Venus in Furs – Cap. 1: Lillian ottiene un lavoro

December 20, 2011

Lillian guardava dal finestrino dell’autobus la gente camminare lungo Oxford Street, stretta in cappotti e cappelli, il cielo una uniforme distesa di batuffoli di cotone sporchi in quel Giovedì di Ottobre. Si strinse nel suo parka grigio, avvolgendo le mani in guanti sottili di lana fucsia a cui aveva tagliato le dita; indossava un abito nero a girocollo che le arrivava alle ginocchia, un po’ stretto lungo i fianchi, un paio di stivali scamosciati color terra di siena e i suoi occhiali rotondi. Portava sulla testa una fascia ampia, del colore dei suoi guanti, che le spingeva i capelli ricci e neri lungo la schiena e le liberava il muso. Le mani tremavano un po’, non per il freddo ma per l’emozione.

Si girò attorno, guardando le persone che la circondavano. Era seduta da sola sul sedile a due posti lungo il lato sinistro del bus; di fronte a lei, due donne di una certa età che confabulavano a voce bassa, commentando il modo di vestire di passanti occasionali; dietro, due ragazzetti con la divisa di qualche college, i volti grigi come il cielo di quel giorno. Lungo il lato destro, una donna dai lunghi capelli biondi con un bambino riccioluto e biondastro, meno di sei anni, che la stava fissando ormai da un po’. Lillian gli sorrise, ma il bimbo si ritrasse contro sua madre; questa lo abbracciò, dicendogli qualcosa di rassicurante mentre lanciava un’occhiata vagamente impaurita verso la morfa. Durò pochi istanti, ma Lillian distolse lo sguardo, il sorriso cancellato dal muso, con un peso che iniziava a raccogliersi nel suo stomaco.

Si alzò, dirigendosi verso l’uscita, e scese alla prima fermata, ancora distante dalla sede dell’istituto di musica. Guardò l’orologio: le dieci e un quarto. Era in anticipo sull’appuntamento, e anche recandosi là a piedi avrebbe continuato ad esserlo. Inspirò a pieni polmoni l’aria fredda del mattino, annusando gli odori della città, e prese a camminare.

 

La sala d’aspetto era spoglia, vuota. Era stata dipinta di bianco, ma qualcuno vi aveva successivamente deposto uno strato di vernice giallo uovo alto fino a metà del muro, piuttosto di recente, il cui odore era ancora ben percettibile. Qua e là, da sotto lo strato giallo si intravedevano graffi e scarabocchi. All’interno, dieci sedie di legno, molto vecchie e scricchiolanti; Lillian era seduta lì, in attesa.

Ogni tanto qualche parte del suo corpo vibrava di sua spontanea volontà, per la tensione che fasciava Lillian, tanto grande era il suo desiderio di ottenere quell’incarico. Aveva tolto il parka, che teneva strettamente arrotolato attorno alle braccia conserte in grembo.

“La signorina Lillian Edgecombe?” chiese la segretaria, entrando. Era tranquilla: la guardava negli occhi senza averne paura, cosa che rilassò non poco la morfa. “Le signore la stanno aspettando. Prego, da questa parte.”

Lillian appese il parka ad un appendiabiti dopo essersi alzata. Strinse fra le mani, nervosa, la collana con il pendente in legno a forma di stella che le arrivava sullo stomaco. Pregò la sua buona stella di farle andar bene questo colloquio, seguendo la segretaria per i corridoi dalle pareti dipinte di giallo spento fino ad un’altra stanza spoglia, con un pianoforte e una gran cattedra dietro cui sedevano due donne sulla sessantina, che portavano i capelli legati in una coda e in uno chignon e indossavano abiti scuri lunghi fino alle caviglie. La fissarono con quattro occhi cerulei, alzandosi dalle loro sedie e pregandola di sedersi a sua volta. Nei loro sguardi Lillian lesse una certa durezza, severità, ma ancora una volta nessun disprezzo, nessuna paura. Forse curiosità. Profumavano entrambe di violetta, un odore intenso, pungente, con qualche sottotono vagamente chimico.

Lillian si sedette, aggiustandosi l’abito. “Bu-buongiorno,” le salutò. Teneva le mani in grembo, strette l’una all’altra per evitare che se ne vedesse il tremore.

“Buongiorno. Lei è Lillian Edgecombe; è corretto?” disse la donna con lo chignon.

“Sì, signora… Masterson,” rispose lei, leggendo il nome dal badge che la donna indossava.

“Dove ha studiato musica, signorina Edgecombe?”

“Io non ho studiato musica, signora Masterson,” disse Lillian, sotto lo sguardo indagatrice delle due. “Ho… ho iniziato a suonare il pianoforte e a cantare da autodidatta. Sotto la supervisione di mio padre.”

“Suo padre è il signor Gregory Edgecombe, giusto?” le chiese l’altra.

“Sì, signora Ashcroft. E’ curatore dell’orchestra Corpus Christi a Edimburgo.”

La donna lesse lo stampato del suo profilo, annuendo. “Non vedo qui alcun accenno a scuole di musica, signorina Edgecombe. Posso chiederle come mai?”

“Mio padre non ha mai voluto. Diceva… che certe scuole non riescono a tirare fuori il talento di una persona, ma lo uccidono.”

“E lei condivide le sue idee, signorina Edgecombe?” chiese la signora Ashcroft, allungandosi impercettibilmente verso di lei. Lillian si sentì studiata, sotto esame; soprattutto, capì che le due aspettavano un suo giudizio sull’educazione musicale in generale, giudizio che sarebbe stato usato certamente come parametro per valutare se accoglierla o rifiutarla. Rischiare sarebbe stato sciocco, ma se avesse alzato la posta forse avrebbe avuto qualche chance in più di ottenere ciò che voleva. Forse valeva la pena tentare con le frasi giuste.

“Non lo so, signora Ashcroft,” rispose la morfa. “Non le ho frequentate. L’unica cosa che so è che posso eseguire una sonata per pianoforte senza troppi errori, non stecco e non canto in falsetto, ma non so spingere la mia voce verso toni troppo alti,” rispose Lillian, dimenticando di respirare al termine della frase, in attesa della risposta. Tutti i suoi muscoli addominali si contrassero, dandole una breve fitta di dolore.

Le due donne si scambiarono una occhiata fugace. “Prego, si accomodi pure al pianoforte allora.”

“Cosa… volete che suoni?”

“Lei cosa suonerebbe?”

“Io…” Lillian sorrise: non sperava in una domanda del genere. “Il mio cavallo di battaglia è sempre stato Because the Night. Mio padre mi ha insegnato a suonarla e arrangiarla al meglio per il pianoforte, e mi ci esercito sempre quando mi sento giù. Patti Smith non è Bach, lo so, ma…”

“Curioso,” disse la signora Masterson. Le due si guardarono, pensose, dopo di che la signora Masterson proseguì. “Può… può provare ad eseguirla. A patto che a questo pezzo segua qualcosa di più… canonico, per così dire.” La signora Ashcroft tacque, limitandosi ad assentire. Era chiaro che se la sua esecuzione non fosse stata al di sopra delle loro aspettative, Lillian non avrebbe avuto quel posto. Aveva alzato la posta, come voleva, ora avrebbe dovuto giocare nel modo giusto le sue carte. Ma valeva la pena giocarsela fino in fondo.

Il volto di Lillian si illuminò. “Sì, signora Masterson. Molto volentieri, la ringrazio…”

“Prego, il pianoforte,” tagliò corto l’altra.

“Sì, subito,” balbettò Lillian, sedendosi al pianoforte. Prima di iniziare a suonare chiuse per qualche attimo gli occhi, provò i tasti, adattandosi a quello strumento, mentre pensava a suo padre. Poi iniziò.

 

“Papà! Papà!” Lillian non riusciva a contenersi. Camminava a passo rapido lungo la strada, correndo verso HMV, mentre parlava – o per meglio dire, urlava – al suo cellulare.

“Lilly, dove sei?” disse la voce di suo padre.

“Sono appena uscita!”

Lo sentì ridere di cuore dall’altra parte della cornetta. “Direi che è stato un successo, piccola, dalla tua voce!”

“Sì, sì, sì, sì!”

“Raccontami, sono tutto tuo.”

“Ma tu non devi…”

“Oh, l’orchestra aspetterà qualche minuto. Ora devo sentire del successo della mia bambina.”

“E’ andata be-nis-si-mo!” esclamò Lillian, facendo sobbalzare un passante. “Ti conoscevano, hanno chiesto subito di te e del perché non avessi mai fatto una scuola di musica…”

“Non gli avrai detto mica…”

“Sì, gliel’ho detto.”

“Amore mio, hai corso un grosso rischio, lo sai? Avrebbero potuto impedirti di concorrere!” l’ammonì lui.

“Lo so, papà, ma stavolta ho seguito la mia testa ed è andata benissimo. Ho rischiato ed è andata bene!”

“Che gli hai detto?”

“Gli ho detto che non sapevo se fosse vero o no, ma che comunque sapevo suonare senza sbagliare troppo e cantare senza andare in falsetto, e a loro è andata benissimo.”

Suo padre rise ancora. “Sei stata anche troppo umile! Avresti potuto spiegarti meglio.”
“Non volevo sembrare… insomma, non volevo che pensassero che fossi un pallone gonfiato. Però poi mi sono spiegata benissimo con la musica: mi hanno messo al piano e mi hanno chiesto di suonare un pezzo.”

“E cosa hai suonato?”

“Mi hanno lasciato suonare e cantare Because the Night!” rispose Lillian, con un saltello allegro, raggiante.

“Davvero? E immagino che tu abbia fatto un figurone!”

“Non lo so. So che dopo mi hanno chiesto di suonare Bach, mi hanno stretto la mano, mi hanno fatto suonare Cage e mi hanno fatto firmare il contratto! Avevano una faccia stupita, sorpresa, penso che non avessero mai affrontato una cosa del genere, ma gli è piaciuto tutto quello che ho fatto!”

“Brava la mia bimba, sono… sono orgoglioso di te, sono felicissimo…”

“Non piangere, papà… anzi, grazie, è stato tutto grazie a te. E alla mia fortuna.”
“Io non ho fatto nulla, Lilly. La responsabilità del tuo talento è tutta tua, e non c’è fortuna che tenga. Sei brava, lo sai, non…”

“Ma adesso basta con le lacrime, i convenevoli e queste cose qui. Ora la tua bimba va a fare shopping: comprare qualche libro, DVD o qualcosa di musica prima di tornare a casa e…” Lillian sospirò. “E poi gestirò le cose di casa, ecco.”

“Aspetta, aspetta, ma… il tuo primo incarico?”

“Non lo sanno ancora, ma mi richiameranno nel primo pomeriggio per informarmi. Entro stasera saprò qualcosa. Ora, papà, scusami, ma sono arrivata. Vado a sfogarmi.”

“Brava, Lilly, sono orgoglioso di te. Dopo lo dirò anche alla mamma, sarà felice.”
“Ti voglio bene, papà.”

“Anche io.”
“Ciao!”

Lillian chiuse il suo cellulare, lo mise in tasca e si tuffò nel negozio. Ne uscì con una copia di un album dei Jethro Tull e un DVD d’un film d’azione.

 

Quel pomeriggio stesso, il cielo si era aperto, mostrando il suo azzurro. Lillian aveva tolto fascia e guanti, che aveva riposto nella tasca del suo parka, che ora teneva ben ripiegato su un braccio mentre suonava alla porta del suo primo incarico, in un bel quartiere residenziale londinese. Aveva raccolto i capelli con un bastone e si era aggiustata gli occhiali sul muso.

Nel quartiere, che profumava di foglie morte, di impasto per dolci nel forno, di vernici e di auto nuove, le case sembravano tutte uguali. Lillian pensò che non sarebbe mai stata in grado di vivere in un posto del genere: tutto troppo simile, impersonale. Con un sorriso si disse che, se non ci fossero stati i numeri civici avrebbe potuto anche non trovare mai casa propria.

Raggiunto l’indirizzo che le due signore le avevano fornito, entrò nel giardinetto, salì i due gradini e bussò. Aprì la porta ridipinta di bianco, ancora odorosa di vernice, un uomo alto, con indosso un completo color grigio topo e una camicia bianca. Il volto era molto magro, quasi scavato, ed era abbastanza alto da sfiorare con i capelli lo stipite della porta, mentre lei arrivava appena al suo petto.

L’uomo la guardò incuriosito, passandosi una mano fra i cortissimi capelli brizzolati. “Sì?” chiese infine.

“Salve, signor Matheson. Il mio nome è Lillian Edgecombe, sono la nuova istruttrice di pianoforte di suo figlio Ivan,” si presentò Lillian, con una punta di imbarazzo nella voce.

“Ah, bene, signorina Edgecombe, prego, entri pure,” disse l’uomo, facendole largo e invitandola ad entrare. Mentre parlava finiva di abbottonarsi la giacca. “La prego di scusarmi per le mie condizioni, sono in terribile ritardo, ma Ivan è ancora in camera sua e non poteva scendere per aprirle la porta.”

“No, non si preoccupi, signor Matheson,” disse Lillian, osservando l’interno della villetta, arredato con mobili apparentemente lucidati da poco, un grosso lampadario da soffitto con cristalli pendenti in sala da pranzo, sei sedie ad un tavolo rotondo coperto da un centrotavola fatto a mano e una scalinata ampia e ben spolverata che portava al piano superiore.

“Mi deve ancora scusare per l’incomodo,” riprese il signor Matheson, che ricomparve subito sulla soglia con una ventiquattr’ore e un giaccone nero lungo fino alle caviglie. “Ma, come le ho già detto, sono purtroppo in ritardo e i miei colleghi mi attendono per una riunione di una certa importanza – lavoro presso un istituto bancario, questo è il mio biglietto da visita nel caso in cui ne abbia bisogno – quindi non ho il piacere di accompagnarla da Ivan, che spero si sia almeno cambiato, nel frattempo,” aggiunse, alzando il tono della voce per farsi sentire al piano superiore. “Spero che si trovi bene con lui. Lei dovrebbe avere qualche anno più di mio figlio, se non ho compreso male la sua età, signorina. Non esiti a punirlo, se necessario – io devo sopportarlo tutti i giorni, e capirei se lo trovasse indisponente. Arrivederci, signorina,” concluse, chiudendosi la porta alle spalle prima che Lillian potesse salutarlo.

“Mi ha ubriacato,” si disse la ragazza dopo qualche istante. Si voltò, si diresse verso le scale e salì con calma. Al piano superiore, un corridoio con un parapetto dava su quattro porte chiuse. Qualcuno fischiettava dietro una di esse, e Lillian vi si diresse, bussando. “Il signor Ivan Matheson? Sono Lillian Edgecombe.”

“Entri pure.”

Lillian entrò.

Un poster dei Queen sopra la testata del letto, lenzuola blu scure con decorazioni marinare ai bordi, un piccolo pianoforte accanto ad una finestra che dava su un giardino, un grosso armadio bianco con bordi azzurro cielo, il soffitto dipinto di verde con un semplice lampadario, qualche mensola con dei libri e CD, una scrivania con un computer vicino al letto. Questa era la stanza di Ivan, sufficientemente ordinata, e lui era seduto alla scrivania a scribacchiare su un quaderno. Al suo ingresso, aveva alzato la testa e l’aveva accolta con un sorriso. Aveva i capelli corti e gli occhi castani di suo padre, ma di corporatura era decisamente più muscoloso. “E così tu sei Lillian, giusto?”

“Sì, signor Matheson.”

Ivan fece un cenno con la mano. “Dai, so che sono un ragazzo, ma tu non sei mia madre, no? Ho visto la tua scheda, me l’ha data l’istituto, non c’è bisogno di… darci del lei.”
Lei sorrise. “Sì, hai ragione.”

“Siediti,” le disse, indicandole il letto. “Il tempo di mettere via questi appunti e sono da te.”

“Studi?” chiese Lillian, facendosi spazio sul letto per non schiacciarsi la corta coda.

“Più o meno. Sto cercando di entrare nella Marina Reale, ma per qualche motivo non sembrano essere ben disposti nei miei confronti. Mio padre vorrebbe che facessi qualche facoltà da “bel mondo,” ma a me non piacciono. Non sono mai stato portato per gli studi di quel tipo. Ecco fatto,” concluse, impilando due quaderni su due libri e voltandosi verso di lei, a cavalcioni sulla sedia, braccia ripiegate sullo schienale alto. “Allora, tu sei qui per farmi suonare, giusto?”

“A quanto pare, sì.”

“Io non ne ho voglia,” ammise Ivan. “Scusa se te lo dico, ma mi piace essere sincero. Ho sempre suonato, ho fatto scuole, corsi, eccetera, e al pianoforte con uno spartito ci so fare…”

“Ma senza spartito?”

“Qualcosa posso fare, sì,” rispose Ivan, dopo qualche attimo.

“Allora devi proprio suonare, e lo faremo insieme. Qual è il tuo gruppo preferito?”
“In questo momento sto riscoprendo i Queen,” disse Ivan, indicando il poster di Bohemian Rhapsody alle spalle di Lillian. “E il tuo?”

“Non ne ho uno. Ascolto quello che mi va sul momento. Un giorno musica folk, un altro qualche oscuro gruppo metal, un altro ancora sento il bisogno di qualche boy band… quello che capita, quello che mi fa stare meglio al momento.”

“Ma cosa c’è che ti fa scattare?”

“Guarda che sono io quella che deve fare domande a te,” rispose Lillian, che non voleva scendere nei dettagli.

“Lo so.”

“Stai procrastinando, te ne rendi conto?” gli fece notare lei, ridendo.

“Pienamente, lo sto facendo apposta.”

“Forza, allora, togliamoci il dente. Poi si chiacchiera.”

Lui alzò le mani, in segno di resa, si alzò e andò verso il pianoforte. “Sai, pensavo che mi avrebbero mandato l’ennesima educatrice barbosa, la solita vecchietta rompiscatole che vuole sempre saperne più di me e cose del genere. Non ti conosco ancora, e non mi aspettavo che… insomma, non voglio suonarti offensivo, ma non mi aspettavo di vedere una morfa.”
“Se la cosa ti può dar fastidio…” iniziò a dire Lillian.

“No, no, no, assolutamente!” la fermò Ivan, alzando una mano. “E’ un bel cambiamento di programma. E poi piaci a mio padre.”
“Cioè?” chiese Lillian.

“E’ stato lui a selezionarti.”

“Davvero?”

Ivan spiegò che l’istituto aveva sottoposto a suo padre una lista di tre persone come possibili istruttrici per lui, e il signor Matheson aveva scelto proprio lei. “Ha seguito i consigli delle direttrici, ovviamente, ma tutti puntavano su di te. Ha letto il tuo curriculum e le tue preferenze musicali e in quel momento ha deciso che saresti stata tu.”

“Aspetta ad esserne contento…” replicò Lillian, sorridendo. Stava arrossendo: come tutte le volte, benediva la pelliccia che le nascondeva le guance.

 

Quella sera, su Facebook:

Lillian Edgecombe: Oggi vedete un raro esemplare di morfo felice: ho avuto il mio primo incarico! Sarò l’istruttrice di pianoforte di un ragazzo della mia età, qui a Londra. Ho già iniziato, e le cose sembrano girare bene: lui è simpatico, il padre a quanto sembra mi adora. Che la fortuna inizi a girare anche qui?

Jules Penderton: Complimentoni! Ovviamente, domani offri tu? 🙂

Claire Hogarth: Ciao bella! Sono così felice per te! Te lo meriti proprio! Ho acceso una candela speciale per te questa notte.

Hermann Belgian Lasseter: Istruttice di un figlio di papà? Non me lo aspettavo proprio! Bel colpo, Lilly! Stroncalo!

Kevin Clarken: Sono felice per te, Lilly, ma stai attenta a girare per Londra. I giornali dicono che nei prossimi giorni potrebbero esserci delle ronde di quei dementi degli HRS.

Lillian Edgecombe: Grazie, ragazzi! @Kevin: lo so, ma non mi fanno paura. Se sto chiusa in casa gli do ragione, e non se la meritano.

Kevin Clarken: Va bene, hai ragione. Almeno, non uscire sola. Fallo per me, Lilly.

Claire Hogarth: Stai tranquillo, Kev, lei domani esce con me e Jules. Sai com’è, *deve* offrirci da bere!

 

3 Comments

  • EnricoPulp December 20, 2011 at 5:43 pm

    Ciao, perdona l’ignoranza, ma c’è una cosa che non ho capito: quando tu usi il termine “morfo” o “morfa” a cosa intendi alludere?

  • iby April 1, 2012 at 2:29 pm

    non c’è un continuo? ^^

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *