Solstizio D’Inverno – Prologo: Resha

February 12, 2011

Sentii scricchiolare i cardini della vecchia porta che separava la mia piccola stanza dal corridoio principale dell’istituto. Due figure, le solite due figure, varcarono la soglia lentamente, trascinandosi dietro una barella dalle lenzuola candide. Scattai a sedere sul letto e mi buttai il libro alle spalle con un tonfo sordo. Era rimasto aperto alla pagina illustrativa del nord, ma nessuno ci fece caso.
– Andiamo, Resha, è il momento della terapia – disse l’anziana signora mentre mi mostrava un riluttante sorriso che lasciava intravedere i denti storti.
Sussultai. Sapevo che cosa mi aspettava: dolore.
L’uomo di mezza età, quello che portava sempre una bandana rossa intorno alla fronte, mi prese quasi violentemente per il braccio sinistro e mi sollevò.
– Non fare storie – mi ammonì con uno strattone.
Non potevo ribellarmi, né opporre resistenza, così mi lasciai cadere sulla barella senza proferire parola. Avevo paura. Avevo sempre paura, quando si trattava di affrontare la “terapia”. Sapevo a che cosa stavo andando incontro: mi avrebbero addormentata con un’iniezione e mi sarei risvegliata due giorni dopo con un mal di testa terribile. Ma, nonostante i sentori fisici, ignoravo ancora che cosa accadesse in quelle quarantotto ore. Il che mi terrorizzava ulteriormente.
L’uomo con la bandana mi avvolse il braccio con il laccio emostatico e dopo pochi istanti sentii i muscoli formicolare. Presa dalla fastidiosa sensazione, chiusi il pugno alla disperata ricerca della sensibilità che stavo perdendo e vidi le vene gonfiarsi sulla mia pelle pallida, come uno strano e preciso disegno blu su tela bianca. Poi la siringa. Il pizzicorino della puntura. E tutto fu nero.

Un sospiro spezzato e un sobbalzo mi fecero destare all’improvviso. Stavo di nuovo sognando. Il mio solito incubo.
Aprii gli occhi e cercai di abituarli all’oscurità. La mia stanza era avvolta dalle tenebre della notte invernale e non riuscivo a distinguerne i contorni, sebbene un leggero raggio di luna filtrava dalle tende di lino bianco. Scostai le coperte per tentare di alzarmi dal letto, quando il mio sguardo fu catturato da un movimento tanto fluido e aggraziato. Un’ombra si era appena spostata da dietro la tenda.
Trattenni il respiro per qualche attimo e il cuore mi balzò in gola. Ero immobilizzata, non riuscivo più a muovere un singolo muscolo del mio corpo. Le tenebre iniziarono a dissiparsi alla mia vista e i miei occhi rimasero fissi sulla figura che adesso riuscivo a delineare, con un misto di stupore e paura.
Il ragazzo stava in piedi davanti la finestra e mi fissava… mi fissava incerto e freddo. La luce della luna dietro di lui gli faceva assumere un’aria tanto misteriosa quanto minacciosa, ma qualcosa in me avvampò. Non di paura… non di insicurezza. Era magnetismo. Puro e assoluto magnetismo.
Rimanemmo per qualche secondo interminabile a fissarci, poi lui si avvicinò. Il suo fu un movimento rapido e deciso, ma io non riuscii comunque ad avvertire alcun rumore. Il tempo di un battito di ciglia, e mi ritrovai col suo viso a pochi centimetri dal mio. Potei sentire il suo respiro caldo sul mio volto, mentre mi poggiava un dito sulle labbra. Ancora un sussulto nel mio petto e lui mi intimò il silenzio con un lieve sibilo: – Sssshhhht… –
“Vuole farmi del male… come tutti gli umani. No… non lui. Lui non lo farà”. Ero persa nei suoi occhi viola, così profondi e luminosi. Non c’era malvagità in essi. Volevo, potevo fidarmi. Lo sentivo.
Mi sollevò con delicatezza e mi prese in braccio. Rimasi pietrificata, stupita. Non ero mai stata così vicina a qualcuno. Potevo sentire il calore del suo corpo che trapelava dalla stoffa. E potevo sentire il suo cuore, dalle pulsazioni accelerate quanto il mio. Sebbene fosse un estraneo, quel contatto mi piaceva. Il movimento che susseguì fu così veloce che non capii che cosa stesse succedendo. Ma poi sentii il gelo sulla pelle. Freddo, umidità e vento. Eravamo usciti dall’istituto saltando dalla mia finestra.
Il ragazzo iniziò a correre. Rapido, silenzioso. Mi aggrappai al suo mantello nero e poggiai il capo sul suo petto nel tentativo di resistere alla velocità e al freddo. Stavo iniziando a tremare.
Era accaduto tutto così velocemente, così improvvisamente, e le domande che mi frullavano nella mente erano svariate e impetuose, ma non riuscivo a far uscire un singolo suono dalle mie labbra.
“Che cosa sta succedendo?”
“Dove mi stai portando?”
Ma, soprattutto: “Chi sei?”
A quel pensiero, alzai il viso e lo scrutai. Il suo sguardo era concentrato su ciò che ci circondava, attento e arguto. E sotto la luce delle lanterne della via che stavamo percorrendo, mi parve straordinariamente bello. Non doveva avere più di vent’anni, sembrava quasi mio coetaneo. I suoi capelli corvini seguivano la direzione del vento provocato dalla corsa, facendo svolazzare dei ciuffi più lunghi davanti agli occhi. Quegli occhi viola… perfetti sul viso liscio e pallido dai lineamenti gentili. Eppure c’era qualcosa di misterioso in lui. Qualcosa di dannatamente magnetico.
Non aveva ancora pronunciato una parola, ma a me la voce uscii spontanea, quasi in un sussurro: – …Chi sei? –
Lui abbassò un attimo lo sguardo su di me.
– Mi chiamo Phoenix -.
– Ah… –
Rivolsi la testa verso il basso, quasi come intimidita da quella rapida e gelida occhiata.
– Io… mi chiamo Resha -.
Vidi l’angolo della sua bocca incresparsi in un sorrisino, i suoi occhi assottigliarsi mentre reclinava la testa di lato.
– Mpf! Lo so… –

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