Heroes opposites

April 18, 2011

CAPITOLO I

Dire dove abito è un po’ difficile, il mio villaggio si trova a diversi giorni di viaggio da Trises, più precisamente sulle alture oltre le colline che circondano la città. La cosa più bella di questo luogo è il cielo, che al mattino si tinge di un bellissimo ma allo stesso tempo enigmatico rosso fuoco, mentre la sera il nero del buio è costellato da un’infinità di luci brillanti emanate dalle stelle.

Questo piccolo borgo si chiama Licampeg, un villaggio di quattro anime, anzi ormai nemmeno quelle perche sono morte di noia. Ma qui ci abito, ci sono cresciuto e ci resto, per ora.

Immaginare il mio castello, è difficile, se non impossibile; il cancello circondato da un antico muro di cinta è la prima cosa su cui si posano gli occhi; antico, in ferro battuto, altissimo e con le punte affilate. Entrando, sopratutto di notte, è il posto più tetro che esista; tutto fa rumore, dagli alberi che sembrano parlare tra di loro a strani versi di animali. Ma una volta sorto il sole tutto diventa splendido. Fiori, giardini, tutto ha un aria diversa cosi come nella vita. Il giardino circonda la parte comprendente il tratto che separa il cancello e il muro di cinta dall’ ingresso vero e proprio.

Il castello è splendido durante il giorno, costruito interamente con  un pregiato materiale chiamato Moar, un tipo di roccia marmorea che ho trovato per caso durante uno dei miei tanti viaggi. Il pregio di quest’ ultimo è la capacita di riflettere la luce solare, rendendo così invisibile a chiunque il mio rifugio. La notte e le sue ombre invece, non appena calano le tenebre, fanno il loro dovere creando un’ aria di completo terrore, rendendo impossibile a chiunque dirigere lo sguardo verso di esso.

Tutt’intorno al maniero si ergono verso il cielo svariate torri, alcune ancora intatte, altre invece lentamente corrose dallo scorrere del tempo fino a divenire solo un ricordo di quello che erano state. Sulle pareti si possono notare, sotto l’incalzante crescita dell’edera che ricopre gran parte di esse, varie decorazioni che rimandano a tempi andati.

Spesso mi è capitato di perdermi nel labirinto che corridoi e stanze contribuiscono a creare e mi ritrovo ad osservare stole, quadri, armature vuote e arrugginite, oggetti provenienti da ogni angolo del mondo conosciuto. Disposti in modo simmetrico e accurato si trovano dei candelabri che quando sono accesi allungano sul pavimento le ombre di ogni oggetto rendendo ancora più tetro e malinconico il tutto.

Spesso dalla torre più alta mi capita di guardare la luna con malinconia pensando al passato, cercando di toccarla allungando la mano, come se volessi farla mia.

Nonostante tutto, il castello si erge ancora maestoso, baluardo contro il tempo incessante, esattamente come io tento di esserlo contro il male e la corruzione che si insinua in questo mondo.

All’interno, subito dopo il cancello, si trova una scuderia, vuota, poiché odio cavalcare. Purtroppo però molti non amano spostarsi per il mondo a piedi, tanti lo fanno con i propri mezzi quindi ho pensato che se questo sarebbe diventato il nostro rifugio contro tutti, non doveva mancare niente.

Il solo pensiero di dover riunire tutti qui mi fa stare male, più volte stavo per partire alla ricerca dei miei compagni, ma sempre mi sono fermato a pensare se fosse la cosa giusta, o se invece era stato il destino a dividerci perché è così che doveva andare.

La nostra non è una guerra, ma una continua fuga da coloro che si fanno chiamare eroi, in realtà un’inutile razza che pian piano si è insinuata nella società come un morbo, modificandola a loro piacimento, fino a quando non hanno mostrato il loro vero volto. Ci hanno dato la caccia, esiliandoci in quello che è tutt’ora l’inferno in cui viviamo, costretti a nasconderci da tutti, soli per l’eternità.

Ma ora è arrivato il momento di rialzare la testa, il momento in cui io e i miei compagni gli dimostreremo quello che siamo in grado di fare, sollevandoci dal baratro nel quale ci hanno fatto precipitare.

Apro il mio baule, completamente impolverato, in camera da letto; è passato molto tempo dall’ ultima volta, ma la cosa non mi causa alcun dispiacere. All’interno c’è tutto quello che mi serve; il cappuccio nero, il mantello, anch’esso nero come la notte, le due spade nascoste dietro ad esso, lucide ma allo stesso tempo scure. Averle con me e sentirle pesare dietro la schiena mi faceva sentire al sicuro, come se un ombra mi proteggesse le spalle. Raccolgo per la stanza ancora qualche oggetto che potrebbe essermi utile durante il viaggio e mi dirigo giù per le scale che portano al salone principale.

Scendendo le scale prendo anche una borsa a tracolla che trovo lì nelle vicinanze e la nascondo sotto il mantello. Apro la mappa per controllare la meta, anche se inconsciamente so dove devo dirigermi. Sorus è il primo compagno che devo andare a recuperare.

Esco dal portone di legno massiccio e lo chiudo dietro le mie spalle, cosi inizia la nostra storia.

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