Salute automatica

September 13, 2012

Il giorno in cui ebbe l’attacco cardiaco, Roberto conduceva una vita che poteva definirsi un completo fallimento. Quindi la sensazione di star per morire gli sembrò incredibilmente liberatoria. Abbozzò persino un sorriso mentre si accasciava sulla propria detestata scrivania.

Non si rese conto che tutto questo non sarebbe dovuto accadere.

 

Ci pensò invece il medico che lo aveva visitato. La crisi cardiaca sembrava rientrata, e Roberto non era in pericolo di vita. Aveva acceso il suo terminale e stava sfogliando la scheda sanitaria; il computer lo informò che il paziente faceva parte del programma sperimentale.

Il medico imprecò, spense il terminale e lasciò in fretta la stanza.

 

“Ma come diavolo è successo?”

Come previsto, il direttore dell’ospedale non aveva preso bene la notizia. Era una notizia pessima, capace di buttare alle ortiche anni di faticose ricerche, e di mandare in fumo un paio di miliardi; un infarto in un paziente del “Progetto Salute Automatica” era estremamente grave. E non sarebbe mai dovuto accadere.

 

Il medico che seguiva Roberto rispose cautamente:

“Non so proprio cosa dire. Ho controllato tutti i dati del paziente. E’ stato inserito nel programma cinque mesi fa, e i risultati fin qui sono stati ottimali. HENRY ha tutti i suoi dati sanitari, sociali, il profilo psicologico. Tutto da protocollo, nessun errore.”

“E la capsula?”

“Modello standard, 50 nanometri. Verificata e collaudata.”

“Capisco” mentì il direttore.

 

HENRY dormiva quando entrarono i medici, per cui fu necessario attendere che si svegliasse. Tecnicamente non poteva dormire, in quanto non umano. HENRY era una intelligenza artificiale di ultima generazione; l’ingegnere addetto aveva preso l’abitudine di chiamare “sonno” i periodi in cui l’attività della rete neurale veniva ridotta per prevenire il surriscaldamento, e così facevano gli altri.

Il lavoro di HENRY era in effetti molto complesso: tre volte al giorno si collegava con millesettecento nanocapsule che circolavano nel sangue di altrettanti pazienti del “Progetto Salute Automatica”, e ne guidava l’attività.

Sotto la sua guida, le capsule analizzavano, diagnosticavano e curavano le malattie che il paziente non sapeva di avere, e che non avrebbe mai avuto. Ogni capsula era un laboratorio biochimico miniaturizzato che catturava ogni molecola circolante e ne inviava i dati al computer centrale.

HENRY li confrontava con la miriade di informazioni a sua disposizione per ogni paziente. Dalla mappa del DNA al reddito mensile, dal cognome da ragazza della moglie al suo colore preferito.

Con questi dati, elaborava una cura molecolare per qualunque malattia, immediata, personalizzata e infallibile. La trasmetteva alla nanocapsula che iniziava a diffonderla nel sangue.

Il sistema era efficace al cento per cento. Una serie incredibilmente complessa di meccanismi di sicurezza lo rendeva a prova di errore. In due anni di sperimentazioni in tutto il mondo non si erano mai verificati nei pazienti sottoposti al PSA problemi più gravi di un singolo starnuto.

Fino a quel momento.

 

Per questo motivo, quando HENRY fu svegliato e fu attivata la sua interfaccia audio video, catalogò come “anormalmente ansiose” le voci dei medici che lo interrogarono.

“HENRY, conosci il paziente n° 243561-234?”

La risposta del modulatore vocale era profonda e baritonale. Il tecnico che l’aveva progettata era un appassionato della fantascienza del XXI secolo.

“Certamente. Roberto Guazzelli, maschio, 55 anni, caucasico. Coniugato con Dora Feliziani, femmina, 52 anni..”

“Va bene. Sai che questa persona si trova ricoverata nel nostro ospedale?”

“Affermativo. Alle 16,42 di oggi il paziente ha subito l’occlusione di un ramo secondario della arteria coronaria destra. L’occlusione si è mantenuta per 121,24 secondi, ed è stata risolta per l’intervento della  nanocapsula.”

“HENRY, eri a conoscenza della lesione dell’arteria del paziente?”

“Affermativo.” fece HENRY tranquillo.

“E perché non sei intervenuto prima?”

Ci fu una brevissima pausa. Era un intervallo di secondo, appena percettibile. Un secolo, per un calcolatore.

“Per il benessere psicofisico e sociale del paziente.”

I medici si guardarono stupefatti.

 

“HENRY, il paziente è quasi morto per un attacco cardiaco e potrebbe aver riportato danni permanenti.”

“Affermativo. La funzionalità cardiaca complessiva è scesa del 24,12%. Il recupero massimo possibile è del 15,2% in cinque anni.”

“Come giustifichi questo errore?”

Stavolta non ci fu pausa.

“Non rilevo alcun errore nell’esecuzione del Programma Salute Automatica relativamente a questo paziente.”

 

Il resto si svolse in una atmosfera surreale: la voce calma del calcolatore contrastava con i toni dei sanitari, in preda ad un panico crescente.

Ad ogni accusa, il HENRY rispondeva di aver salvaguardato al meglio il benessere psicologico, fisico e sociale del paziente, come imposto dalla programmazione.

I medici uscirono dalla stanza dopo due ore, fortemente depressi.

 

La mattina successiva il direttore si mise in contatto con il comitato scientifico del “Progetto Salute Automatica”. Fu una telefonata lunga.

 

Il signor Roberto si era svegliato, e si sentiva relativamente bene. Certo, non avrebbe potuto fare le scale di corsa, almeno per un po’. Ma poteva ricevere visite, e ne ricevette un paio che contribuirono a farlo sentire ancora meglio.

La prima era una visita del capoufficio, l’uomo che manifestandogli un irrimediabile e continuo ostracismo gli aveva reso impossibile la vita professionale. Con il consueto atteggiamento gli consegnò una busta, e se andò. Conteneva una proposta di pensionamento anticipato per motivi di salute. Roberto la scorse: era firmata dal direttore della sua azienda, ed era molto vantaggiosa. La seconda visita, poche ore dopo, fu quella della moglie, una donna acida e maligna che gli aveva rovinato la vita. Prima che l’infermiera riuscisse a spingerla fuori del reparto, la donna aveva manifestato urlando l’intenzione di divorziare, non essendo disposta a passare gli anni migliori della sua vita ad accudire un disabile. I documenti di divorzio erano sul tavolo, accanto alla lettera di pensionamento.

Le urla della moglie si affievolirono mentre lei veniva spinta nell’ascensore.

Roberto si rimise disteso, le braccia incrociate dietro il cuscino. Pochi instanti, e tutta la sua vita cambiava.

L’infermiera tornò dentro e domandò ansiosamente come si sentisse.

“Sa?” fece Roberto “Mi sento… bene. Avverto una sensazione, come dire… di completo benessere.”

 

Pochi metri più in là, i circuiti di HENRY si accendevano e si spengevano pigramente.

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