Il predatore I. Un ritorno inaspettato.

March 5, 2012

 Fango e terra. Le case da queste parti sono fatte con questi materiali, che vengono impastati, con acqua e sudore, lavorati e squadrati grazie a delle forme di legno. Una volta che il sole ha seccato questi mattoni, essi vengono utilizzati per costruire muri. Per un po’ reggono, ma poi la povertà del materiale ritorna, sgretolando il parallelepipedo di fango e sudore e, magari, facendoci crescere dentro qualche pianticella. I muri costruiti con questo materiale sono marroncini, danno alle strade una strana colorazione polverosa, ti sembra perennemente di vivere in uno di quei villaggi che venivano scelti da Sergio Leone come setting dei suoi film. Quando fa caldo poi questa sensazione aumenta, specialmente intorno a mezzogiorno, quando il sole ti apre la testa in due come un pomodoro maturo. Lì la vedi la polverella gialla che viene trasportata dal vento caldo per le strade e, se presti l’attenzione necessaria, vedi i mattoncini che si polverizzano. La decadenza è davanti a tutti, ma nessuno può farci niente, poiché sono considerate case costruite secondo usanze tradizionali e non possono essere distrutte o ristrutturate.

Mi è capitato spesso, durante le ore del riposino pomeridiano, di immaginare di essere un granello di polvere di mattone: sarei potuta entrare in ogni casa del mio vicinato ed origliarne i segreti, senza essere scoperta. Adesso che sono cresciuta e sono andata via dal paese da diverso tempo, di sapere i segreti di quelli che sono stati i miei vicini di casa proprio non mi importa, ma quando ero bambina sì, ero piuttosto curiosa. Le persone che mi circondavano erano tutte carine e premurose, ospitali e disponibili, ma io avevo sempre la sensazione che mi stessero mentendo, che i loro comportamenti facessero parte di una recita a cui potevo partecipare solo come spettatrice. Sensazioni di una piccola preadolescente dalla immaginazione fervida.

Sono andata via che avevo tredici anni circa, ho seguito mia madre. Più che averla seguita sono stata obbligata ad andarmene con lei, non avevo scelta. Mio padre ci aveva abbandonato già da qualche anno e anche se mi sforzo di ricordare, proprio non mi viene in mente cosa fosse successo e perché se ne fosse andato. Ricordo solamente che quella giornata di marzo, faceva già caldo, il sole alto in un cielo azzurro, la mamma era venuta a prendermi a scuola. Rimasi perplessa, lei di solito a quell’ora era in fabbrica a lavorare, invece quel giorno era davanti a scuola, in disparte, con gli occhi lucidi. Mi prese per mano, mi fece prendere dal banco tutte le mie cose, diceva che quel pomeriggio non ci sarei tornata e mi caricò sulla macchina. Passammo velocemente a salutare i nonni, piagnucolavano anche loro, mi riempirono di mance e poi via, verso una città lontana da dove si prendeva la nave per andare ovunque. Motivo di questa partenza: lo ignoro. Perché mio padre non fosse più con noi: ignoro anche questo. Siamo partite e ci siamo rifatte una vita in un’altra regione. Ovviamente i contatti con la famiglia si sono mantenuti, la solita telefonata di rito una volta alla settimana, gli auguri a Natale ai compleanni e a Pasqua, i telegrammi per i lutti. Ed è stato un lutto infatti a farci tornare al paese. Eravamo sdraiate sul divano, uno per ciascuna, s’intende, e ce ne stavamo davanti al televisore a guardare un film che parlava di due strani tizi che avevano avuto il compito dal loro capo di andare a recuperare una misteriosa valigetta di cui non conoscevano il contenuto. Doveva essere qualcosa di prezioso, visto che ogni volta che veniva aperta il contenuto illuminava con una luce dorata colui che apriva la valigetta. Comunque, eravamo piuttosto prese dalla trama di questo film che, quando il telefono squillò, ci guardammo con aria inebetita: sembrava che dovessimo giocarci a testa e croce il ricevitore del telefono, nessuna delle due aveva intenzione di alzarsi. Ma lo squillo era grave, già questo doveva farci sospettare che qualcosa non andava per il verso giusto. Alla fine la mamma si alzò e, trascinando i piedi, andò al mobiletto del telefono, tirò su la cornetta, se lo mise accanto all’orecchio e cominciò. Dopo un iniziale pronto la mamma non disse più niente, guardava i suoi piedi come se non li avesse mai visti prima di allora, vidi che una lacrima scendeva segnandole il viso. Mise giù il ricevitore, andò in cucina e prese un bicchiere d’acqua. Poi venne di nuovo in salotto, spense il televisore e mi disse che il nonno era morto, che dovevamo preparare velocemente una borsa che il giorno dopo si sarebbe partite per salutare per un’ultima volta il defunto.

Il mattino dopo, doveva essere molto presto perché benché fosse estate il sole non era ancora sorto, ci facemmo accompagnare da un amica di mia mamma all’aeroporto. Lei aveva una faccia stravolta, come l’ha chiunque vada a seppellire suo padre. Non doveva aver dormito molto, appena ricevuta la notizia e dopo avermela comunicata, si era nascosta nella sua stanza, con il cellulare, per cercare un passaggio per quella mattina. Andò in questa maniera: io seduta sul sedile posteriore di una Punto rossa, la mamma accanto alla sua amica con gli occhi e il naso arrossati e la nostra accompagnatrice che non poteva fare altro che ripetere di stare tranquille, che sono cose che capitano nella vita e noi non possiamo farci niente, che dopo un po’ di tempo la nostra vita sarebbe tornata alla normalità e sarebbe andata avanti. E’ sconcertante quanto siano banali le cose che vengono dette in queste situazioni che mettono a disagio chiunque. Arrivammo in aeroporto, congedammo l’amica della mamma, cercammo un volo che entro la mattinata ci portasse a destinazione e, dopo aver “mangiato” qualcosa, andammo al check-in.

Aspettammo, lasciammo il nostro bagaglio, aspettammo ancora, andammo a prendere posto sull’aereo. Ci sedemmo e non parlammo. Non sapevo cosa dire, a me non era mai capitato di perdere una persona così vicina, almeno da un punto di vista di legame di sangue. Pertanto preferivo stare zitta, anche perché era evidente che niente di quello che potevo dire poteva essere utile a mia madre. Io avevo perso mio nonno, con cui avevo per lo più un legame telefonico,mentre lei aveva perso suo padre e solitamente un figlio ha dei rapporti stretti con suo padre. L’aereo partì. Chiusi gli occhi, cercando di fissare la mia attenzione su un qualsiasi pensiero, ma niente poteva distogliermi dall’idea che avevo una paura di morire schiantata a terra. Il mio terrore durò per tutto il viaggio, assai breve per la verità, e tirai un sospiro di sollievo solamente quando fummo atterrate. Recuperammo le nostre valigie, sapevamo che nessuno ci aspettava e che quindi nessuno sarebbe venuto a prenderci all’aeroporto, così prendemmo un taxi che ci portò alla stazione. Dopo una mezz’ora di attesa alla banchina del treno che ci avrebbe portato al paese, partimmo. Il viaggio era breve, il treno correva in mezzo ai campi bruciati dal sole. Si vedeva qua e là qualche pianta che si stagliava come un’ombra nera nel cielo azzurro e senza nuvole. Alla nostra fermata scendemmo senza dire una parola. Il paese sonnecchiava ancora e una desolazione infinita avvolgeva tutto, le case, le strade e gli alberi di tutta la cittadina. La mamma mi sorrise, ma era triste, e con un gesto mi indicò la strada che avremmo dovuto percorrere per andare dalla nonna. Ci avviammo, trascinandoci dietro i nostri bagagli.

Il portone era aperto e da dentro il cortile si sentiva provenire un leggero brusio, come ogni volta che ci si reca a trovare un morto. E’ come se la gente che va ad una veglia funebre senta la necessità di parlare di sciocchezze, però sottovoce, per non disturbare nessuno, magari i parenti del defunto si offendono. In quelle circostanze si sentono davvero delle cose assurde, sul tempo, sul pettegolezzo del momento, sulla politica eccetera. Anche in questa occasione i chiacchieroni c’erano e stavano nel cortile della nonna. Entrammo dal portone e tutti si ammutolirono. La mamma la riconobbero di certo, me sicuramente no, ma non è che mi importasse molto. Non ci fermammo dopo aver salutato, entrammo in casa. Lasciate le valigie in un angolo nascosto, andammo a vedere il nonno e la nonna. In quel momento mi resi davvero conto di quanto era successo: la nonna seduta su una sedia che neanche piangeva più, con accanto la zia con il marito e i miei cugini, in piedi e pronti a rendersi utili qualora fosse servito. Non è che si accorsero all’istante di noi, fino a che la zia ci vide nella stanza e diede un colpetto al gomito della nonna che ritrovò subito le lacrime che aveva perso. Abbracci, saluti, tutti a mezza voce, s’intende, come se si avesse paura di svegliare il nonno rigido nella bara ancora aperta. Mi guardai intorno, niente era cambiato. Era la stanzetta dove la nonna conservava le merendine e le caramelle da dare a noi nipoti quando andavamo a trovarla, piena di piccole credenzine e di fotografie ingiallite di vecchi antenati dai baffi lunghi. Me la ricordavo inondata di luce, quella stanza, le sue pareti giallognole. Forse se avessimo spalancato per bene le finestre della veranda la luce avrebbe inondato la stanza, ma viste le circostanze i finestroni erano stati coperti con delle pesanti tende marroni. Corone di fiori, ceri, sedie. Ecco com’era agghindata la stanza, anche se l’ingombro più grosso era la bara di noce del nonno, con i cuscinetti bianchi dentro e il nonno ovviamente, disteso con le mani sopra la pancia, il rosario e niente scarpe. Si usava così: mai mettere delle scarpe ad un morto, altrimenti sarebbe tornato nei tuoi sogni a domandarti il perché delle calzature. Aveva una faccia giallina e rugosa, la sua pelle sembrava di cera e a toccarlo non sentivo quel freddo che, dicono, accompagni i morti. Lo guardavo, lo carezzavo sulla testa, mi sentivo qualcosa dentro, una lacrima che mi usciva timida dagli occhi e scendeva per una guancia. Mentre viaggiavamo non pensavo che avrei avuto una reazione così, anche perché non pensavo di tenere così tanto ad una persona che faceva parte della mia vita in modo relativo. Non badavo a nessun altro, mi piaceva stare lì ad accarezzare il nonno, ero impegnata in un dialogo mentale in cui in pratica mi scusavo con lui di essere una persona un po’ difficile e ribadivo il mio affetto per lui. Presa da questi pensieri, non mi accorsi subito della grande corona che venne portata nella stanza da due uomini in abito scuro e occhiali da sole. Li vidi di sfuggita e ricordo che mi rimase impresso che portavano sul taschino della giacca, sulla destra, una piccola spilletta con una stella nera e uno strano simbolo inciso sopra. Come entrarono nella stanza, tutti i miei parenti si risollevarono dal torpore in cui erano di nuovo sprofondati per ricevere il saluto di quelle due persone, che pensavo fossero delle pompe funebri. Appena se ne andarono guardai la mamma, aveva un’aria furente e neanche sapevo il perché, pensai che si trattasse di un omaggio di qualche persona a lei sgradita. La corona era molto bella, la cosa più strana era quanto era scritto sul nastro che la accompagnava: IN RICORDO DEL GRAN MAESTRO.

Finalmente se ne erano andati tutti, avevamo chiuso la stanza dove si trovava il nonno e noi eravamo in cucina pronti per metterci a mangiare qualcosa. Eravamo rimaste la zia, la nonna, la mamma ed io, i cugini e lo zio erano tornati a casa loro. Dovevamo farci coraggio, il giorno successivo sarebbe stato il più pesante, le pompe funebri avrebbero sigillato il nonno nel suo abitacolo e l’avremmo portato al camposanto nella tomba dove erano seppelliti i suoi genitori. Era strano mettersi a tavola sapendo che c’era un cadavere nell’altra stanza. Non osavo dirlo alla mamma però, aveva quella sua solita faccia da incavolata cronica e neanche riuscivo a capire il perché. Nessuno apriva bocca se non per mangiare pane e mortadella e per ingerire calmanti, specialmente la nonna, che diceva che si sentiva piuttosto frastornata da tutto quanto.

« Eloisa ed io abbiamo intenzione di rimanere qui ad aiutarvi anche dopo il funerale. Penso che ci siano tante faccende da sbrigare, partendo dalla sistemazione dell’ufficio di papà. Inoltre non vogliamo lasciarvi sole ed una piccola pausa per superare il lutto serve a tutti, anche a noi.» disse la mamma, masticando un boccone. Questa cosa doveva averla pensata al momento, non me ne aveva parlato. A dir la verità da quando eravamo arrivate non mi aveva più rivolto la parola. La nonna sorrise leggermente, il calmante doveva esserle entrato in circolo. Andammo a letto dopo poco. Mentre ci sistemavamo per la notte, chiesi alla mamma come si sentisse. Sorrise leggermente e disse sospirando che sperava che tutto questo sarebbe finito al più presto. Le pesava sapere che il nonno era steso in una cassa sotto i nostri piedi, preferiva saperlo al cimitero, nella tomba di famiglia. Mi fece vedere cosa indossare il giorno dopo e, dopo aver spento le luci, mi volse le spalle e iniziò a dormire profondamente. Era distrutta. Quanto a me ci misi una vita a prendere sonno, tanto che il giorno dopo salì in camera mia zia con il caffellatte per svegliarmi. La mamma era andata a sistemare delle faccende ed io rischiavo di far tardi. « Tra poco chiuderanno il nonno. Te la senti di assistere?» mi chiese la zia. Annuii, corsi a pettinarmi e a lavarmi i denti e mi infilai il vestito che mi aveva detto la mamma. Dopo una mezz’ora mi trovavo con i miei cugini nella saletta dove era stato sistemato il corpo giallastro del nonno, un po’ piagnucolante, ma pronta ad affrontare il funerale, che iniziò entro un’ora.

Non immaginavo di vedere così tanta gente alla sepoltura. Pensai che fosse amato, o che fosse molto conosciuto, d’altronde nei piccoli paesi ci si conosce tutti, poi figuriamoci se per i funerali di un medico non ci si presenta tutti in massa, come se fosse mancata un’autorità locale. Prendemmo posto nel banco di famiglia, nella chiesa principale. Non avevo mai saputo che avessimo un banco solo per noi e, inchinandomi per raccogliere il fazzoletto che mi era caduto dalla tasca, non avevo potuto fare a meno di notare lo stesso simbolo che quei due strani signori della corona di fiori avevano sulla spilla. Che voleva dire? C’era qualcosa che non mi tornava. Che avesse qualche significato? Non potevo pensarci. Il seppellimento del nonno doveva avere tutta la mia attenzione. Dopo la celebrazione accompagnammo il feretro al cimitero per la tumulazione. Fu in quel momento che mi accorsi che c’erano i tizi della corona con degli altri signori, tutti vestiti di scuro e con delle facce piuttosto strane. Inoltre avevano tutti quella spilletta. C’era qualcosa che non mi tornava e mi ripromisi di domandare alla mamma chi erano quelle persone. Il momento in cui la bara fu calata nella tomba fu davvero strano: pensavo che avrei pianto moltissimo ed invece quasi mi sentivo sollevata, come se qualcosa di impegnativo fosse finito. Mi sentivo un po’ in colpa a pensarla così ma quando mi girai verso la mamma, vidi anche sul suo volto la stessa espressione di sollievo, nonostante il dolore provato. A funerale finito ce ne andammo a casa, salutammo chi si avvicinava al cimitero e poi ci chiudemmo in casa. Nessuno aveva voglia di cucinare così ci ordinammo delle pizze e, quando i miei cugini e mio zio si stavano preparando per andarsene a casa loro, la zia disse che per quella notte sarebbe rimasta con noi e la nonna. Quest’ultima era stata tranquilla tutto il giorno, la mamma e la zia, d’accordo con il suo medico, le avevano dato ancora qualche goccia di tranquillante, avevano paura di qualche crisi di nervi, come era successo quando mio zio era morto investito da un treno, da ragazzino. Dopo cena la misero a letto, i miei parenti se ne andarono ed io mi misi a guardare un po’ di televisione in cucina, prima di andare a letto.

Crollavo sulla sedia, mi stavo addormentando sul tavolo, allora decisi di andarmene a dormire anche io. Dovevo riposare, anche perché il giorno successivo volevo essere in forma per braccare a dovere la mamma e domandarle di quegli strani signori e di quel simbolo che trovavo ovunque mettessi gli occhi. Percorrendo il corridoio che portava alla mia cameretta, al piano superiore, si passava per forza davanti allo studio del nonno. La luce era accesa e dentro vi trovai la mamma e la zia, decisamente un po’ alticce, che parlavano tra di loro dei tempi andati. Le salutai, scherzando con loro di non esagerare e di accendere le luci per andare a letto, che gli spigoli dei mobili erano in agguato e me ne andai. « Ognuno esorcizza a suo modo » mi dissi, ma se fossi stata al loro posto non avrei scelto di certo l’ufficio del nonno per “dimenticarlo”. Era la stanza che più di tutte mi metteva paura a casa della nonna e questo anche da adulta. Era piena di mobili zeppi di libri di medicina rilegati in marocchino, animali imbalsamati e qualche pianta qua e là, messa dalla nonna nel tentativo di rendere accogliente quella stanza. Inoltre c’erano i ritratti dei familiari del nonno, raffigurati con aria arcigna e baffi severi. Ma la cosa che più mi incuriosiva e mi metteva paura era quell’armadio di mogano scuro che il nonno teneva sempre chiuso a chiave e al quale non ci si poteva avvicinare. Chissà cosa ci teneva dentro, forse adesso che lui non c’era più avrei potuto scoprirlo. Pensavo sempre da bambina che al suo interno ci fossero scheletri di uomini uccisi dal nonno durante delle operazioni chirurgiche e che un giorno o l’altro questi sarebbero venuti a prendermi e questo pensiero mi ritornò in mente quando mi svegliai intorno alle due del mattino con un’urgenza impellente. Vidi la mamma nel letto accanto al mio, mi girai nel letto cercando di riprendere sonno, ma no, dovevo proprio andare in bagno e per andarci dovevo passare davanti allo studio del nonno. Riflettei. Non avevo più cinque anni, ero adulta e matura e sapevo che il nonno non nascondeva scheletri nel suo armadio, così mi alzai, accesi la luce del corridoio, corsi in bagno a fare quello che dovevo fare e tornai verso la mia stanza, decisa a non dare neanche una sbirciata nello studio. Quando ci fui davanti però non mi trattenni: socchiusi la porta e vidi proprio davanti all’armadio uno spettro con un chiavistello in mano che, come si rese conto di essere stato scoperto, sparì aprendo la bocca come per urlare. La chiave cadde sul tappeto, ma io, presa dallo spavento, ero già corsa nella mia camera, sotto le coperte, dove pensavo di essere al sicuro.


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