La principessa di pietra

August 1, 2012

C’era una volta, in un’era remota, al tempo in cui la lingua delle gru non era ancora stata perduta, una principessa di nome Dalinea. Unica figlia dei signori di Terranova, era una creatura bellissima, aveva lunghi capelli biondi, gli occhi di un nero lucente, il viso dai tratti gentili e la carnagione chiara e linda, inoltre la sua bontà d’animo faceva sì che fosse benvoluta da tutti gli abitanti di quella terra.

Quando si fece donna i genitori organizzarono una grande festa in suo onore, con lo scopo di trovarle un degno compagno di vita. Tutta Terranova fu invitata, senza esclusione di nessuno ed, inoltre, arrivarono emissari dalle terre più lontane e remote con doni sfarzosi e con la speranza di entrare nelle grazie della bella principessa.

Per l’occasione lei era più bella che mai, aveva un vestito del colore del mare tempestato di gemme favolose, uno scialle di lana di lama rosa, esemplare unico proveniente dalle terre sabbiose e donatole dai suoi genitori, che le copriva le spalle, i biondi capelli tirati su e acconciati a mo’ di corona, facevano di lei una vera regina: era impossibile non innamorarsene e i pretendenti, infatti, erano numerosi. Dalinea, come suo costume, fu gentile e garbata con tutti, rise e ballò con diversi principi, ma nessuno riuscì a far vibrare il suo dolce cuore.

Appartato in un angolo, proveniente da lande ignote, una regione ai confini delle terre conosciute, c’era Melchiade il nano, signore di quelle terre e potente stregone. Di lui si diceva che la sua cattiveria fosse pari solo alla sua bruttezza: era piccolo e tozzo, una gobba gli deturpava la schiena, il viso foruncoloso era dominato da un naso enorme e adunco, gli occhi piccoli e cattivi e la bocca contorta in un perenne ghigno maligno completavano un quadro decisamente inquietante. Nessuno osava avvicinarlo anche perché, come se non bastasse, s’accompagnava sempre ad una iena dal pelo maculato e dall’aria feroce. Ad un certo punto della serata lo stregone avvicinò il padre di Dalinea nello splendido giardino del palazzo e, con l’arroganza che lo contraddistingueva, disse: “Mio signore, senza giri di parole e senza timore di arrecarti offesa, ti chiedo la mano di tua figlia e ci tengo a dirti (come d’altronde ben saprai) che non sono avvezzo ai rifiuti!”.

“La tua richiesta non può che darmi piacere, Melchiade, ma sappi che la vita di mia figlia appartiene solo a lei e che solo se ella anela diventar tua sposa avrai la mia benedizione”, rispose il principe mascherando a fatica la repulsione che il nano gli trasmetteva. A quel punto Melchiade si rivolse a Dalinea rinnovando la sua richiesta ed ella, senza perdere la sua calma e la sua gentilezza, rispose: “Sono lusingata dalla vostra richiesta, messere, ma non penso che tra noi ci possa essere più di un rapporto di stima e di amicizia e sarei onorata se voi vorreste accordarmi la vostra disponibilità in questo senso”.

Sentendosi rifiutato e con la rabbia che gli montava in corpo, lo stregone rispose: “Mia signora, sono sempre stato abituato a prendermi le cose che voglio e se non posso averle faccio in modo che non le possa avere nessuno. Farò lo stesso anche con voi!”.

A quel punto, fulmineo, tirò fuori dalla sua bisaccia un ramo nero come la pece che puntò verso Dalinea. Un alone azzurrognolo partì dalla punta del ramo e, colpendo la malcapitata principessa, la tramutò istantaneamente in una statua di pietra, poi lo stregone punto lo stesso alla base della statua e incise sul terreno queste parole:

 

Son sempre distesa, infinita e perfetta,

col sole, la luna, la pioggia e la neve,

galleggio sul mare e giammai non mi muovo.

Se incontro mi vieni, ti sfuggo da ferma.

Puoi sempre vedermi ma solo a distanza.

Or dunque, rispondi: sai dirmi chi sono?

Disegnami in terra e se giusta mi fai,

la pietra alla vita vedrai ritornar.

In caso contrario… perduto sarai

e il fulmine in cenere ti ridurrà.

 

“E che la mia maledizione ricada su tutto il territorio di Terranova fino a quando l’enigma non sarà risolto!”. Detto questo, il nano scomparve in una nuvola nera lasciando tutti di stucco.

Dopo quel giorno dolore e morte si abbatterono su Terranova, molti provarono a risolvere l’enigma dello stregone, il primo fu Aron, signore delle terre degli uomini alati, si fece avanti con ali aderenti al corpo statuario e il portamento fiero e nobile, estrasse la sua daga e con essa disegnò, sul terriccio davanti alla statua, una balena distesa sull’acqua. Appena ebbe completato il suo disegno, un  fulmine, scaturito per incanto dagli occhi di pietra della povera Dalinea, lo colpì e di lui non rimase che un mucchietto di cenere e delle piume bruciacchiate, ricordo delle sue splendidi ali.

Altri non ebbero miglior sorte, l’enigma sembrava irrisolvibile. Il principe sguinzagliò i suoi migliori uomini verso tutte le coste conosciute per cercare un indizio che potesse aiutarli a trovare la soluzione, promise, inoltre, un cospicuo premio a chi avesse risolto l’enigma ma il denaro promesso non portò che altri lutti. Col passar del tempo Terranova si fece fama di posto maledetto, molti abbandonarono le loro case e si trasferirono altrove e, nel giro di pochi anni, nessuno tentò più l’impresa cosicché, alla morte dei suoi genitori, la povera Dalinea venne completamente dimenticata e la natura riconquistò definitivamente quelle terre martoriate dalla maledizione dello stregone.

 

Gurbo camminava di buona lena dirigendosi verso il palazzo diroccato che aveva visto in lontananza. Voleva arrivarci prima che la notte calasse, l’idea di trovarsi in una terra sconosciuta e per giunta maledetta già non lo rallegrava, figuriamoci la prospettiva di passare una notte all’addiaccio e in balia di chissà quali creature! D’altronde meglio questo che cadere nelle grinfie di Otar il barbaro, soprattutto dopo che quest’ultimo gli aveva giurato che se l’avesse preso si sarebbe mangiato le sue interiora con un sugo di zampe di grifone. E tutto per una scommessa persa!

Qualche giorno prima si trovava alla taverna del gufo orbo nella città di Quasar, quando la proprietaria, la bella Diana, levando lo sguardo in aria in segno di scoramento, alla sua ennesima richiesta di avere un boccale di birra a credito, gli aveva detto: “C’è Otar il barbaro completamente ubriaco e con le tasche piene di monete che scommette con tutti, tu che sei così bravo a giocar con le parole, prova a fartela offrire da lui una birra!”.

Si voltò verso il tavolo del barbaro che, completamente ubriaco, era accerchiato da una folta schiera di altrettanti ubriaconi i quali, compiacendolo ed assecondandolo servilmente, bevevano alle sue spalle. L’idea nacque veloce nella sua mente, si avvicinò al tavolo e disse:

“Salute a te, Otar, gran navigatore e predone riconosciuto delle terre conosciute. Il mio nome è Gurbo, fine fronzoliere e costruttor d’iperboli. Essendo a me arrivata la fama tua di fine pensatore, ti propongo un piccolo giochino: Berrò la birra tua dal tuo boccale, senza toccar lo stesso con nulla che riguardi il corpo mio né con aggeggi addosso a me presenti, le mani avrò legate alla mia schiena e quando avrò finito un giro di bevuta tu offrirai, a me e codesti amici, che noi berremo lieti alla salute tua. Se non dovesse arridermi codesta impresa, sia, l’onere della spesa, solo creanza mia!”.

Al che Otar, con l’alcol che annebbiava le sue già limitate qualità intellettive, rispose:

“Parli bene ragazzo, il tuo gioco mi piace, accetto! Ma sappi che se non riuscirai o se proverai a prendermi per i fondelli non mi accontenterò di un giro di birra ma vorrò qualcosa di più succulento: la tua vita!”.

Gurbo vacillò un attimo, poi si rivolse ad una delle donne della combriccola del barbaro: “Oh dolce dama, chiederti, mi preme, due piccoli favori: in primo di legar ben stretto, con una cordicella, le mani alla mia schiena onde evitar ch’io possa toccar niuno oggetto e dopo, se ciò ti aggrada e non t’offende, un bacio vorrei darti potendo questo esser l’ultimo mio piacer”.

La “dubbia” dama, ridendo sguaiatamente, legò le mani al giovane e poi gli porse le labbra per quello che, tutti pensavano, potesse essere l’ultima prodezza del briccone. Gurbo si chinò, le sfiorò la bocca e, con  repentina destrezza, catturò fra i denti un piccolo bastoncino di bambù che la donna aveva tra i capelli per tenerli su. Poi si chinò sul boccale del barbaro, vi immerse lo stecco e, usandolo come una cannuccia, bevve fino all’ultima goccia la sua birra.

Tutti applaudirono il suo gesto e scoppiarono in risate di scherno fragorose all’indirizzo di Otar il quale, decisamente innervosito dall’umiliazione subita, disse:

“Piccolo buffone, hai vinto con l’astuzia la tua scommessa, adesso bevi la birra che ti sei meritato e poi avrai tre ore di tempo per scomparire, passate queste io verrò a cercarti e ti troverò, dovessi rivoltare tutte le terre conosciute e quelle sconosciute, ti troverò!”, dopodiché gli aveva manifestato i suoi progetti culinari riguardo le sue interiora ed ora eccolo qui, in una terra sconosciuta e maledetta, braccato da un pazzo furioso e tutto per una stupida scommessa e per quella sua voglia di canzonar la gente.

Il palazzo era vicino, stava attraversando quello che un tempo era stato l’immenso giardino antistante e che ora si era trasformato in una foresta intricatissima. Ad un certo punto gli si parò davanti un groviglio di liane dall’aspetto minaccioso che il buio contribuiva a rendere ancor più tetro. Era assolutamente terrorizzato all’idea di tuffarsi in quell’intrico che sembrava quasi vivo ma non aveva scelta: o quello o Otar. Non era mai stato un campione di temerarietà ma si fece ugualmente coraggio, sguainò la spada e si avventurò all’interno. L’aria era pesante e fetida, venne investito da un olezzo paragonabile solo alla tremenda alitata di un drago delle terre di Holg. Avanzava a tentoni in un buio pesto come la pece, il panico incominciò ad impadronirsi di lui e quando una liana, scivolando dall’alto, gli si avvolse al collo, incominciò ad urlare e a correre come un pazzo, menando fendenti a destra e a manca in una gimkana delirante che si concluse con un impatto tremendo che gli fece perdere i sensi.

Si risvegliò che era l’alba, la rugiada leniva il dolore feroce che aveva alla testa e, rialzandosi faticosamente, si rese conto di trovarsi in una piccola radura che, misteriosamente, era stata risparmiata dalla vegetazione. Di fronte a se c’era l’ostacolo contro il quale aveva cozzato: una statua di pietra raffigurante una giovane donna dalle splendide fattezze.

“Mia gentil donzella, difficilmente troverai chi ti vuol bene se così “dura” sei con chi incontro ti viene!”, pensò avvicinandosi. Una lapide posta sul lato sinistro della statua diceva:

Qui giace intrappolata l’anima della gentile Dalinea che non volle piegarsi ai turpi voleri dello stregone Melchiade. Viandante che passi, risolvi l’enigma e riporta alla vita la dolce fanciulla. Per il tuo gesto, gratitudine eterna ne avrai dai signori di Terranova e, con essa, il diritto su tutte le terre di Terranova e su nostra figlia, se questo sarà anche il suo volere.

Gurbo lesse l’indovinello e pensò: “Accidenti, un testamento in pietra è la prima volta che mi capita di vederlo, sarei quasi tentato d’accettare, risolverlo è un gioco da bambini ma, in verità, di diventar signore di queste terre tristi e maledette non ne ho alcuna voglia e poi… – Gurbo, Signore di Terranova -, suona male, io che non so nemmeno chi sia mia padre; e mia madre… figurarsi, veniva dal niente e nel niente l’ho persa all’età di 7 anni, no! Chi nasce tondo non muore quadro. E poi una moglie… no, mi spiace, ma non potrei sopportare le lamentele continue di una donna che nemmeno la conosco e già mi ha bastonato una volta!”.

Mentre pensava tutto questo, col suo sorrisetto strafottente dipinto in faccia, non si accorse del fruscio alle sue spalle.

“Mi deludi, giovane buffone, pensavo tu fossi una preda che mi avrebbe dato filo da torcere… mi sa che ti avevo sopravvalutato”.

Otar il barbaro si stagliava alle sue spalle in tutta la sua possanza, era enorme e stringeva tra le mani la sua ascia che, a furia di ammazzamenti, era diventata del colore del sangue. Gurbo si voltò e rimase impietrito più della statua che aveva al suo fianco. C’era  poco tempo e doveva farsi venire subito un idea.

“Salute, grande Otar, cosa ti porta in queste lande tetre e maledette? Non sarai qui anche tu per diventar signore unico di Terranova? T’avverto che l’impresa e molto ardua, non so se puoi riuscire”.

“Basta chiacchiere, sono qui per bere il tuo sangue e mangiare le tue interiora!”.

A quel punto Gurbo sfoderò tutte le sue arti recitative.    

“Se freni nel tuo intento posso fare di te un signore, io mi accontenterò di esser tuo scudiero, ma non mi ammazzare ti prego, son troppo giovane e non posso morire”.

“Dovevi pensarci prima, te l’avevo promesso ed io mantengo sempre le mie promesse, quant’è vero che mi chiamo Otar il…”.

“Otar il signore di Terranova! Che ne dici… non fa un altro effetto?”.

“Cosa vorresti dire?”.

“Voglio dire che non è vero che chi nasce tondo non muore quadro, tutti hanno diritto ad un’altra possibilità, o vuoi sempre che la gente pensi a te come ad un barbaro? E tua moglie? I tuoi figli? Hai figli, tu?”.

“No…”.

“Sicuramente ne avrai. E quando li avrai? Saranno contenti di essere additati come – la genia feroce di Otar il barbaro -? O sarebbero più felici se al loro passaggio la gente dicesse: – Guarda, c’è la dinastia di Otar, il nobile signore di Terranova –”.

La mente semplice di Otar iniziò a vacillare. Gurbo gli fece leggere la lapide e poi l’enigma, gli disse che lui era a conoscenza della soluzione e che l’avrebbe ceduta in cambio della propria vita e dell’assicurazione che lui l’avrebbe preso come fedele scudiero. Otar rifletté dubbioso e poi rispose:

“Sai cosa penso? Penso che tu voglia fregare Otar, sissignore, tu vuoi proprio fregare Otar dandogli una soluzione sbagliata che lo farebbe morire fulminato. Facciamo così, tu tracci il disegno e se questo è giusto, io mi prendo il regno con la principessa e tu rimani vivo altrimenti muori fulminato e se non ci stai ti scanno io adesso, su due piedi”.

“Sai benissimo che solo chi toglie una maledizione può beneficiare dei vantaggi derivanti da essa. Comunque capisco la tua diffidenza, facciamo così: io ti illustro la soluzione, se pensi che sia truffaldina, non dovrai fare altro che alzare la tua mannaia e spaccarmi in due, altrimenti mi prendi come tuo scudiero. Io mi fido di te però voglio la tua parola di navigatore, so bene che non ti tirerai indietro di fronte al sacro giuramento del mare”.

Otar ci pensò su e alla fine disse:

“Va bene, Gurbo, giuro su Poseidone (e che le mie fiocine possano spezzarsi per sempre) che, se divento signore di queste terre, farò di te il mio scudiero. Adesso cerca di convincermi a non aprirti in due”.

“Bene, mi basta. La soluzione è molto semplice e mi meraviglio che un marinaio come te non ci sia arrivato. Hai giurato su Poseidone e se io dico Anfitrite cosa ti viene in mente?”.

Otar sbiancò in volto. Come aveva fatto a non pensarci prima?

C’era una leggenda che narrava di come Anfitrite, la bella moglie di Poseidone e madre di Tritone, essendo stata rapita dal dio in gioventù e costretta al matrimonio contro la sua volontà, sentisse nostalgia della terraferma e che, ogniqualvolta riusciva a liberarsi dal controllo di pesci, tritoni, conchiglie e granchi, messigli attorno dal marito despota, salisse in superficie e, per evitare di essere riconosciuta, distesa sull’acqua immobile, si trasformasse in un’isola raffigurante una donna sdraiata. Molti erano i marinai che dicevano di averla avvistata durante i loro viaggi e tutti narravano dei loro vani sforzi per cercare di raggiungerla, anche quando sembrava vicina nessuno, pur con venti favorevoli, era mai riuscito ad avvicinarla.

“Hai ragione” disse Otar, “potrebbe essere questa la soluzione”.

“Lo è, sicuramente! Sappi che sono un esperto di indovinelli di tutti i tipi e, ti garantisco, che questo non è nemmeno dei migliori. Evidentemente la gente di questo posto aveva poca dimestichezza col mare e le sue storie”.

“Bene, buffone, hai fatto il tuo dovere e avrai quel che ti spetta”.

Detto questo Otar mollò un fendente con la sua ascia e colpì Gurbo all’altezza della spalla destra. Il ragazzo si accasciò mentre il sangue sgorgava copiosamente dalla ferita.

“Io mantengo sempre le mie promesse e, come ben sai, avevo promesso di fare di te uno spezzatino. Vuol dire che, se ci incontriamo in un’altra vita, manterrò anche l’altra promessa e potrai essere il mio scudiero”.

Poi proruppe in una furiosa risata, si voltò verso la statua e, con l’ascia insanguinata, incominciò a tratteggiare i contorni di un’isola dalla forma di una donna. Quand’ebbe finito, alzò le braccia al cielo pronto a lanciare il suo terribile grido di battaglia, come era solito fare dopo un combattimento vittorioso, ma questo gli morì in gola: dagli occhi della statua si sprigionò una fulmine che ridusse il barbaro in cenere all’istante.

Gurbo, a causa del troppo sangue perso, era prossimo allo svenimento. Con uno sforzo disumano si trascinò verso la statua ed estratto dalla tasca il bastoncino di bambù, che tanti guai gli aveva procurato (“Ah, non t’avessi mai notato, in testa a quella…”), tracciò, con esso, una linea da sinistra verso destra che, nonostante il dolore lancinante che il gesto gli costava, era perfettamente dritta, dopodiché svenne e fu così che si perse l’evento più straordinario della sua vita di furfante.

La statua, scossa dall’interno, incominciò a vibrare tutta e, nel contempo, anche la terra tremò violentemente. Ci fu un’esplosione che la sgretolò in una miriade di pezzi e lo spostamento d’aria spazzò via tutta la maligna vegetazione che, con gli anni, si era formata attorno alla piccola radura. Quando la nube di polvere si fu diradata, in terra rimasero solo due corpi: la ritrovata principessa e il furfante ferito a morte.

Gurbo sognava… e nel sogno aveva cinque anni. Era assieme a sua madre nel bosco fatato di Luhn per raccogliere funghi. Sua madre lo teneva per mano, sorrideva e gli cantava una canzone che aveva sempre amato tantissimo e lui, in quel momento, era veramente felice come non lo era stato mai.

Si risvegliò con ancora quel motivo nelle orecchie ma si rese subito conto che non era più un sogno, qualcuno stava cantando la stessa canzone. Dalinea, quando vide che si era svegliato, smise di cantare e disse:

“Buongiorno, è quasi un mese che state dormendo, come vi sentite?”.

“Mi sento come dopo una sbronza alla festa del grano della contea di Cerdal, dove sono?”.

“Siete nel vostro palazzo, signore di Terranova. Ho letto la lapide che i miei genitori avevano fatto incidere affianco a… alla mia… statua”.

“Quella canzone… come fate a conoscerla?”.

“Oh! E’ solo un motivetto che mia madre mi cantava sempre da piccola” disse lei, arrossendo e chinando il capo.

“Bene… Voi piuttosto, come state?”.

“Un po’ confusa, ma bene. Al mio “ritorno” è stata dura accettare che tutto il bello che avevo intorno non ci fosse più. Fortunatamente Lucilla, la nipote della mia cara  nutrice Isabella, è rimasta qui ad aspettare che qualcuno mi liberasse (è stata lei che ci ha trovato e vi ha curato). Ma adesso che la maledizione è stata sconfitta e che la voce si è diffusa, la valle si sta ripopolando, il palazzo è di nuovo vivo e, lentamente, la vita sta ritornando alla normalità. E tutto questo grazie a voi”.

“Non ringraziatemi, molto probabilmente se non mi fossi sentito alla fine della mia vita, non avrei rischiato di morire per sciogliere l’incantesimo. Il coraggio non è mai stata una mia dote fondamentale”.

“Come mai eravate ferito, se non sono indiscreta?”.

E Gurbo le raccontò tutta la storia, con ricchezza di particolari e anche con qualche licenza, come era nel suo stile. Quando ebbe finito, sul viso della ragazza c’era un misto di ammirazione e meraviglia che la rendeva ancora più bella di quello che era.

“Un’ultima cosa poi vi faccio riposare: avete detto di aver tracciato in terra una riga dritta, ma… che cosa rappresentava?”.

“- …Infinita e perfetta… – La linea dell’orizzonte, cosa c’è di più perfetto che si possa ammirare in natura?”.

“Dev’essere bellissima… io non ho mai visto il mare. Adesso vi lascio, siete debole e dovete riposare, comunque io non conosco ancora il vostro nome, il mio è, come già saprete, Dalinea, ultima discendente dei signori di Terranova”.

E dicendo questo gli prese la mano, dolcemente.

“Al vostro servizio, mia dama, sarà mia premura portarvi al più presto al cospetto del mare, è giusto che due fenomeni sì belli si incontrino prima o poi”.

Per quanto riguarda il mio nome… Da oggi è Gurbo, nuovo signore di Terranova”.

No Comments

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *