Avalon is not a mith – cap.1 “Notte di Luna Rossa”

August 21, 2012

Notte fonda.

L’ululato del vento sfrecciava rapido fra le fronde degli alberi, scuotendole irruentemente e lasciando dietro di sé una pioggia di fruscianti foglie. Il cielo notturno si era tinto di un nero profondo, dal quale a fatica qualche stella riusciva ad emergere, segnalando la propria esistenza al mondo solo per un breve attimo, prima di tornare ad immergersi in quell’oscurità densa.

Quella notte indossava vesti impregnate di un presagio di morte. Alitò la sua presenza spettrale su tutta la valle, investendola con il suo fiato rigido, freddo.

L’aria si appesantì di un pungente sapore metallico, mentre le nuvole, che si accalcavano frettolose le une sulle altre in quel nastro buio, minacciavano pioggia, trattenuta a stento nei loro ventri gonfi color della calce.

Passi frettolosi, quasi affannati ruppero il silenzio della foresta, risvegliando bruscamente gli spiriti assopiti che risiedevano in quel luogo di ombre. La fanghiglia umida che ricopriva il terreno si stendeva come un tappeto di colla che rendeva difficoltosa, quasi impossibile quella corsa disperata; dalla terra emergevano le schiene nodose di alcune radici, ostacolo invisibile in quella notte di tenebre. Nel buio se ne scorgevano appena i contorni, resi noti dal pallido e roseo raggio di luna che di tanto in tanto si faceva spazio tra le nuvole inconsistenti, regalandole un fugace attimo di visibilità. I suoi occhi si muovevano frettolosi da una parte all’altra di quella camera oscura, ricercando un minimo respiro di luce; il fiato le si rompeva in gola, mentre il petto s’incendiava per la fatica. Ogni minima fibra del suo corpo urlava di dolore.

Sola nel buio della notte, nella foresta che sin da piccola aveva sempre temuto e nel quale non aveva mai osato addentrarsi, qualsiasi paura l’aveva ora abbandonata, rimpiazzata da un rombante desiderio di sopravvivenza; nelle orecchie ovattate pompava il suono impazzito del suo cuore che batteva ad un ritmo incostante, affannoso, disperato, mentre il rantolo rauco che le si rompeva sulla bocca, esplodeva nel silenzio della notte.

La mente, aggrovigliata in una matassa di pensieri caotici, tentava di orientarsi in quell’intricato telaio di rami e ombre, senza riuscire a trovare una via di scampo. E mentre la paura s’impadroniva lentamente dei suoi occhi, un ramo sporgente le agguantò la caviglia, facendola cadere rovinosamente nel fango.

Un balugino squarciò l’oscurità del cielo, precedendo una scrosciante pioggia di acqua gelida che si riversò irruentemente su tutta la valle, soffocando con il suo precipitare metallico ogni altro suono. Le lacrime cominciarono a scivolare su quelle guance impallidite dalla fatica e dalla paura, mentre le prime gocce le bagnavano il corpo paralizzato. A stento riusciva ancora a respirare, non trovando la forza di rialzarsi. Per un attimo la sua mente fu percorsa dal terribile pensiero di rimanersene così, immobile nel fango…Non le importava di essere trovata. In quel momento il dolore, la fatica, la paura, si erano spente, come se qualcuno avesse soffiato sulla fiamma di una candela, lasciando solo il fumo a riempire l’aria. Lei era fumo, leggero e invisibile. Il fango, la pioggia, il buio di quella notte avevano spento in un attimo tutta la sua vita, lasciando di lei solo un corpo pesante riversato sul terreno.

Le lacrime cominciarono a mischiarsi alle gocce di pioggia che le picchiavano sul viso, mentre singhiozzi sempre più irruenti le salivano alla gola, rendendola incapace di trattenerli. Il petto le si chiudeva in una morsa stringente, mentre il dolore le esplose nel petto, invadendo tutto il corpo. Quella notte aveva perso ogni cosa. La sua corsa non l’avrebbe aiutata a fuggire da questo, né da chi aveva ingaggiato una crudele caccia all’uomo per scovarla e dalla quale non sperava di uscire vittoriosa. Nei suoi occhi bruciavano ancora vivide le fiamme che aveva visto avvolgere quella che per diciassette anni era stata la sua casa, nella gola ancora il sapore dell’urlo disperato che aveva lanciato dal giardino nel tentativo di farsi sentire da Alun, intrappolato in quella brace incandescente; non ricordava oramai da quanto tempo corresse. Le sembravano ore, giorni…Il tempo si dilatava, come se si sciogliesse al calore del ricordo di quell’incendio che aveva distrutto il luogo della sua infanzia.

Si strinse il petto, cercando di controllare l’esplosione di singhiozzi che rimbombava tra i fusti degli alberi secolari, un richiamo che avrebbe attirato inequivocabilmente il suo inseguitore.

Doveva rialzarsi. Doveva correre e allontanarsi da quel posto.

Lo sapeva, ma non riusciva a fare altro che riversare su di sé un indicibile dolore per quello che aveva perso, il quale sembrava tramutare ogni fibra del suo corpo in osmio, così pesante da renderle difficoltoso anche solo aprire gli occhi.

“Enid”

Un sussurro. Il cuore esplose in un forte battito, ma il corpo non accennò a muoversi. Le sembrò che quel suono provenisse da un angolo remoto della sua mente, uno scherzo della disperazione che oramai l’assaliva. Lasciò che dalle labbra trapelasse solo un debole mugolio, mentre il macigno sul suo petto si faceva sempre più pesante…Enid.

“Enid!”

Socchiuse gli occhi. Un rumore, più rauco stavolta, sovrastò la voce nella sua testa, costringendola a guardarsi intorno. L’aveva di nuovo immaginato? Passi. Secchi, che si rompevano nelle pozze formatesi sul terreno, infrangendo i logori specchi d’acqua incapaci di riflettere il nero denso di quella notte. Istintivamente si rannicchiò le gambe al petto, trattenendo il fiato, e appiattendosi il più possibile contro il tronco di un albero vicino. Quasi senza accorgersene si portò una mano alla bocca, pronta a soffocare eventuali rantoli traditori, mentre con gli occhi tentava di scorgere in quella fanghiglia un qualsiasi oggetto che la potesse aiutare ad allontanare il suo inseguitore.

“..Enid”

La voce si vece più strisciante, lenta, soppesando consciamente le lettere che componevano quel nome. Il suo nome. Un nodo si strinse alla gola, mentre le sue orecchie non riconoscevano in quelle parole un tono amichevole. Che il suo inseguitore l’avesse raggiunta? Il pompare sordo del cuore ovattò oltremodo il suo udito, rendendole difficoltoso anche solo orientarsi. Avvertì l’impulso di strisciare nelle ombre verso un luogo più sicuro, ma non riusciva a comprendere da dove provenisse quel richiamo stridulo. Lasciò roteare lentamente la testa sulle spalle, facendosi più vicina al tronco dell’albero, e gettò uno sguardo alle sue spalle nel tentativo di scorgere anche solo un minimo movimento, od ombra.

“Enid…Eccoti qua, Enid”

Il sangue le si raggelò nelle vene all’udire il ripetere ossessivo il suo nome, con tono malizioso. Con un balzo fulmineo un’ombra scura ed imponente le apparve davanti al volto, strappandole un grido di terrore. Uno scintillio tradì la presenza di un dente d’oro, mostrandole in tutta la sua orrida dentatura la bocca di quell’essere sogghignante.

“Ti ho trovata.”

Riuscì a sibilare, prima di stendere la mano sulla sua caviglia, afferrandola con una violenza spropositata. D’istinto Enid si gettò indietro, annaspando con le mani nel fango alla ricerca di un qualsiasi oggetto cui appigliarsi, mentre le gambe si agitavano in una spasmodica raffica di calci che, però, andò a vuoto, lasciando che fosse il buio il suo solo rivale.

“Smettila di agitarti…O la morte di tuo padre non sarà l’unico dolore di questa notte!”

Ruggì feroce la belva, tornando a puntare il volto contro il suo. La vicinanza riversò nel suo naso un fetido odore di sporco e alcol che la colpì violentemente. Si portò una mano al volto, nel tentativo di ridurre quel contatto sgradito. Una risata grassa e maligna si sciolse nel silenzio, accompagnata dal rombo di un tuono che illuminò il cielo, permettendole di vedere i lineamenti di un volto divorato dalle fiamme, dove l’unico occhio ancora vigile, di un insolito colore scarlatto, era fisso su di lei, irradiando un intenso raggio di luce. Si lasciò scivolare un grido che andò ad alimentare la risata di quell’essere. Poi il silenzio. Un rumore metallico attraversò rapido la foresta; uno scintillio calò rapido sull’ombra, portando via con sé i residui di quella risata crudele. Enid avvertì la morsa sul suo piede allentarsi. Approfittò per strisciare via, rialzarsi e riprendere la sua corsa, ma qualcosa la bloccò. O meglio, qualcuno.

“Enid! Enid sono io!”

Gridò qualcuno, mentre lei aveva già cominciato a menare pugni.

“Enid fermati! Sono io, Blez!”

Quella voce. Enid si fermò di colpo, mentre i suoi occhi si riempivano di nuove lacrime. Cercò nella notte i lineamenti di quel viso che le era così familiare, sorridendo scioccamente dall’ombra in cui lui non poteva vederla; poi si gettò contro il suo petto, abbandonandosi ad un insensato attimo di felicità, dimenticando tutto quello che era successo.

“Enid devi andartene! Ne stanno arrivando altri…Vai, io cercherò di trattenerli il più possibile!”

“Andarmene, e dove?”

Esplose, allontanandosi da lui e guardando in faccia il fratello.

“Io non vado da nessuna parte, non senza di te!”

Sentenziò con una voce tremula e poco convincente il solito cliché. Blez sorrise dolcemente. Non lo vide, ma sentì la sua voce farsi più calda, mentre una mano umida le carezzava il viso.

“Devi farlo…Non posso lasciare che tu ti consegni nelle mani di quegli assassini! Tieni, mettilo al collo, ti aiuterà, quando sarà il momento.”

Disse, consegnandole fra le mani un medaglione d’oro, logorato dal tempo.

“Ho promesso a nostro padre che ti avrei protetta.”

Aggiunse, con un tono dolce, quanto sofferente. Si strinse a lui, ricacciando dalla mente il ricordo del volto di Alun divorato dalle fiamme. Nel silenzio di quell’abbraccio, delle grida rauche echeggiarono tra i fusti degli alberi, rompendo la magia di quell’attimo. Blez la scansò dal proprio petto, afferrandola sulle spalle e costringendola a ricercare i suoi occhi color topazio, occhi che conosceva bene, fieri e orgogliosi, nonostante nascondessero sul fondo una scintilla d’infantile tenerezza.

“Va’….Lasciati guidare dal medaglione…Lui ti indicherà la strada. Non guardarti indietro, per nessun motivo. Corri, corri più veloce di quanto tu abbia mai fatto!”

E fu con queste parole che Blez la spinse via fra la boscaglia, dandole le spalle ed estraendo dal fodero l’antica spada che Alun aveva custodito così gelosamente per tanto tempo, in una teca sopra il caminetto. Ma queste cose oramai non avevano più alcuna importanza.

“Vai!”

Gridò con un tono rabbioso, senza nemmeno voltarsi. Enid, con il dolore nel cuore, cominciò a correre. Dietro di lei, i suoni sordi di una battaglia, il cozzare fragrante delle spade, le grida di morte….Poi uno sparo. Il cuore raggelò in un battito lento, ma potente, paralizzandole le gambe. Non voltarti. Le aveva detto. Non voltarti per nessun motivo. E mentre la pioggia tornava a cadere più violenta sulla foresta, coprendo con il suo manto i rivoli di quello scontro, Enid aveva ripreso a correre.

Correva, stringendo assiduamente fra le mani quell’oggetto, l’unica testimonianza della famiglia che un tempo aveva avuto e che si era lasciata alle spalle, in quella notte di sofferenza e di terrore. Lo stringeva, pregando che accadesse qualcosa, che apparisse un segno ad indicarle la via da seguire, che la strappasse da quelle ombre per ricordarle il calore della luce; lo portò al petto, premendolo con insistenza, biascicando una vecchia preghiera che aveva udito spesso dire da Alun, in quelle notti in cui la luna rinunciava alle sua candide vesti color del latte, per tingersi di un rosso vermiglio. Alzò gli occhi: la luna non c’era quella notte. Non c’erano stelle, né cielo, solo un turgido ammasso di nuvole. Pronunciò quelle poche parole che riusciva a riportare alla memoria, rafforzando la presa sul medaglione, rinvigorendo la stretta sul petto. Le sussurrava. Le urlava. Poi tornava a dirle nella sua testa. Ma non accadeva nulla. Avvertiva il freddo del metallo fra le dita…Solo il freddo.

Una luce abbagliante attraversò il cielo, preannunciando il rombo del tuono che sarebbe seguito, simile ad un cane da caccia che inseguiva la sua preda. Alzò gli occhi verso il cielo, invocando la luna, pregando che uscisse fuori dal suo manto di nuvole, per regalarle un sorriso di luce. Riusciva a scorgerne a malapena il dorso sferico, irradiato da un debolissimo nastro vermiglio, che lottava contro quella coltre oscura per tenderle la sua mano candida. Nei suoi pensieri, evocava il ricordo di Alun intento a bearsi della sua visione lattiginosa.

“La luna, Enid….Quando ti senti persa, guarda la luna”

Ricordava quelle parole. E quando la luna non vuole mostrarsi? Si chiedeva.

Un calore intenso penetrò fra le dita, avvolgendole il braccio, quasi lo stesse immergendo in una vasca colma d’acqua. Abbassò repentinamente gli occhi, arrestando la sua corsa.

“Il medaglione!”

Proruppe, senza riuscire a controllarsi. Il medaglione. Brillava. Uno scintillio debole, ma pur sempre un segno. Cominciò a camminare lentamente, avvertendo il calore farsi sempre più vivido e la luce aumentare d’intensità. Che si stesse avvicinando a qualcosa? Nella notte tempestosa, uno strano rumore metallico cominciò a sprigionarsi dalle sue mani, come fosse il richiamo lanciato dal medaglione alla sua segreta metà che cercava di ritrovare nel buio di quella foresta. Accelerò. I passi s’impastavano sempre più velocemente in quella poltiglia fangosa, mentre le gote le si accendeva di un rosso pallido per la gioia. In un attimo si ritrovò a correre, stavolta con una nuova speranza nel cuore. Un sorriso le si accese spontaneo sul volto, mentre finalmente sentiva di aver ritrovato la strada. Seguiva quel bagliore, quel suono, senza domandarsi dove stesse andando, sicura che quel posto sarebbe stato un luogo sicuro. Il medaglione la condusse lungo la foresta, costringendola a volte a scansare cespugli, a districarsi fra i rami bassi di alberi che erano cresciuti vicini, come volessero scaldarsi nelle notti più gelide. Continuò a correre, fin quando non si ritrovò in una piccola radura celata dietro un sipario di foglie che ondeggiavano all’unisono dalla chioma folta di un salice. Superò quell’ingresso, bloccandosi per lo stupore che le accese ciò che vide. Le fronde lì intorno crescevano fitte a formare una volta ampia, impedendo che quel luogo venisse contaminato dalla furia della pioggia. A terra, l’erba cresceva di un rigoglioso verde smeraldino, cingendosi del colore argenteo di sporadici fiorellini che si stiracchiavano dal terreno morbido, troppo timidi per mostrare il loro cuore aureo. Enid saggiò con i piedi quel tappeto soffice, lasciando ricadere le braccia lungo i fianchi, stordita dall’incanto misterioso che quel posto esercitava su di lei. Il tempo lì sembrava non essersi mai addentrato, lasciando che ogni cosa si ricoprisse di un velo etereo che sapeva di eternità. Il suo viso di porcellana venne dolcemente accarezzato da una brezza fresca, estranea al temporale che nel frattempo imperversava al di fuori di quelle mura di rami e foglie. Un piccolo giardino segreto che cresceva incontaminato nel cuore di un’oscura foresta, ignorato dal resto del mondo. Era un’idea che suonava dolce alle orecchie di Enid. Forse lì non l’avrebbero trovata. Il flusso calmo dei suo pensieri venne introdotto da uno stridio acuto che proruppe dalla sua mano. Roteò rapidamente gli occhi sul medaglione che ora rifulgeva di luce più che mai…E bruciava. Il suo calore cominciò a farsi intenso, insopportabile, quasi stringesse fra le dita un tizzone ardente appena rapito dal ventre di un fuoco. Lo lasciò cadere a terra, lasciandosi sfuggire un gemito di dolore, mentre si guardava la mano marchiata dal dorso di quell’oggetto che aveva inspiegabilmente preso a roteare.

“Che diavolo sta succedendo?”

Domandò alla brezza di quel luogo, tramutata in un turbine di vento caldo che aveva il suo perno nel medaglione. Il suono ora si faceva più nitido…Era la nenia che stava cantando poco fa! Ma la voce che la cantava era diversa, rauca e tenebrosa. Le corolle argentee dei fiori si spensero, lasciando che il sole di quel luogo fosse l’oggetto che ora vorticava splendente al centro della radura, facendo tremare la terra. Le gambe deboli di Enid cedettero, ed in breve si ritrovò in ginocchio sull’erba fredda. Non riusciva a non guardare quell’insolito spettacolo di luce che le si stava aprendo davanti. La nenia riempiva ogni angolo di quel luogo, rimbalzando tra da un ramo all’altro, come impazzita.

Diverse tonalità cominciarono ad aggiungersi alla voce che prorompeva dal medaglione e le scosse cominciarono a farsi più intense. La terra, nel centro esatto della radura, si spaccò. Enid cominciò ad avere paura. Cosa stava succedendo? Cos’era quel posto? Si coprì il volto con una mano, lasciando, però, che un occhio continuasse a guardare attraverso le fessure create fra le dita. Dal cuore di quella spaccatura, cominciò a crescere, a risalire qualcosa, richiamato dalla voce del medaglione come fosse il macabro canto di una sirena. Le parole celtiche della nenia erano scandite con precisione ritmica, ma Enid ne ignorava totalmente il significato.

Un pozzo, o per lo meno questo le sembrò di veder riemergere dalle profondità della terra. I mattoni bianchi riverberavano la luce del medaglione, assorbendola e facendola propria, indossando un candido manto di luce che rifulgeva in tutta la radura, riempiendola. Poi tutto tacque. Il medaglione cadde a terra, ma non smise di brillare, anche se il suo oro si era improvvisamente raggelato, permettendole di prenderlo in mano. Lo arraffò con una rapidità insolita, spinta dalla curiosità di comprendere da dove fosse sprigionato tutto quello spettacolo. Lo rigirò fra le mani, riscontrandovi solo un comune, magico medaglione ricco di intagli. Confrontò i segni che quell’oggetto le aveva lasciato sul palmo con quelli che riportava sulle sue due facce spendenti. La carne della sua mano si era improvvisamente cicatrizzata, lasciandole un simbolo incomprensibile, un marchio, che non ricordava affatto gli intarsi sul medaglione. Sbarrò gli occhi.

“Costa sta accadendo?”

Domandò ancora una volta al vento, che lasciò dietro di sé una risposta di silenzio. Rivolse gli occhi a quello strano pozzo riemerso da chissà dove, nelle profondità, con un certo timore. Aveva paura che qualcos’altro di magico stesse per accadere. Ma non accadde nulla. Si avvicinò con passi lenti, attenta a studiare le immobili mosse della cavità dalla quale proveniva l’eco di gocce che precipitavano s’uno specchio d’acqua. Raccolse il coraggio, stringendo le voluminose labbra rese violacee dal freddo e dalla pioggia, e si affacciò a guardare. Non c’era acqua. Solo buio. Rimase attonita…Da dove proveniva, allora, il rumore? Cosa diavolo era quel pozzo? E perché era apparso lì? Cosa c’entrava con il medaglione? Perché Blez glielo aveva dato? La magica apparizione di un pozzo senz’acqua, dagli insoliti rumori non l’avrebbe di certo salvata dalle ombre che la stavano cercando! Blez pensava veramente che qualche foglia messa qua e là l’avrebbe resa invisibile ai loro occhi assassini? Domande, rabbia e paura si mescolarono dentro di lei, scaraventandola in uno stato di confusione dal quale non riuscì a riemergere, lasciandovisi sprofondare. Troppe cose stavano accadendo quella notte, troppi orrori aveva visto…Ed ora, la magia. Medaglioni marchianti, pozzi che emergono dal terreno come fossero piante…Troppo. Non poteva, non ci riusciva. E mentre la sua mente era intenta a incolpare la serie di avvenimenti che la volevano protagonista di un copione che lei non aveva mai letto, l’aria intorno a lei cominciò a cambiare, mentre la luce, l’eternità di quel luogo si affievolivano a poco a poco, come indebolite. Ma Enid era troppo indaffarata a prendersela con il corso degli eventi per rendersene conto. Un taglio netto recise la chioma del salice, provocando un improvviso inaridimento della radura, spogliando i rami delle loro fronde protettive e facendo ricadere la pioggia su di lei. Si voltò terrorizzata, pronta a fuggire.

“Enid….Già te ne vai? Ma come…Siamo appena arrivati.”

Biascicò una voce maliziosa dall’ombra. Ua balugino rosso. La gola le si strinse in un urlo che non riuscì a pronunciare, mentre cominciava ad indietreggiare davanti all’infittirsi di quelle ombre. L’aria si accese nel suono ruvido delle spade sguainate, mescolandosi al puzzo che aveva già sentito, ma che ora si amplificava facendosi più intenso. Blez, era morto. Lo sapeva, ora ne era certa. Quell’intensa luce rossa la ricordava bene. Le lacrime cominciarono a rigarle il volto, mentre con le gambe urtò il bordo del pozzo. Era in trappola. Era sola. Il panico l’attanagliò, come una tagliola che si chiude all’improvviso, tagliando ogni via di fuga.

“No, no mia piccola Enid, non piangere. Che scortesi che siete, l’avete spaventata!”

La beffeggiò quella voce rauca e viscida, mentre alle sue spalle si accendeva un macabro coro di risoli. Il cuore le pulsò nelle tempie, annebbiandole la mente, al sentire i passi di quegli esseri farsi più vicini, più numerosi. La fanghiglia tornò a ricoprire ogni cosa, coprendo l’incanto che vi era stato in quel luogo.

“Avanti Enid…”

“Smettila di dire il mio nome!”

Gridò in preda alla paura contro un nemico invisibile, annidato nell’ombra. Una risata sottile. Silenzio. Il suo respiro sferzava l’aria piovigginosa.

“E come dovrei chiamarvi, sacerdotessa?”

Le rimbeccò l’altro, più ruvido nel tono.

“Che diavolo state dicendo? Chi siete?”

Domandò, spostando gli occhi nell’oscurità alla ricerca di quel balugino, di qualcosa che le desse anche solo minimamente l’idea di che cosa si ritrovava davanti.

“Questo non ha alcuna importanza…Ciò che conta è che ora voi siete in possesso di una cosa che mi appartiene.”

Lo scintillio rosso si riaccese su di lei, segnandole il corpo malamente coperto da una vestaglia bianca ormai inzuppata di quell’acqua amara che ricadeva dal cielo. Enid rafforzò la presa sul medaglione.

“Ora, se non vi dispiace, direi che possiamo anche smetterla con i giochi.”

Il tono tornò ad essere autorevole, perdendo qualsiasi vena di cortesia.

“Datemi quell’amuleto, o verrò a strapparvelo io stesso dalle vostre dita irrigidite dalla morte!”

La sua voce esplose in un ruggito feroce, carico di rabbia. Li sentì avanzare in gruppo, mentre lei non poteva andare oltre. Era con le spalle al muro. Si guardò dietro. Gli alberi ergevano con i loro fusti ingrossati dal tempo feritoie invalicabili, impedendole una qualsiasi fuga.

“Deduco che abbiate fatto la vostra scelta, sacerdotessa.”

Sibilò il mostro dalle ombre, sentenzioso. Aveva mai avuto scelta? Si chiese nell’ultimo attimo di lucidità che le rimase. Uno scatto. Urlò istintivamente, sentendo la terra mancarle sotto i piedi. Con un urto violento, era stata scaraventata nella gola del pozzo, tra le cui pareti risuonava il suono spezzato delle sue grida terrorizzate. Cominciò a precipitare, sentendo il medaglione scivolarle dalle mani. Tese le dita, nel tentativo di afferrarlo, vedendo l’orribile mostro affacciarsi dalla cavità, esplodendo in un urlo di rabbia mentre cercava anch’esso di afferrare l’oggetto. Si allungò. Lo prese. Poi il buio. Nelle orecchie il suono della nenia che Alun cantava tutte le notti in cui la luna si vestiva di vermiglio…E quella notte la luna era rossa.

Il sole sorse pigro quella mattina, stiracchiando i suoi intensi raggi lungo il cielo, incendiandolo di un bagliore roseo, prima di lasciar emergere il suo dorso dorato dalle acque del mare. La sua luce calda andò rapida a picchiettare sulla sua finestra, penetrando nella stanza e illuminandola. Qualcuno, dall’altra parte dell’universo, si stava svegliando.

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