Il predatore III: la loggia del Drago Caraibico.

June 8, 2012

La notte passò tranquilla, se si esclude che ad ogni minimo rumore mi svegliavo e mettevo il naso nella mia valigia per controllare che nessuno avesse provato a rubarmi il malloppo. Appena fu mattina mi piazzai in bagno per lavarmi la faccia e cercare di fare qualcosa per quelle due occhiaie che incorniciavano i miei occhi. Spazzolandomi i capelli, mi sembrò finalmente così chiaro da chi avessi ereditato quella chioma scura e crespa e quelle labbra carnose. Il nonno sì aveva la carnagione più scura della nonna, però avevo sempre pensato che non ci fosse niente di strano, visto che siamo in un’isola che ha visto passare sul suo territorio etnie diverse e moltissime persone sono di carnagione olivastra. Ricordavo a malapena l’aspetto di mio padre, quindi non sapevo se molto della mi fisicità dipendesse da lui ma, dopo aver scoperto delle vere origini del nonno, era chiaro che ero la più haitiana della sua discendenza, visto che la mamma e la zia avevano un incarnato chiaro con occhi verdi o castani. Dovevano essere tutti in piedi e dovevano essere arrivati i miei cugini, forse si sarebbe parlato della questione del testamento. Dovevo dire del taccuino? Mi resi conto di sudare freddo, ma non potevo fingere di essere sempre malata, così presi le scale, entrai in cucina, salutai tutti e mi misi a sedere. La zia mi avvicinò una tazza di caffè ed io la presi, con le mani sudate, e mi ci buttai dentro fingendo noncuranza. E che ci voleva per dire a tutti Ehi! Ho grosse novità che ci faranno rivalutare la figura del nonno e specialmente ci faranno scoprire che era un buffone e che ha basato tutta la sua vita su una menzogna!? Ci voleva tutto il fegato di cui non disponevo così, quando la mamma mi disse che nel pomeriggio saremmo andati dal notaio per la lettura del testamento, quasi caddi dalla sedia, sbrodolandomi addosso il latte come se fossi una bambina di due anni. « Mi sembri molto strana, Imelda» esclamò la zia, mentre ripuliva il macello che avevo fatto sul tavolo. « Scusa zia, è un momento così e mi è andato di traverso il latte…» cercai di giustificarmi. Il mio cervello lavorava freneticamente e subito ecco l’idea: rimettere a posto il taccuino. Magari la chiave me la sarei tenuta per il momento, non era stata menzionata nel quaderno e l’avrei tirata fuori appena si sarebbe reso necessario. Non c’era bisogno che dicessi io ai miei parenti che il nonno ci aveva mentito, era questione di un paio d’ore e la verità sarebbe venuta a galla. Mi alzai dal tavolo, dissi che sarei andata a rifarmi il letto e rubai, senza farmi vedere, del nastro adesivo dal cassetto delle cianfrusaglie che la nonna teneva in cucina. Corsi di sopra, presi il taccuino e mi nascosi nell’ufficio del nonno. Una mezz’ora più tardi avevo risolto il problema, almeno per il momento.

Non era previsto che per andare dal notaio io indossassi il mio vestito migliore. Faceva un caldo assurdo che cristallizzava la cittadina in una bolla ardente e sembrava così strano uscire da quest’ultima osservando gli anziani che tornavano a casa dalla campagna in sella alle loro biciclette, protetti dal sole solamente da un fazzoletto sulla testa. Il notaio che, diceva la mamma, era stato un grande amico del nonno, apparteneva alla piccola nobiltà della zona a aveva una villa, ormai semi diroccata, ai confini del territorio comunale, cui si accedeva solo tramite una stradina sterrata. Era un vecchio che ci teneva all’etichetta e così eccoci tutti agghindati come se dovessimo andare a messa la domenica mattina: la mamma aveva addirittura insistito che io mettessi dei collant sotto la gonna, nonostante la temperatura lo proibisse. Sedute sul sedile posteriore della macchina, non sentivamo di dire niente. Un silenzio irreale stazionava sopra le nostre teste, come se tutti fossimo presi dai nostri pensieri. Guardavo fuori dal finestrino: distese desertiche di campi divise da reticoli di filo spinato che si stava lasciando andare a causa del vento bruciante che cominciava a soffiare da levante. Ad un tratto la mia attenzione venne catalizzata da una serie di persone che stavano raccogliendo pomodori nei campi che si trovavano nei pressi della villa, che spuntava alla fine della strada sterrata. « Ma che fanno? Non lo sanno che li si brucia il cervello?» ero stupita ma la mamma e gli zii si limitarono a girare la testa con aria distratta senza proferire parola.
Giungemmo alla dimora del notaio dopo circa mezz’ora dalla partenza dal paese, sudati e innervositi dal viaggio, consapevoli che avremmo sacrificato un mezzo pomeriggio e che avremmo rischiato di morire da un momento all’altro sotto quella che non era altro che una maceria che stava in piedi per inerzia. Mi domandavo se il vecchio non avesse mai pensato di prendersi un monolocale in paese, visto che non doveva avere più cinquant’anni ed era in una condizione pericolosa. Sapevo che era molto ricco, me l’aveva detto la nonna mentre stavo lavando i piatti, e che possedeva diversi campi coltivati ad ortaggi, che dovevano essere quelli in cui avevo visto i braccianti lavorare. Ci aspettava la servitù al gran completo sul piazzale della villa: il maggiordomo in abito nero e le due cameriere, ormai non più giovanissime, con grembiulini inamidati. Mi ci volle mezzo minuto per capire che quella gente era strana: il maggiordomo parlava con voce atona, estremamente alta, come se parlasse verso qualcuno e non a qualcuno. Ci fecero accomodare nel salottino del vecchio, dove, circondati da cimeli che ricordavano un passato familiare glorioso e cherubini sbeccati, potei ritrovare gli stessi stemmi che avevo visto nell’ufficio a casa. Il tizio doveva sapere qualcosa delle bottiglie vuote che si trovavano nell’armadio del nonno, mi dissi, ma rimasi zitta. Non attendemmo tanto. La porta si aprì e comparve un anziano incartapecorito e ingobbito, che indossava delle pantofole in seta blu con ricami dorati e una vecchia casacca dai colori una volta sgargianti. I capelli grigiastri e unti, sembravano incollati sulla sua testa: nemmeno una forte folata di vento sarebbe riuscita a scompigliarli. Ci alzammo in piedi e lui subito si mise a stringere le mani a mia madre e a mia zia, riservando solo qualche buffetto sulla testa ai miei cugini e a me, come se fossimo bambini dell’asilo. Ci sedemmo e il vecchio, dopo le solite frasi su quanto era caro il suo amico e quanto fosse stata orrenda la sua perdita, provvide alla lettura del testamento. « Io, Alberto Crespiani, nel pieno delle mie facoltà mentali, dispongo che i miei beni vengano suddivisi in parti uguali fra le mie due figlie Aurora e Miranda. A mia moglie Ursula Colonnati dispongo vada la casa che ho comprato prima della nostra unione e dove abbiamo vissuto una vita piena e meravigliosa.». Il vecchio continuò a leggere,poi ci fece vedere quanto era contenuto nella cartella del nonno, di modo che nessuno di noi avesse avuto il sospetto che ci stesse nascondendo qualcosa. Ero stranita: non c’era nessuna menzione del taccuino, il nonno aveva voluto portarsi dietro il suo segreto nella tomba. La questione si stava facendo veramente pesante ed era forse giunto il momento per me di parlarne con la mamma. E poi che legame esisteva fra il nonno e questo tizio? A parte la loro amicizia, il fatto che avessero nelle loro case uno stemma identico era un ulteriore elemento di contatto. Ci congedammo in fretta e mentre viaggiavamo verso casa io pensavo: non credevo che fossero parenti, il notaio non aveva nessuna caratteristica o somiglianza riscontrabile o nel nonno o nella famiglia. Che fosse di origine haitiana anche lui? Mi pareva strano e anche forzato, visto che Haiti non è così vicina e che il nonno è capitato qui da ragazzo per caso. Continuavo a rimuginare e neanche mi accorsi che per un pelo la zia non investiva uno dei braccianti del notaio. La macchina inchiodò e la zia si lanciò fuori dalla vettura come una furia, perché pareva che l’uomo si fosse lanciato di proposito sotto l’auto che arrivava. Dovemmo scendere per trattenerla, se non l’aveva investito sembrava volesse ucciderlo con le sue mani. Il ragazzo aveva la stessa peculiarità del maggiordomo: urlando verso la zia, non aveva nessuna traccia di spavento né nello sguardo né sul viso e ad un tratto si girò per andarsene, lasciando che la zia continuasse ad insultarlo. Quel ragazzo era come se fosse solamente un corpo senza anima dentro.
Era tutto così strano. Non capivo perché il nonno non avesse nominato il taccuino nel suo testamento, forse aveva voluto portare il suo segreto nella tomba e non rendere partecipe nessuno dei suoi familiari a quello che era il suo dramma. Essere strappati dal proprio mondo incantato e dover ricominciare in un altro luogo sotto altre spoglie doveva essere stato un trauma per lui. Dovevo però fare chiarezza, almeno per la mamma, così alla sera, una volta che la casa fu avvolta dal buio della notte, mi recai con la mia torcia nel gabinetto del nonno, pronta a riprendere la lettura.

Venerdì, il 25 marzo 1980

E’ difficile presiedere questa società segreta,rischio di non essere all’altezza del ruolo che mi è stato imposto all’unanimità durante la riunione della notte scorsa. Sono preda di sonnambulismo e mia moglie mi ha raccontato di avermi visto gironzolare per il piano superiore completamente addormentato, mentre sbraitavo improperi incomprensibili per lei, in francese. Se non riesco a darmi una calmata la mia finta identità si troverà smascherata e dovrò raccontare alla mia famiglia chi sono in realtà. Io voglio raccontare loro la verità, me lo sono riproposto più volte nel silenzio delle mie notti insonni, ma è difficile, non so come e da dove iniziare. Meglio che prenda l’abitudine di impasticcarmi di sonniferi, per evitare spiacevoli inconvenienti. Quello che però non ci voleva è questa nomina a Gran Maestro. Ne sono lusingato, ovviamente, ma ho paura che per me la pressione sia troppa. Avrei preferito se fosse stato nominato Ugolino, il mio notaio e amico, uomo coerente e caratterizzato da una moralità inattaccabile. E invece è andata così. Devo farmene una ragione.

Il nonno un Gran Maestro? Di che ordine? Mi stavo preoccupando, cominciavo a pensare che se esisteva una sorta di loggia massonica a cui il nonno apparteneva i membri di questa non avevano alcuna voglia di essere scoperti dai più e l’esistenza di questa società segreta sarebbe venuta fuori con l’apertura del testamento. Pensai che forse il documento aperto e letto nel pomeriggio poteva non essere quello scritto dal nonno e se questo pensiero fosse stato vero, se mai fosse esistito un altro testamento, in quello ci sarebbe stata la menzione del taccuino. C’era da lavorare parecchio, cercare di ricostruire la vita del nonno, le sue abitudini, i suoi giri di amicizie e qualsiasi aspetto che mi avrebbe aiutato a capire qualcosa di questo intrigo. Avevo la gola secca, la bocca appiccicosa, era necessario scendere a bere qualcosa. Con la mia torcia accesa scesi in cucina e accesi la luce, aprii il frigorifero per prendere l’acqua e mentre mi giravo verso la credenza per prendere un bicchiere ecco che mi vidi davanti un uomo dai capelli brizzolati, sulla cinquantina, che mi guardava intimandomi di non urlare. Mi spaventai e la bottiglia cadde sul pavimento. Fortunatamente non si ruppe, la bottiglia era di plastica, ma il trambusto che si stava creando rischiava di svegliare tutti. Non avevo paura, avevo riconosciuto quell’uomo, era lui che mi accompagnava alla scuola materna e mi veniva a prendere portandomi poi a prendere il gelato ed era sempre lui che ad un certo punto era sparito dalla mia vita. Aveva chiuso la porta della cucina e si era seduto a tavola, facendomi cenno di sedere accanto a lui.
« Ciao Imelda, quanto sei cresciuta. Anche osservarti da lontano non rende l’idea di quanto sei diventata grande.» mi sembrava così strano essere seduta a tavola con mio padre, pensavo che ormai si fosse dimenticato di me, era sparito come il sole dietro una nuvola dalla mia vita e di lui non avevo più sentito parlare.
« Come mai sei tornato? Come mai sei sparito? Se sei tornato per andartene di nuovo ho già troppi casini e non credo che la ricomparsa di un padre che avevo dato per disperso possa aiutarmi ad affrontare al meglio tutto quello che mi sta capitando.» dissi, piuttosto bruscamente. Quasi non riuscivo a guardarlo in faccia. Mi prese una mano e mi spiegò che non ci aveva mai perso di vista e che però non poteva stare con noi perché si era messo contro il nonno e la sua loggia. Sussultai. Come faceva a sapere della loggia?
« La loggia del Drago Caraibico è una sorta di gruppo clandestino composto da alcuni amici di tuo nonno e che hanno il compito di rendere tutta la popolazione del paese in schiavitù. Tuo nonno, eletto Gran Maestro una trentina d’anni fa, aveva portato in questa isola una credenza del suo paese, la capacità di catturare il piccolo angelo guardiano che sta dentro ogni uomo e di imbottigliarlo e nasconderlo. Un uomo privato del suo piccolo angelo guardiano è ridotto in schiavitù, diventa uno zombie, una sorta di non morto in stato di letargia. Tuo nonno era discendente di stregoni, i bokor, che gli avevano insegnato come fare e lui, ad un certo punto della sua vita, anche per incrementare le sue ricchezze, aveva deciso di costituire una sorta di società segreta con dei suoi amici fidati, cui aveva spiegato i suoi intenti. Lui era l’unica persona in grado di privare gli altri del loro piccolo angelo e per tanto tempo è stato solamente l’esecutore, fino alla nomina di Gran Maestro. Fu lui a reclutarmi nella loggia, i primi tempi che uscivo con tua madre, perché diceva di vedere in me quello che era lui in gioventù e perciò voleva iniziarmi alla pratica magica. Inizialmente mi feci imbambolare, era un periodo in cui avevo sempre bisogno di denaro e sapere che potevo crearmi una squadra di servi come quelli che hai visto oggi pomeriggio nelle terre del notaio mi allettava moltissimo. Dopo il matrimonio con tua madre però iniziarono i miei rimorsi di coscienza e quando decisi di lasciare la loggia, tuo nonno mi intimò di uscire anche dalle vostre vite.». Per quanto strano mi sembrava che fosse un racconto credibile, se così si poteva dire, ed avevo dei riscontri in quanto avevo scoperto fino a quel momento. Sapevo chi erano gli zombie, sapevo dell’esistenza, secondo le credenze vodù, di due parti dell’animo umano, il piccolo angelo guardiano e il grande angelo guardiano, ma che il nonno si fosse messo in quelli affari mi tornava strano. Anche se avevo scoperto degli aspetti poco limpidi della sua vita, questo mi sembrava un po’ troppo. Mio padre continuò. « So che ti sembra tutto così assurdo ma devi sapere che tuo nonno voleva dire tutto alla sua famiglia, sciogliere la loggia e liberare i suoi zombie. Mi aveva contattato per parlarmi, poco prima che morisse, mi aveva chiesto di aiutarlo e mi aveva dato il permesso di riappacificarmi con tua madre, che non ho mai smesso di sentire: anche lei è informata di tutta questa vicenda. Il testamento che avete letto nel pomeriggio non è quello autentico, quel maledetto notaio deve averlo nascosto e sicuramente sa del taccuino: dobbiamo nasconderlo e se hai la chiave dell’armadio dell’ufficio, devi darmela. Non è al sicuro qui.». Quanto avevo pensato quel pomeriggio era vero, me lo stava confermando mio padre. Mia madre sapeva tutto e io mi ero preoccupata di non farla soffrire per niente. Dissi a mio padre che il taccuino era di sopra ma in quel momento un rumore sordo arrivò dalla veranda, come una porta che viene aperta con la forza. Ci affacciammo a vedere: il tizio che mia zia aveva quasi investito nel pomeriggio era entrato in casa e stava per prendere le scale, ma mio padre riuscì a prenderlo per le spalle e ad immobilizzarlo. Corsi in camera senza avere la premura di non svegliare nessuno e svegliai la mamma. Farfugliai qualcosa su papà e il taccuino, presi lo zaino, ci ficcai dentro qualche vestito e corsi via col quaderno fra le mani. Mio padre, che si era sbarazzato dello zombie, era pronto da basso con la macchina accesa, ci saltai su e partimmo per un luogo sicuro.

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