeva soltanto due mani e le maniche di una giacca blu di velluto. Un sole artificiale colorava la città di giallo e arancione e si rifletteva sulle superfici metalliche. Glauco premette un tasto e la pistola scomparve oltre il margine inferiore dello schermo. Si diresse quindi verso la porta di un’abitazione cittadina dall’altra parte della strada e con un clic del mouse bussò alla porta. Nel medesimo istante, qualcuno suonò il campanello della sua casa di campagna.
Subito si fece attento, quasi avesse udito i passi di un ladro. Poi rimase immobile, sperando di scoraggiare un secondo tentativo. Ma quando suonarono di nuovo si alzò deciso e scese le scale di legno, facendole scricchiolare sotto il suo peso. Una volta davanti alla porta, la sorpresa aveva già lasciato il posto al fastidio. Infilò quindi il gancio della catenella nella guida di ottone prima di aprire. Il freddo s’intrufolò svelto nello spiraglio facendolo rabbrividire.
Un uomo più alto e più vecchio di lui, con abiti fuori stagione, lo osservava da sotto le folte sopracciglia come fosse alla ricerca di un interruttore nascosto. Ma l’impressione durò un attimo perché subito si rianimò e prese a parlare con entusiasmo, travolgendo Glauco con una serie di frasi repentine. Si era perso nella nebbia e non sapeva a chi chiedere un passaggio fino al centro abitato più vicino, aveva provato a suonare anche al portone della villa accanto, ma in casa non c’era nessuno. Quando finì di parlare, Glauco fece un sospiro dentro di sé. La soluzione era semplice.
– Io non guido.
Lo sconosciuto rimase un po’ sovra pensiero, poi allargò le braccia.
– Eppure rimane solo lei. Come faccio a proseguire?
Glauco non trovò niente da dire.
– Lei deve essere un uomo cauto – disse con uno sguardo d’intesa.
– D’altronde io la capisco. Fa un tempo da lupi e neppure io mi vorrei trovare, insomma, ci siamo intesi…
Sembrava in attesa di un segnale, ma Glauco fece il possibile per non assecondarlo, assumendo l’espressione remota che immaginò di avere avuto davanti ai suoi ex colleghi.
– Allora è deciso, mi coricherò nel fosso in attesa che sorga il sole. Buona notte e belle cose, e lode alla prudenza!
Lo sconosciuto gli voltò le spalle intonando un motivetto mentre Glauco chiudeva la porta, deciso a non lasciarsi coinvolgere. Avrebbe voluto vivere in un condominio, dove quella conversazione si sarebbe svolta al citofono. Aveva già perso del tempo e non gli rimanevano molte ore per scrivere la recensione e allontanare da sé la mannaia che in quelle settimane calava impietosa sulla redazione, ma decise comunque di rimanere ancora un po’ al piano terra. Si sedette sul divano e accese la TV. Presto si rese conto di non riuscire a concentrarsi su nessun programma. Per quanto ci provasse, perdeva subito il filo. Continuava a tornare con la mente a una mattina dell’anno precedente. Era febbraio, forse marzo. Si era slogato una caviglia scivolando sul ghiaccio che da giorni minacciava chiunque si avventurasse a piedi lungo il viale, una decina di metri oltre la villa dei suo vicini. Non poteva rimanere lì ad aspettare l’ambulanza o sarebbe congelato, perciò aveva dovuto trascinarsi carponi fino alla porta di casa. Una volta dentro aveva telefonato ai soccorsi. Quel tratto di strada che ogni mattina percorreva in pochi minuti quando doveva andare in paese a prendere la corriera era diventato insopportabilmente lungo; la rabbia gli aveva fatto digrignare i denti fino a scheggiarli. A ogni palmo di terra guadagnato strisciando avrebbe voluto che uno dei suoi vicini si affacciasse alla finestra, ma tra gli scuri spalancati solo le tende smosse dal vento assistevano alla sua impresa pietosa.
Quando comparvero i titoli di coda dell’edizione notturna del telegiornale, capì che non sarebbe riuscito a lavorare con calma, perciò si alzò dal divano e aprì la porta, questa volta togliendo la catenella. Si tirò su il collo del maglione implorando il cielo di non farlo ammalare proprio quella sera e gettò un’occhiata alla nebbia lattiginosa che oscurava il mondo.
– Sono quaggiù!
La voce proveniva dal fosso, ai piedi dei ciliegi che vigilavano i campi di un contadino di cui Glauco aveva solo sentito parlare nell’unico bar del paese.
Lo sconosciuto emerse dalla nebbia arrampicandosi fuori dal suo giaciglio di terra e pietre. Glauco notò che prima di avviarsi verso di lui si era messo in tasca qualcosa che non riuscì a distinguere e che nel frattempo si premeva sul fianco il lembo destro della giacca, tenendolo con una mano.
– Non me lo dica neppure: lei si è ricordato come si guida.
– Per chiamarle un taxi non mi serve la patente.
L’uomo parve deluso.
– E pensare che già mi figuravo lei ed io a bordo di un’auto rubata.
– Entri, sto congelando.
– Sarebbe stata un’avventura, sebbene non possa dire mi siano mancate da quando…
Ma Glauco non lo lasciò finire, trascinandolo quasi per un braccio dentro casa. L’uomo gli parve infine soddisfatto dell’invito e si accomodò senza fare complimenti, avendo solo cura di chinare la testa per non batterla contro lo stipite della porta. Nonostante la scalata i polsini della camicia erano ancora immacolati. Ma non era quello a preoccupare Glauco. Si chiedeva piuttosto come potesse qualcuno anche solo pensare di dormire all’aperto, d’inverno, con indosso una giacca come quella. Forse era stato un errore non farsi gli affari propri, ma prima si fosse liberato dello sconosciuto, prima sarebbe tornato al suo lavoro.
– Mi chiamo Lucien.
– Al tassista non credo interessi.
Glauco lo invitò a sedersi, dal momento che l’uomo rimaneva in piedi a guardarsi intorno, lo sguardo indagatore alla ricerca di chissà cosa. Sembrava curioso di tutto e faceva molte domande sulla vita di Glauco, ma non era mai soddisfatto, e immaginava sempre un secondo significato dietro le mezze frasi e i silenzi ostinati con i quali Glauco frenava la sua curiosità dilagante. Dopo alcuni tentativi per saperne di più, l’uomo concluse con aria disinteressata che non c’era da stupirsi se Glauco viveva da solo.
– Per caso è uno psicologo? – gli chiese risentito.
– Ha indovinato! D’altronde non mi sorprende, la prudenza è una qualità spiccata negli intelletti fini.
Questa volta fu Glauco a chiedersi se l’uomo non lo stesse prendendo in giro, e stizzendosi per avergli permesso di rubargli altro tempo, lo informò che saliva a prendere il telefono. Ma chi era? E perché continuava a riconoscere in lui qualcosa di famigliare? Trovò il cellulare in bagno, sulla lavatrice. Una voce femminile gli rispose che il taxi sarebbe arrivato all’incirca tra quaranta minuti, perciò gridò al suo ospite che avrebbe dovuto attendere, ma non ricevette nessuna risposta. Pensò allora che fosse uscito. Invece lo trovò in cucina che scrutava la nebbia fuori dal vetro della finestra.
– Aspetta qualcuno? – domandò con un sogghigno.
– Nessuno dal quale vorrei essere trovato – il tono ridanciano con cui si era presentato alla porta era sparito dalla sua voce.
Glauco evitò accuratamente di fare altre domande e lo informò che il taxi sarebbe stato lì tra un po’ di tempo e che lui doveva lavorare, perciò aveva dato alla centralinista l’indirizzo della via principale del paese. Da lì avrebbe potuto farsi portare dove voleva. Gli dispiaceva e tutto quanto, ma alla fine avrebbe dovuto camminare.
– E dopo che avrò preso il taxi, pensa che troverò la porta d’uscita?
Glauco cominciò ad agitarsi. L’uomo continuava a dargli le spalle ma notò che le mani strette intorno al bordo del bancone da lavoro della cucina erano pallide per lo sforzo.
– Se le servono soldi per il taxi glieli do ma ora se ne va, d’accordo?
Lo sconosciuto scoppiò a ridere e si voltò verso Glauco.
– Eh, ma non si agiti, ha l’espressione di un pazzo.
– Quello che parla come un pazzo è lei!
– Cosa sento mai. Sono uno psicologo e un romanziere, con i matti ho dimestichezza. Guardi piuttosto, le farò dono della verità, chissà che non si attivi il passaggio successivo, giacché a farle delle domande non si fanno progressi – e così dicendo tirò fuori da una delle due tasche frontali dei jeans l’oggetto che Glauco aveva visto quando l’uomo era emerso dal fosso. Era un pezzetto di carta con sopra disegnato a matita un macchinario complicato. Somigliava a un ascensore. O a una porta.
– Questa è la porta d’uscita.
Improvvisamente Glauco si ricordò dove aveva visto quella giacca blu. Riconobbe la manica con i gemelli d’argento e il polsino bianco della camicia che spuntava lindo e ben stirato.
– Avevo buone ragioni per credere che lei fosse il mio ultimo contatto.
Tutto coincideva con gli abiti indossati dal protagonista del videogioco a cui stava giocando. Si sentì come se una nuova realtà fosse stata rovesciata nella sua, aderendo a ogni oggetto e all’aria che respirava, ma con una sola, significativa differenza: lo sconosciuto che gli stava di fronte nella cucina di casa sua.
– Pensi un po’ che le persone sono talmente verosimili da sanguinare, cose dell’altro mondo. Mi dica lei se questa simulazione non farebbe ammattire anche un uomo di buon senso.
Parlava come se non si aspettasse una risposta, ma in compenso aveva ritrovato la parlantina. Anche gli occhi, sotto il ciuffo di capelli grigi e sottili che gli cadeva sulla fronte, si erano fatti nuovamente curiosi.
– C’è uno sbaglio, lei non dovrebbe essere qui, questo non è il suo posto.
– Suvvia! L’ho spaventata con il discorso del sangue?
Glauco quasi balbettava, mentre il cuore gli rimbalzava contro le costole come una pallina da tennis. Era indietreggiato fin a sbattere contro il frigorifero.
– Le sto dicendo che lei non è reale!
– Rilevo con piacere che finalmente ci capiamo.
L’uomo si accarezzò il mento ispido con una mano, lo sguardo rivolto alle piastrelle del pavimento.
– Dunque il suo compito era solo quello di chiamarmi un taxi?
A sentire nominare il taxi Glauco si dannò per non avergli dato l’indirizzo di casa.
– Oh, ma si consoli, fra tutti lei il più originale, non ha neppure tentato di uccidermi.
Una vertigine violenta rivoltò la mente di Glauco, che cercò inutilmente con le mani un appiglio sulla parete levigata dell’elettrodomestico. Pensò che non voleva essere coinvolto. Lui non c’entrava, e ora avrebbe pregato quell’uomo di andarsene. Doveva spegnere il computer. Poteva darsi malato, telefonare a qualche collega e pregarlo di scrivere la recensione al posto suo, ma non gli venne in mente nessuno che sarebbe stato disponibile a farlo. Erano mesi ormai che pranzava da solo. Stava per parlare quando si udì in lontananza il motore di un’automobile che si avvicinava a grande velocità.
Lo sconosciuto parve di colpo spaventato.
– Come ha fatto a trovarmi? – la sua voce era un sussurro.
– Devo nascondermi! Presto, faccia la sua parte!
Alla fine lo avrebbe coinvolto, si sarebbe immischiato. Ecco cosa stava succedendo, e Glauco desiderava con tutta la forza che gli rimaneva nella mente appannata di trovarsi altrove. Si lanciò di corsa sulle scale, senza riuscire a pensare a nulla di coerente, l’uomo subito dietro. Davanti alla porta della camera da letto lo prese per un braccio e lo trascinò con sé.
– Entri nell’armadio, per metà è vuoto.
Dopo averlo chiuso dentro scese di nuovo in soggiorno. L’auto intanto era quasi arrivata davanti alla sua casa. Fece in tempo a spegnere la luce prima che la sentisse frenare, gli pneumatici che sfregavano violentemente sulla ghiaia. Attraverso la finestra vicino alla porta d’ingresso vide le tende viola illuminate dai fari. Senza fare rumore e tenendo il capo chino entrò in cucina, dove si sedette per terra, dietro il muro che divideva con il soggiorno, di fianco al frigorifero. Respirava in fretta e a fatica. Udì sbattere una portiera. Il motore era rimasto acceso. Si sporse leggermente dalla parete e vide la sagoma di una testa con indosso un cappello di fronte alla finestra del soggiorno. La tenda gli impediva di vederne i lineamenti, ma chiunque fosse doveva essere molto basso. Glauco rimase in silenzio.
Pensava allo sconosciuto chiuso nell’armadio al piano di sopra. C’era stato uno sbaglio, si era trattato di un fraintendimento. Cercava febbrilmente una spiegazione razionale e alla fine la trovò: erano stati i suoi due ex colleghi. Era tutta una messa in scena, un modo per vendicarsi spaventandolo. Per un momento gli venne quasi da ridere ma la morsa della tensione continuava a fargli guizzare i muscoli come pesci presi all’amo. Doveva essere finito l’ossigeno perché annaspava in cerca di aria. Uno scherzo, avrebbe dovuto pensarci subito. Allora perché non riusciva ad alzarsi da terra? Intanto la sagoma era scomparsa dalla finestra e si udiva il rumore di passi sulla ghiaia. Presto, chiunque fosse stato alla guida dell’auto, sarebbe arrivato davanti alla finestra della cucina.
Si aggrappò alla spiegazione che si era dato e decise di far calare il sipario su quella commedia. Forse avrebbe potuto anche denunciarli. Raggiunse le scale e le salì di corsa, incurante del rumore. Arrivò davanti all’armadio e fece scorrere con forza l’anta levigata. Lo sconosciuto strizzò gli occhi, infastidito dalla luce, poi lo guardò allarmato come un genitore che vede il figlio piccolo giocare troppo vicino al ciglio della strada.
– Se n’è andato?
– No, è lei che se ne va.
Trascorsero alcuni istanti in cui nessuno dei due parlò.
– Così non va bene. Confidavo che avrei fatto dei passi avanti con lei, che una volta tanto avessi incontrato un benefattore. Invece è solo l’ultimo ostacolo, il più infido per giunta.
Si alzò e uscì dall’armadio, lo sguardo fosco. A Glauco parve ancora più alto e indietreggiò.
– Smetta di fingere!
Glauco si rese conto di stare urlando ma non riusciva più a frenarsi.
– Dica al suo complice che può risparmiarsi la sceneggiata – le parole stentavano a uscire dalla bocca digrignata – e a quelle due carogne dica che finirò comunque il mio articolo.
Teneva le braccia tese lungo i fianchi, incapace di muoversi.
L’uomo scoppiò di nuovo in una risata, rovesciando indietro la testa in maniera plateale.
– Lei caro signore è un enigma per me, lo sa?
Glauco riprovava la rabbia di quella mattina d’inverno. Era febbraio, sì. O marzo? C’era stata davvero quella mattina, o la storta alla caviglia se l’era solo immaginata? Forse neppure il giornale esisteva. Era confuso e gli veniva da piangere.
– Ma chi è lei?
– Qui, dice? Un viaggiatore, o così mi piace credere.
In quel momento si udì il rumore di un vetro in frantumi al piano di sotto.
– Temo che per lei questo sia l’ultimo atto – disse tendendo l’orecchio verso la direzione da cui era provenuto lo schianto.
– Badi però che io volevo crederle: già mi vedevo adagiato sul sedile posteriore del taxi con l’odore di interni puliti come ultimo ricordo di questo mondo stramaledetto.
Così dicendo estrasse una pistola a tamburo lucente da sotto il fianco destro della giacca. Glauco non fece in tempo ad avvertire il pericolo che l’uomo gli fu addosso, con un braccio stretto intorno al collo e la canna della pistola puntata contro il viso. Scesero le scale a quel modo, con lo sconosciuto che si piegava faticosamente in avanti a ogni gradino. Glauco vide prima le schegge di vetro sparse sul pavimento di marmo. Quando infine furono al piano di sotto si trovò davanti un uomo con indosso un impermeabile scuro che una pancia prominente faceva sembrare striminzito. Nella mano destra impugnava una pistola. Un’arma più moderna di quella che il suo aguzzino gli premeva contro la guancia.
– Mi dispiace per la finestra, ma ancora di più per aver fatto tardi.
Il gelo aveva ripreso a entrare furtivo e Glauco cominciò a tremare senza più controllo.
– Pensavo si fosse perso nella nebbia, ispettore.
– Pensavo lo stesso di te, Lucien. Sarebbe stato meglio così, credimi.
L’uomo alle sue spalle fece un sospiro.
– A dire il vero quasi mi piacerebbe se vincesse lei, è un po’ che mi chiedo cosa accadrebbe se io morissi, per esempio.
– Per me? Solo delle carte in più da riempire.
Glauco tentava disperatamente di parlare ma dalla bocca gli uscivano soltanto gorgoglii.
– Diavoli dell’inferno, sono stato al gioco fin troppo. Anche uno psicologo perde la pazienza, perfino se romanziere.
– Psicologo assassino e romanziere… Temo annoieresti anche mia moglie che si beve qualunque giallo da bancarella.
I pensieri di Glauco erano strozzati nella trachea.
– Lascia respirare quel disgraziato.
L’ispettore sia era fatto scuro in volto e il suo rapitore aveva allentato la presa quanto bastava a Glauco perché i pensieri tornassero ad affluire al cervello.
– Suvvia, ispettore, posi l’arma. Dovesse partirle un colpo temo che ricomincerei tutto da capo. E allora sì che potrei impazzire.
Riprese a stringere. Glauco si aggrappò come un granchio al braccio con entrambe le mani, ma era un morsa di granito. L’ispettore attese ancora qualche istante, pizzicandosi il naso con la mano libera, poi cominciò a flettersi lentamente sulle ginocchia, la pistola tenuta solo con due dita. Lo sguardo di Glauco incontrò gli occhi neri e infossati nel viso largo dell’ispettore.
– Siete solo spettri, eppure vi compatisco – disse il suo assalitore.
Alla televisione stavano trasmettendo le previsioni meteo. Il giorno dopo non ci sarebbe stata più nebbia.
Glauco si rese conto che l’ispettore si stava sacrificando. Adesso il suo attaccamento al giornale gli parve assurdo. Quella recensione era stata assegnata al collega che gli aveva chiesto di firmare la petizione. Non avrebbe mai dovuto prenderla lui. Voleva solo starne fuori, e invece ora non sapeva più come fare a uscirne. Si sentiva l’unico a non contare niente. Era come se non ci fosse. Anche quando Tania se n’era andata non aveva tentato di fermarla, e ora gli era rimasto solo l’immenso armadio mezzo vuoto e una vana attesa consumata ogni sera alla finestra dello studio. Ma poteva ancora fare una scelta. All’improvviso, torcendosi con tutta la forza che aveva nelle spalle si ribellò alla presa dello sconosciuto. Era come se tutto il sangue che aveva in corpo gli avesse imbevuto il cervello dilatandolo contro le pareti del cranio.
Fu un’esplosione di energia.
Seguì un’altra esplosione, subito assorbita dalla nebbia che nascondeva la campagna.

 

 

 

2 Comments

  • Cartastrofe September 10, 2013 at 5:52 pm

    Scrittura pulita, lucida. Interessante dissidio psicologico.

  • Profile photo of Andrea Rubbini
    Andrea Rubbini September 11, 2013 at 11:13 am

    Grazie per il bel commento e per aver letto il racconto.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *