La sala delle anime morte

August 1, 2012

“Dio dev’essere un gran fumatore!”.
Non dimenticherò mai questa frase né gli avvenimenti che seguirono in quella notte di Gennaio del 1960.
Mi trovavo a casa del barone Augusto Verri, famoso collezionista nonché personaggio estremamente bizzarro. Ero riuscito ad ottenere un invito tramite il mio amico Filippo Scarnera, antiquario come me e, devo dire, che ne era valsa la pena. Verri era (dal tempo del verbo avrete certamente intuito che il barone non è più tra noi) un collezionista atipico. Tra le opere da lui possedute si alternavano pezzi d’indiscusso valore ad altri che, senza timore di offendere nessuno, tanto meno gli autori, erano delle autentiche bufale. Ma la caratteristica comune a tutti i suoi pezzi era l’unicità. Il barone asseriva, infatti, che ogni opera dell’ingegno umano è un capolavoro purché prodotta in esemplare unico, e su questo principio aveva basato la sua incredibile collezione. Viveva in una villa principesca poco fuori Firenze e aveva adibito le numerose sale come un vero e proprio museo.
La prima sala che visitammo fu quella degli orologi e subito ebbi modo di verificare il suo singolare punto di vista: all’entrata, faceva bella mostra di se, un Eberhard del 1902 costruito su richiesta del marchese ……… per la duchessa di ………, con la quale aveva una tresca amorosa. Era un pezzo stupendo, quadrante piccolo e tondo con sfondo di madreperla azzurrato e rubini a delimitarne le ore. Quelli posti sulle dieci e le due erano a forma di cuore e di un rosso fiammante, le lancette, due frecce, erano di puro oro zecchino e quando s’incontravano con i due cuori s’innescava un meccanismo all’interno che ricolorava il quadrante dello stesso colore dei cuori. Il fenomeno durava un minuto esatto e, mi spiegò il barone, che questa piccola trovata, ideata peraltro dal marchese stesso, noto alchimista e quindi avvezzo ai misteri della chimica, simboleggia la magia che nasce ogni qual volta due cuori si uniscono.
Accanto a questa meraviglia era posto, senza alcun ritegno, un orrendo esemplare di orologio da tavola, in plastica, color fucsia e con una scritta all’interno del quadrante che reclamizzava un’oscura casa produttrice di bibite. Il mio ospite mi raccontò che il titolare dell’azienda ne aveva fatto produrre un unico esemplare, per motivi scaramantici, e che se ne era separato solo quando, conscio del fallimento della sua azienda, si era sparato un colpo di pistola alla tempia.
Ho visto, poi, un’autentica clessidra ad acqua del VIII secolo avanti Cristo, fatta donare dall’imperatore assiro Shalmanassar III ad una sua favorita, accanto ad un incredibile orologio a cucù che, al posto del classico uccellino, tirava fuori, ogni mezz’ora, una rana che gracidava con effetti devastanti per l’udito.
La sala dei quadri era una vera fonte di meraviglie (in tutti i sensi). Io che fino a quel momento pensavo di essere un intenditore, ho visto delle opere di maestri come Matisse, Van Gogh, Ligabue, Raffaello, Ernst, Picasso, sconosciute ai più. C’era uno stupendo Magritte, inconfondibile nel suo stile surreale, dal titolo “Conti sospesi” che ritraeva un uomo in piedi, magrissimo, senza volto e con l’immancabile bombetta, sotto un cielo azzurro e con un foro circolare nello stomaco, all’interno del quale si scorgeva una tavola imbandita d’ogni ben di Dio sulla riva di un mare in burrasca e dall’aspetto minaccioso. Neanche il tempo di riprendermi dall’emozione (sono un fervente ammiratore del grande René) che mi ritrovai davanti ad una crostaccia ignobile resa interessante solo dalla firma del suo autore: Adolf Hitler. Era un dipinto che il furher aveva prodotto in gioventù, prima che la follia gli divorasse completamente il cervello, anche se già si potevano notare i segni evidenti della sua mente malata. Il soggetto era rappresentato da una mucca blu che defecava tranquillamente su un mappamondo mentre attorno ad essa non c’era che deserto.
Visitammo altre sale dove c’era di tutto: biglie di vetro, monili di tutte le fogge e di tutte le civiltà, parrucche di ogni dove, candele e candelabri, pipe, trenini elettrici con relativi binari, penne, accendini e tra una sala e l’altra il mio ospite mi intratteneva con curiosi aneddoti sui suoi pezzi pregiati e non, su come se li era procurati e sull’attendibilità della loro unicità attestata da documenti contro firmati dai più importanti studi notarili del pianeta e dagli esperti (nel caso dei tanti capolavori “veri” che comunque possedeva) più qualificati. Non mancò di offrirmi dei sigari Havana purissimi e dell’ottimo brandy, che iniziò a fare il suo effetto sui miei sensi già molto eccitati dall’esperienza che stavo vivendo.
La sala delle “opere scritte”, come la chiamava il barone, mi riservò altre incredibili sorprese. Ho visto un manoscritto di Leonardo Da Vinci che si dilettava in novelle pornografiche (di notevole livello come tutto quello che il maestro era solito fare) dove i personaggi erano quasi sempre omosessuali. C’era un fantomatico vangelo secondo Giulio, un non meglio identificato tredicesimo apostolo che, secondo il barone, la chiesa ha sempre evitato di far conoscere ai più per l’immagine troppo sovversiva del Cristo che ne scaturiva. Mi confidò anche che, per averlo, aveva assoldato il miglior ladro in circolazione per trafugarlo dall’inaccessibile biblioteca segreta del Vaticano. Ho letto poesie inedite di Baudelaire scritte di suo pugno, sonetti d’amore e morte di Dante, un poema orribile sia nella forma che nel contenuto di Abramo Lincoln, una raccolta di discrete canzoni di Guglielmo Marconi (avrebbe sicuramente avuto piacere nel sentirle trasmesse alla radio), un raccontino comico del grande E. A. Poe dove si narra di un inetto alle prese con un cane che parla, fuma e si pettina per tutto il giorno, che gliene combina di tutti i colori. Ad un certo punto il barone disse: “Adesso le mostro il mio fiore all’occhiello, è una sala che non ho mai mostrato a nessuno ma lei mi piace e voglio concederle questo privilegio, io la chiamo la sala delle anime morte”.
Fu a questo punto che fece quella curiosa considerazione su Dio e sui suoi problemi col fumo. La sala si trovava in fondo ad un lunghissimo corridoio che i miei sensi ottenebrati dal brandy valutarono interminabile, era scarsamente illuminata da candelabri lugubri e si componeva di scaffali altissimi e ricolmi di scatole di fiammiferi di ogni tipo, forma e grandezza ma che a prima vista non sembravano per niente pezzi unici.
“Mio caro Barone”, dissi io, “Mi spiace farlo notare, ma nel corso della serata lei mi ha mostrato cose molto più interessanti di quelle che vedo ora, e poi sembra che in questa sala venga meno il suo credo fondamentale, quello che l’ha spinto a collezionare tutto questo ben di Dio, il principio dell’unicità”. Sul viso del barone si disegnò per un attimo un’espressione di violenta collera che subito fu sostituita dall’espressione compiaciuta che aveva regnato sovrana sul suo viso per tutta la serata.
“Mio giovane amico, non si faccia ingannare dalle apparenze, guardi lei stesso all’interno delle scatole e mi saprà dire”.
Un po’ confuso aprii una delle scatole che si trovavano sullo scaffale alla mia destra e, con mia sorpresa, vidi che all’interno c’erano sì dei fiammiferi, ma che erano tutti usati. Non so per quale motivo ma, complice il brandy, una collera furibonda si impadronì di me, afferrai il barone per la giacca e gli urlai in faccia:
” Vecchio pazzo, ma chi ti credi di essere? Solo perché sei sfondato di soldi pensi di potermi prendere per il culo?”.
Lui, visibilmente scosso, rispose: “Si calmi, mio giovane amico (ancora), lei non ha capito nulla di tutto ciò. Permetta che le spieghi: questa non è altro che l’apoteosi della mia filosofia. Con questa mia collezione cosa ho voluto dimostrare? La grandezza di Dio, è ovvio. Ogni essere umano è unico, anche quello più infimo, quello più insignificante merita rispetto in quanto unico esemplare, unico possessore di pensieri che, per quanto conformati alla massa, rimangono sempre e comunque singolari. I nostri pensieri non sono altro che pezzi da collezione per il creatore e così ho deciso di dedicare la mia vita a raccogliere oggetti di tutti i tipi, per essere come Lui: Onnipotente!”.
In quel momento capii che il barone era completamente pazzo, ma restava ancora da chiarire il mistero dei fiammiferi usati, al che dissi: “Si, va bene, ma queste scatole? Questi fiammiferi usati, cosa rappresentano?”.
Il barone, in preda ad un’esaltazione mistica e con occhi resi febbricitanti dall’alcol, rispose:
“La morte! Per Dio non siamo altro che fiammiferi con i quali accende i suoi gustosi sigari (e fuma tanto come avrà certamente notato). Così anch’io, come Lui, ho deciso di avere la mia personale collezione di anime morte ed ogniqualvolta accendo un fiammifero per fumare uno dei miei sigari, quando lo spengo con un soffio delicato e lo ripongo, in una delle scatole che vede, ancora fumante… beh, in quel momento, mi piace pensare che, in qualche posto, qualcuno stia morendo nel medesimo istante e questo mi da una sensazione di potenza indescrivibile”.
La collera che mi aveva investito scomparve del tutto per far posto ad un senso di amarezza per quell’uomo completamente fuori di se. Quello che successe dopo accadde così velocemente che, ancora oggi, mi sembra di averlo sognato. Il barone mi offrì l’ennesimo brandy, che io scolai tutto d’un fiato, e l’ennesimo sigaro. Poi, per la prima volta in quella serata, invece dell’accendino estrasse dal taschino una scatola contenente un ultimo fiammifero, mi guardò dritto negli occhi, con uno sguardo che mi mise i brividi addosso, e accese. Nello stesso istante diventò paonazzo e si portò, urlando, le mani alla testa. Quella che seguì fu una scena orribile: il barone sembrava bruciare dall’interno, gli occhi gli schizzarono fuori dalle orbite e, con un ghigno osceno, incominciò ad urlare “Avevo ragione. Non siamo che fiammiferi tra le mani di un pazzo”. Rimasi impietrito e, nel giro di pochi secondi, del barone non rimase che un puzzo osceno di carne bruciata e un mucchietto di cenere sul quale spiccava uno zolfanello ormai usato. Come un automa lo raccolsi e lo deposi in una delle scatole che formavano quella assurda collezione.
Ebbi i miei problemi a spiegare i fatti alla polizia ma poi il tutto fu archiviato come un rarissimo caso di autocombustione (c’era già stato qualche precedente). Non ho mai raccontato a nessuno questa storia, neanche ai dottori, forse perché non ci credo neanche io o perché ho paura di crederci, so solo che da allora, ogni volta che vedo qualcuno accendere un fiammifero, incomincio a tremare e ho dei veri e propri attacchi di panico. In preda ad uno di questi attacchi ho ucciso un mio cliente, non aveva voluto usare il mio accendino per accendersi una sigaretta, diceva di preferire i fiammiferi, il pazzo, perché lo infastidiva la puzza di benzina. Così l’ho strangolato urlando: “E la puzza di carne umana bruciata non ti infastidisce, brutto bastardo?”.
Sono passati venticinque anni da quell’episodio, i dottori dicono che sono guarito e che potrei anche tornare a condurre una vita normale, ma non sanno, loro non hanno visto la sala delle anime morte, ed è per questo che ho deciso di farla finita: Ho rubato una scatola di fiammiferi dalla scrivania del dottor Salvi e stanotte sarò il fiammifero di Dio.

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