Ninna-bot

September 13, 2012

Ted fece qualche passo sul suolo coperto di cenere, attento ad evitare i detriti nascosti.

Avanzò cautamente verso l’ingresso di un edificio ancora in piedi, l’unico che avevano individuato in mezzo alle rovine.

“Ted, mi ricevi?”

“Ciao Mario. Dove sei sceso?”

“Duecento metri a nord del punto di ritrovo.”

“Sei sulla mia sinistra. Accendi il segnalatore”.

“Ok.”

 

Ted si voltò, e strizzò gli occhi. Un bagliore violaceo era visibile nella penombra, oltre la cortina di polvere radioattiva.

“Ti vedo” disse con sollievo.

Pochi minuti dopo erano vicini. Si salutarono con un breve contatto delle mani attraverso le tute antiradiazioni.

L’edificio era quasi completamente crollato, sbriciolato e soffiato via dall’onda d’urto delle esplosioni, ma un’ala era rimasta in piedi fin quasi a tutto il secondo piano. Forse era stata protetta da qualche edificio più alto. L’ingresso era ancora integro.

Vi si diressero, con Mario che si dava da fare con lo scanner portatile.

Ted superò con qualche difficoltà una scala in rovina, e trovò un varco fra i battenti fracassati del portone. Si trovò in un ampio atrio.

Sullo sfondo, il fascio della torcia illuminava l’inizio di uno scalone, dalla balaustra in ferro battuto semifusa. Le pareti erano di marmo scuro, quasi completamente eroso dalla polvere.

Doveva essere stata una palazzina di lusso, da borghesia agiata.

“Ehi, c’è qualcosa qui”. La voce di Mario all’auricolare sembrava eccitata.

“Arrivo”. Il compagno era fermo a pochi metri dall’ingresso.

“Cosa hai trovato?”

“Attività elettrica.”

“Sei sicuro?”

“Impossibile sbagliare.  Dietro quella parete c’è un’apparecchiatura in funzione.”

Ted sentì il cuore sobbalzare in petto.

“Mario ti rendi conto? Se hai ragione…”

“Stavolta svoltiamo.”

Ted respirò a fondo.

“Quant’è lontano?”

“Meno di cinque metri”.

Cinque metri! Appena al di là della parete di cemento. Doveva esserci una stanza.

Iniziò a guardarsi intorno, in cerca di un meccanismo di apertura.

Era difficile tenere sotto controllo l’emozione.

Lui e Ted avevano fatto sette viaggi nelle Rovine negli ultimi tre anni. La maggior parte dei cercatori non arrivava oltre il terzo.

Crepacci nascosti dalla polvere, sacche di radiazioni, tempeste di vento che ti strappavano prima le tute di dosso, poi la carne dalle ossa.

C’erano diversi modi di morire sulla vecchia Terra.

Ma c’era anche tutta quella tecnologia da recuperare. Apparecchiature di prima della guerra, che nessuno dopo cinquant’anni di conflitto nucleare era capace di produrre. Roba che avrebbe reso la vita molto meno dura alla gente delle Colonie sugli asteroidi.

Per scoperte importanti, il governo era disposto a pagare un Cercatore abbastanza da sistemarlo per due vite.

Si fermò di botto. Il pulsante gli era quasi sfuggito. Era nascosto bene, fra due pannelli decorativi che, spostandosi, si erano parzialmente sovrapposti.

Con difficoltà Ted riuscì a spingerlo. Ci fu uno scatto.

Lungo la parete, una porta d’acciaio si stava aprendo. Dall’altra parte filtrava un bagliore fioco.

Ted e Mario si avvicinarono cautamente, e varcarono la soglia del nuovo ambiente, ben conservato. Le pareti d’acciaio erano spesse mezzo metro. Doveva trattarsi di un rifugio.

All’interno c’era una grande stanza, larga una decina di metri e poco meno profonda. Una parte era arredata come un dormitorio, mentre sullo sfondo spiccavano un refrigeratore domestico, un fornello a induzione, un sintetizzatore di proteine.

Si avvicinarono alle brande. Erano troppo vecchi del mestiere per inorridire quando trovarono gli scheletri.

Giacevano composti nei loro letti. Tutti meno uno, accasciato in un angolo della stanza.

Era quello che aveva assistito gli altri, l’ultimo di loro a morire di fame.

 

Ted fece un cenno a Mario.

“Di là. C’è qualcosa che produce rumore”

Si diressero verso l’altro lato del rifugio. Lì c’era un’apertura che prima non avevano visto, e conduceva in un’altra stanza.

Mario armeggiò di nuovo con il suo scanner.

“L’energia viene da lì”.

Ted sentì i muscoli del collo tendersi. Con la mano sfiorò il calcio del lanciagranate. Poteva trattarsi di qualunque cosa.

 

La nuova stanza assomigliava ad una cameretta da neonato.

C’era un fasciatoio in un angolo, e un piccolo cambia-bebè automatico in quello accanto.

Ma l’energia non veniva da lì, e neppure il rumore.

Nell’angolo opposto della cameretta, una sagoma scura si muoveva lentamente nel fioco bagliore di una lampada da notte.

Assomigliava ad un essere umano seduto, ma era chiaramente un automa.

Aveva sul tronco due braccia metalliche protese in avanti, su cui era adagiata una piccola scatola di resina trasparente. Le braccia si muovevano dolcemente dondolando la culla, dove era adagiato un piccolo scheletro. Sul display della macchina la scritta dell’emergenza medica lampeggiava inutilmente da almeno duecento anni, proprio accanto ad un allegro logo azzurro. “Ninna-bot. Dolce nanna, riposa anche la mamma”.

Dalla macchina veniva la musica dolce di una ninna nanna.

Ted rimase davanti al robot, incapace di muovere un muscolo. Accanto a lui, Mario era accovacciato a terra e singhiozzava.

Vicino all’automa, un preziosissimo generatore a fissione, in ottime condizioni, mandava un rassicurante bagliore azzurro.

 

Nessuno dei due cercatori era capace di fare o dire qualcosa.

Lentamente, Mario si alzò, e staccò il generatore dalla parete. Era leggero e maneggevole.

Ne avrebbero ricavato una fortuna.

Era finita con i viaggi; potevano tornare dalle loro famiglie, piangere insieme di felicità e restare uniti per tutta la vita.

Ma in quel momento, il pensiero di tutto ciò non riusciva a dargli alcuna emozione.

Si avvicinò a Ted, e posò una mano sulla spalla dell’amico.

 

“Andiamo via.” disse.

Ted annuì.

Si avvicinò al robot; delicatamente gli sfilò la culla dalle braccia, e la posò a terra. Il piccolo scheletrino sobbalzò appena, come se avesse cambiato posizione nel sonno.

La ninna nanna cessò. La luce si spense.

Ted si allontanò, e uscì dalla stanza.

Nel buio, l’automa gracchiò di nuovo.

“Grazie per aver utilizzato Ninna-bot. Ricordate: un robot è per sempre.”

No Comments

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *