Il predatore II: l’armadio e il taccuino.

April 3, 2012

Mentre mi infilavo sotto le coperte nella vana speranza che quella cosa che avevo beccato nell’ufficio del nonno non venisse a prendermi, il mio cervello già lavorava per analizzare razionalmente quanto visto. Io non avevo mai creduto nei fantasmi, erano gli esseri che la mamma tirava in ballo quando ero bambina per non farmi scendere in cantina, ma io avevo sempre fatto finta di spaventarmi. Già alle elementari ricordo di averle detto: «Mamma, semplicemente non puoi proibirmi di andare in un posto piuttosto che scomodare esseri che vivono nel mondo delle fiabe?», lasciandola perplessa con lo sbattitore a mezz’aria e il bianco dell’uovo montato che colava sul pavimento. No, solo per questo non potevo credere che quello che aveva visto era uno spirito. Mi rigirai nel letto, pensai che se almeno fossi stata ubriaca avrei potuto incolpare il vino, invece ero sobria e decisamente spaventata, con il cuore in gola che non mi permetteva di respirare e il cervello che lavorava furiosamente. Alla fine mi imposi di dormire, avrei riflettuto il giorno successivo su quanto accaduto.

Dormire non fu una cosa semplice e appena sentii il gallo della vicina della nonna salutare il sole, mi ritrovai seduta sul letto, con una posizione non naturale e tutti i nervi tesi. Mi girai verso il letto della mamma: dormiva ancora, la sbronza doveva averla buttata giù parecchio. Controllai l’ora sul cellulare, era presto, erano solo le sei e trenta. L’ora ideale per verificare quanto visto la sera prima senza essere sorpresa da nessuno. In un attimo ero nel corridoio che sbirciavo prima nella stanza della zia e poi della nonna. La prima sonnecchiava ancora a letto e la seconda era già in piedi, la sentivo dalle scale che si trovava in cucina, intenta a preparare la colazione. Era il momento giusto per tornare indietro ed entrare nello studio del nonno. La porta era ancora semiaperta, come l’avevo lasciata la sera prima, e dentro la stanza sembrava che tutto fosse rimasto come era stato lasciato. Entrai dentro e socchiusi la porta alle mie spalle, non avevo intenzione di farmi riprendere da qualche parente che non gradisse la mia presenza là dentro. Mi avvicinai all’armadio: lo ispezionai, sembrava chiuso a chiave, non vi era traccia di forzature. Riflettei: quello che avevo visto si trovava davanti alla dispensa con una chiave tra le mani, che cadde sul pavimento prima che io scappassi nel mio letto. Se trovavo quella chiave per terra era ovvio che io non avevo sognato niente. Così mi chinai sul tappeto, cercando fra cartacce cadute sotto la scrivania del nonno chissà quando. Ad un tratto la chiave: era proprio davanti a me, illuminata dal sole che filtrava da una persiana. Non so spiegare quale fu la mia sensazione in quel momento, ero spaventata e forse lo ero di più perché adesso avrei dovuto rivedere la mia posizione sull’esistenza di spiriti e robe affini. Sentii nel corridoio i passi di qualcuno, mi nascosi sotto la scrivania e origliai, appena il pericolo fosse passato sarei uscita dal mio nascondiglio e avrei aperto l’armadio del nonno. Pensai che fosse la mamma che si era alzata e scendeva da basso e una volta che non sentii più niente, uscii da sotto la scrivania, pestando la testa nel mobile. Imprecai, la scrivania era davvero pesante come sembrava, ma guardando di sfuggita dove mi ero scontrata, notai una specie di quaderno in pelle attaccato al fondo del cassetto del mobile con del nastro adesivo. Perché il nonno aveva nascosto un quaderno in quel posto? Non poteva metterlo dentro la cassaforte? Forse la nonna non sapeva dell’esistenza di questo taccuino e forse lì dentro erano raccolte delle annotazioni che il nonno non avrebbe voluto far sapere a nessuno. Non ci pensai sopra più di tanto, strappai il nastro adesivo e recuperai il quaderno, nascondendolo sotto la maglietta. Presi la chiave e uscii da sotto la scrivania.

L’armadio era antico, in legno massiccio di colore scuro, aveva un aspetto severo, come tutta la stanza. Era chiuso con un lucchetto d’ottone, di dimensioni piuttosto grandi, che potevo aprire, finalmente. Non ricordavo di averlo mai visto aperto, quel mobile, nemmeno quando il nonno mi permetteva di stare con lui in ufficio, da bambina, a disegnare. Ora potevo finalmente togliermi uno sfizio e curiosare. Stavo per infilare la chiave nella serratura quando sentii correre una persona sulle scale. Doveva essere la mamma che, non trovandomi né a letto né al piano di sotto, mi stava cercando. Sgattaiolai fuori dall’ufficio e corsi in camera a nascondere la chiave e il taccuino, poi feci finta di essere stata male. « Ero in bagno a vomitare e a ripulire il macello, ma. Però adesso scendo a fare colazione, mi sento già meglio.». Scesi subito in cucina e feci colazione come se niente fosse. Ovviamente non ascoltavo niente di quanto veniva detto a tavola, pensavo invece ad un luogo sicuro dove poter leggere il quaderno del nonno senza essere disturbata. Il fatto che fosse nascosto con del nastro adesivo in un posto che neanche alla nonna sarebbe venuto in mente di controllare mi lasciava pensare che avessero dei segreti, questione che mi impressionava, visto che avevano vissuto insieme per cinquant’anni. Forse il nonno non si fidava di lei, visto la sua propensione alla loquacità, forse il nonno aveva una doppia vita composta da moglie e figli, dato che aveva viaggiato molto da giovane chi poteva assicurare che non avesse mai avuto colpi di testa? Certo mi sembrava strano che un uomo che già faticava ad averne una di famiglia ne avesse addirittura due, ma la mia fantasia galoppava velocemente e la curiosità mi separava dalla realtà di quella mattinata. Ci fui riportata piuttosto dolorosamente, alla vita vera, grazie ad uno scapaccione che la mamma mi tirò dopo che per l’ennesima volta mi rivolse la parola ed io non la calcolai minimamente. Voleva che la accompagnassi a fare un po’ di spesa, visto che il nostro soggiorno si sarebbe protratto ancora per qualche tempo e non le andava di svuotare la dispensa della nonna. Poi mi disse che nel pomeriggio avremmo iniziato a controllare i documenti del nonno e avremmo contattato anche il notaio, magari c’era qualche carta destinata a noi. Annuii e con la scusa di andare a lavarmi i denti corsi a nascondere meglio che potevo chiave e taccuino. Dovevo trovare il momento giusto per poter indagare con calma. Questo però non tardò ad arrivare, perché al pomeriggio la mamma e la nonna ricevettero la visita di alcune cugine che abitavano fuori paese e che non erano potute venire al funerale. Dopo un saluto veloce, corsi nella mia cameretta. Iniziai dallo studio del nonno. Mi ci chiusi dentro a chiave e aprii la finestrella che dava sul cortile interno della casa, dalla quale potevo tenere d’occhio la veranda, dove la mamma e la nonna chiacchieravano con le cugine. Una brezza bollente entrava nello studio e la luce che vi penetrava incuteva al luogo un aspetto ancora più sinistro. Sapevo che si trattava di una mia impressione dovuta a quanto avevo visto, ma cercai di ricacciare nell’anfratto più profondo del mio stomaco questa mia paura e decisi di aprire l’armadio. Tremolante, recuperai la chiave dalla tasca dei pantaloni e aprii il lucchetto. Il click di quest’oggetto dorato mi innervosì ancora di più, prima di aprire le ante andai a sbirciare la finestra: la mamma e la nonna erano ancora impegnate con le cugine, erano all’inizio di una torta, quindi avevo tutto il tempo per controllare nell’armadio. Aprii le ante e rimasi allibita, senza parole, sicuramente il mio viso doveva aver assunto una qualche espressione da ebete, ma sfido chiunque a rimanere composto trovandosi davanti quanto vidi io in quel momento. Non immaginavo di rinvenire scheletri umani che dimostravano un’attività di serial killer ma neanche una serie di bottiglie impolverate che all’apparenza non contenevano niente. Esatto. Nessuna etichetta che potesse indicare il loro contenuto, queste bottiglie erano state ordinate sugli scaffali con maniaca precisione e non dovevano essere state più spostate. Mi avvicinai. Dentro di esse sembravano galleggiare delle bolle d’aria, di minuscole dimensioni, ma niente di più. Erano persino sigillate con della cera lacca e rimasi perplessa quando vidi che il sigillo era il disegno che avevo già visto nel banco in chiesa e sulla spilla di quegli strani signori. Richiusi le ante, non c’era più niente da vedere per me, e poi sembrava che le cugine si stessero congedando, quindi non potevo non scendere a salutare. Risistemai le cose come le avevo trovate e me ne andai, portando via la chiave con me.

La risposta a quanto visto poteva essere contenuta nel taccuino del nonno. Dovevo assolutamente sapere, la mia curiosità aveva ormai raggiunto un livello stellare e l’ora per andarsene a letto non arrivava mai. Dopo che le cugine andarono via, il resto del pomeriggio scivolò via lentamente e poco ci mancava che mi arrampicassi sui muri di casa, per ammazzare il tempo. Non potevo sparire ma il fatto che continuassi a guardare fuori dalla finestra per vedere se era il tramonto o osservare l’orologio non passò inosservato alla mamma, che mi prese e mi domandò cosa avessi. Mi inventai che ero molto stanca e nervosa, che avevo delle fitte atroci allo stomaco e che non vedevo l’ora di andarmene a letto, perché solamente sdraiata stavo bene. Cercai di raccontare questa balla con un’espressione compunta e tentavo di sembrare dolorante e probabilmente riuscii nel mio intento perché la mamma, mettendosi le mani sui fianchi, mi disse, guardandomi negli occhi, di andare di sopra tranquilla, che mi avrebbe portato una camomilla bollente, però sarei dovuta scendere all’ora di cena, che venivano gli zii e i cugini. Annuii e, con una fretta che dovevo assolutamente nascondere, salii di sopra.

Lasciai la porta spalancata per essere pronta a qualsiasi azione di disturbo e poi, nascondendo il quaderno del nonno in una rivista, iniziai a leggerlo. Avevo davvero il cuore in gola, non sapevo cosa aspettarmi. Era tutto scritto a mano, con una calligrafia estremamente ordinata e con un inchiostro blu. Non c’erano macchie e questo non mi sorprendeva, il nonno era veramente una persona diligente.

Martedì, il 20 gennaio 1975.

La malattia che mi porta in queste lunghe giornate a starmene a letto, mi ha fatto riflettere sulla fragilità della condizione umana, debolezza che contraddistingue qualsiasi tipo di uomo, sia esso potente o figlio dell’ultimo pezzente esistente sulla terra. Anche io porto il marchio della finitezza umana e la morte mi ha quasi preso quando, l’altra settimana, il mio cuore ha ceduto per qualche istante, facendo credere ai miei congiunti che li avrei abbandonati. Non è andata così, sono ancora in mezzo a loro, seppure piuttosto ammaccato, ma cambiato nell’animo. Devo fare ammenda. La mia vita è costruita su una menzogna, una bugia che è iniziata che ero solo un moccioso. Per quanto io sembri una persona di una moralità rigorosa, mi è difficile spiegare a mia moglie e alle mie due figlie che ho mentito loro per tutta la vita, pertanto ho preso la decisione di raccontare la mia verità scrivendola su questo quaderno, del quale la mia famiglia verrà a conoscenza solamente alla mia morte, poiché sarà indicata la sua esistenza nel mio testamento.

Il mio vero nome è Joseph Chrétien, sono nato a Miragoane il 25 febbraio del 1920 da madre negra e padre francese, arrivato ad Haiti come capitano di una nave mercantile. Mia madre era la serva della casa dove lui si fermava quando si tratteneva in città, si interessò a lei solamente quando l’ebbe messa incinta. Isorelle, questo era il suo nome, mi ebbe che era poco più che una bambina, aveva circa quindici anni, e per questo motivo fui cresciuto dalla madre, mia nonna, Jeannette, tra le ultime discendenti di una famiglia di sacerdoti capaci di esercitare sia la magia bianca che quella nera. Vissi con loro, in condizioni di estrema povertà ma circondato di tutto l’amore di cui avevo bisogno fino all’età di dieci anni, quando quell’uomo francese, mio padre, di cui non capivo nemmeno la parola, venne a prendermi per portarmi in Europa e farmi crescere con la sua famiglia bianca, in mezzo ai suoi figli, i miei fratelli. A nulla valsero le mie lacrime e quelle di mia madre, Gérard Chrétien mi prese per i capelli e mi caricò sul suo aereo privato, chiuse lo sportello ed io non rividi più né la mia famiglia, l’unica che abbia mai amato come tale, né Miragoane.

La mamma arrivò con la camomilla e quasi mi prese un colpo, quando la vidi entrare nella stanza. Rabbrividii nel pensare che quelle cose che stavo leggendo sul quadernetto che tenevo nascosto potevano sbalordirla, farle ripensare a tutta la sua esistenza e farle ripensare a suo padre sotto un’altra ottica. E’ dura quando scopri che tuo nonno non è la persona irreprensibile che credi, figuriamoci quando scopri che tuo padre non è quello che ti è sempre sembrato. Sorrisi, dicendole di appoggiare il vassoio sul comò, mi sarei alzata io a prendere la tazza. Mentre se ne tornava da basso mi dissi che forse lei lo sapeva che il nonno era di origine haitiana. Continuai nella lettura.

Per quanto lo considerassi un estraneo, Gérard si comportò con me come un vero padre. Quest’uomo mi permise di studiare medicina nella migliore università di Parigi e, alla sua morte, avvenuta quando avevo circa diciotto anni, mi incluse nel testamento, lasciandomi in eredità una casa che si trovava in una piccola cittadina sperduta, che si trovava su un’isola in Italia. Quando lo seppellimmo non provai dolore per un padre, provai una sensazione sgradevole per la perdita di una persona che economicamente aveva fatto tanto ma che umanamente aveva fatto ben poco. Erano tempi brutti, la Francia stava per essere invasa da Hitler e dai suoi scagnozzi, ed anche in famiglia le disgrazie non erano finite. Colette, la moglie di mio padre, morì dal dispiacere poco tempo dopo e i suoi due figli, Aurelien e Damian, finirono la loro vita in un modo piuttosto brusco: il primo a causa della sifilide, presa in qualche bordello che aveva l’abitudine di frequentare, e il secondo cadendo in un burrone mentre si arrampicava in Italia. Ero rimasto da solo, ero molto ricco e mi sembrava l’occasione giusta per tornare a casa mia, a Miragoane, per riabbracciare la mia famiglia. Non riuscii a tornare però, a causa della mia razza incerta mi era difficile muovermi per la Francia occupata, così vissi nascosto, fino a che non presi la decisione di andarmene in Italia, dove potevo vivere tranquillamente con tutta l’eredità della famiglia Chrétien. La guerra era quasi finita. Decisi di cambiare nome, sarei stato Alberto Crespiani e lo rimasi per tutta la vita. Pensavo spesso alla mia famiglia haitiana ma, una notte, mentre mi preparavo per andare a dormire, vidi davanti a me mia madre, Isorelle, che mi parlava in creolo, una lingua che non sentivo parlare da quando Gérard Chrètien mi aveva portato via da lei. Mi sussurrava di non affaticarmi a tornare, ormai non c’era più nessuno che mi conoscesse, la vecchia casa dov’ero cresciuto era stata distrutta. Mi svegliai di colpo nel mio letto. Era un sogno ma sapevo che non lo era, mi rassegnai così alla mia nuova vita.

Fui obbligata a lasciar perdere la lettura, mi ripromisi di andare avanti il giorno dopo e di avvertire la mamma su quanto avevo scoperto, tanto se era scritto nel testamento, lei e la zia avrebbero saputo la verità entro breve tempo. Dopo aver cenato e sistemato la cucina, me ne andai a letto, con la scusa di non sentirmi troppo bene. A dir la verità non riuscivo a sostenere lo sguardo dei miei familiari, mi sentivo un po’ bugiarda anche io, a non raccontare quanto stavo scoprendo. Mi lavai i denti, mi spazzolai i capelli, mi misi il pigiama. Sistemai il taccuino e la chiave dentro la mia valigia e nascosi tutto sotto il letto, poi mi sdraiai. Mi stavo quasi addormentando quando un bagliore illuminò la stanza e mi sembrò di vedere lo stesso essere che aveva fatto cadere la chiave nell’ufficio del nonno. Cercava il taccuino, era evidente, così pensai che fosse lo spirito del nonno. Frugava ovunque, muoveva le coperte dei letti e la tenda appesa alla finestra, faceva delle smorfie e sembrava volesse farmi paura. Accesi la luce, lo spiritò sparì. Tutto era ancora dentro la valigia ma io preferii sistemare il malloppo sotto il mio cuscino. Mi rimisi a dormire.

 

No Comments

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *