Chimera

February 12, 2011

Lion la testa, il petto capra, e drago la coda;
e dalla bocca orrende vampe vomitava di foco.
(Iliade, 6, 223-225)

I.

Penso che le possibilità che mi reputiate un pazzo siano molto elevate dopo aver letto la mia storia, ma di pazzi me ne intendo e ciò che mi è capitato nel corso dell’ultimo mese a questa parte non è assolutamente frutto di un’allucinazione mentale, o di un momentaneo stato di follia. Anche se continuo a sperarlo con tutto me stesso.
Mi chiamo Edward Miller, dottore in psicologia criminale. Mi sono trasferito a Boston dalla piccola cittadina di Keene all’età di diciannove anni per frequentare l’università di Harvard, conseguendo la laurea con successo cinque anni dopo. Ora, a quarant’anni suonati, gestisco un mio studio privato e anche grazie a numerose collaborazioni con la polizia locale, nel New England il mio nome è sulla bocca di molti e nelle imprecazioni di altrettanti.
Non vi racconto tutto questo solo per vanto, ma per farvi capire che non avete a che fare con un qualsiasi contadinotto superstizioso, ma con una persona di scienza, le cui parole non possono esser altro che veritiere. Sto mettendo per iscritto questa storia sperando di poter far un po’ di ordine nella mia mente, nel vano tentativo di rendermi conto di aver sognato, di aver immaginato ogni cosa… ma so già che quello che ho visto è fin troppo reale. Dio, se veramente esistono forze del genere a questo mondo, allora per noi uomini è solo questione di tempo prima che la nostra ora giunga.
Tutto ebbe inizio martedì 3 Aprile. Dovevo ancora infilare la chiave nella toppa della porta del mio studio che sentii il telefono squillare all’interno. Decisi che non valeva la pena darsi troppa fretta, mancavano ancora diversi minuti all’apertura, quindi chiunque fosse poteva aspettare che sistemassi le mie cose. Posai la borsa sul divanetto che il telefono aveva appena smesso di squillare e mi diressi ad aprire la finestra. Dopo qualche istante il fastidioso trillo riprese.
«Non è ancora ora», mormorai fra me continuando a ignorarlo. E poi Amanda, la mia segretaria, non era ancora arrivata.
Non passò nemmeno un minuto che sentii nuovamente uno squillo, ma questa volta si trattava del mio cellulare. Infastidito lo tirai fuori dal taschino interno della giacca e lessi il nome.
Arthur Wood.
Il comandante della polizia. Ci conoscevamo dai tempi dell’università e da allora non ci eravamo più persi di vista. Era anche grazie a lui se avevo la possibilità di collaborare con la polizia.
«Pronto?»
«Miller! Maledizione dove diavolo ti eri cacciato?»
Bene, Arthur era nervoso. Gran brutto segno.
«Mi sto dirigendo allo studio in questo momento», mentii.
«Balle! Ti conosco, sarai già là e avrai lasciato il telefono squillare fregandotene. Muovi il culo e raggiungimi alla centrale, abbiamo un problema.»
«Ma…»
«Niente ma. Cerca di essere qui al più presto, non ho tempo da perdere.»
Prima che avessi il tempo di replicare aveva riattaccato.
Lui non aveva tempo da perdere, ma se era per quello neppure io. Quella mattina avevo fissato tre appuntamenti con degli importanti clienti, rimandarli così senza nemmeno un po’ di preavviso sarebbe stato un duro colpo per il mio conto in banca, ma sapevo anche che Arthur non era il tipo da chiamare senza un valido motivo.
Ripresi giacca e borsa e infilai la porta. In pochi minuti raggiunsi la centrale, giusto il tempo di telefonare alla mia segretaria per far annullare gli appuntamenti e trangugiare un caffè.
Varcare l’imponete soglia di vetro antiproiettile fu come sprofondare in un altro mondo. Impossibile non notare lo stato di frenesia mal celato che aleggiava in quelle stanze. Gli sguardi nervosi e, soprattutto, il silenzio irreale. Avevo già vissuto scene del genere in passato e sapevo che non presagivano proprio nulla di buono.
Non mi ci volle molto a capire dove Arthur fosse rintanato, visto che la piccola porta che dava alla stanza degli interrogatori era l’unico punto della centrale che continuata ad attirare gli sguardi di tutti i presenti. Ricevuta conferma alle mie supposizioni, raggiunsi la porta ed entrai. La stanza era illuminata da una luce al neon azzurrina che dava un senso irreale al tutto e, al suo interno, riconobbi subito il mio amico e il Vice Questore Samuel Harris, che parlava con un poliziotto che non conoscevo.
«Ci hai messo una vita, Miller», grugnì Arthur vedendomi entrare.
Lo ignorai. Sapevo quanto si divertisse a stuzzicarmi. Tuttavia notai le profonde occhiaie sotto agli occhi e l’atteggiamento stanco, non doveva aver dormito molto quella notte.
Rivolsi un cenno di saluto all’altro poliziotto di cui non conoscevo il nome e mi affrettai a stringere la mano al Vice Questore.
«Dottor Miller è un piacere riaverla con noi, anche se preferirei incontrarla in situazioni migliori», cominciò schiarendosi la voce. Per quanto tentasse di sembrare calmo, era evidente quanto non lo fosse. «Non ci perderemo in troppi giri di parole, non ho intenzione di far sprecare del tempo a nessuno di voi, soprattutto perché io stesso ho da fare e voglio capire qualcosa di questa storia assurda.»
Fece una pausa e si spostò leggermente verso uno degli angoli della stanza. «Edward, lei conosce il qui presente Professor Daniele Neri?»
Come avevo fatto a non accorgermene? Nella stanza vi era un’altra persona, oltre il tavolo situato al centro, proprio in prossimità di uno degli angoli meno illuminati dove si era spostato il Vice Questore, potevo appena scorgere una sagoma.
Un uomo, da quanto mi era appena stato detto, che sembrava impregnato della più cupa rassegnazione. Se ne stava seduto su una sedia con la schiena completamente inarcata in avanti e le braccia posate sulle gambe, i capelli sporchi e arruffati gli coprivano parte del volto, lasciando intravedere a malapena degli occhi castani. Quando l’uomo spostò il suo sguardo su di me, i suoi occhi tradirono un’intelligenza incredibilmente acuta.
…Professor Daniele Neri…
Avevo già sentito pronunciare quel nome, ma non ricordavo nulla di preciso su di lui. Era di origini italiane e, da quel poco che sapevo, negli ultimi giorni ne avevano parlato a lungo alla televisione. Dicevano che fosse scomparso nel nulla.
«Diciamo che conosco il Professore solo a causa dei recenti fatti di cronaca, nulla più».
Continuai a fissarlo. A intervalli regolari era scosso da spasmi che gli facevano vibrare l’intero corpo, sembrava molto vecchio, ma da quel poco che sapevo non doveva avere più della mia età, una quarantina d’anni al massimo. Respirava emetteva un rantolo leggerissimo, quasi impercettibile, ma alla lunga talmente fastidioso che avrei voluto chiedergli se lo facesse di proposito.
Quando vidi che sia il Vice Questore che Arthur erano rimasti a osservarmi, li invitai a continuare la spiegazione. Fino a quel momento mi avevano detto solo il nome dell’uomo.
«Edward mi spiace, ma è meglio se ti metti comodo», cominciò Arthur. «Se il Professor Neri sarà così gentile da ripetere tutto quello che ha detto a noi, la cosa andrà per le lunghe. Noi siamo qui dalle quattro di questa mattina.»
Poi, lanciando un’occhiata all’uomo, si avvicinò e mi prese per un braccio, accompagnandomi fino quasi fuori dalla porta, in modo tale che nessun altro potesse sentirlo.
«Fa un profondo respiro e armati di pazienza», mi consigliò. «Quanto stai per sentire è sicuramente frutto di una mente malata. Ti giuro Edward che ad ascoltare quell’uomo, la convinzione con cui scandisce parola per parola, ti fa gelare il sangue nelle vene. Sono un uomo di Fede, non credo in certe cose e di pazzi criminali ne ho visti a centinaia nella mia carriera e tu sicuramente più di me. Ma ciò che è uscito dalla bocca di quell’uomo non può esser vero! Se ha davvero anche solo tentato di fare quanto racconta, ti garantisco che non uscirà mai più in tutta la sua vita da un manicomio criminale.»
Poi si spostò e mentre io rimanevo a fissarlo intontito dalle sue parole, mi fece segno di avvicinarmi, spostando una sedia in prossimità del tavolo.
«Il Professor Neri», riprese Harris che dovevo ancora muovermi dalla mia posizione «era una della più grandi menti in circolazione per quanto riguarda la biogenetica, sicuramente uno dei migliori nel suo paese. Da anni studiava la clonazione, ma vari esperimenti non proprio ortodossi l’hanno costretto ad abbandonare persino il centro di ricerca che gli era stato affidato. Non sappiamo molto a riguardo, le cose sono state insabbiate diversi anni fa, ma fatto sta che la comunità scientifica italiana, prima, e europea, poi, non volevano saperne più nulla di lui.
«Sono passati quasi dieci anni da allora. Anni in cui il nome del professore era letteralmente scomparso non solo dalla scena scientifica, ma dall’Europa stessa, spostando la sua dimora qui in America non molto tempo fa. Ed è qui che la storia inizia a complicarsi, quando il nostro amico incontra un certo professor Malcom Crow.»
«Aspetta», lo interruppi. «Hai detto Malcom Crow?»
Sia Harris che Arthur mi fissarono con un sorriso triste.
«Non lo avevano ammazzato in Louisiana quel bastardo?»
«Lo pensavamo tutti, Edward», concluse il mio amico scuotendo la testa, prima che il Vice Questore riprendesse a parlare.
«Non so se essere felice che tu ti ricordi di Crow, oppure no. È inutile quindi che ti spieghi che quel pazzo non era per niente un professore, come invece ha raccontato di essere a Neri. Ma da qui è meglio che sia lui stesso a spiegarti cos’è successo.»
Malcom Crow, il nome mi rimbombava ancora nella testa. Non avevo preso parte alla cattura di quel folle, d’altronde lo avevano ammazzato dall’altra parte degli Stati Uniti circa sei o sette anni prima. Ma sapevo cosa aveva fatto. Era accusato di satanismo, omicidio, stupro e cannibalismo. Lo avevano beccato poco fuori Westwego, una cittadina a ridosso del Mississipi, a ovest di New Orleans.
Il bastardo aveva ucciso una dozzina di bambini, poi li aveva fatti a pezzi, utilizzandone i resti per erigere un grottesco altare di carne e sangue. Prima che una ventina di pallottole dei poliziotti gli togliessero la vita, aveva trovato la forza di mormorare che aveva fatto tutto quello per la scienza, per il progresso.
Era stato sepolto due giorni dopo, al di fuori delle mura del cimitero di Westwego.
«Dove avete trovato il professor Neri?» Chiesi cercando di scacciare le immagini viste anni prima sui giornali.
«È stato trovato ieri notte da Bennett», mi spiegò Arthur indicando il poliziotto che non avevo riconosciuto entrando. «Pare assurdo, ma il professore appena ha visto il nostro uomo gli è corso in contro, pregando che lo arrestassimo. Che lo proteggessimo. Ci sono volute delle ore per cavargli fuori quella storia assurda e spero che ora non ripeta la solita scena muta.» Concluse sbattendo un pugno sulla tavola e squadrando l’uomo rannicchiato sulla sedia.
Calò il silenzio. La stanza fu avvolta da una quiete che riuscì a mettermi i brividi, sentivo solo il flebile vociare che proveniva dal resto della centrale, il trillo incessante dei telefoni. Il tutto avvolto dall’asettica luce azzurrina dei neon.
Poi, continuando a non aprire bocca, Neri si limitò ad alzare leggermente la testa puntando il suo sguardo su di me. Avrei potuto dire di tutto di quell’uomo, ma non che fosse un pazzo. Nonostante l’evidente paura che lo tormentava, i suoi occhi mostravano una sicurezza di sé e una coscienza tali, che solo un uomo sano di mente poteva avere.
Poi, per la prima volta da quando ero in quella stanza, parlò.

II.

E’ inutile che io vi stia a raccontare la mia vita prima dell’incontro col Professor Crow, a voi non interesserebbe per nulla. Diciamo solo che, come sapete bene, stavo studiando la possibilità di un’unione genetica fra due specie completamente diverse. So che tutto ciò è considerato impossibile dalla scienza, ma fino a pochi anni fa molte delle cose che facciamo ora erano considerate tali.
I miei studi fecero sì che venissi bandito dalla comunità scientifica e addirittura le menti più aperte alle mie teorie iniziarono a non prestarmi più ascolto. Fui costretto così ad autofinanziarmi, ma in quel modo le ricerche non mi avrebbero portato molto avanti, i soldi iniziarono presto a scarseggiare. Ero ormai giunto con l’acqua alla gola, non sapevo più come proseguire le mie ricerche e ormai nessuno avrebbe accettato la collaborazione di qualcuno con il mio pessimo curriculum.
Nessuno finché non venni contattato via email da un ricercatore americano.
Quest’uomo, non so in che modo, era venuto a conoscenza dei miei esperimenti privati. Si presentò come il professor Malcom Crow, studioso che aveva letto molto a riguardo delle mie ricerche e che lui stesso operava in quel campo ormai da diversi anni, avendo ottenuto anche dei piccoli successi molto incoraggianti.
Non credetti subito alle sue parole, ma poi provvide a inviarmi dei dossier che aveva steso nel corso degli anni, il tutto corredato da numerose foto.
Voi non avete idea di cosa vidi! Quegli esperimenti, quelle foto, testimoniavano ciò che io stavo tentando di fare da anni ormai! E ora le prova che tutto era possibile erano lì davanti a me!
Si poteva! Si poteva fare tutto!
Fu un duro colpo al cuore quando mi disse che era arrivato a un punto morto, che gli serviva l’aiuto di un collaboratore esperto.
Me.
La nostra corrispondenza continuò per settimane e quando mi chiese se ero disposto ad aiutarlo a proseguire in modo più fruttuoso le mie ricerche, non esitai a dirgli di si. Mi diede tutto il necessario per poterlo raggiungere qui a Boston, persino i soldi per il volo. Ma in quell’ultima email che ricevetti prima di partire mi disse una cosa che capii solo diverso tempo dopo.

“Mio carissimo Daniele, ricordati solamente che se vorrai continuare i nostri esperimenti assieme, potremmo essere costretti a utilizzare metodi non propriamente ortodossi, sistemi che la scienza e la religione ripudiano. Se imboccherai questa strada non potrai più sperare di tornare sui tuoi passi”.

In quel momento non capii o forse non volli farlo. Sarei stato disposto a fare qualsiasi cosa per poter mostrare a quei spocchiosi ignoranti che mi avevano deriso, al mondo intero, i frutti maturi delle mie teorie. Il prezzo da pagare non era importante, almeno in quel momento non mi interessava!
Non mi ci volle molto per arrivare a Boston, ove il mio illustre collega aveva riservato un piccolo appartamento a mio nome, proprio nel centro della città e fu lì che lo incontrai la sera stessa del mio arrivo.
L’immagine mentale che mi ero fatto di lui non corrispondeva minimamente alla vera persona, tanto che in un primo momento credetti vi fosse stata una qualche sorta di equivoco. Da quanto mi aveva raccontato doveva avere circa una cinquantina d’anni, ma ne dimostrava poco più di trenta. Alto quasi un metro e novanta sembrava possedere il fisico e la prestanza di un giocatore di football. I capelli neri tagliati cortissimi e degli occhi che sembravano scendere nel più profondo degli abissi, contrastavano in modo impressionante con una carnagione talmente pallida da farlo sembrare afflitto da una qualche malattia.
Ricordo che pensai che non aveva per nulla l’aspetto di uno studioso, come non sembrava nemmeno totalmente umano. Dio, mi vengono i brividi nel capire solo ora quanto quel pensiero si avvicinasse alla realtà.
Quella sera mi trattenni a fatica, non volli parlare dei nostri esperimenti, ma decisi di rilassarmi e iniziare a sistemare le mie cose.
Il giorno dopo ci trovammo a casa sua.
Qui iniziò a raccontarmi dei suoi primi esperimenti, che risalivano ancora a una quindicina d’anni prima, ma i metodi di allora e la scarsa esperienza fecero si che tutti i tentativi fallissero miseramente. Poi, come io avevo trovato lui a mostrarmi la giusta via da seguire, Malcom scoprì fortuitamente dei vecchi testi risalenti alla fine del XVII secolo e relativi a dei processi per eresia svoltisi sulla sanguinaria scia di quelli di Salem avvenuti pochi anni prima. In queste trascrizioni, il processo ad uno stregone di nome Ezekiel Bishop, lo incuriosì parecchio. L’uomo era stato impiccato con l’accusa di aver creato, in combutta niente meno che col Demonio, “abominevoli creature in seguito all’unione di innocenti bestie che il Santo Dio aveva creato indipendentemente”.
Fu così che Malcom iniziò a cercare maggiori informazioni su quella storia che sembrava esser stata completamente dimenticata e in particolare sullo stregone che ne era coinvolto. Come al solito la via per il successo si dimostrava estremamente impervia e i primi tentativi sembrarono tutti fallire nel nulla. Solo dopo continue ricerche in tutte le biblioteche storiche dello stato, Malcom ritornò nel primo posto dove aveva cominciato a cercare, ossia la cittadina di New Heaven, luogo dove aveva vissuto lo stregone e si era svolto il processo.
Vorrei tanto che non avesse scoperto nulla, ma quel bastardo era più testardo di un mulo e molto… troppo… intelligente per farsi fregare.
Lì andò alla ricerca di un albero genealogico della famiglia Bishop, nella speranza che qualche erede del vecchio impiccato avesse potuto ereditare in qualche modo gli antichi testi dello stregone.
Malcom riuscì a scoprire che Ezekiel Bishop, al momento della sua morte, aveva una figlia di 17 anni di nome Mary, la quale non si sposò mai, ma ebbe due gemelli maschi: Jonathan e Nicholas. Per preservare l’onore dei proprio bambini, in quanto lei non aveva mai avuto marito e il nonno era stato condannato come stregone, Mary fece loro adottare il cognome Gibbs. Fu proprio per questo motivo che nelle sue ricerche Malcom non era mai riuscito a trovare nulla a riguardo, quell’uomo dopo la morte era stato cancellato dalla storia.
L’ultimo erede vivente di quella stirpe maledetta era un’anziana signora ultra ottantenne che viveva proprio in quella stessa cittadina, così il mio stimatissimo collega le andò a fare visita. Non ricordo nemmeno come si chiamasse la vecchietta, da quanto mi raccontò era talmente imbottita di medicinali che nemmeno si accorse delle sua presenza, permettendogli di cercare nell’enorme biblioteca presente in quella casa le opere dello stregone. Di quel periodo trovò solo un libro, ma purtroppo fu sufficiente… era proprio quello che cercava!
Non vi era quasi nulla di scientifico al suo interno, ma una gran quantità di formule magiche, riti e blasfeme preghiere che mescolate a un’accuratissima sezione di anatomia animale e umana, rendevano quel libro un testo sacro per chi come lui, e in seguito io stesso, stava cercando di unire due esseri viventi completamente diversi.
Di creare una Chimera.
Sebbene ora noi siamo scientificamente molto più avanzati, lo studio di quell’opera si rivelò estremamente arduo e non solo per la lingua in cui era scritto. Ci vollero anni di sperimentazione prima che Malcom ottenesse i primi, timidi, successi. Ma le creature che nascevano non vivevano più di qualche ora, l’unione era instabile e i tessuti organici così uniti si rigettavano a vicenda, facendo letteralmente esplodere le viscere della povera cavia, che moriva in un’agonia sterminata, prima ancora di poter sfruttare il proprio nuovo e splendido corpo.
Quando vidi le foto di alcune delle sue creazioni per la prima volta, non riuscivo a capire come un altro uomo avesse potuto riuscire così bene in qualcosa in cui io mi impegnavo inutilmente ormai da anni, spendendo tutti i miei averi e le mie energie fisiche e mentali. Ora giuro che quella curiosità mi fosse stata celata, che non mi fossero stati mostrati i veri sistemi necessari.
Solo il giorno dopo che giunsi a Boston, quando Malcom mi mostrò i resti dei suoi lavori che aveva conservato sotto formaldeide ed ebbi letto quel maledetto libro, solo allora capii la frase che lui mi aveva scritto nell’ultima lettera.
Quella non era solo opera sua! Forze ben più potenti e oscure operavano alle sue spalle e non capii mai se Malcom si fosse reso conto o meno che la riuscita dei suoi esperimenti non dipendeva da lui, ma solo dalla volontà di altre… di altre cose!
Ezekiel Bishop fu giustamente condannato all’impiccagione, credetemi… anche se non dovrei permettermi di parlare dopo quello che ho fatto, ma ero convinto che la scienza dovesse proseguire il suo corso a ogni costo!
Dopo una settimana dal mio arrivo lì e dopo che ebbi letto quel dannato volume, cominciammo la nostra lunga serie di esperimenti. Anche lui, come era accaduto a me in passato, era stato costretto ad affittare tutti i macchinari necessari, ma a differenza mia, li sistemò in un’enorme stanza interrata sotto la sua abitazione, in seguito scoprii che quella era solo una piccola parte dell’elaborato complesso che si diramava là sotto.
Capii subito che per quanto tentassimo di ottenere lo stesso risultato, il metodo per arrivarvici era totalmente diverso. Prima che mi rendessi conto delle altre forze che operavano in quello scantinato, non riuscivo a credere a tutto quello che Malcom mi diceva, persino il libro mi era sembrato quasi una presa in giro. Ma i risultati li avevo visti con i miei occhi, sebbene chiusi in barattoloni di formaldeide, ma il modo in cui ci era arrivato continuava a sembrarmi impossibile.
Mano mano che i giorni proseguivano mi arresi lentamente all’evidenza: la scienza non centrava più nulla! Sperimentai a mia volta… tracciai simboli sconosciuti con gesso e sangue… lessi le formule magiche del libro…
Capii.
Vidi.
Provai.
E sprofondai in un baratro sempre più profondo.
Dopo poco più di un mese da quando avevamo iniziato a lavorare assieme, tavoli operatori, bisturi, ambienti asettici e quant’altro erano stati sostituiti completamente da cerchi magici, formule e invocazioni.
Ben presto, parole che prima mi sembravano incomprensibili, divennero chiare e semplici e allo stesso tempo una nuova convinzione sembrava crescere in me, come se questa esperienza aprisse la mia coscienza a una visione universale del tutto. A un orizzonte precluso agli uomini comuni.
Più impeto e convinzione io vi impiegavo e più mi sembrava di essere nel giusto e che fossero tutti gli altri ad aver torto. Ma ci stavamo solamente aprendo da soli la strada verso l’inferno.
Prendemmo bestie randage e le facemmo a pezzi, costruendo nuovi corpi e donando loro la vita, ma c’era qualcosa che ci sfuggiva ogni volta, perché queste nostre creature splendide, questi nostri bambini, non vivevano per più di qualche ora.
Sempre più frustrati ci accanivamo sui nostri esperimenti, come mai era accaduto in precedenza. Ci stava sfuggendo qualcosa, qualcosa di ovvio, ma che non riuscivamo a vedere.
La cosa degenerò quando Malcom prese a mormorare incessantemente fra sé. Sembrava sempre impegnato in una conversazione. A volte, addirittura, poneva delle domande all’aria al suo fianco, restava in attesa e poi rispondeva da solo. Stava impazzendo e io, imperterrito, lo seguivo in quella spirale di follia.
Non ci volle molto perché si convincesse che non erano i nostri metodi a essere sbagliati, ma le cavie. Parlò per delle ore, illustrandomi le sue nuove teorie supportate da scritti che non avevo la minima idea di dove fosse andato a trovare. La sua conclusione fu semplice: dovevamo utilizzare dei corpi umani, uccidere se necessario.
Dovette vedere chiaramente l’orrore nel mio sguardo, perché prese a bestemmiare a urlarmi addosso che non capivo nulla, che ero un idiota come tutti gli altri e che non avevo i coglioni per poter essere un vero uomo di scienza.
Mi saltò addosso con una tale violenza da schiantarmi contro il muro. Non so come, ma riuscii a rimanere cosciente e mentre lui si avvicinava, il suo sguardo fisso su di me non aveva più nulla di umano, mi alzai e fuggii. Lo sentii urlare, mi inseguì per i sotterranei del laboratorio, ma fui più veloce.
Una volta fuori dalla casa continuai a correre senza fermarmi, nonostante fossi consapevole che lui non mi stava più seguendo.
Mi resi conto che era notte inoltrata solo quando caddi a terra stremato, in un anonimo vicolo.

III.

Eravamo davanti alla porta d’entrata della casa che il professor Neri ci aveva indicato essere quella di Malcom Crow. Le farneticazioni del professore continuavano a tornarmi alla mente violente come pugni. Non ci avevo creduto nel momento in cui le avevo sentite e, tuttora, continuavo a non crederci. Dopo aver concordato la cosa col Vice Questore Harris, decidemmo che l’uomo fosse portato in un centro di igiene mentale e curato a dovere. Nel frattempo avevo insistito perché Arthur mi portasse con sé a controllare l’indirizzo che il professore ci aveva fornito.
Ascoltai distrattamente Arthur bussare alla porta, intimando a chiunque vi fosse all’interno di aprire, ma non giunse nessun suono in risposta. Il mio amico, dopo aver constatato che la porta era chiusa, indietreggiò di un passo colpendola con un calcio. Con un sonoro schiocco la serratura cedette facendo aprire la porta di colpo.
Controllai ancora una volta il giubbotto antiproiettile. Di certo non avrei trovato mostri o demoni ad attendermi, ma se là dentro ci fosse stato realmente Malcom Crow, o un suo emulo, non c’era molto da scherzare. Gente del genere era disposta a tutto. Uccidere qualche poliziotto non era sicuramente un problema per loro.
La casa pareva vuota, perlustrammo velocemente i due piani di cui era composta senza trovare nessuna traccia di attività recenti, tutto pareva non venire toccato da qualche giorno. Infine, ci fermammo tutti davanti a una porta metallica, che sorgeva giusto al di sotto delle scale che portavano al primo piano. Da lì si accedeva sicuramente al laboratorio interrato di cui aveva tanto parlato il professor Neri.
Esitante, Arthur abbassò la maniglia e con stupore vedemmo che non era chiusa a chiave.
Una ripida sequela di gradini scendeva per una profondità di tre o quattro metri. Non si vedeva molto. Le scale erano incassate fra un paio di robuste pareti e da quella posizione potevamo vedere solo una parte del pavimento della stanza in cui andavano a morire. La luce era accesa, là sotto c’era qualcuno.
Avrei dovuto andarmene in quel momento, o come minimo dire al mio amico che sarei rimasto lì ad aspettarli. Io non sono un poliziotto, non sono addestrato a certe evenienze. Maledico ancora oggi la curiosità morbosa che mi ha spinto a scendere quei gradini.
Eravamo in cinque quel giorno. Arthur fece rimanere due uomini di guardia al pian terreno, mentre io, lui e Bennett scendemmo di sotto.
Già dopo i primi gradini sentimmo l’orribile odore della morte penetrarci nelle narici. Quel luogo non veniva ventilato da un bel pezzo e la puzza era indescrivibile.
La prima sala del complesso sotterraneo era piccola e non presentava nulla di particolare. Un neon illuminava con le sue tonalità aliene le quattro mura e la porta chiusa davanti a noi. Quando Bennett aprì la porta, l’intensità del fetore del luogo ci colpì in pieno. Vacillai tentando di coprirmi naso e bocca con una mano e per poco non caddi a terra. I miei compagni erano nelle stesse mie condizioni.
Non avevo fazzoletti con me, così tirai su il bordo del maglione che indossavo, ma la cosa sembrava non sortire alcun effetto.
Quando varcai la soglia ebbi la convinzione di essere morto e di ritrovarmi all’inferno. La stanza davanti a me era piuttosto grande, lunga una dozzina di metri e larga la metà. Sul lato destro, incassate nel muro, le sbarre di una serie di gabbie troneggiavano minacciose. Ringraziai Dio che in quel luogo non vi fosse abbastanza luce per vedere cosa vi dimorasse all’interno, ma i lamenti che ne uscivano erano indescrivibili.
Tutto nella stanza era coperto di sangue. Simboli erano stati tracciati sulle pareti, su pavimento e, in qualche modo, anche sul soffitto. La stessa stanza dava l’idea di essere un’enorme cella che impediva a qualcosa di uscire.
Strumenti di ogni tipo giacevano sparsi sul pavimento. Persino quello che doveva essere un tavolo operatorio era stato rovesciato e spaccato. I pezzi sparsi in ogni dove.
Davanti a noi potevamo vedere un’altra porta, aperta, che s’infilava in un qualche luogo non illuminato.
Arthur continuò ad avanzare, seguito da Bennett. Io chiudevo la fila continuando a guardarmi attorno, mi stavo letteralmente cagando addosso.
Le cose – perché di quello si trattava, di cose e non di bestie – chiuse all’interno delle gabbie dovevano averci visto, o sentito, o qualsiasi altra cosa erano in grado di fare, perché iniziarono a urlare.
Vetro scricchiolava sotto i nostri piedi e un odore diverso da quello di prima aveva sostituito in parte il tanfo di putrefazione. Mi sorpresi ad osservare le forme contorte che aveva descritto il professor Neri, quelle che dovevano essere contenute nei vasi di formaldeide.
Capii, e non guardai più a terra.
Eravamo quasi alla porta quando quella cosa sbucò all’improvviso urlando. Non compresi le sue forme, nonostante la luce i miei occhi si rifiutarono di vedere, il mio cervello di capire! La bestia ci saltò addosso, travolgendo Arthur, mentre io e Bennett riuscimmo a spostarci appena in tempo. Corse fino l’altro lato della stanza e con orrore capii che non stava cercando di scappare.
No.
La cosa sbatté la porta da cui eravamo entrati chiudendola e si volto verso di noi.
Non voleva affatto scappare.
Solo in quel momento riuscii a mettere a fuoco il suo grottesco aspetto. Le forme erano quelle di un uomo, alto, ma sempre un uomo. Camminava ciondolando, sorretto da zampe robuste e pelose, le cui giunture si piegavano al contrario, come negli animali. Il torso nudo era chiaramente umano, per quanto fosse martoriato da cicatrici che sembravano fori di proiettile. In quel momento mi ritornò alla mente il modo in cui era morto Malcom Crow e, se il terrore non mi aveva già avvolto completamente, lo fece in quel momento.
Ma la cosa più orribile erano le tre teste mostruose. Una umana, contorta in un ghigno di rabbia, l’altra pareva quella di un grosso cane, mentre la terza non saprei descriverla… almeno ciò che ne rimaneva non apparteneva a nulla di questo mondo. Giaceva contorta e bitorzoluta sulla spalla destra. Morta.
La cosa urlò e la voce proruppe dalle due teste sane come un ruggito infernale, accompagnata dai latrati di tutte le altre creature abominevoli chiuse nelle gabbie.
Caddi in ginocchio tenendomi le mani sopra alle orecchie. Piangevo come un bambino, tremavo, cercando di fare qualsiasi cosa mi impedisse di vedere o anche solo sentire quell’orrore. Ma nonostante tutto la vidi scattare in avanti con una velocità incredibile.
Solo in quel momento sentii gli spari.
Uno.
Due.
Tre.
Quattro…
Persi il conto di quanti colpi vennero esplosi. Mi rannicchiai ancora di più su me stesso, mentre quella cosa continuava ad avanzare senza sosta, nonostante i proiettili.
Mentre i rimbombi degli spari continuavano a risuonare, io persi i sensi.
Non so quanto fosse passato, ma fu la voce di Arthur a risvegliarmi. Mi trovai il suo viso preoccupato a pochi centimetri dal mio. Perdeva sangue da un braccio, ma la ferita non doveva essere profonda.
Col suo aiuto riuscii ad alzarmi e lentamente presi a guardarmi attorno. Bennett, pochi passi alla mia sinistra, teneva ancora la pistola fumante in mano, lo sguardo fisso su qualcosa qualche metro avanti a noi. Sapevo cosa stava osservando ed evitai con tutte le mie forze di guardare nella stessa direzione.
Le bestie nelle gabbie urlavano ancora.
Quando tornai a spostare lo sguardo su Arthur, lui aveva già l’accendino in una mano e un pezzo di straccio nell’altra. Sapevo cosa voleva fare e l’ambiente saturo di solventi avrebbe completato l’opera.
Nessuno di noi tre aggiunse una singola parola e, continuando a evitare di guardare la cosa stesa davanti a noi, raggiungemmo l’uscita.
Non ci interessava più nulla di quello che poteva esserci nel resto della struttura. Proprio nulla.
Aprimmo la porta e prima di imboccare le scale, il mio amico incendiò il pezzo di stoffa, gettandolo in mezzo alla stanza. Subito il fuoco divampò sul pavimento imbevuto di formaldeide.
Nessuno di noi parlò più di quella storia.
La semplice descrizione di un laboratorio mal tenuto e colmo di solventi infiammabili fornì da sé la scusa dell’incendio e nessuno ci fece troppe domande. Solo il Vice Questore venne avvertito subito della cosa e con il suo aiuto trafugammo i resti carbonizzati prima che qualcun altro potesse metterci le mani.
Nessuno di noi capì mai se quella cosa che ci aveva assalito fosse realmente ciò che restava di Malcom Crow. Il professor Neri non aveva mai parlato di una cosa del genere e nessuno avrebbe più potuto chiedergli nulla. Quando Harris mandò un uomo a prelevarlo al centro di salute mentale, scoprimmo che si era appena suicidato impiccandosi con la propria cintura.
Alla fine di tutto credo che sia stata la cosa migliore. No, non intendo la morte del professore in sé, ma che nessuno abbia capito nulla di questa storia.
Prego solo che non vi sia nessun altro, che tenti la loro strada e… che quel bastardo di Malcom Crow questa volta resti sotto due metri di terra!

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