La Gentilezza Degli Estranei

September 19, 2012

Dedicato (con amore) a Pietro Bottioni

Mercoledì mattina, Nonna Vanna venne svegliata di soprassalto dal spernacchiare meccanico e insistente del citofono.

Quanto fosse necessario chiamare l’elettricista per levare quel suono tanto sgradevole quanto buffo fu il secondo pensiero che le passò per la mente ancora intorpidita dal sonno.

Il primo pensiero consisteva nello sciame di mosche cromate che, in sogno, le ronzavano intorno minacciose e scintillanti, formando un blocco di luce spesso e accecante che si spostava fluttuando nel buio.

Si girò faticosamente su un lato, accarezzò il lato del letto lasciato vacante dal suo amato Lorenzo e puntò gli occhi verso le stanghette e i puntini illuminati di rosso acceso della sveglia digitale che segnavano le dodici e trenta.

Si alzò di scatto, come percorsa da una scarica elettrica, borbottò un paio di bestemmie infilandosi le pantofole rosa e uscì zoppicando dalla stanza.

Non fece in tempo a superare la soglia che suonarono una seconda volta. Il suono del citofono le ricordò il ronzio di quelle mosche.

– Ho ancora paura del buio, Lorenzo, – bisbigliò Nonna Vanna zoppicando verso il citofono, – ho ancora paura del buio e tu non ci sei.

Sollevò la cornetta appena in tempo per impedire al citofono di spernacchiare una terza volta. Si schiarì la gola e rispose:

– Si?

– Nonna Vanna?

Il suo piccolo viso gonfio e stanco, che per il reticolo fitto di rughe profonde che le solcava il viso appariva ancora più affaticato e malinconico , s’illumino in un sorriso carico di gioia al suono di quella voce filtrata dai circuiti elettrici.

– Pietro. Ma lo sai che ore sono?

– Si, – dalla cornetta si sentì il fruscio della manica alzarsi e un brontolio indeciso, – più o meno mezzogiorno e mezzo. Anzi, sono quasi le quaranta.

– E’ tardissimo, non è vero?

– No, non troppo, dai.

– Erano vent’anni che non mi svegliavo così tardi. Mi sveglio ogni giorno alle sette e trentadue. Non ho mai sbagliato di un solo secondo. Nemmeno quando Lorenzo mi ha lasciato.

– E’ tutta colpa della ribelle che vive in lei, Nonna Vanna.

– Ti approfitti di una povera vedova, Pietro? – disse ridendo lusingata.

– Non sia mai!

– Per il resto come stai?

– Bene, bene.

Ci fu un attimo di silenzio, misurato dal ronzio perpetuo del citofono.

– Nonna Vanna?

– Si, Pietro?

– Mi faresti salire, per favore?

– Certo, tatone, aspetta! Anzi, no.

– Cosa?

– Potresti pazientare dieci minuti? – disse Nonna Vanna girandosi in cerca dell’orologio a muro.

– Va bene.

– Tanto fumati una sigaretta, và! Lo sento quando vieni qua, che puzzi tutto di fumo! – e riaggancio prima che Pietro potesse obiettare.

Girò su se stessa barcollando e fece strisciare le pantofole verso la cucina. Aprì l’armadio, si mise in punta di piedi facendo scricchiolare i tendini e, cercando di mantenere l’equilibrio, tirò fuori una merendina ripiena al cioccolato e del Nesquik.

Fece scaldare del latte in un vecchio pentolino ammaccato, vi aggiunse cinque cucchiai di cioccolato in polvere, dispose tutto su un vassoio di plastica bianca e s’infilò in corridoio facendo tremare le stoviglie.

Si fermò davanti alla camera adiacente alla sua e appoggiò il vassoio sul pavimento, facendo ben attenzione a non rovesciare niente.

Mantenendo la stessa cautela, appoggiò un orecchio alla porta, accarezzò il legno lucido e vi diede due colpetti leggeri.

Un leggero fruscio di catene giunse in tutta risposta dall’altra parte della porta. Nonna Vanna diede altri due colpetti e dalla stanza giunse un fruscio più lungo, accompagnato da un lamento sordo e strozzato.

Vanna sorrise sistemandosi gli occhiali, s’inginocchiò e tastò il legno finché non trovò due piccoli solchi incavati rozzamente nel legno. C’infilò le piccola dita tozze e tirò verso di lei, smontando la parte inferiore della porta, anch’essa tagliata rozzamente in un pannello dai margini imprecisi, ondulati e irti di schegge. Fece passare il vassoio oltre la porta, facendo schizzare qualche goccia di cioccolato al latte ancora bollente, risistemò il pannello e tornò al citofono.

– Pietro?

– Nonna Vanna?

– Sali, Tato!

Aprì il portone e attese pazientemente che Pietro salisse i quattro piani di scale necessari per arrivare al suo appartamento.

La testa rasata di Pietro spuntò dal pianerottolo, poi le spalle magre e lunghe e il resto del corpo alto e slanciato.

– Cosa tieni là dietro? – chiese Zia Vanna sorridendo e alzando le sopracciglia incuriosita.

– Prima di tutto questi, – rispose Pietro allungandole un mazzo di primule viola,- e poi questo,- e le porse un sacchetto di carta.

Vanna chiuse gli occhi annusò le primule, lasciò che la fragranza fresca e pungente penetrasse attraverso le mucose fino a riempirle il cervello, sperando di scacciare il ronzio delle mosche che ancora le lacerava le meningi.

– Questa invece e opera mia, – disse Pietro soppesando il sacchetto di plastica, – magari non ha lo stesso buon odore, ma l’ho fatto con le mie mani.

– Che bravo ometto, che sei. Non importa, sarà buona, ne sono sicura. Entra, Entra!

Pietro entrò timidamente col capo chino e lo sguardo basso, come d’abitudine. Si guardò intorno. I quadri paesaggistici di Nonna Vanna, frutto di quattro anni di corsi serali, erano sempre una fonte intensa e vibrante di interesse sconosciuto, così come i pentolini in rame appesi in cucina.

– Ti guardi sempre intorno come se fosse la prima volta.

– Mi piace osservare. Mi piace immaginare la storia di ogni oggetto. Mi piace anche indovinare la riproduzione della settimana, – disse indicando uno dei quadri appesi di fianco all’arco di entrata della cucina.

– Pensò sia Monet. Almeno, così dice il maestro.

– Maestro… – disse Pietro prodigandosi nell’imitazione di un inchino orientale.

– Scemo, – disse allungandosi di mezzo metro per dargli uno schiaffo affettuosa, – vieni che ti faccio un caffè.

Pietro osservò ogni fase della preparazione con minuzia e curiosità, mostrando uno sguardo dolce e gentile e il solito sorriso rilassato.

– Cosa mi racconti, Vanna?

– Il solito, – rispose Vanna cercando di velare la malinconia, – non faccio più molto ormai con questa artrite.

– Passerà, vedrai.

– Sei molto dolce, Pietro. Alice è ancora in gita, lo sai, vero?

– Lo so, – Vanna si avvicinò e fece colare il caffè fumante nella tazzina, – lo so benissimo. Tu non lo prendi il caffè?

– Non mi conviene, – disse sogghignando, – torna a breve, però.

– Lo so. Domani.

– Che vuoi fare, aspettarla qua?

– Perché no, la compagnia è buona.

Si guardarono sorridendo con aria complice. Vanna girò intorno al tavolo tenendosi alla sedia e si sedette osservando il pacchetto di carta.

Il sorriso di Pietro si spense pian piano fino a mostrare un espressione seria e riflessiva. Fece passare il dito sull’orlo della tazzina di caffè a aggrottò le sopracciglia, rifletté bene sulle parole da usare con Vanna. Parole chiare che portassero con loro immagini e significati diretti, così da non dover ripetere gli stessi concetti più volte, come d’abitudine.

– So che giorno è oggi, Nonna Vanna. Con l’Alice in gita pensavo avessi bisogno di compagnia, ecco.

– Sei molto dolce, Pietro.

– Quanto avrebbe fatto oggi?

Vanna posso l’indice contro le labbra e rifletté a lungo annuendo con la testa piccola e tonda.

– Settantacinque anni.

Annuì altre due volte, schioccò le labbra e confermò:

– Oggi ne avrebbe settantacinque.

Pietro si piegò verso di lei incrociando le braccia sul tavolo. La osservò mentre i suoi occhi si facevano lucidi dietro gli occhialetti tondi. Il mento ebbe un leggero sussulto, s’accartocciò facendo vibrare la pelle molliccia e maculata sotto di esso.

– Ti manca molto?

– Si. Ma è felice, adesso. Tu ci credi, Pietro?

– A cosa?

– A un posto in cui adesso sia felice.

– Certo.

– Non devi farmi contenta, sai? I tempi sono cambiati. Adesso i giovani hanno meglio voglia di rifugiarsi nelle loro fantasie.

– Non è vero, Nonna Vanna. Io lo faccio sempre

– Alice è fortunata, – disse Vanna asciugandosi gli occhi, – me lo ricordi tanto.

Pietro sorrise imbarazzato e disse:

– Anche Alice è tutta sua nonna. Non le va di aprire il sacchetto?

– Che scema, scusa! Ci avrai messo tanto a prepararla.

– Ma va. Tutto divertimento. Devo essere un bravo cuoco prima di un bravo moroso. Apra, apra.

Vanna trascinò il sacchetto a sé, lo appoggiò di lato e stracciò il sacchetto con cautela, come a non volersi bruciare la sorpresa.

Una volta finito di stracciare la carta allargò il sacchetto e cominciò a levare la stagnola che avvolgeva il regalo.

– Ha un buon odore.

– Se farà schifo almeno avrà un buon odore. Faccia attenzione, sennò si sfascia.

Scartò la pellicola di stagnola e si mise ad analizzare la massa gialla e marrone scuro al suo interno.

– Dovrebbe essere un timballo di carne e mele. Almeno nel gusto, nell’aspetto poteva venire meglio.

L’odore agrodolce del timballo le riempì le narici, spazzando via l’odore delle primule fresche ancora appiccicato alle mucose. Il profumo risultava leggermente più pungente rispetto alla sua ricetta tradizionale e la consistenza risultava meno solida.

Vanna sorrise dolcemente, così come si poteva sorridere di fronte al disegno rozzo e impreciso di un bambino che mostrava il foglio alla nonna carico di eccitazione.

– Ho preso la sua ricetta, ma mi sono permesso di fare qualche piccola modifica.

– Posso assaggiarlo subito?

– Accipicchia, deve!

Pietro si allungò verso un cassetto, tirò fuori una forchetta. Dopo aver dato un colpetto veloce al timballo, Vanna prese la prima forchettata e se l’infilò dolcemente in bocca.

– Ci hai messo il cognac, bravo!

– Come piace a lei!

Succhiò il boccone gonfiando le guance e schiacciò la pasta contro il palato. In poco tempo la lingua s’impregnò di spezie e mele cotte nel cognac. Il sughetto di pomodoro, speck e prosciutto praga scivolò lungo la gola, il suo sapore salì su verso le narici rivelando un retrogusto di paprica e aceto. Giocherellò con la carne tritata, raccogliendola con la punta della lingua, schiacciandola contro il palato insieme alla pasta e ai cubetti di carote e cipolle. Succhiò il tutto un’ultima volta e le spinse giù lungo la gola insieme al resto. 

– Sei troppo modesto, Pietro, – disse schioccando le dita, – è venuto quasi perfetto.

– Quasi?

– Si, manca qualcosa.

– Diciamo che ho fatto un Mash-Up di ricette, ecco.

– Un che?

– Un mix.

Vanna continuò a guardarlo dubbiosa, giocherellando con la forchetta.

– Un frullato, per usare un termine culinario. Ho preso un po’ da lei e un po’ da mia nonna Ester.

Nonna Vanna si schiarì la gola e rispose:

– Doveva essere una grande cuoca pure lei.

– Lo era. Non fare finta di non saperlo, – disse Pietro assumendo di colpo un tono autoritario.

I suoi occhi si fecero freddi e inespressivi, totalmente slegati dal ghigno malefico che nel frattempo gli si era disegnato sulle labbra.

Rimase ad osservarla, godendosi lo sguardo sorpreso e intimorito di Nonna Vanna. Si piegò su un fianco e, senza levare gli occhi dai suoi, tirò fuori il portafoglio.

Lo aprì, tirò fuori un foglietto cartonato ingiallito e lo appoggiò al tavolo. Il sorriso sparì e la sua espressione tornò quella dolce e paziente di un tempo.

Nonna Vanna imitò Pietro e si piegò in avanti incuriosita, infilando tra le labbra sottili un altro boccone di timballo.

– La foto è un po’ vecchiotta ma i visi sono riconoscibili.

La foto in bianco e nero ritraeva un uomo alto e magro in costume da bagno dal sorriso furbo e sgargiante. Ostentava i capelli scuri che svolazzavano bagnati e scompigliati dal vento, stringeva tra braccia lunghe e ossute due giovani donne in posa da pin-up con indosso un costume intero a righe bianche e nere. Alle loro spalle si ergeva un enorme scogliera scura avvolta da alghe e conchiglie, mentre dietro le onde si stagliavano spumose contro di essa.

– Questa bellissima donna con il cappello di paglia è mia nonna Ester. Doveva essere l’estate del…

– 1955, – disse Nonna Vanna con un filo di voce.

– Esatto. Estate 1955. Rimini, giusto? Continua tu.

Appoggiò il dito sul uomo e alzò gli occhi verso di lei in attesa di risposta.

– Avanti, Nonna Vanna.

– Lorenzo.

– Brava.

Strisciò il dito verso la donna in occhiali da sole e frangetta alla destra dell’uomo.

– E questa sei tu, Nonna Vanna? 

– Si.

– Lui, – disse Pietro spostando il dito sull’uomo, – era innamorato di lei, – passò il dito sulla donna col cappello di paglia, – Nonna Ester. Tu, Nonna Vanna, – passò il dito sulla giovane Vanna,- eri innamorata di lui, Lorenzo. Tu eri gelosa di Ester, vero, Nonna Vanna? E questo che si dice in giro.

Nonna Vanna appoggiò la forchettata tremante sul tavolo. Una lacrima cade sulla lente degli occhiali e scivolò giù aggrappandosi alla montatura, vi si appese debolmente, tremando, fino a cadere ed esplodere in tante piccole lacrime sui ricordi scoloriti della fotografia.

– Nonna Vanna? Nonna Vanna, sei ancora con noi?

– Si, – bisbigliò.

– Sicura?

– Cosa vuoi sapere, Pietro?

Gli rivolse un’espressione sorridente e nostalgica, si asciugò le lacrime e si pulì la mano contro il maglioncino beige.

– In effetti, non mi resta più tanto tempo qua, – continuò, – Ho molti, troppi ricordi con me, e pesano troppo perché li tenga tutti per me. Non so bene cosa ci sarà dopo, Pietro.

– Non ce niente che tu debba dirmi. Niente che io non conosca già, – disse con voce calma.

Pietro allungò la mano verso la forchetta, la trascinò a sé si mise a picchiettare il polpastrello contro i dentelli di metallo.

– Ho trovato delle vecchie lettere tra i cimeli che ci aveva lasciato. Lettere d’amore. Lettere di un amore bellissimo. Lettere di un amore che non ti appartiene.

Vanna si lasciò cadere delicatamente contro lo schienale della sedie, inghiottendo un altro boccone.

Gli oggetti intorno a lei le apparvero più grossi e pesanti. Sentì la gravita trascinarla a sé. Le mosche tornarono a ronzarle intorno e a luccicarle in testa.

– Ne avevo diritto. Avevo diritto a quell’amore. Sei giovane, Pietro. Puoi già capire una cosa del genere.

– No. Non ancora. Lei ne aveva più diritto di te.

– Non lo sai.

– Era piena di amore, invece. Per mia madre, per me, per chiunque, come poteva non meritarselo?

– Si, – rispose indecisa, guardando in basso, – e anche in mezzo alle gambe.

Pietro strinse la presa sulla forchetta fino a farsi venire le nocche bianche, si gettò in avanti e gliela conficcò nel dorso della mano ossuta e ricoperta di vene trapassando la pelle e le ossa fino a ficcare i denti metallici nel legno vecchio del tavolo.

La mano si riempì di sangue caldo e scuro, mentre le dita si contorcevano scricchiolando impazzite.

Pietro si gettò verso di lei e le strinse la mano contro la bocca.

– Non urlare, Vanna. Tra poco il dolore passa, te lo prometto.

Si allungò di nuovo verso i cassetti e tirò fuori un’altra forchetta. Attese che le urla di Vanna si placassero sotto la sua mano, alleggerì la presa e fece scivolare via il palmo dalla sua bocca.

– Mangia il timballo, – disse imboccandola con voce paziente, – ci ho messo una vita per farlo.

– Pietro…

– Sei una brava vecchietta. Anzi, prima un’assassina, e poi una brava vecchietta.

– Assassina?

– A-a-a-a-a-a-assassina? – disse imitandola.

– Ti prego, brucia da morire.

– Smetterà. Parliamo di mia nonna, piuttosto. Secondo te perché Lorenzo preferiva lei a te?

– Non è vero niente. Niente.

– Paradossale. Questa è un’uscita decisamente paradossale. Devo usare un sinonimo? Dici che il vicinato si è riunito per fare un bel scherzone alla mia famiglia e si è messo di buona lena a scrivere corrispondenze false tra mia nonna e tuo marito?

– Eravamo innamorati. Davvero. Tanto, – disse Vanna piagnucolando.

– Certo, tu lo eri. Se mangi un altro boccone levo la forchetta.

Raccolse un altro boccone e lo allungò verso di lei.

– Brava. Mastica piano, – disse estraendo la forchetta.

Vanna si appoggiò allo schienale masticando col viso rosso e gonfio di lacrime. Pietro strizzò un occhio, infastidito dai biascichi della vecchia.

– Confessa.

– Confessare cosa?

– Confessa di averla uccisa.

– No, Pietro. No, sono voci. Voci crudeli.

– Tu sei la crudele qua, Vanna.

– Ma mi vedi? Cosa potrei mai fare?

– Di tutto, con quella la tua linguaccia. E’ un paesino, pensi che certe voci non arrivino al diretto interessato? Quante persone pensavi dovessero additarla e darle della prostituta prima che potesse farla finita? Mangia.

– Pietro…

– Mangia!

Gli occhi di Pietro si fecero rossi e lucidi.

– Era una donna fragile. Ha cercato di proteggermi da tutto questo. Non dovevo essere coinvolto. Lo sapevi almeno?

– Sapere cosa? – chiese Vanna con la bocca piena.

– Come si era uccisa.

– Un infarto. Un infarto se l’è portata via, Pietro.

La faccia di Pietro tremava dalla rabbia, le mascelle s’irrigidirono scattando rigide sotto la pelle. Strinse le labbra e stringendo i denti disse: 

– Olio di Oleandro.

Le mascelle di Vanna si bloccarono di colpo. Abbassò lo sguardo verso il timballo e, ignorando il dolore alla mano, iniziò a tremare, facendo colare goccioline rosse di saliva e sugo.

Pietro scoppiò in una risata fragorosa e cominciò ad agitarsi sulla sedia battendo le mani roteando la testa.

– Oh, Oh… Pensi che abbia mescolato dell’olio di oleandro nel tuo timballo? – gonfiò il petto, inarcò le sopracciglia e cominciò a parlare con voce impostata d’attore, – morirai della sua stessa morte, così che tu possa soffrire le sue stesse pene. Non è un film Vanna. Ma è anche vero che sono qui per uno scopo.

Si calmò, prese un bel respirò profondo e fece strisciare le mani lungo il tavolo in direzione di Vanna.

– Ha sofferto. Come ogni donna di buon cuore ha sofferto tanto. Tutto il paese, gente nuova e vecchia che bisbigliava additandola durante le sagre, quando passeggiava con me e i miei fratelli la domenica, bisbigliavano e ci guardavano perfino in chiesa. Ti sei presa la tua vendetta, dovresti andarne fiera. Hai rovinato la reputazione sua e di tutta la sua famiglia. Me compreso. Sei sicura di non volere un altro boccone?

– Vuoi uccidermi, Pietro?

– No. Diciamo che sono un tipo romantico. Più di te, questo è sicuro. Sono qua… Sono qua per sapere che sapore ha la vendetta. Voglio sapere se ha un buon sapore, se è un gusto che vale la pena tenere nella lingua per anni, così come hai fatto tu. Ma non prima di sapere da te che sapore ha tua nipote.

Il viso di Vanna si fece duro e severo. Un ghigno crudele e calcolatore si formò lentamente sul viso di Pietro. La stanza si riempì dei suoni dei loro respiri: calmo e pacifico quello di Pietro, sottile e appesantito dal dolore quello di Vanna.

– C’ho messo veramente tanto a fare quel timballo, Vanna; convincere Alice a una fughetta romantica e inventarsi la classica balla della gita… Farla fuori no, quello non è stato difficile, basta poco, e nemmeno quello che è venuto dopo lo è stato. Fare un timballo degno della ricetta delle nostre famiglie. Quello lo è stato.

Vanna appoggiò le mani al tavolo con fare solenne e guardo Pietro con occhi immobili. Afferrò la forchetta insanguinata a la infilò nel timballo. Tagliò una fetta, se l’infilò in bocca e masticò lentamente schiacciando con la lingua i pezzettini di carne macinata.

Pietro restò a guardare, i muscoli facciali si rilassarono increduli, arresi, mentre la sedia sotto di lui sembrava tremare insieme al pavimento.

– Lo dicevo che era quasi perfetto, – disse Vanna.

Alla sua voce stridula si sostituì una voce profonda e autoritaria.

– Sono le mele? Quali mele hai usato?

Pietro rimase a guardarla attonito, agitando debolmente le dita.

– Ci hai messo il curry. E’ un aggiunta che, francamente, potevi risparmiarti. Ma è perdonabile. L’ho modificata anch’io la ricetta, col tempo, e ne so abbastanza da poterti dire che la carne umana necessità di un condimento diverso… Almeno, io la preferisco così.

Vanna digrignò i denti in un’espressione feroce e affamata. Afferrò la forchetta con la mano dolorante e la conficcò nell’occhio di Pietro.

Il dolore esplose caldo e intenso nel suo cervello, la vista si riempì di lampi blu e viola circondati da puntini invisibili dai contorni multicolore. Il lato destro della sua faccia venne percorso da un ondata di dolore elettrico incontrollato.

Si alzò di scatto agitando le braccia e cadde indietro con la sedia, mentre il sangue diluito in un liquido trasparente e denso schizzava contro i muri e il frigorifero.

Vanna si avvicinò zoppicando, tenendo la solita mano appoggiata al fianco. Girò intorno al corpo di Pietro, infilò la forchetta in profondità, afferro il manico con entrambe le mani e, non senza fatica, lo trascinò con sé fuori dalla cucina.

Una volta girato l’angolo per entrare nel corridoio, Vanna si appoggiò al manico e si concesse un attimo di riposo.

– Il brutto di voi giovani, – disse riprendendo a trascinarlo, – è che ignorate le tradizioni. E smettila di agitarti, tra poco passa, te lo prometto. Per Alice era questione di tempo. Se avessi avuto un po’ di pazienza e abbastanza cuore in più per amarla e onorarla come faceva il mio Lorenzo, te l’avrei cucinata volentieri io, senza tutto questo casino.

Arrancò tossendo e ansimando. Sputò una pepita di catarro giallognolo e aggiunse

– Quanto ci hai messo a preparare un discorso così pomposo, stupido rasato del cazzo. Te lo sei preparato a casa?

Trascinò il corpo di Pietro fino alla vecchia porta di fronte alla stanza da letto. Gli girò intorno, cercando di evitare i calci e i pugni che sferrava nervoso nel vuoto, fece strisciare le mani lungo la porta finché non trovò i piccoli solchi.

Le urla roche e animalesche di Pietro portarono ad un frusciare agitato e nevrotico delle catene dietro la vecchia porta.

Grida stridule, acute e disperate tagliarono l’aria e s’insinuarono nelle ferite pulsanti di Pietro. L’ospite si mise a picchiare contro la porta facendo cigolare i cardini arrugginiti.

– Aspetta, tato. Ci siamo, quasi, ci siamo quasi, – disse Vanna alla porta con voce amorevole, sforzandosi di levare il pannello in legno, – Ti va male oggi. Latte e cioccolato non gli sono bastati. O Forse ti va bene. Quando ha fame punta dritto al collo. Forse è una morte veloce.

Pietro fece per alzarsi, s’inginocchiò tendendo le braccia nervose verso Vanna e fece per buttasi buttò verso di lei.

Nonna Vanna si spostò e si strinse nell’angolino tra la porta e il bagno, facendo cadere Pietro con la faccia contro il pavimento.

Due braccia lunghe e ossute attraversate da vene spesse e viola balzarono fuori dal rettangolo nero lasciato dal pannello in legno.

La carne porosa e giallastra luccicò sotto la luce di mezzogiorno. Unghie lunghe, livide e selvaggiamente spezzate si conficcarono nella polo a righe di Pietro e lo trascinò a sé urlando vorace e vittorioso.

Le gambe agitate strisciarono verso il buio, picchiando rumorosamente le rotule nel pavimento in marmo. Quando anche le suole bianche delle All Star vennero inghiottite, Vanna si affrettò a inserire il pannello nella porta. Diede due spintoni per assicurarsi che fosse perfettamente e si allontanò lentamente avvolta dalle grida, umane e inumane, che si mescolavano allo sferragliare delle catene, ai vestiti che si laceravano, alle ossa che si spezzavano e ai risucchi che rimbalzavano nelle ossa cave e prosciugate dal midollo di Pietro.

La loro era una tradizione tanto lunga, da poter essere certo che quell’osso, quell’osso in particolare, non poteva che essere la clavicola.

Vanna incrociò le braccia e uscì con passo incerto verso il corridoio.

Tornando in cucina notò la cornetta del citofono penzolare lenta e malinconica nell’aria.

Quanto fosse urgente chiamare l’elettricista per riparare il citofono fu il secondo pensiero che le passo per la testa.

Il primo lo rivolse alla mano, bucata e dolorante, e a come lo avrebbe spiegato al dottor Tampieri.

Il terzo lo rivolse a Lorenzo che avrebbe compiuto settantacinque anni. Vanna aveva ancora paura del buio, e il suo Lorenzo non era più con lei.

L’ultimo pensiero fu per le mosche cromate. Cosa c’entrassero con tutto questo non riusciva a spiegarselo, ma la Gianna avrebbe potuto, lei adorava interpretare i sogni e, forse, avrebbe anche apprezzato le primule.

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