Cybermasters – New York

November 30, 2012

Capitolo 1 – Felicità Artificiale

 

…un cerbiatto blu corre lungo l’autostrada fissandomi con i suoi cinque occhi sibilanti lecco le sue palle multicolori e sento il sapore fumante del magma gelido il suo ano avvolge il mio cranio e mi succhia come un mantice gelatinoso cado cado cado il vuoto percorso da vene pulsanti si stringe attorno a me me ridotto ad un occhio che batte batte batte…

 

“Piantala, Hawk.”

 

…la madre sognante mi abbraccia la gamba in un saluto affannoso Hawk quand’è che mi hai abbandonato io non ricordo ricordo di ricordare taci puttana le ficco il mio palo in gola e sparo le mie pallottole la sua gola esplode in un tripudio di colori rosso giallo blu arancio la disco infiamma ballo insieme ai delfini cantanti le loro tube calzano le loro teste infiammando e stridendo di piacere…

 

I denti fanno un male cane mentre sbattono contro il bancone, ed il dolore al collo si acuisce, mentre qualcosa penetra le tue carni. Man mano che i colori si sbiadiscono e i pensieri ritornano chiari e coerenti, l’odore di sudore e sangue secco della mano invadono violentemente i pensieri di Hawk mentre i sensi riacquistano ad avere importanza. Pensa che deve avere una espressione veramente stupida mentre si trova il volto premuto contro il legno del Little Company, il suo bar di fiducia in questo inferno merdoso di New Brooklyn.

 

“Ci sei? O hai bisogno di un’altra ripassata?” La voce scocciata è pesante e profonda, con il timbro leggermente metallico di una protesi sostitutiva alla laringe. I ricordi artificiali svaniscono, e i neuroni ricollegano a fatica il suono, ad un volto impassibile e attraverso da tagli e placche metalliche, coperto da ciocche di capelli grigio metallo sopra la pelle scura. Kane.

 

Rimpastando a fatica la lingua lungo le pareti umide e viscose della sua bocca, Hawk recupera malvolentieri la focalizzazione sul mondo “reale”, quello che deve vedere ogni giorno fino a quando non si trova in rete o trova del buon Jet-X. L’anno è il 2116. New York, nonostante due guerre civili, venti incidenti nucleari, un numero imprecisato di epidemie e il cambio continuo di governi tutti uguali, grigi e distanti, rimane ancora un crogiolo di persone pigiate una contro l’altra, occupate a sopravvivere in una maniera o nell’altra. Con fatica il giovane uomo ricorda i fatti salienti della sua vita, la gioventù nelle bande di disadattati di Classe C che frugano nei rifiuti dei ristoranti dei B, gli anni attaccati allo schermo nero di un Videomax 4352 scorrendo codici e codici che compongono un mondo più pulito e sicuro in apparenza, il bisturi che trapassa il collo mentre un tipo stralunato ridacchiando appiccica gli elettrodi del Cyberdeck al suo cervello esposto, le corse, le fughe, i scontri a fuoco, le bevute, una vita senza pace di un hacker freelancer, un pirata al soldo delle Megacorporazioni per lavori poco puliti, poco sicuri e per cui non vale la pena sprecare il tempo dei strapagati tecnici di classe B.

 

Il peso sulla sua guancia si sposta lungo i muscoli del collo, e la mano callosa agguanta il colletto della sua camicia stropicciata, sollevandolo di peso e costringendo i suoi polpacci a stridere per lo sforzo al quale il cervello si è disabituato. Alzando a fatica il volto anchilosato lo sguardo di Hawk si porta rapidamente all’arma che penzola dalla tracolla sul torace, un fucile anti-sommossa di contrabbando modificata per i bisogni del cacciatore di taglie. I pallini di gomma che spara sono un monito della disastrosa legge per il controllo delle armi del 2097, causa di oltre un milione di morti, ma nei ricordi dell’hacker i proiettili, caricati dall’azoto liquido nei serbatoi saldati malamente sui fianchi, si infrangevano come stalattiti di ghiaccio contro i sfortunati bersagli. Velocemente diversi pensieri scorrono nella mente di Hawk. Cosa ho fatto? Cosa hanno scoperto? Un tremito di confusione e paura scuotono le sue membra.

 

Nelle sue grosse mani nodose, la pistola inoculante sembra un giocattolo da bambini, mentre Kane la ripone con attenzione in un fodero ascellare nascosto sotto il soprabito rinforzato con maglie plastometalliche. “Queste tue abitudini sono dispendiose. Ormai passi più tempo nelle tue fantasie che qui nella merda, e rintracciarti diventa sempre più complicato. I detox sono difficili da recuperare, e la prossima volta potrei decidere di risvegliarti a calci nello stomaco.” I suoi occhi percorrono il locale e la feccia umana che beve, copula, sbava e segue gridando le corse di HunterBall, spesso tutto contemporaneamente. “È già tanto che tu abbia ancora delle tasche.” “Fatman è un amico, ci da un occhio.” Un ghigno attraversa le labbra di Hawk. Il robusto barista, chiamato così più per il carattere esplosivo che per le forme rotonde, non è certamente amico di nessuno, in particolare di chi beve da lui. Si è fatto però un nome per non volere guai nel suo locale, e i folli che non danno peso alla sua parola oramai sono stati da tempo prosciugati e “recuperati” dai SweeperBot.

 

La fronte del cacciatore si piega minacciosa, sottolineando le parole scocciate. “Andiamo, il tempo è vita, e non ne ho da sprecare.” Hawk dondola rovinosamente, mentre i muscoli gridano per il brusco risveglio indotto dal farmaco. “Niente manette, botte in testa? Neanche una minaccia?” Denti giallognoli stridono contro le labbra scure. “Non è una questione di lavoro ufficiale, opportunista. Ho ricevuto una proposta interessante, e qualcuno che sappia scancherare con la Rete mi torna comodo. Rimettiti in piedi, potrebbero esserci degli utili buoni anche per te. Non costringermi a trascinarti.” Una parola ridonda nella mente dell’Hacker. Opportunista. Chiamano così quelli come me, o come Kane. Squali affamati di ogni colore, che indipendentemente da dove vengano o cosa hanno fatto cercano sempre e solo una cosa: un guadagno concreto. Bah.

 

Fruga nella tasca della sua giacca, e afferra i suoi pochi beni con forza, ricordando perché deve uscire dal sogno e navigare nei rifiuti e nella merda delle strade. L’Atto di Privilegio del 2076 ha sancito pubblicamente la formazione delle Classi di Privilegio, relegando in comparti separati i magnati e i potenti della classe A nei loro paradisi di cristallo lassù nel cielo, i tecnici e i Johnson di classe B tutti uguali che vivono e lavorano nelle arcologie invisibili delle Megacorporazioni, e tutti gli altri, il 99% della popolazione di classe C, che mangiano rifiuti e si contendono come cani rognosi pochi stracci e gingilli malfunzionanti. Come diretta conseguenza i C hanno perso quasi tutti i diritti civili, tra cui soprattutto la possibilità di fare acquisti tramite l’uso dei crediti elettronici, e pertanto si è dovuta sviluppare una nuova valuta, in modo da permettere un minimo di civiltà che andasse oltre alla baruffa e al caos tanto caro ai Choner e ai Rat-Dwellers. Dovendo assemblare i propri strumenti a partire da frammenti inefficienti e pezzi non più riconoscibili, si sono imposti come bene indispensabile i chip standard multifunzione, che possono essere assemblati insieme ad altri componenti per ottenere praticamente tutto quello che si ritiene necessario, in mano a tecnici abbastanza abili. In breve vengono scambiati per ottenere qualunque cosa, dalle droghe eccitanti o obnubilanti, l’alcol, le armi antisommossa modificate, i computer, le protesi sostitutive di potenziamento costruite in base a progetti contrabbandati dall’Italia, servizi di prostitute e guardie del corpo, fino alla vita di un uomo, tra l’altro molto economica rispetto al resto.

 

Contandone a tatto alcuni, Hawk li rovescia malamente sul tavolo, scomparendo quasi istantaneamente alla vista, dopodichè segue con camminata trascinata il suo compagno, nascosto dalla sua ombra. Kane non mostra preoccupazione. Sa che anche se l’hacker si facesse prendere dal panico e puntasse la sua scacciacani contro la sua testa, gli stim-pack con il quale si imbottisce abitualmente gli consentirebbero di girarsi di colpo e disarmare il suo avversario prima ancora che questo possa premere il grilletto, per poi sfracellargli il plesso solare con un pugno. “Bene, smilzo. Gli altri ci stanno già aspettando vicino al Circolo di Old Patriot. Là ti spiegherò tutto e faremo rifornimento. Ah, ovviamente non sarà una cosa semplice.” Il suo sorriso è particolarmente irritante. “Quando mai lo è?”

 

Niente è mai semplice nel ventiduesimo secolo, tranne morire.

Capitolo 2 – Il tempo è vita

 

Ogni società ha sentito il bisogno di raggrupparsi in comunità più o meno grandi, in modo da sopperire con il proprio numero i numerosi problemi che la vita in un ambiente ostile va a presentare. Sia per difendersi da pericoli esterni, sia per scambiare i beni prodotti con facilità e semplicità, sia per mettere in comune alcune strumentazioni difficili da reperire o costruire in maniera indipendente, gli uomini si sono uniti prima in villaggi, poi in città, e quindi in nazioni. Ironicamente, l’uomo del ventiduesimo secolo si ritrova ancora solo in un ambiente ostile, la città stessa, con poco e niente disponibile dalla cosiddetta “società civile” e circondato da predatori identificati negli altri nelle sue medesime condizioni. Poiché la storia ha la vaga tendenza a ripetersi, i cittadini per sopravvivere tendono a formare nuove comunità, in genere attorno ad edifici strategici in cui si abbia una facile disponibilità di energia e strumentazione, che in breve sono divenuti fulcri vitali presso il quale ogni individuo può trovare lavoro e sussistenza, nel caso sia competente in quello che fa, ma anche morte e soppruso. Denominati in gergo Circoli, è in questi luoghi che un individuo attento può trovare qualunque cosa abbia bisogno, siano esse informazioni, beni, o possibilità di guadagno.

 

Il Circolo in particolare nel quale Kane e Hawk si sono diretti è una vecchia officina abbandonata, acquistata a suo tempo da una Megacorporazione meccanica al solo scopo di eliminare concorrenza e tralasciata, fino a quando un gruppo di disadattati non ha recuperato il recuperabile e ha riattivato i macchinari malridotti. Il cacciatore di taglie attraversa con circospezione il cancello elettrificato e guardato a vista attraverso due bunker improvvisati costruiti con lamiere arrugginite saldate insieme, e mentre si dirige verso il refettorio locale il suo sguardo si sofferma su un gruppo di guardie che abbozzano maldestramente una marcia sincronizzata, imbracciando armi completamente auto-costruite con motorini di auto e tubi di plastacciaio e stringendo divise rattoppate a mano e rinforzate con placche raffazzonate, mentre stonano orribilmente jingle di vago sapore patriottico. Minute-Men. Uomini talmente tanto malfidenti e sospettosi del governo americano e spinti da uno spirito di patriottismo fanatizzato fino alla xenofobia, che rifiutano di usare qualunque oggetto costruito anche lontanamente dalle Megacorporazioni o da mano straniera, per il terrore di microspie, controllo mentale, malattie o qualunque altra stronzata gli passi per la mente. Un sospiro fuoriesce sconsolato dalla gola di Kane. Saranno anche pazzi come cavalli, e lui compatisce violentemente la loro ottusità, ma questa loro paranoia li ha portati ad un livello di artigianalità che è difficile trovare in giro, per cui se voleva che l’operazione andasse a buon fine, cosa che richiede anche un buon equipaggiamento, doveva procurarselo dove è più conveniente.

 

Le figure dei due uomini attraversano la porta del magazzino, portandoli in un enorme stanzone, riempito con tavolacci rappezzati o barili vuoti, nella quale molti avventori mangiano e discutono, progettando piani efferati e più o meno criminali. Molti di questi appartengono visibilmente ai Minute-Men, ma oltre a loro si possono vedere anche individui dall’aspetto più o meno convenzionale, mentre altri esibiscono abiti di fattura esotica, sorprendenti nella loro simmetria, ed uno sguardo per lo più distaccato dal mondo negli occhi, con il quale osservano con vivo interesse tutto attorno a loro. Econ, suppone Hawk. Ad ogni porta una coppia di guardie, armati con balestre elettrificate e fucili pneumatici, controlla che nessuno interrompa la relativa calma del locale, mentre una figura metallica ricavata probabilmente da parti di un cingolato e di un distributore automatico distribuisce vivande in base alle istruzioni che riceve, in cambio di chip, per lo più broda proteica di sintesi e alcol sintetico. Nessuno si azzarda a sgarrare, almeno apertamente: la regola in un Circolo è sempre assoluta.

 

Seduto accanto ad un bidone ricolmo di latte di alcolici, un ometto vestito con una tuta da meccanico e diverse cinghie al quale sono appesi diversi strumenti e apparecchi si alza in piedi agitando la mano appena Kane entra nella sua stanza, attirando la sua attenzione. La mano in particolare attira l’attenzione: essa è stata sostituita con una rozza appendice metallica con cinque dita, ognuna terminante con pinze e saldatori, lampeggianti con luci rosse e verdi. Il cacciatore si porta freddamente dal tipo, afferrando due sedie e ponendole davanti al bidone. “Hawk, sicuramente ti ricordi ancora di Jack-of-all-trades, il mio tecnico di fiducia. Sarà anche lui della partita.” “Ciao, amico! È bello vedere che non ti hanno ancora fritto il cervello! Vuoi una birra? Sbobba? Eccitanti?” Prima che l’hacker possa rispondere Kane si piega sul bidone, fissando Jack negli occhi con sguardo glaciale. “Red Tox? Non è ancora arrivata?” Allargando le braccia in modo espansivo il tecnico scuote violentemente la testa. “Nah, non si è ancora vista. Ma come mai l’hai chiamata? Pensavo che dopo…” La mano dell’uomo si alza fermamente, bloccando il discorso. “È un problema personale, e quando si parla di lavoro il personale non esiste.”

 

“Sempre il solito stakanovista, vero, straniero?” Hawk si volta verso la voce, notando solo ora una giovane ragazza vestita con pantaloni ed un top mimetici, e con la pelle delle braccia e del petto ricoperti da tatuaggi a spirale, quasi ipnotici. Maori, gli sembra di aver letto una volta. Il volto, incorniciato da dreadlocks interrotti da lamette da rasoio, è completamente coperto da una maschera antigas integrale con le lenti oscurate. Ha un non so che di attraente, se non fosse per qualcosa, forse la postura, forse il modo di muoversi, che ti avverte di avere davanti un predatore in caccia, pronto a balzarti addosso al primo segno di debolezza. In una certa maniera, perversa per lo più, questo eccita la fantasia e la libido dell’hacker.

 

Deve aver lasciato trasparire parte dei suoi pensieri, forse ghignando, forse solo con il rigonfiamento del cavallo, ma appena la mercenaria si porta accanto al trio con uno scatto argenteo un lungo coltello a serramanico si appoggia al livello dei testicoli di Hawk, con la lame ondeggiante sinuosa e serpentina. “Calma i bollori, bello. Non hai abbastanza soldi, ad occhio, per permetterti i miei servizi, se mi capisci.” Il clangore della latta risuona a seguito del pugno che si scontra sul piano del barile. “Piantala, Annie. I coglioni del nostro amico mi servono interi, almeno per il momento.” La lama minacciosa viene ritratta con fare stizzito. “Sono Red Tox per te, Kane. Annie ormai è morta, dovresti saperlo bene. In fondo, è anche merito tuo.”

 

“Basta. Siamo qui per parlare di lavoro. Lasciamo il passato stare per il momento. Siete tutti d’accordo? Nessuno di voi è indispensabile, sapete.” Jack annuisce entusiasta, mentre Red Tox sospirando attende che il cacciatore continui il suo discorso. Hawk, tenendosi le palle, tentenna un attimo, ancora sotto i postumi del Jet-X, ma poi accenna anche lui il suo assenso. “Bene. Ho ricevuto notizia da uno dei miei contatti. Hanno bisogno del contenuto di un server protetto per i soliti affari del quale a noi non deve importare. La buona notizia è che il sito è abbandonato da anni, dopo l’ultima rivolta, per cui non dovremo scontrarci con circolisti e corporativi.” Jack squittisce animosamente, sbrodolandosi con la sintobirra. “E la cattiva qual’è invece?” Lo sguardo di Kane si fa cupo. “Rat-dwellers. Dovremmo passare attraverso le fogne, vicino alla tribù dei Mano Grigia.” La ragazza solleva i suoi capelli, lasciandoli cadere con disinvoltura nonostante le lame. “Mano Grigia? Brutta storia. Dobbiamo quindi passare per Manhattan. Ci sono diversi posti di blocco dei Black John in zona, specialmente vicino all’Elevatore Armstrong.” Le dita nodose tamburellano ritmicamente il piano. “Per questo motivo ho chiamato il nostro amico qui. I pass e i codici non dovrebbero essere un problema, sempre se Jack riesce a isolare i contatti della barriera del Presidio 11.” Stropicciando gli occhi doloranti, l’hacker squadra il gruppo con curiosità, valutandone le possibilità. “E la paga?” “Ventimila chip in totale a dati consegnati.” Il gruppo si ammutolisce per qualche minuto, mentre ognuno valuta cosa farebbe con la propria parte, e quanto questo li avvicinerebbe ai loro obiettivi. Hawk si sofferma col pensiero sui mari onirici del Jet-X. “Bene. Questo è quanto. Allora, il lavoro vi interessa?” Non una parola, non un suono. Il gruppo rimane completamente fermo, compreso il tecnico nonostante il suo nervosismo. Il messaggio che intendono trasmettere è chiaro. “Ottimo. Cominciamo allora a definire i dettagli allora. Come potete vedere…” Mentre Kane estrae un datapad nelle quale diverse mappe e schemi scorrono velocemente e il cacciatore di taglie illustra il piano, i pensieri di Hawk si perdono, cullato dai ricordi delle immagini che la Rete gli ha impresso negli anni.

Capitolo 3 – Trattative armate

 

Pigiato nel cassone rinforzato del carrello, il gruppo attende l’arrivo al reparto interrato dell’officina, illuminato saltuariamente dalle luci di emergenza. L’armiere capo del circolo non si fida ad esporre la sua merce in pubblico, e nessuna zona è più preziosa e protetta per i Minute-Men del Riciclatore. Incrociando velocemente un trasporto cingolato lungo il tunnel, il carrello si inoltra in una enorme cisterna sotterranea, avvolti dalle scintille accecanti e dagli stridii acuti dei macchinari. Al centro del locale, circondato da due grossi bracci di raccolta recuperati da antiche gru, un ammasso a malapena distinto di vasche, macine, filtri, motori pulsanti e pignatte ingurgita, mastica e digerisce enormi masse di rifiuti assortiti vecchi anche di decenni, portati continuamente dalle discariche disperse in tutti i quartieri, e vomita, distinti in appositi contenitori, liquidi infiammabili, materiale elettronico e ferroso di base, proteine e sostanze chimiche assortite, il frutto prezioso del riciclatore. Decine di persone, come tante formiche operose, lavorano assiduamente attorno al macchinario, alcuni smistando i rari componenti e archiviandoli, altri controllando che il delicato sistema di pulegge, pistoni e circuiti non si inceppi mai. I più a rischio sembrano le guardie armate di lunghi pali elettrificati a protezione dei convogli, i cosiddetti Flykiller. Nella memoria di Hawk l’immagine di uno di questi sfortunati trascinati nell’aria avvinghiati tra i tentacoli di un Sweeperbot, come una lepre nelle grinfie di un’aquila, fa tremare l’hacker di ribrezzo.

 

Il carrello si inoltra attraverso le diverse baracche attorno alla grande macchina, dove artigiani di ogni tipo e abilità stanno assemblando i doni del Riciclatore per formare strumenti utili per la sopravvivenza di ogni giorno, da semplici lame affilate fino a droni raffazzonati da sorveglianza. Ogni cosa viene fatta praticamente a mano, per cui la perizia del tecnico è ritornata a essere parte integrante del processo di assemblaggio.

 

Intervallato dal ronzare delle frese e dallo sfrigolare dei saldatori una voce elettronica viene fatta rimbombare dai numerosi altoparlanti dispersi sui tetti, trasmettendo in continuazione inni patriottici e comizi martellanti contro il governo corrotto e decadente, insieme a discorsi allucinati e paranoici di invasione e contaminazione dello “spirito”. Kane riconosce subito il timbro. Nonostante la veneranda età, l’arzillo capocircolo dei Minute-Men, Old Patriot, continua a riversare sul mondo il suo odio e livore, tanto da far pensare che il metallo sferragliante che sostituisce più di metà del suo corpo gli abbia infettato l’anima con l’inflessibilità e l’ottusità tipica degli automi.

 

Procedendo tra i banchi di lavoro, lo sguardo di Hawk si sofferma su un banchetto di lavorazione di fucili antisommossa, dove un tecnico protetto da una tuta integrale da saldatore si ritrae spaesato di fronte al fiume di parole e numeri con il quale lo sta subissando il suo cliente, un grosso uomo caratterizzato da un equipaggiamento straordinariamente “pulito” e regolare, facilmente scambiabile per commerciale se non per pochi, invisibili dettagli. Sta stringendo una pistola idraulica appena montata, indicando all’artigiano sconcertato la camera di propulsione e lamentando la mancanza di proporzione tra il volume e la lunghezza della canna, sciorinando nomi e leggi i quali l’hacker ha al massimo sentito nominare. Ecco un Econ, un seguace della filosofia di vita che ricerca la ricostruzione del mondo esclusivamente in base a principi matematici e logici. Gente efficientenel loro ambito, ma spesso e volentieri troppo astrusi e distaccati per la vita violenta di strada.

 

Finalmente il carrello si ferma davanti ad una baracca leggermente più lavorata, con pareti di lamiera rivettate e travi d’acciaio. Occhi elettronici fissano con fredda attenzione i movimenti degli estranei. “Bene. Qui troveremo quello che ci servirà per il lavoro. Un’ po’ costoso, ma tutta roba di qualità. Mi raccomando, niente problemi qui.

 

I fumi di fusione e l’odore della plastica bruciata premono con violenza contro i polmoni dell’hacker, e gli strappano un breve tossito soffocato, macchiandogli il palmo della mano con poche gocce di sangue scuro, quando si pulisce il volto. Il laboratorio, nonostante la sua relativa grandezza, è talmente tanto ingombro di pezzi assortiti e macchinari da lavoro che il quartetto si trova costretto a muoversi in fila, e Hawk non si sente molto rassicurato a muoversi in coda, rischiando continuamente di tagliarsi contro spigoli affilati. Kane, al contrario, si muove come se fosse di casa nell’officina, ma la tensione dei muscoli e lo sguardo guardingo tradiscono un’oculata paranoia.

 

In fondo al complesso, piegato su una fresa scintillante, un anziano a torso nudo lavora la canna di un mitragliatore pesante, non preoccupandosi particolarmente delle microscheggie che attraversano l’aria né delle ustioni che inevitabilmente si formano sulle sue braccia.

 

Appena i quattro gli si avvicinano, da due alcove nascoste due uomini in mimetica puntano minacciosamente le loro armi artigianali, una balestra e una fiamma ossidrica con l’ugello modificato. Red Tox si accuccia, estraendo i suoi stiletti, pronta a balzare, e Hawk porta la mano alla sua fondina, ma un gesto fermo di Kane li intima alla calma, per poi rivolgersi all’artigiano, che nel frattempo ha spento la sua macchina e si toglie gli occhiali protettivi.

“Vedo che non hai perso il tuo tocco, in particolare per la tua sicurezza, Colt.” Il vecchio di appoggia rigidamente al suo bancone, portandosi il contenuto di una bottiglia in gola, per poi sputare a terra il liquido untuoso. “Taglia corto, opportunista. Cosa cerci questa volta?”

 

Mentre il cacciatore elenca i pezzi che vuole, e visiona i vari caricatori potenzianti e dispositivi assemblati, Hawk squadra la situazione con evidente nervosismo, insicuro sull’agire. Ha passato troppo tempo tra gli allori, o nei meccanismi placidi e prevedibili della rete o nelle illusioni ipnotiche del Jet-X, e non è più preparato alla tensione della strada come un tempo. Certamente l’adrenalina che gli scorre nei capillari è una sensazione esaltante, una volta ogni tanto, ma il terrore di un’arma dietro ogni anfratto, ogni angolo nascosto lo stanca oltre ogni misura. Che stia invecchiando? Improvvisamente un suono acuto interrompe il flusso dei suoi pensieri, portando la sua attenzione al cellulare che tiene nel taschino.

 

Portandosi la mano nel risvolto della giacca, con orrore nota che il vecchio lo sta fissando, con occhi gelidi e folli. “Che cos’è quello?” Hawk estrae il telefono, agitandolo come se fosse un talismano. “No, no, è solo il mio cellulare…” Le pupille si restringono, e i capillari si arrossano. “Sei una fottuta spia! Stai trasmettendo chissà quali dati su di noi! A LORO! Stradannato governativo!” Prima che Colt possa lanciare l’ordine di eliminazione, Red Tox si abbassa di colpo, estendendo il gomito contro i gioielli della guardia con il lanciafiamme, piegandolo a metà, con le mani gli afferra la cintura ed il mento e lo proietta contro il balcone appena spento. In contemporanea Kane ruota con violenza il calcio del mitragliatore contro il naso del balestriere, per poi percuotergli con la canna il plesso solare, facendolo accasciare al suolo.

 

Rivolgendo l’arma all’artigiano paonazzo in volto, il cacciatore gli butta un sacchetto pieno di chip, mentre Jack fuoriesce dal buco in cui si era nascosto e raccoglie in fretta e furia i caricatori dentro una sacca rattoppata. “Scusa il disturbo.” Detto questo, un lampo abbaglia la stanza, uno scoppio riempe la stanza ed è buio.

 

Hawk respira affannosamente l’aria fresca al di fuori del circolo intrisa di catrame, quando due lame affilate lo premono contro il muro per il collo, e due occhi assetati di sangue lo fissano attraverso i vetri di una maschera antigas. “Ci hai quasi fatto ammazzare tutti prima. Non sai le regole? Dove credi di essere?” Mentre nella gola dell’hacker si formano boli di panico, premendo contro le pareti dell’esofago, da dietro la ragazza il sorriso calmo di Kane si frappone contro la sua furia cieca. “Lascia stare. Hawk è fuori dal giro da qualche tempo. Tanto comunque se ne saranno già dimenticati tra qualche giorno. L’importante è che abbiamo la merce.” Red Tox rinfodera le armi, senza però distogliere lo sguardo insanguinato. “Ci sarà di ostacolo, questo pivello.”

“Se sarà così, allora lo uccideremo.”

Capitolo 4 – Oceano in tempesta

 

Il presidio 11 di New Brooklyn del Sistema di Trasmissione Informatico Cittadino è sicuramente molto meno imponente di quanto il nome suggerisce. In fondo per un server di comunicazione, per quanto complesso e potente sia, non è necessario più di un cubo di cemento di cento metri cubi. I cavi di collegamento sono per lo più interrati, ma alcuni impiegati per le visite di controllo sono facilmente accessibili, se non fosse per una rete di sicurezza al laser, disattivabile solo tramite una serie di codici e carte d’accesso. Oppure, per un tecnico esperto e con i giusti strumenti, basta smontare la console e bypassare tutti i diversi contatti senza attivare i sistemi di controllo. Esattamente quello che Jack sta provando a fare in questo momento sulla console del presidio.

 

Hawk, appoggiato al muro di cemento, scruta nervosamente la zona circostante, attendendo che il tecnico abbia finito. “Cazzo, Jack, quanto ci metti? Fra poco il Rent-A-Cop finirà il suo giro…” Facendo danzare le dita meccanizzate sui circuiti, ogni tanto l’ometto emetteva un gridolino di piacere, e canticchiava allegramente un vecchio Jingle. “Oh, non preoccuparti troppo. Annie, ehm, Red Tox si sta occupando di distrarre la guardia. Ci sa fare la ragazza, se capisci cosa intendo” La mano forma distrattamente un gesto osceno. L’hacker lo fissa accigliato.”Quella iena assatanata?” “Una volta non era così… ma è una vecchia storia. Oooooook. A te.”

 

Con un rumore sordo, la rete protettiva si attenua fino a sparire nel vuoto, mentre Jack si dedica ad una piccola danza di compiacimento. “Bene” Hawk, a torso nudo, osserva un secondo la pomata che tiene in mano, cominciando poi a spalmarsela addosso a partire dal collo. Kick. Dopo pochi secondi la pelle la assorbe, bloccando i centri nervosi del tatto, del calore e della pressione, in modo da agevolare la focalizzazione. Entrando quindi nel gabbiotto, l’hacker afferra con attenzione l’ugello esterno del contatto di controllo e con calma lo inserisce nel jack del suo Cyberdeck. Infine, raccogliendo mentalmente le proprie energie e assumendo la posa più stabile possibile, invia l’impulso mentale d’avvio.

 

Un turbine violento. La coscienza di Hawk viene come risucchiata nel vuoto spaziale e la fortissima sensazione di caduta e insieme di ascensione gli impedisce di comprendere lucidamente cosa stia accadendo. Così come era iniziato, così egli “atterra” di colpo sul piano virtuale del Cyberspazio, come fosse partorito dal terreno. Prima di potersi guardare attorno, uno sciame di virus, spam e trojan sotto forma di feroci Piranha lo avvolge, cercando di penetrare forzatamente la sua coscienza. Istintivamente, Hawk estrae dal Database del Cyberdeck, un marsupio a tracolla, un programma di filtro anti-spam sotto forma di bastone elettrificato e lo agita in aria, mettendo in fuga i suoi aggressori. Recuperando il suo equilibrio interno, può finalmente guardare l’illusione del Cyberspazio in tutta il suo splendore. È una città sopra una città, ma anche un oceano con la propria fauna e la propria flora. Altri la vedono come un parco giochi, un mondo alieno, il paradiso, uno zoo. Come gli diceva dieci anni prima il suo vecchio amico Kyle, “Il Cyberspazio è come un viaggio nella propria mente, con i propri sogni ed i propri incubi.”

 

Prima di tutto si deve raggiungere il server del controllo stradale. Evitando un formicaleone gigante argenteo, un programma di ricerca aggressiva, Hawk raggiunge un ascensore disperso nel nulla e digita il codice sulla tastiera. Qui lo spazio non è una dimensione, ma solo un astrazione. Seguendo un filo rosso luminoso, il cubicolo vola silenziosamente, e in pochi secondi oltrepassa la corrente degli internauti, stormi di sardine, e raggiunge il server, che si mostra come il terminal di un aeroporto. Come si aspettava, l’accesso principale è sorvegliato da guardie pesantemente armate, programmi ICE rossi di protezione. Doveva trovare una backdoor. L’ hacker estrae degli occhiali da visione notturna, un programma di scansione, e individua in breve un accesso indiretto, il lettore wifi MP9 di un impiegato. Schiacciando con il piede il minuscolo programma di sicurezza, un omino di carta, si porta davanti al firewall interno, un bancone con un custode stilizzato. Hawk attiva il programma di cracking, facendosi comparire degli occhiali finti con baffoni e nasone. Mentre i codici virali ingannano la programmazione del blocco, il bancone svanisce nell’aria e davanti all’hacker un archivio sterminato prende forma, il database del server. Frugando tra i vari cassetti trova finalmente dei cartellini d’accesso, i codici che cercava. In quel momento, un’ombra lo oscura. Un gigante armato di clava lo stava per investire. Disconnessione! Disconnessione!

 

“Ci sei, Hawk?” Ancora strinato dalla scarica, l’hacker alza il braccio. “Ho i dati.”

 

“Dannata bastarda! Hai intenzione di spellarmi vivo?” Disteso sulle poltroncine della metropolitana, Hawk soffre orrendamente, mentre Red Tox gli sta togliendo i frammenti di pelle ustionata dal braccio con uno dei suoi coltelli. “Piantala, idiota. La crema dermica ha effetto solo se la ferita è perfettamente pulita.” Con movimenti veloci e fermi, comincia a spalmare una pomata rossastra sulle ferite, la quale in pochi secondi assume compattezza fino a formare praticamente una nuova pelle gommosa. “Certo che non devi essere granché come informatico per ridurti in queste condizioni.” Hawk le scocca un’occhiata fulminante, sputando un bolo di schiuma. “Solo perché la vita di noi navigatori della rete è più coerente e meno fisica, non vuol dire che non sia meno pericolosa della vita su e giù per i circoli. Quello che mi è successo è un inconveniente da poco.” I suoi occhi fissano il vuoto, le immagini retrocedono nel passato dell’hacker. “Molti di noi ci hanno lasciato la pelle fulminati fino a che la carne si stacca lasciando solo uno scheletro annerito. Altri hanno perso la propria coscienza, catturati in trappole ICE o dispersi nei flutti dei dati. Di loro rimane solo un guscio sbavante. Senza poi dimenticare quelli che sono fisicamente scomparsi da un momento all’altro.” L’attimo di silenzio viene interrotto dalla voce chiocciante di Jack. “Beh, quando sei volato via dalla console pensato che avessi lasciato propriamente questa valle di lacrime. Ti è andata bene.”

 

Kane, che fino a quel momento non aveva detto parola, riprende il controllo della situazione. “Bene. Hawk è vivo ed è bene, ma soprattutto ha i codici e questo è molto meglio.” Un grugnito risentito viene soffocato dallo stridere delle rotaie. “Ora ci stiamo dirigendo ad Old Manhattan, al circolo di Long Snake a Times Square. Da lì…” Sul suo palmare appare una vecchia mappa cittadina.”… dovremmo passare di qua e qua. Ci saranno diversi posti di blocco dei Black John e dei corporativi della General, ma se Hawk ha fatto il suo lavoro,” altro grugnito più sonoro del precedente, “non dovremmo avere problemi.” Red Tox fissa l’immagine, facendo girare uno stiletto tra le dita. “Dovremmo passare per il circolo Fu Man Chu.” Il cacciatore alza lo sguardo, incuriosito. “E’ un problema? Non possiamo farne a meno.” Il coltello si pianta a terra, trapassando la lamiera. “Grey Death. Un’epidemia, e sai cosa significa.” Il sospiro di Kane fuoriesce stanco dalla sua gola. “Sweeperbots”.

 

Solo ora il gruppo si accorge dell’ospite che si è accomodato accanto a loro. Un bruto a torso nudo stringe nelle mani un rivetto strappato chissà dove, deformato dalla presa, potenziata dagli impianti muscolari e dalle droghe anabolizzanti. “Siete comodi? Vi piace la carrozza? Belli i sedili, eh?” Il gruppo, stupito, annuisce al Choner. “Vedete, femminucce, con il tempo tutto questo si rovina, e quindi c’è da pagare una quota perché tutto rimanga così. Ora.” Jack agita le mani, cercando di mostrarsi inoffensivo. “Ma la manutenzione è gestita dal circolo di Iron Rider…” L’uomo ride sguaiatamente, mostrando i denti limati. “Oh, ma io e i miei ragazzi…” Con la testa indica cinque teppisti agitati e impazienti. “…non facciamo manutenzione, noi siamo la security.” I muscoli di Red Tox si tendono, pronti a fare un massacro, quando la risata di Kane la distrae. “ Ma certo, amico. Tieni.” Gli lancia un piccolo sacchetto, che questi raccoglie avidamente. Dopo aver controllato all’interno, il Choner sorride in assenso, torna spavaldo al suo branco. I filtri di Red Tox stridono quando lo sbuffo li attraversa. “Potevamo ucciderli facilmente.” Il cacciatore si appoggia al sedile, rilassandosi. “Meglio così. Non sappiamo se hanno minato la carrozza, e anche se li avessimo eliminati tutti ci saremmo fatti nemici i loro compagni della zona. Meglio un piccolo sacrificio ora che sostenere la spesa di una guerra.” Il suo sguardo si perde nel buio del tunnel, che in breve torna a perdersi nella memoria.

Capitolo 5 – Inferno e Paradiso

 

Avvolto da un velo di sporco e marciume, l’uomo inciampa a terra, scoprendo le braccia coperte di piaghe nere dai stracci sfilacciati e scoloriti. Il fratello, con la febbre che lo divora, a fatica lo solleva per il braccio rachitico, mentre dietro la carovana improvvisata le fiamme chimiche avvolgono la baraccopoli. I volti dei profughi sono scuri sotto le pieghe della pelle dovute alla stanchezza e alla rassegnazione. Avevano finito i pochi medicinali mesi addietro, a causa di una razzia di Econ disgustati dalle loro routine non razionalizzate, e un’epidemia di TBC Plus si è espansa velocemente, paralizzando tutte le loro attività.

 

In breve, i signori dei mondi superiori hanno deciso che il livello di tolleranza igienica era ignobilmente elevato persino per quella feccia, e hanno inviato i loro schiavi dalla pelle d’acciaio i quali sono calati dal cielo e hanno inondato le capanne di napalm ospedaliero. Senza pietà. Gli invalidi sono ancora là, ormai indistinguibili dalle masserizie e dai loro pochi beni, mentre i pochi fuggitivi si allontanano barcollanti per l’infermità, spingendo su carretti di lamiera il poco che sono riusciti a raccogliere prima dell’incendio.

 

La massa pestilenziale raggiunge la foresta d’acciaio, dove prima gli adulti della comunità traevano dalle tubazioni idrauliche della fabbrica sovrastante l’energia necessaria per le loro lavorazioni. Una giungla di tubi ferrosi e colonne in plastocemento, da cui ogni tanto gli spruzzi di vapore bollente e acidi sfrigolanti rompono il silenzio tra singhiozzi sconnessi ed il tossire affranto. Improvvisamente i primi tra i vagabondi, tremolanti e appoggiati su vecchi tubi arrugginiti, si bloccano di scatto, come catturati in un fotogramma, per poi riversarsi a terra come piccoli stracci impolverati.

Tra le ombre della foresta metallica, una mezza dozzina di figure nere, protetti integralmente da lucide piastre percorse da striature rosse intermittenti, avanzano in perfetta sincronia. Quei rimasugli di uomini che hanno intercettato si stringono addosso ai loro carretti, come tanti ratti che si arrampicano uno sull’altro pur di salvare le loro luride pelli. All’unisono abbassano i loro fucili spara aghi, pronti a diffondere a comando la morte misericordiosa, sotto forma di sottili stiletti intrisi di neurotossine, senza disperdere sangue immondo sul terreno. Volti sporchi, senza denti, dalla pelle butterata e attraversata dal pus, si deformano e si irrigidiscono dal terrore e dalla disperazione. Neanche un lume di pietà si rifrange sugli scuri visori a specchio dei vigilanti, i quali scaricano con precisione e senza remore il livore della gente perbene su questi vermi impuri. Nulla scappa. Nulla sfugge.

 

Nel giro di un paio di minuti solo carne marcia ed escrementi giacciono immobili nella carovana, pronti per essere purificati. Uno degli epuratori, indistinguibile rispetto agli altri, manda un segnale con una radio per allontanare i Sweeperbots, i quali non devono insozzare ulteriormente i loro serbatoi con materia avariata ed infetta, ed alza con noncuranza un braccio. Dal buio lo stridere di cingoli inonda l’aria, facendo vibrare il terreno con il peso impietoso di una belva priva di anima. Dodici giri di denti vorticano affilatissimi, alcuni in un senso, gli altri in quello opposto, frementi di lacerare e sbrindellare per poi incenerire il tutto in colate di magma nelle interiora infernali. Occhi fumanti e che vomitano fasci accecanti di luce rossa scattano fulminei e rabbiosi in cerca di prede. Braccia scheletriche e sottili, con dita slanciate come coltelli ed una morsa come presa, incrostate di liquami e sangue secco.

 

Il “Carnefice” (MX9000) lentamente arranca, puntando verso il cumulo di lordura, per poi, improvvisamente, afferrare avidamente un boccone putrescente di malattia e ficcarselo in gola, riducendo in nulla quella materia immonda. Impassibili, gli uomini attendono che il drone elimini le ultime tracce degli appestati, soddisfatti di aver salvato il loro mondo dall’impurità di quegli animali. Nel cielo, appostati tra gli alberi, oscure figure tentacolate attendono appollaiate come avvoltoi, in attesa che gli intrusi si allontanino con i loro comandi e i loro ultrasuoni, pronti per suggere i dolci succhi dei morti.

A pochi centinaia di distanza metallo annerito dalle fiamme e graffiato con coltellacci per ricordare le prede catturate viene puntato con indifferenza quasi meccanica verso un gruppo scalcagnato di straccioni coperti con robaccia raccolta in chissà quali discariche e scimmiottanti la vera umanità.

Tremano come foglie, consci del loro destino, di finire riversi contro il cemento mentre le piovre prelevano le poche cose utili che riescono a produrre. Luridi sacchi pieni di lordura e malattia. Gli agenti del Centers for Disease Control and Prevention Centers for Disease Control and Prevention, soprannominati per semplicità Black John, tengono d’occhio con professionale fermezza gli intrusi, pronti appena verrà dato il segnale a riversare su di loro la giusta quantità di Neo-Clonazepam nei loro recettori neurali, coordinati dalle protesi ottiche e nervose di cui ogni vero soldato è dotato.

Sembrano loschi cultisti, vestiti e addobbati tutti nella medesima maniera, con i loro occhi coperti costantemente da scuri occhiali a specchio e sempre con la stessa espressione impassibile sul volto, come statue di cera semoventi. In realtà, uno solo di loro potrebbe fermare un intero esercito di queste scimmie selvagge, con i loro innocui giocattoli.

I loro impermeabili neri, anche se sembrano semplici orpelli estetici, sono intrecciati con microfibre auto-reagenti capaci di bloccare colpi di fucili anti-carro senza lasciare graffi o ematomi sul loro corpo, e al loro interne migliaia di sensori di ogni genere monitorano ogni singolo parametro dell’ambiente entro cento metri di distanza, in modo tale da sapere tutto della zona di operazione. I loro occhiali analizzano costantemente tutti gli spettri visivi e catalogano tutti gli oggetti, indicandone caratteristiche, grado di pericolosità e determinando le tattiche più efficaci per raggiungere lo scopo. Infine, le protesi di cui sono dotati esaltano le capacità fisiche e mentali, rendendoli ulteriormente superiori rispetto alla feccia che purtroppo la loro occupazione impone loro di condividere l’aria.

Le operazioni di disinfestazione a malapena provocano una scintilla di entusiasmo nel loro animo cibernetico, ma non è nulla più che un accenno, come uno spazzino che trova una moneta in mezzo all’immondizia. Qualcuno deve compiere il loro lavoro, altrimenti c’è il rischio che le persone perbene, i veri cittadini americani, rimangano contaminati da questo schifo che infesta le fogne di New York. Fosse per loro, li avrebbe già buttati tutti negli inceneritori, come l’immondizia che sono, ma i maledetti liberali continuano a sostenere, quando non vaneggiano riguardo a diritti fondamentali ed altro, che in fondo anche loro hanno la loro utilità, come manovalanza a basso costo e riciclatori di materie prime. Ingiurie contro la vera American Way of Life, ecco cosa sono. Chi segue i valori americani non può sopportare questo spreco. Ma purtroppo sono i politici a prendere le decisioni, e i Black John vengono pagati per obbedire alle loro disposizioni.

Uno di loro. Quello più grosso di loro. Nonostante le armi narcotizzanti che lo puntano continuamente, si fa avanti, come se avesse qualcosa di interessante da dire, come se sapesse anche solo parlare, e non grugnire suoni senza senso. Il sorriso sul suo volto è sicuramente falso, nasconde il terrore che queste devono provare di fronte a degli esseri loro superiori. Sta cercando di estrarre qualcosa dalla sua giacca, con quelle cose di carne flaccida che insistono a chiamare mali. Pensa forse di poter corrompere i giusti con rifiuti raccolti chissà dove? Sembra una carta magnetica, e la porge al drone automatizzato che usano per dirimere le pratiche burocratiche, come quanti corpi sono stati eliminati, quanti colpi sono stati sparati, eccetera eccetera.

La lattina la abbranca con il suo braccio meccanico per poi ingoiarla, mentre ne analizza ogni singola molecola. Alla fine, con voce afona e metallica, enuncia il suo responso perentorio. “Autorizzazione confermata. Quattro persone. Passaggio autorizzato.”

Digrignando i denti, i John sollevano i fucili, e liberano il passaggio ai quattro mucchi di carne marcia. Dopo aver scoccato un’ultima, sdegnosa occhiata, smettono di concedere attenzione all’immondizia, e tornano pensare a cose minimamente di interesse.

 

La faccia di bronzo di Kane è madida di sudore, mentre appena svoltato l’angolo butta via la carta magnetica, mentre Jack e Red sostengono Hawk che sta rigettando l’anima contro un lampione. È stato fortunato che il falso che gli hanno passato abbia funzionato. Dovrebbe avere più fiducia nei suoi contraenti, ma quando si parla di Sommi Demiurghi, non si può mai sapere. La loro missione potrebbe essere anche un brutto scherzo, o lo spettacolo della seconda serata.

Manhattan. Un tempo centro della vita cittadina di New York, le sue luci, i suoi suoni, migliaia di vite che scorrevano avanti ed indietro nelle arterie urbane, come gocce d’acqua nell’ansa di un fiume. Una volta la Vita, quella con la V maiuscola si svolgeva su quest’isola che riluceva nel buio della notte come un gioiello dalle mille sfacettature. Un secolo di guerra, epidemie, crisi economica e sociale hanno però fatto pagare un duro prezzo al quartiere, e della statua della libertà, che una volta si stagliava orgogliosa in segno dell’ideale americano di speranza e rinascita, ora rimane solo il supporto martoriato dai bombardamenti e dalle trincee dei terroristi. Di fronte all’isolotto marcescente di sangue e morte, Manhattan sopravvive ferita ma ancora pimpante, e, pur avendo perso parte della propria grandezza, ancora oggi essa risplende della luce delle discoteche e dei night club, dove i classe B vanno a divertirsi e ad intasare i sistemi immunitari dei loro corpi potenziati con quantità inimmaginabili di droghe, sensazioni e stimoli artificiali di ogni genere ed intensità.

 

Normalmente i classe C non hanno il permesso di entrare in questa zona, se non legati e imbavagliati come giocattoli o schiavi sessuali per i perversi gusti di impiegati e tecnici annoiati, ma con i giusti permessi, alcune eccezioni possono essere concesse, come nel caso degli operai di grado infimo della nettezza urbana o della metropolitana. O come anche i quattro vagabondi che attraversano il paese dei balocchi, abbagliati dalle sue luci e dai suoi rumori.

Voltando la testa come un chihuahua arrapato, l’omino striminzito coperto di strumenti cerca di agguantare con i suoi deboli sensi tanto più di quanto il quartiere può offrire, con i tratti del volto paralizzati dall’entusiasmo e dalla meraviglia. Pur con la bocca spalancata, nessun rumore fuoriesce dalla sua gola. Con gesto paterno, il mercenario gli richiude la mandibola, e guida il gruppo raffazzonato lungo le strade labirintiche del quartiere rosso, cercando di mantenere la sua professionalità. Nonostante la facciata di indifferenza, un sorriso compiaciuto è dipinto sul suo volto, ma i suoi occhiali scuri impediscono agli astanti di capire la fonte delle sue emozioni.

Il fagotto avvolto nell’impermeabile, al contrario, non sembra particolarmente contento di essere in un luogo più pulito ai bar in cui di solito trascorre le serate alcoliche. Lui è abituato alle luci violente e all’impeto di milioni di voci che parlano contemporaneamente nella sua testa, e sa che tanto più la bellezza è intensa e vivida, tanto maggiore è il pericolo che si nasconde dietro ad essa; oltre alle ombre che, ciechi alle trappole che si nascondono nei vicoli bui e nelle promesse vuote dei farmaci, le illusioni di piacere e di felicità, tanto più sono sincere e potenti, tanto più conducono le loro vittime in pozzi senza fine né speranza.

La più colpita però è la ragazza che chiude il gruppo, una persona schiva e ferita da una vita che le ha dato solo dolore e nessuna promessa. Il paese dei balocchi ha trasformato un sasso duro e irto di spigoli in un mucchietto molle e dolciastro, e la dura guerriera sembra essersi ridotta ad una ragazzina spensierata. Continua a sguardicchiare a destra e a manca con occhi trasognanti, facendosi scappare una risata sottesa o un versetto di sorpresa ogni volta che la vista le cade su promesse vuote e tutta apparenza di una vita lontana dalla violenza quotidiana alla quale è completamente assuefatta. Quando i suoi compagni le rivolgono lo sguardo, incuriositi per il suo atteggiamento inconsueto o divertiti dall’ironia della situazione, la guerriera cerca di ritornare l’essere privo di pietà che compone la scorza con la quale si protegge, ma appena essi distolgono l’attenzione ritorna ad abbandonarsi nell’illusione, coccolata dalle luci.

Nonostante tutto però i quattro percepiscono bene di camminare in un mondo che non è il loro. Le luci e i suoni si fanno col tempo cacofonia priva di scopo e ragione, impossibili da comprendere appieno per chi è abituato alle rovine di un mondo brullo di sicurezza. Gli stessi avventori abituali della zona evitano con attenzione il gruppetto, disgustati dal loro puzzo e dal loro aspetto sciatto. Con occhi ostili e offesi essi cercano al contempo di ignorare e di allontanare quella visione che tanto si allontana dal panorama del quartiere rosso di Manhattan.

 

Le promesse dell’isola sono solo illusioni, ma anche quelle sono possibilità esclusiva per coloro che sono degni. I rifiuti della città non meritano neanche di poter assaggiarne l’ombra riflessa sul mare.

 

Capitolo 6 – Discesa negli inferi

 

L’alta presenza di cartelli e simboli di biohazard di solito vengono bellamente ignorati dai disperati che cercano un rifugio dalle piogge acide e dagli agguati notturni, ma in un ambiente in cui l’ignoranza e la sfiducia dilagano le superstizioni si allargano come infezioni su ferite aperte. In luoghi bui e sperduti si rifugiano mutanti e cannibali, pronti a prenderti e divorarti senza che nessuno dica niente o anche solo ti ricordi. Il fatto che in un mondo duro e privo di scrupoli come la New York del ventiduesimo secolo tali storie siano in realtà la norma non aiuta certo a lenire la paura. Per questo motivo, luoghi del genere sono frequentati o da suicidi con il cervello ridotto in pappa dalle droghe o da eccessivi traumi, o da gruppi organizzati appositamente allo scopo, e anche questi solo per periodi estremamente ridotti.

Appoggiati sul muretto di una stazione di manutenzione abbandonata della metropolitana, Red Tox comincia a estrarre una ad una una decina di boccette dalle etichette sbiadite, un laccio emostatico e quattro siringhe ipodermiche, ognuna dall’aria estremamente consunta e rattoppata. Attorno a lei, i suoi tre compagni osservano con attenzione una vecchissima mappa del sottosuolo, cercando di decifrare i segni antichi di decenni.

“La stazione tra la diciannovesima e l’ottava è qui, e da qui possiamo scendere qui, qui e qui. Il nostro obiettivo quindi dovrebbe essere più o meno qui.” Il dito spesso di Kane affonda nella cartina giallognola. “Ovviamente, signori, tenendo conto che i passaggi non siano crollati, contaminati eccessivamente o abitati dai Rat-Dwellers. In quel caso dovremmo deviare, e quindi improvvisare.”

Hawk si stringe le spalle, cercando di assaporare con il ricordo la dolce, dolce sensazione del Jet-X. I morsi dell’astinenza cominciano a erodere con violenza la sua già scarsa sanità mentale, e lungo la sua fronte gelide gocce di sudore creano solchi sulla polvere accumulatasi.

“Bene, a questo punto io vi aspetto qui nelle vicinanze. Ho visto un bar qua vicino sulla diciannovesima, penso proprio che andrò a farmi qualche drink là…”

Kane afferrò l’hacker per il colletto proprio mentre stava per incamminarsi, portandolo a sé. “Tu non andrai da nessuna parte. Avremo bisogno anche dei tuoi talenti particolari là sotto.” Il suo alito sapeva di fumo e acidulo. “Non sappiamo se il server è collegato a trappole o sistemi di sicurezza, e scommetto la figa della mamma di Jack che è senz’altro così.” Come uno straccio, il tossico crollò a terra, scocciato, mentre il tecnico si lamenta delle basse insinuazioni sui suoi parenti con il soldato alto due spanne più di lui, e mentre la mercenaria senza cerimonie gli tira su la manica del braccio per fargli l’iniezione di pre-chelante, cerca di portarsi alla bocca una sigaretta rattrappita con le mani tremanti. Lo spinello gli cade dentro una pozza di chissà quale merdume, e bestemmiando a qualche ignota divinità dimenticata cerca di recuperarla, scrollandola e sperando che non sia diventata ulteriormente più velenosa di quello che è.

Dopo un breve pasto e aver finito gli ultimi preparativi per la discesa, il gruppo si avvicina infie all’entrata del piccolo cabinotto. Sulla sua porta diversi catenacci al quale sono appesi inframezzati cartelli di avvertimento e manufatti totemici fatti con ossa di topo e stringhe di scarpe intrecciate dividono il mondo del nero eterno dalla città dal cielo eternamente grigio e avvolta dalle ombre dei grattacieli, a testimonianza che in quel secolo non vi è da nessuna parte una divisione tra bene e male, bianco e nero, ma solo grigio su grigio, nulla di cui essere certo, nessun luogo nel quale si possa appoggiare le spalle al muro e rilassarsi senza che uno scalmanato arrivi e ti tiri una randellata in testa pur di fregarti anche solo il mozzicone di cemento ed erba sintetica che ti stai fumando.

Ruotando di 180° i propri arti sintetici per afferrare con l’estrema sicurezza di chi conosce i propri strumenti come se fosse l’affare che ha in mezzo alle gambe (e probabilmente anche meglio, visto il tipo), Jack impugna con tutta la forza di cui dispone un paio di grosse cesoie, e con una destrezza unica concessa dall’eterna allegria dell’ometto avvolge le lame attorno a quello che ritiene essere l’anello debole della catena e con un unico colpo secco la spezza, la quale con un tonfo pesante atterra nel suolo sporco di olio e grasso antico. Con forza, il soldato spalanca la porta dell’ingresso, ed entra con decisione all’interno, regolando la torcia sulla punta del fucile mentre oltrepassa la soglia, ed illuminando ogni singolo angolo o anfratto, paranoico oltre ogni misura nel timore di ratti e altre schifezze troppo evolute.

Chiusi in un cabinotto stretto ed umido, i quattro vagabondi attendono con nervosismo che l’ascensore finisca il suo tragitto, portandoli più vicini alla loro destinazione. Lo sfarfallio della luce non li rassicura sulla sicurezza dello strumento, nonostante prima il tecnico si sia prodigato con ampi gesti ad assicurarne la sicurezza, almeno per l’uso che ne avrebbero fatto, e lo sfrigolio graffiante che dovrebbe essere un’allegra musica d’ambiente non aiuta certamente a rilassarsi. Dopo pochi secondi, infatti, Kane percuote con un unico colpo secco la cassa di risonanza, mandandola definitivamente fuori uso.

Con un tonfo sordo, il dispositivo si blocca, e le luci si spengono definitivamente, segnando la perdita ultima di integrità dell’ascensore. Dopo pochi secondi nel buio in attesa che non accada null’altro, quattro torce ad incandescenza si accendono, riportando chiarezza nel loculo. Kane e Hawk afferrano ognuno un lato delle portiere, e, uggendo dalla pressione, divaricano l’ingresso il giusto per poter passare. Davanti a loro, i cavi del contrappeso, dondolanti dalla tensione. Il mercenario si volta verso Jack, il quale in risposta gli accenna un segno di resa, indicando la sua impotenza verso il danno, e quindi si sporge all’esterno, illuminando il pozzo per controllare se vi sono eventuali minacce.

Calandosi lungo i cavi d’acciaio, il gruppo raggiunge il fondo, ritrovandosi quindi alla bocca di un tunnel sfrigolante di energia e ricoperto di macerie e organismi sconosciuti, come funghi fosforescenti e insetti grossi come gatti. Esplorando con gli occhi pieni di terrore, Hawk squadra il cunicolo per qualunque minaccia possibile ed impossibile, che si nasconde nell’ombra e li attende pronti a divorarli, smembrarli, usarli come incubatrice o peggio. Nei bar e nella rete girano a centinaia, se non migliaia di leggende sulle fogne e i cunicoli di New York; alcun sono vecchie di secoli, come i coccodrilli albini buttati nei gabinetti (magari fosse vera; vista la rarità di animali, farebbe una fortuna con un esemplare vivo), altre invece nascono dai fumi delle droghe o mutano passando di bocca in bocca, come il circolo mutante dei Molti ed Uno, o la melma senziente che attraversa alcune sezioni della metropolitana in cerca di cibo. Anche gli altri si tengono sul chi vive, non tanto per superstizione tanto temendo piuttosto pericoli più comuni, come predoni Rat-Dwellers o riciclatori pronti a sezionare qualunque cosa possa essere di valore. L’unico che mantiene una parvenza di calma è Kane, che scruta con sguardo clinico la sua cartina d’antiquariato cercando di orientarsi in quel labirinto di passaggi e vicoli ciechi.

Dietro alcune rocce un ratto con il volto deturpato da tratti aracnoidi osserva con curiosità il gruppetto, studiandone la possibile pericolosità o utilità. La sua intelligenza bestiale non bada alle motivazioni per cui i bipedi si avventurano nei territori abbandonati del sottosuolo, e l’unica rilevanza che hanno è se mettano o meno in discussione il suo territorio. Improvvisamente, in lontananza una luce tremolante si avvicina, seguito da versi gutturali in una lingua secca e arrangiata. I quattro si dividono, spegnendo le luci e nascondendosi dietro ogni riparo possibile.

Da dietro l’angolo tre uomini coperti di stracci avanzano sicuri e circospetti, impugnando balestre barocche costruite con parti raffazzonate e torce imbevute di nitrobenzene. Esplorano quello che loro considerano loro territorio, allertati dai rumori di macchinari smossi dopo anni si attività, e pronti a eliminare eventuali intrusi contaminati da quello che chiamano civiltà, per poi recuperare ciò che può essere purificato. Quando sono a gittata, il bipede che impugna il fucile sgancia dalla propria giacca un contenitore tubolare, lo ruota con un gesto secco e lo fa rotolare davanti a sé, voltando lo sguardo in direzione opposta. Un lampo verde causato da Xeno-derivati incendiati ferisce l’oscurità del cunicolo, e trapassa da parte a parte gli occhi dei neo-tribali, accecandoli giusto il tempo per permettere a due scariche di proiettili di gomma imbevuti di plasma elettrizzante di ustionare due di loro in maniera fatale, mentre il terzo viene preso alla spalle dalla ragazza, che mantenendo un espressione completamente glaciale gli pungola con due stiletti arroventati da termopiastre incastrate nell’elsa i polmoni, inondandoli di pus e sangue. L’ometto esagitato agita una pistola a molla sparando proiettili grossi come pollici in tutte le direzioni, mentre l’hacker si raggomitola tremante in posizione fetale, attendendo che sia tutto finito.

In breve, il silenzio ritorna nel cunicolo, e il ratto osserva gli invasori abbandonare la sua zona dopo aver saccheggiato i morti, lasciando per lui un lauto banchetto e un caldo letto per le sue uova. Fremendo i baffi, annusa l’aria, e sorride felice per la sorte fortuita.

Capitolo 7 – Perle per i porci

 

Riunite attorno a un mucchio di copertoni sfrigolanti dalle fiamme, cinque figure accalcate cercano di raccogliere tutto il calore possibile dall’unica luce che taglia l’oscurità del sottosuolo. Si potrebbe pensare che un luogo chiuso sia caldo e riparato dalle intemperie, ma gli ingegneri della Subway Metropolitan Construction non erano d’accordo. Avendo applicato i principi dell’induzione magnetica priva di attrito al sistema di locomozione della metropolitana, affinché il sistema risultasse il più efficiente possibile e con la minor dispersione di energia, i corridoi dovevano essere alla temperatura più bassa possibile. Per tale motivo, le pareti dei condotti sono costruiti con una lega di rame, plastocemento e tecnezio che assorbe il calore all’interno e lo espelle verso l’esterno, agevolando così il sistema di crioventilazione. Con il tempo e l’abbandono dei percorsi nelle zone più disagiate le strutture di refrigerazione sono state disattivate, l’usura le ha danneggiate in maniera irreparabile o sciacalli hanno smontato i pezzi più preziosi ed utili, ma le mura resistono, e rimangono assolutamente efficienti per lo scopo a cui erano preposti. Scopo, che ai poveretti che si ritrovano a dover sopravvivere al loro interno non può interessare di meno e che darebbero qualunque cosa per una stanza calda.

Purtroppo per loro, la società non è affatto tollerante per individui come loro, sia quella dei benestanti che indugiano gelosi nella loro sicurezza sia quella dei derelitti che lottano tra loro per la sopravvivenza. Labbra leporine, occhi frastagliati, denti spezzati ma affilati, braccia sproporzionate, secrezioni maleodoranti e pustole invadenti rappresentano il loro marchio di infamia; radiazioni, sostanze tossiche, strani esperimenti o semplici scherzi dell’evoluzione hanno donato loro la piaga della mutazione, che li ha esclusi per sempre dalla vita comune. In un mondo dove nessuno è disposto a dividere nulla, è assolutamente normale che i deboli vengano sopraffatti da chi ha più possibilità di loro, e ogni scusa è buona per ostracizzare ed escludere possibili rivali. La tolleranza non riempie lo stomaco. Oltre a questo, le loro particolarità a volte attirano gli interessi di individui malati ed aziende prive di scrupoli, per cui costoro nel mondo di sopra sono prede pronte ad essere catturate e sfruttate nei modi più fantasiosi, con nessuna speranza di rivalsa o di qualunque altra cosa.

Per tale motivo, gli uomini, le donne e i bambini comunemente raggruppati con il termine di mutanti si nascondono nei condotti abbandonati delle fogne o della metropolitana, dove nessun altro sopporterebbe di vivere, e qui cercano di sopravvivere in tutte le maniere possibili, raggruppandosi in piccole comunità spesso in guerra tra di loro o contro i Rat-Dwellers per pochi stracci o pochi bocconi di carne rancida e appestata, più spesso che altro sprofondando nei recessi del cannibalismo. Tra loro però vi è un’empatia molto forte, formata dagli stenti e dalla disperazione, per cui i gruppi, anche se spesso non hanno veri legami di sangue, si sentono come vere e proprie famiglie.

Ghur, un maschio avvolto con un spesso telo coperto di pellicce di topo, alza il volto completamente ricoperto di pelo rossiccio, sentendo attraverso le sue vibrisse qualcosa di estraneo nell’aria. Dopo qualche secondo, Khy, un ragazzino dagli arti allungati e sottili come cannulle si arrampica con agilità sopra le macerie che avvolgono il campo raffazzonato. I suoi occhi, ormai più fessure che altro a causa di una vita passata nell’oscurità più profonda, cerca di esaminare il fondo del condotto, in cerca di strani segni. I rumori diventano ormai percettibili agli orecchi di tutti, passi veloci e pesanti che diventano sempre più forti, sassi che vengono spostati da suole robuste. Hena, avvolta in una tunica di lana ammuffita, si chiude in posizione fetale, avvolgendo il piccolo Ji al proprio petto coperto di mammelle e pustole. Hutt, reclinato prima sul proprio fucile, si erge in piedi, dimostrando maestoso la massa di muscoli abominevoli che compone il suo torso, e appoggia l’arma sulla propria spalla, tenendola ferma con le sue tre braccia.

Dal buio, quattro estranei corrono contro i mutanti, arrampicandosi alla meglio sopra le macerie. Nonostante i colpi di avvertimento, questi continuano la loro corsa, travolgono le poche masserizie, e proseguono oltre lungo il condotto, ignorando gli abitanti del loculo. Questi si voltano ad osservarli tentando di interpretare il loro comportamento, per poi chiudere la loro vita tra le fauci dei mostri dietro a loro. Un ultima cosa riescono a capire prima del nulla; “Meglio loro che noi.”

“E ora che facciamo? Sono ore che gironzoliamo come ratti ciechi in questi cunicoli umidi e appicicosi!” Le braccia dell’ometto smilzo si muovono a scatti, impregnate di rabbia e frustazione. Davanti a lui, il mercenario annuisce distratto, con gli occhi e l’attenzione rivolti unicamente alla piantina che stringe tra le mani. Dietro a loro, i loro compagni non sembrano condividere la loro preoccupazione. La ragazza fissa il cammino con sguardo assente, la mente persa in chissà quali pensieri o ricordi, interrotta di tanto in tanto dallo squittio di un topo che viene prontamente zittito quando la sua colonna vertebrale viene recisa da una lama affondata con fare annoiato. Il tecnico invece canticchia sommessamente, sguardicchiando di qua e di là dove antiche infrastrutture o oggetti contorti dall’usura, gli acidi o l’umidita attirano i suoi occhi sempre infossati da una allegria intramontabile.

“Non ne posso più. Non posso bere. Non posso farmi. Si mangiano solo schifezze.” (“…ma noi mangiamo sempre e solo schifezze…”) “E’ freddo. È umido. È buio. Non c’è niente di minimamente alcolic… Hrgghh!!!” Una mano borchiata si stringe attorno al suo collo pallido, i muscoli tesi dalla rabbia e dal livore. “E ti troverai anche con il collo spezzato se non la pianti, stupido pezzente. Non riseco a ragionare con questo continuo borbottio.” Come si fa con un sacco di inutile immondizia, Kane apre semplicemente la mano, lasciando che l’hacker si afflosci a terra, portandosi le mani al collo per accertarsi di essere ancora intero. Tossendo l’aria e la bile che si erano inevitabimente mischiate, Hawk guarda con odio il suo compagno, mormorando minacce e imprecazioni nei suoi riguardi.

Dopo essere scesi ad un livello in cui sulle pareti cresce qualcosa che è ormai indistinguibile tra l’alga, l’animale ed il cadavere in putrefazione, il mercenario alza finalmente la testa dalla mappa, ed estende il suo muscoloso braccio in direzione di un punto della parete assolutamente indistinguibile dal resto. “Ecco, siamo praticamente arrivati.” “ Dove? Ad una parete di brodaglia ribollente?” “Dietro, maledetto idiota. La sala dei server è dietro la macchia di… cosa…” La parete, rispondendo al calore, al suono, oppure percependo da occhi cresciuti chissaddove, estende la propria massa vischiosa attorno al braccio di Kane, e lo avvolge in una presa molliccia eppure salda, pronta a mordere o digerire con succhi estrusi da chissà quale ghiandola o altro. Mantenendo il sangue freddo, l’uomo volge lo sguardo verso i suoi compagni. “Jack, per cortesia…” Squittendo dalla felicità, l’omino saltella al fianco del suo compagno, ed estrae dalla sua sacca un beccuccio di acciaio arroventato. Un giro di valvola, ed una fiamma violastra si estende dalla punta, e con agili movimenti morde la superficie della poltiglia, la quale si ritrae con uno stridio acuto.

Anche dopo che l’essere ha rinunciato al suo pasto, Jack-Of-All-Trade prosegue con la sua opera scacciando la bestia dal suo loculo e ripulendo una sezione del muro, la quale rivela al di sotto una porta in plastoacciaio a tenuta stagna, e dopo qualche rapida occhiata per studiarne il meccanismo, la apre con un forte strattone, tendendo tutti i muscoli del suo corpo. Con un sordo schiocco melmoso, la chiusura viene violata, e al suo interno un minuscolo stanzino si apre, assolutamente asettico e odorante di nuovo. Al suo interno, circuiti e chip riluccicano di vita, mentre dati ed energia li attraversano, assolutamente incorrotti dalla decadenza circostante.

“E ora cosa dovrei fare?” I due uomini si fissano negli occhi, mentre il tecnico controlla che non ci siano meccanismi nascosti pronti ad attivarsi. “Lo sai. Ti attacchi, prendi tutto e cancelli le tracce. Il solito.” “Mmmmhh…” Troppo poco. Hawk si sarebbe aspettato di più. Chissà quali protezioni, quali virus pronti ad attivarsi, quali errori fatali si annidano in questi computer dall’aspetto così innocente… “Ok, è pulito. In bocca al lupo, amico.”

Con fare diffidente, l’hacker si inarca lungo lo stanzino, osservandone ogni sfacettatura in attesa di trappole o insidie. Con fare incerto, estrae il suo connettore, e con la mano tremante lo immette nel jack. Prende un respiro profondo e si abbandona nella rete interna del server, che gli appare come una bianca stanza vuota, come la camera di un ospedale. Davanti a lui si frappone un firewall che gli chiede i dati di riconoscimento, ma con un colpo di mano lui lo congela, disattivandolo. Aspettandosi resistenze più serie, si insinua più in profondità, cercando gli archivi che deve assimilare. Davanti a lui, un archivio pronto ad essere violato, e divorato.

Nella stanza, Hawk si riprende dalla trance. “Ho fatto. Ed ora? Si sono attivati allarmi? Arrivano guardie? Che cosa?” “Nulla di nulla. Torniamo a casa.”

Epilogo – La speranza dei perdenti

 

Tintinnando contro il cristallo, i cubetti di ghiaccio scintillano immersi nella sinto-sinto-tequila. Hawk li osserva stanco, e deluso dalla vita. Erano passati mesi da quando aveva fatto il suo ultimo lavoro, ed era stato pagato bene, per un lavoro tutto sommato facile. Al ritorno non avevano trovato problemi particolari, il Johnson che aveva contattato Kane non ha fatto scherzi ed una volta presi i dati li ha pagati tutti generosamente. Inoltre, il Johnson invece al quale l’hacker ha dato i dati copiati di nascosto è stato più che felice di aggiungere un sovrapprezzo. Lo spionaggio industriale rende bene in fondo. Dopo quello però, è come se si fosse formata terra bruciata tutto attorno a lui: neanche i suoi vecchi clienti abituali vogliono più parlare con lui, e in rete i colleghi e compagni di un tempo non gli rivolgono più la parola. L’unica cosa che gli rimane è il Little Company, dove Hawk abbandona la frustazione, la noia e le incertezze per il futuro sul fondo di un bicchiere di alcolico scadente. Ormai i soldi stavano finendo, e non aveva abbastanza per rifornirsi di Jet-X. Abbandonato alla sobrietà e al rigore, le domande continuano ad assillare la sua mente bruciata, chiedendosi cosa fosse successo. L’azienda che aveva commissionato il lavoro l’aveva scoperto? Anche se fosse quello il caso, non potrebbero aver tagliato TUTTI i suoi punti, i suoi contatti. Mah…

Una mano pesante si stringe calorosamente attorno alla sua spalla. Troppo abbattuto per reagire, l’uomo si volta con svogliatezza per incrociare lo sguardo del suo avventore. Un sorriso smagliante lo acceca, mentre gli occhiali a specchio di Kane riflettono le luci del locale nei suoi occhi. Secondi di silenzio pesano sulle spalle di Hawk, che non comprende cosa voglia da lui il mercenario. Continua a sorridere, come se solo lui capisse il mondo. Finalmente, aprì la bocca.

“So tutto. So che hai dato i dati a quelli della Gaiametrics.”

Il terrore si dipinse sul volto dell’uomo. Anche questo! Il suo compagno era famoso per le torture che infligge ai suoi nemici, figuriamoci a chi lo ha ingannato…

“Ah, ma non preoccuparti, lo sapevo già. Anzi, lo sapevo ancora prima di confidarti dell’incarico.” Le sue capsule di ceramica si mostrano di nuovo tra le sue labbra sorridenti. “Si può dire che sia questo in motivo per cui ho scelto te.”

Con un strano suono interno, Hawk sente il suo cervello ingripparsi, non comprendendo minimamente cosa stia avvenendo.

“Vedi, il mio contatto voleva che la Gaiametrics avesse qualche piccolo intoppo nelle loro ricerche, e quindi i suoi Johnson cervelloni hanno ingegnato questo virus assolutamente invisibile, che è fatto non tanto per corrompere i dati quanto per contaminare l’hardware, in maniera molto simile alle radiazione. Un dispositivo corrotto in questa maniera, o anche un cervello, perchè funziona anche su piano organico, non farebbe altro che rilasciare virus su virus in qualunque server o banca dati al quale si connette. E quindi, mio caro amico, qui entri in gioco tu. Ti ringraziano per aver fatto il loro lavoro sporco.”

I punti si collegano, mostrando il quadro generale all’hacker, e l’orrore della verità lo infiamma di rabbia e disappunto. “Mi hai usato per rovinare i server della Gaiametrics…” “Si. Era ovvio che con te, un loro dipendente, non avrebbero usato protezioni di alto livello. Grazie di tutto.”

Le vene degli occhi esplodono dal livore. “Ok, mi avete rovinato il gioco della Gaiametrics, ma posso comunque rifarmi! Dovete togliermi questo affare dalla testa!” “E perchè dovrebbero? Oltretutto, credo che non ci sia neanche un modo per farlo. Il danno è permanente.”

“Ma in questa maniera non posso più lavorare! Nessuno vorrà più lavorare con me! Cosa farò?”

“Affari tuoi, Hawk. Ormai se da buttare. Addio amico, offro io questo giro.”

Con la mano contratta e tremante dall’odio e dal rancore, l’ometto estrae la sua pistola, puntandola contro il mercenario. Questi si ferma, e lo guarda con indifferenza. Non estrae il fucile, non si mette al riparo, non prova minimamente a difendersi. Lo osserva e basta.

L’hacker cerca di mirare alla sua testa, nonostante il tremore, quindi cambia idea, se la infila in gola e preme il grilletto. Nonostante sia appena un’arma giocattolo, l’urto è tale a quella distanza da spappolargli il cervello, e la materia grigia fuoriesce dalla bocca sanguinante, mentre Kane, stringendosi il cappotto, abbandona il locale e si perde nelle strade di New York.

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