L’Ordine del Sole 2

January 17, 2012

II

Greenwood.

Il sole allo zenit illuminava e riscaldava la valle di Zar, Gradel guardandosi alle spalle vide le bianche mura del castello di Krotz riflettere la luce solare. La primavera, che si era attardata ad arrivare, stava lasciando i primi segni sul terreno. Anche il Sole Velato, simbolo del malvagio, era alto nel cielo. Un enorme corpo celeste che contendeva al Sole il predominio dei cieli. Una gigantesca massa di roccia nera, contornata da una pallida corona di luminescenza viola, sembrava un astro in eclisse perenne, oscurato da un cancro nero che impediva alla sua luce di filtrare. Le sue fasi coincidevano con quelle del Sole; sorgevano e tramontavano nello stesso momento, come per fronteggiarsi ogni giorno rinnovando continuamente la lotta fra luce ed ombra. Così come non si poteva guardare il Sole senza restare abbagliati dalla sua dardeggiante luce, non si poteva fissare il suo oscuro avversario celeste senza rabbrividire e dover distogliere lo sguardo per paura che l’oscurità invadesse l’anima. Da sempre il suo potere oscuro alimentava il maligno in tutte le sue forme. Il cono d’ombra, che scagliava dall’alto del cielo, oscurava un intero continente chiamato Blackheart. Una terra aspra e impoverita dalla perenne penombra scagliata dal Sole Velato. Non vi cresceva nient’altro che erbacce e piante dall’aspetto malsano e raccapricciante. Una terra governata dal caos, dove la ragione sta dalla parte dei forti e dei potenti. Piccoli reami di stregoni e signorotti che con i loro eserciti, di raccapriccianti creature, si danno battaglia per conquistarsi a vicenda e accrescere il loro potere, oppure si uniscono per muovere guerra alle Terre della Luce. Spesso le genti di Blackheart tentano di fuggire dalle loro terre martoriate e oscure varcandone i confini, ma invece di trovare accoglienza come profughi vengono ricacciati indietro, nella migliore delle ipotesi, dalle guarnigioni del Grande Muro. Questo fa aumentare in loro il risentimento e l’odio nei confronti degli abitanti delle Terre della Luce e li porta ad unirsi a coloro che tentano di invaderle per prendere con la forza ciò che i “civili” e “giusti” si rifiutano di condividere. Nel corso della storia da questo continente erano arrivate orde di cavalieri oscuri e maghi malvagi per conquistare le Terre della Luce. L’ultima invasione risalente a cinquant’anni prima era stata fermata e gli oscuri ricacciati al di là della stretta lingua di terra che divide i due continenti. A difesa dei confini sorgeva un grande muro intervallato da massicce torri, a base quadrata, con un unico portale al centro. Dietro l’imponente costruzione, sorgevano tre fortezze equidistanti, chiamate il Triangolo di Luce, due più avanzate ed una più arretrata. Ognuna delle tre grandi fortificazioni era visibile dalle altre due, grazie anche alla conformazione pianeggiante del terreno, e originariamente erano presidiate da guarnigioni armate pronte ad accogliere gli invasori se il Grande Muro non li avesse fermati. Con il passare dei secoli le guarnigioni delle tre fortezze si assottigliavano sempre di più, non per le perdite in battaglia, ma perché nessun invasore riusciva mai a superare il Grande Muro e, alla fine, i castelli furono abbandonati perché il Grande Muro non cedette mai e non ci fu nemmeno mai bisogno di ripararlo. Le pietre che lo componevano, secondo la leggenda, erano state ricavate dalle pareti della tana di un gigantesco drago sul Monte Grigio che con il suo alito le aveva compattate e rese resistenti a qualsiasi cosa. I blocchi di pietra erano poi stati trasportati magicamente da una costa all’altra dai maghi della Luce e mai catapulta o sortilegio, per quanto potenti potessero essere, riuscirono a scalfirlo.

 

La valle di Zar, dove sorgeva il castello di Krotz, era imprigionata dalle alte vette dei monti Kalit, che nella lingua dei nani che abitavano quelle cime, significa “striati”. Enormi filoni di materiali lucenti e minerali preziosi solcavano le strapiombanti pareti di granito scuro, riflettendo i raggi solari colorandoli e creando stupendi giochi di luce. I primi clan di nani cominciarono a scavare questi enormi giacimenti all’aperto seguendoli nelle profondità della roccia, creando gallerie, cunicoli e stanze sotterranee che, con il passare del tempo, si trasformarono in una vera e propria città sotterranea la quale, secondo le leggende, si estendeva sotto tutta la catena montuosa. Il numero dei clan crebbe sempre di più fino a diventare il più grosso regno nanico delle Terre della Luce.

Il cavallo di Gradel percorreva agilmente il terreno pianeggiante dirigendosi verso il passo che conduceva all’esterno della valle costeggiando il fiume Zar, dal quale la valle prendeva il nome. Il cammino era tranquillo e in distanza non si vedeva nessuno, cosa normale per la valle, che era utilizzata dagli apprendisti maghi per sperimentare i loro incantesimi. Macchie di terreno annerite dal fuoco, sagome di legno pietrificate e alberi fuori misura che muovevano i loro rami autonomamente, disseminati un po’ ovunque, ricordarono a Gradel le migliaia di volte che si era trovato su questo terreno per provare incantesimi. Dopo alcune ore di marcia, il passo cominciava ad apparire alla vista e il sentiero cominciava a salire delicatamente verso le alte cime.

La sera cominciò a calare dal cielo e Gradel decise di fermarsi, appena fuori dal passo, per la notte e ripartire alle prime luci dell’alba. Trovò riparo in una piccola spaccatura tra due pareti di roccia nascosta da alcuni arbusti. Dopo aver sistemato il cavallo assicurando le redini ad uno spuntone di granito, gli tolse la sella. Ammucchiò dei rametti secchi raccolti lì intorno e li accese con lo stesso incantesimo che lo aveva fatto diventare ciò che era. Dispose le coperte sul terreno accanto al fuoco e si mise a contemplare il cielo. Da molto non trascorreva più una notte all’aperto e non si ricordava d’aver mai visto un firmamento così immenso e luminoso. Un rumore, probabilmente il ramo di un albero mosso dalla leggera brezza che solcava la valle, lo distrasse dall’infinità del cielo. Per la prima volta si rese veramente conto di essere solo e di dover badare a se stesso di fronte a qualsiasi evento. Si ricordò che i nani non erano gli unici abitatori dei monti Kalit. Bande di orchi e di goblin scorrazzavano spesso tra le vette e una volta erano persino arrivati nella valle di Zar. Quel giorno Gradel aveva assistito a cosa possono fare un gruppo di maestri di magia che coordinano i loro incantesimi. Gli orchi fuggirono dopo il primo assalto, lasciando più di metà dei loro pietrificati nella valle. I maghi li lasciarono all’ingresso del passo come monito per scongiurare future incursioni. Terrorizzato e timoroso di essere attaccato nel sonno, Gradel disseminò la zona di incantesimi difensivi e trappole magiche, ma questo non riuscì a confortarlo. La lieve brezza serale si era trasformata in un lamento spettrale e angosciante infilandosi tra le gole e i canali rocciosi. Il rumore rimbombante delle piccole pietre, che si staccavano ogni tanto dalle pareti rotolando verso il basso, sembravano una vera e propria carica di cavalleria, facendolo sussultare ogni volta.

Passò la notte insonne e alle prime luci dell’alba, più stanco di quanto non lo fosse stato la sera prima, si alzò e si preparò alla partenza. Molte altre notti avrebbe dovuto passare all’aperto e se avesse continuato a non dormire sarebbe presto crollato per la stanchezza. Sistemò le sue coperte sul cavallo e, dopo averlo sellato, partì. Lasciatosi alle spalle il passo, viaggiò per tutto il giorno. Il cavallo di Gradel si arrampicava sugli stretti sentieri e attraversava le gallerie scavate dai nani per superare invalicabili pareti rocciose. Il tramonto giunse e imporporò il cielo; gli ultimi raggi di luce si riflettevano sulle venature di quarzo rosa vivacizzando per l’ultima volta le scure formazioni granitiche dei monti Kalit e lasciandole tornare all’oscurità a cui tanto assomigliavano.

Gradel trovò riparo in una piccola grotta proteggendone l’entrata con un incantesimo difensivo. Questo però non bastò a rassicurarlo. Trascorse nuovamente la notte in uno stato di tormentato dormiveglia in cui gli incubi si confondevano con una realtà di rumori e suoni.

A metà del terzo giorno, dopo aver rischiato più volte di cadere da cavallo per la stanchezza, cominciò ad intravedere in distanza la foresta di Greenwood. Il sentiero superò serpeggiando gli ultimi ostacoli e cominciò a scendere dolcemente verso il basso, seguendo un percorso zigzagato, come un sinuoso rettile in movimento, fino a congiungersi con l’Antica via del Sud. Nell’antichità questa strada congiungeva le Terre della Luce con i reami del sud. Era una florida rotta commerciale in entrambe le direzioni prima che i rapporti diplomatici si incrinassero fino a spezzarsi ed a trasformarsi in un vero e proprio conflitto. Si parlò di eccessiva tassazione sui prodotti del sud, di troppo frequenti scorrerie ai danni delle carovane di mercanti e di mille altri motivi, ma probabilmente erano tutti pretesti per cominciare manovra di conquista espansionistica verso nord che uno dei molti reggenti dei reami voleva intraprendere. La “Guerra dei Reami” come venne chiamata, durò pochissimo, il tempo di una sola luna. A parte molte piccole battaglie isolate, l’unico assalto in forze venne respinto senza troppi problemi grazie all’appoggio che i clan dei nani e le tribù elfiche prestarono al cavalierato. Entrambe le razze videro minacciati i loro territori e non ebbero difficoltà ad allearsi con i cavalieri del Sole. L’antica via del Sud non fu più usata, né per i commerci né per tentativi di invasione, grazie anche ai monti Kalit e alla foresta di Greenwood che la fiancheggiavano, rispettivamente ad ovest ed a est, scoraggiando chiunque dall’intraprendere azioni di conquista; l’invasore si sarebbe trovato di fronte i fieri cavalieri del Sole e avrebbe esposto i fianchi agli attacchi dei barbuti abitanti delle montagne e alle micidiali frecce degli elfi.

Gradel aveva studiato molto gli usi e i costumi, imparandone anche la lingua, degli elfi silvani che venivano spesso chiamati “figli degli alberi”, e sapeva quanto i suoi membri erano restii a far attraversare la loro terra agli umani. Decise quindi di rimanere ai limiti del bosco e costeggiarlo verso nord. Gli imponenti alberi svettavano verso il cielo quasi sfidandolo con la loro orgogliosa chioma ma, ad un secondo e più attento sguardo, la sfida appariva più come un abbraccio alla volta celeste e alla luce del sole.

Dopo un intero giorno di cammino senza sosta, giunse nuovamente la sera. Gradel decise di accamparsi appena all’interno del bosco per avere così un riparo maggiore da qualsiasi cosa dimenticandosi però che, così facendo, avrebbe sconfinato nel territorio elfico. Sistemò velocemente il suo piccolo accampamento e si sdraiò, sempre con gli occhi ben aperti, deciso a vegliare tutta la notte. Il buio calò e Gradel sentiva nelle sue ossa la stanchezza di tutto il viaggio. Le sue palpebre cedettero e il sonno prese il sopravvento sulle sue preoccupazioni. Sognò Barash, la sua infanzia, la gente della città. Tornò ad essere quel bambino che giocava per le strade con i suoi amici a salvare il mondo con spade di legno. Combattevano i mostri creati dalla loro fantasia e si scontravano tra di loro in epiche battaglie. Sognò i suoi compagni. Li rivedeva tutti, uno per uno, con i volti carichi di speranze e di sogni, chissà cosa aveva deciso per loro il destino? Chissà se anche loro, come lui, avevano realizzato le loro fantasie? Sognò il piccolo Darel, il figlio del fabbro, che sognava di essere un poderoso guerriero, e sua sorella, la piccola Elder. Sognò anche Barkal, il figlio del cavaliere che governava Barash. Bambini diversi e di diverse età uniti dall’amicizia, dalla fantasia e dalla voglia di avventura.

Una goccia di rugiada precipitò giù da una foglia andando a cadere sul viso di Gradel. Il giovane si destò di soprassalto e si accorse che il sole stava ormai uscendo dal suo nascondiglio per dar vita ad un nuovo giorno. Maledicendosi per la sua imprudenza, ma grato per aver passato una notte tranquilla, raccolse le sue cose e si affrettò a partire. Dopo un altro faticoso giorno di marcia, il sole cominciò il suo lento declino e il cielo cominciò a colorarsi con le sfumature del tramonto. Gradel intravide all’orizzonte una colonna di fumo che si alzava da dietro una bassa collinetta erbosa. Spronò il cavallo, deciso a raggiungere quello che credeva essere un accampamento per poter parlare finalmente con qualcuno dopo tre giorni di solitudine. In pochi minuti arrivò ad una distanza tale da permettergli di vedere da dove provenisse quel fumo. Una nuvola di polvere, sollevata da qualcosa, lasciava intravedere ben poco di quello che stava accadendo. Gradel, incuriosito, si avvicino ancora e finalmente riuscì a capire ciò che stava succedendo. Un gruppo di uomini stava accerchiando un carro roteando le spade, un altro carro era stato dato alle fiamme e un altro era ricoperto di una miriade di frecce e di quadrelli di balestra. Vedendo che il rapporto tra gli assalitori e chi difendeva il carro era di cinque a uno, decise di intervenire. Lanciò al galoppo il cavallo, cercando nella sua mente quale fosse l’incantesimo più adatto all’occasione. Arrivato a tiro di arco vide che gli assalitori erano decisi a distruggere gli oppositori e che gli si scagliavano addosso con cariche feroci. Lanciò un piccolo sacchetto e una parola uscì dalle sue labbra. Quattro degli aggressori caddero a terra senza sapere cosa li avesse colpiti. Una freccia colpì in pieno petto uno degli uomini che difendevano il carro facendolo crollare a terra, mentre l’altro respingeva le continue aggressioni brandendo una spada dalla lama sottile con grande maestria. Due corpi giacevano ai suoi piedi caduti vittima delle sue abili stoccate. Gli aggressori, vedendo Gradel avvicinarsi a cavallo, si riorganizzarono dividendosi. Due di loro, girate le loro cavalcature, si diressero verso di lui, decisi a fargli pagare cara la sua intromissione. Gradel pronunciò un’altra parola e lanciò un piccolo pezzo di ragnatela che si ingrandì e avvolse i suoi avversari, bloccandoli con le sue trame vischiose. Liberatosi di quei due, si diresse verso il carro per aiutare l’ormai stremato difensore. Le lame dei due uomini che lo attaccavano avevano passato molte volte le sue difese e i segni sulla sua armatura di cuoio erano ben visibili. Pochi minuti e avrebbe ceduto definitivamente. Ma pochi minuti erano sufficienti a Gradel per avvicinarsi alle spalle degli aggressori e una volta fatto pronunciò una parola e richiamò la loro attenzione. Uno dei due girandosi lasciò cadere la spada e fuggì urlando. L’altro, distratto dall’urlo, abbassò le difese e la lama di colui che stava attaccando, lo trafisse uccidendolo. La battaglia era terminata e Gradel scese da cavallo per aiutare l’uomo del carro che, vittima dello sfinimento, si era accasciato a terra.

Ti ringrazio molto, ti devo la vita!” disse l’uomo respirando affannosamente e premendosi la mano sinistra su una evidente ferita al fianco.

E’ meglio lasciare a dopo i ringraziamenti, tra non molto quei quattro che ho addormentato si sveglieranno e loro,” disse rivolgendo lo sguardo ai due che aveva bloccato all’interno della ragnatela, “saranno liberi.”

Gradel lo aiutò a salire in cassetta e si diresse verso l’altro carro. Dopo aver legato le redini della sua cavalcatura, salì sul carro e spronò i cavalli.

La piccola carovana si diresse verso la foresta e, percorrendo una pista ben battuta a velocità sostenuta, penetrò all’interno della vegetazione. Il carro di testa si fermò e Gradel tirò i finimenti per far fermare anche quello che guidava lui. Sceso dal carro, si guardò intorno con circospezione, attendendosi da un momento all’altro un attacco degli elfi come ricompensa per la loro intrusione nella foresta di Greenwood. Avvicinandosi alla testa della carovana vide l’uomo che aveva salvato chino su di un corpo vicino a lui. Una freccia aveva attraversato l’armatura di cuoio e un rivolo di sangue fuoriusciva dalla ferita.

Lo hanno ucciso! Quei maledetti lo hanno ucciso per un mucchio di pelli!” La voce di quell’uomo era interrotta dai singhiozzi.

Mi dispiace molto! Ho paura però che se non usciremo dalla foresta qualcuno piangerà anche per noi.”

Non temere, qui siamo al sicuro, i miei fratelli non ci attaccheranno.”

Per la prima volta Gradel si soffermò a guardare il viso di quel giovane e si accorse che era un elfo. Le punte delle orecchie bucavano una coltre di capelli biondi che coprivano le spalle. Il viso era bellissimo, anche se distrutto da un espressione di dolore per la perdita dei compagni. La carnagione chiara e gli occhi di un azzurro profondo come un laghetto di montagna.

Sono Miwok, e come avrai notato sono un elfo. Ti sono debitore, se non fosse stato per te ora sarei con mio fratello nei boschi della luce.”

Salute a te, Colui che vola come il corvo,” Rispose traducendo il nome dell’elfo come era usanza fare ad un primo incontro, “io sono Gradel, mi dispiace di non essere arrivato prima, forse avrei potuto salvare anche lui.”

Hai già fatto molto per me. Vedo che tu conosci la mia lingua, sei forse un mercante?”

No, sono solo un discepolo della grande arte della conoscenza e la tua razza ne è maestra. Hai idea di chi fossero quegli uomini?”

Probabilmente predoni, che Abel li fulmini!” Rispose l’elfo stringendo i pugni.

Dove eravate diretti prima dell’attacco?”

Trasportavamo pelli alle città di Salas e di Barash, ma ora devo tornare indietro e portare le salme dei miei compagni a casa. Tu dove eri diretto?”

Sto tornando a Barash, la città in cui sono nato.”

Vieni con me Gradel, sarai mio ospite e poi, se lo vorrai ti accompagnerò, è il minimo che possa fare!” L’elfo salì sul carro e senza attendere la risposta di Gradel spronò i cavalli.

All’interno della foresta, Gradel si trovò di fronte al più bello spettacolo della sua vita. Il suo animo si rilassò abbracciato dai profumi del sottobosco e dei fiori, che combattevano fra di loro a colpi di fragranze odorose per aggiudicarsi il favore degli insetti impollinatori. Macchie di diversi colori delimitavano la zona di predominio di una specie vegetale sulle altre, ma ognuna aveva il suo spazio vitale per prosperare. Alberi di ogni tipo crescevano rigogliosi e spiccavano la loro corsa verso il cielo allungando i loro giganteschi tronchi e allargando le loro chiome verdeggianti. Scoiattoli grigi si lanciavano giocosamente da un ramo all’altro senza mostrare alcun timore per i carri sotto di loro.

Un imponente cervo si stava abbeverando in un ruscello dall’acqua cristallina, divaricando leggermente le esili ma potenti zampe anteriori e abbassando la regale testa contornata dall’imponente ramificazione delle corna, quasi si stesse inchinando al loro passaggio. Quando gli furono vicini, il cervo sollevò la testa e, dopo un breve sguardo, ritornò ad abbeverarsi invece di darsi alla fuga saltando nel fitto sottobosco, come avrebbe fatto da qualsiasi altra parte. Gradel si stupì del comportamento fiducioso e mansueto del cervo e degli altri animali che incontrarono sul loro cammino. Sembrava che la paura non esistesse all’interno di Greenwood, l’enorme cupola di vegetazione che li sovrastava la teneva lontana, al di fuori dei propri confini.

A tarda sera giunsero alle porte della città degli elfi. Entrando nella foresta Gradel si trovò di fronte il più bello spettacolo della sua vita. Il suo animo si rilassò abbracciato dai profumi del sottobosco e dei fiori, che combattevano fra di loro a colpi di fragranze odorose per aggiudicarsi il favore degli insetti impollinatori. Macchie di diversi colori delimitavano le zone di predominio di una specie vegetale sulle altre, confini netti come in un quadro il cui pittore aveva tracciato con dovizia i particolari. Ai lati del sentiero, di fronte a loro, due imponenti alberi secolari appartenenti alla famiglia delle conifere, si slanciavano verso l’alto incurvandosi leggermente l’uno verso l’altro per poi incontrarsi e fondersi in un unico tronco ed un’unica chioma rigogliosa. Gradel tirò le redini del carro per rallentare ed ammirare meglio quello spettacolo della natura, non aveva mai visto nulla di così imponente e stravagante allo stesso tempo, e anche ora che gli stava di fronte faticava a credere ai suoi occhi. Miwok vide lo sguardo perso nel vuoto del suo compagno di viaggio e sorrise a quell’innocente ignoranza che lo portava a stupirsi di una cosa che per lui rientrava nella quotidianità.

“…Questi alberi sono qui da prima che gli elfi fossero creati e moriranno quando l’ultimo di essi lascerà queste terre…”

Una leggenda,” cominciò a dire l’elfo, “narra che molte generazioni fa, prima ancora che i miei antenati nascessero, i maestri dei druidi modellarono questi alberi per formare un portale che proteggesse un piccolo villaggio di esseri creati dal Sole e vi fecero crescere intorno un bosco. Il villaggio prosperò così come le creature che lo abitavano, che impararono a vivere in simbiosi con la natura. Costruimmo le nostre case tra quegli alberi che ci proteggevano e ci nutrivano, di pari passo, per secoli, elfi e natura si svilupparono; il villaggio divenne una città e il piccolo bosco una foresta impenetrabile. Quel periodo della nostra storia è chiamato l’era dell’alba.” Miwok si interruppe vedendo che lo sguardo di Gradel si era fissato su di lui ma che il pensiero del giovane sembrava altrove.

Devi perdonarmi, ti starò annoiando con i racconti delle mie genti.”

Nient’affatto,” Si affrettò a rispondere Gradel dopo essersi scosso, “mi interessa molto, nei miei studi ho letto molto sulla storia del tuo nobile popolo, ma niente che riguardasse la creazione di Greenwood e della razza degli elfi. Ti sarei grato se continuassi la tua storia.”

Magari più tardi, ora è meglio affrettarci, tra poco scenderà la notte.”

Miwok indicò la via da percorrere e si diressero verso la casa dell’elfo sotto gli occhi stupefatti e irritati degli altri elfi. Gradel, con il cappuccio tirato sulla testa, era intimorito da quegli sguardi e camminava velocemente dietro il suo ospite. Un drappello di guardie armate si parò dinanzi a loro proprio sulla soglia della casa di Miwok.

Chi è il tuo ospite Miwok?”, domandò quello che doveva essere il comandante, “Perché lo hai condotto in città? Nessun umano può entrare qui, lo sai!”

Siamo stati nuovamente attaccati dai predoni, mio fratello e gli altri sono stati uccisi. Questo è Gradel, mi ha salvato la vita e ha salvato il carico, lo ospiterò fino a quando ripartiremo insieme per Barash.”

Gradel si tolse il cappuccio e, con un sorriso, sporse avanti la mano per salutare. Le guardie fecero un balzo indietro sguainando le loro spade.

Non è mia intenzione recarvi danno,” disse Gradel per calmarli alzando le mani, “Non sarebbe neanche saggio da parte mia sfidare un’intera città da solo, tanto più dopo aver visto Miwok maneggiare la spada, se anche la vostra abilità è pari alla sua, ben poco sarebbe il tempo che impieghereste per annientarmi.”

Come ha fatto quest’uomo a salvarti se è disarmato?”, chiese una delle guardie a Miwok.

A dire la verità non lo so, vedevo solo i miei aggressori che cadevano o che scappavano di fronte a lui.”

Le mie armi, signore,” intervenne Gradel, “sono la Conoscenza e la Magia, lascio a voialtri l’uso dell’acciaio!”

Bene,” disse il capo delle guardie, “un mago, suppongo che tu sia appena uscito dalla valle di Zar, non capisco perché voi uomini vi ostiniate a cercare di apprendere un’arte tanto raffinata per le vostre menti rozze. Lasciate che siano gli elfi ad utilizzare ciò che solo loro sono degni di apprendere.”

Gradel, imbarazzato ed irritato ponderò attentamente le parole per rispondere a quel sottile e pungente insulto “Le vostre parole non sono degne di una nobile creatura quale voi siete, ma piuttosto ad una creatura del Sole Velato. Solo loro credono di essere superiori agli altri.” Gradel si fece forza e rispose all’insulto del capitano che, con lo sguardo carico d’ira fece per assalirlo ma poi rinfoderò la spada.

Non mi sporcherò del tuo lurido sangue, umano!” fece un cenno alle guardie e se ne andarono.

Girandosi per l’ultima volta verso Miwok disse: “Dovrai risponderne di fronte al Re.”

Perdonalo Gradel, anche lui ha perso un famigliare per colpa di un uomo.” Miwok aprì la porta di casa ed entrò seguito da Gradel, al quale batteva forte il cuore per la paura e la tensione che avevano accompagnato i momenti trascorsi tra la sua presa di posizione e l’ingresso in casa.

Forse non avrei dovuto seguirti qui, potresti passare dei guai per colpa mia.”

Miwok fece accomodare Gradel e gli offrì una bevanda dal gusto dolce e leggermente alcolico. Parlarono di molte cose e Miwok spiegò che da molto tempo le loro carovane erano assalite sulla strada appena fuori dalla foresta, sapevano sempre quando una carovana stava partendo.

Evidentemente c’è una spia tra di voi.” Azzardò Gradel.

Non è concepibile che un elfo sia così malvagio da mettere a rischio la vita dei suoi fratelli.” Il tono di voce di Miwok appariva scosso dall’affermazione di Gradel.

Scusami se ho insinuato che potrebbe esserci una spia, ma prova a metterti nei miei panni, dall’esterno può sembrare la soluzione più ovvia.”

Ora devo andare, devo fare i preparativi per i funerali di mio fratello.”

Posso essere utile in qualche modo?”

No, grazie. Se vorrai potrai assistere alla cerimonia ma, per ora, rimani qui e disponi della mia casa come se fosse la tua.” Detto questo Miwok uscì e lasciò Gradel a bere il suo tè, assorto in mille pensieri.

Giunse la sera e Miwok ritornò a casa. Il suo corpo era coperto da delle lunghe vesti nere con ricamato sul petto uno strano simbolo raffigurante un sole che tramontava dietro degli alberi. Gradel si ricordò dei suoi studi e riconobbe la veste funebre.

I preparativi per la cerimonia sono terminati, se vuoi assistervi. Indossa questa”, disse porgendo a Gradel un abito uguale al suo.

Gradel lo indossò e segui l’elfo in religioso silenzio. Arrivarono in una radura al centro della foresta. Nel mezzo della radura si ergeva un gigantesco albero. Gradel conosceva le usanze elfiche e sapeva come si svolgeva la cerimonia funebre; il defunto veniva portato all’albero della vita dove, grazie ad una complessa cerimonia, la sua anima era messa al cospetto della Luna, giudice supremo delle anime. Se la Luna avesse deciso che l’elfo ne era degno, lo avrebbe presentato al Sole e la sua essenza sarebbe rimasta per sempre nei pascoli del Sole. Tutto ciò però era solo teoria per Gradel che assisteva stupefatto allo svolgersi delle pratiche. Uno degli elfi, abbigliato con delle vesti bianche, si avvicinò all’altare sul quale erano appoggiati i tre corpi senza vita. Cominciò a cantilenare appoggiando le mani sulla fronte del fratello di Miwok. Ci fu un esplosione di luce e Gradel rimase temporaneamente accecato. I suoi occhi abbagliati lottarono per dissipare le macchie prodotte dall’intensa luce. Gradel riuscì finalmente a schiarire la sua vista giusto in tempo per vedere ciò che non avrebbe mai più rivisto; uno spettro luminoso si sollevò dal corpo immobile e si proiettò verso l’alto ad una velocità incredibile per ritornare, così com’era partita, dopo alcuni istanti. Il corpo, scosso dal rientro di quella che doveva essere l’essenza dello spirito, si sollevò in aria e si diresse verso l’albero della vita. Gradel vide il corpo accostarsi all’albero, allungare le braccia per toccarlo e cominciare una lenta trasformazione. L’elfo si trasformò in un ramo che immediatamente si ricoprì di foglie e fiorì. In coro, tutti i presenti lodarono il sole intonando, in lingua elfica, un canto di ringraziamento per aver accolto il loro fratello nei suoi pascoli. Sul ramo appena apparso comparirono, in rilievo, lettere d’oro che indicavano il nome del defunto. La cerimonia si ripeté anche per le altre due vittime dell’assalto alla carovana con uguali risultati. Finiti i riti funebri ritornarono a casa di Miwok. Non una parola interruppe il silenzio per tutta la strada. Giunto a casa e tolte le vesti cerimoniali, Miwok spezzò la monotonia priva di suoni dell’aria.

Ho parlato con il nostro Re oggi, è stato molto difficile convincerlo a farti rimanere qui fino alla nostra partenza. Ho provato anche a dirgli della tua idea che ci fosse una spia tra di noi. In un primo momento si è infuriato, poi ha cambiato discorso ma mi sembrava molto pensieroso e ho visto sul suo volto l’incertezza. Domani quando partiremo avremo la possibilità di appurare questo tuo sospetto.”

Pensavo che l’idea della spia fosse stata scartata.” Disse Gradel sorpreso.

Ho avuto molto tempo per pensarci, ho deciso di non escludere nessuna possibilità e poi, per il momento, è anche l’unica spiegazione logica.”

Bene allora partiremo domani e staremo a vedere.”

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