la minaccia del conte Nort

January 23, 2011

La giovane e bella ragazza ventenne, camminava sulla strada della città, tranquilla e senza sospettare nulla. Era un giorno come qualsiasi altro. Il secondo di luglio del mille novecento ottantasette. Niente avvertiva qualcosa di particolare, tutto si svolgeva nella normalità. Sulla Via del Indipendenza tante macchine passavano frettolose, ognuna correndo per arrivare alla sua destinazione. I cappelli biondi di Micaela furono accarezzati appena dal soffio leggero del vento, una delle poche presenze rinfrescante di quel giorno. Vari pezzi di carta sul marciapiede si fermarono davanti al negozio di scarpe Trudy Note. Un annuncio in quale si diceva del arrivo in città del famoso gruppo rock Pharcy Road fra dieci giorni in Piazza della Riunione. Un altro in quale tutti i studenti della Facoltà di Lettere erano invitati alla festa di fine anno, in Via Johny Sky 13. Invece su un altro piccolo pezzo di carta c’era una parte del annuncio del giornale ’24 ore’, dove il sindaco della città di Miralia, in Emilia Romagna, era atteso al incontro con il attore Victor Saez, presso il locale frequentato soprattutto degli studenti delle varie facoltà della città, ‘Estudiantina’. Il grande orologio vicino alla prestigiosa statua dell’ Indipendenza avvisò gli passanti che mancavano undici minuti fino a mezzogiorno. Era una giornata calda e tante persone fecero uso dei soldi per comprarsi da bere, succhi freschi, acqua frizzante,naturale, gelato, o limonata al negozio Samuel Drinks vicino al ospedale. Gli abeti dal parco si muovevano di rado al tocco leggero del vento. Due signore anziane erano sedute sulla panchina di fronte a Micaela e parlavano dei lavori che facevano i loro figli. Un fischio di un agente spinse la ragazza a guardare verso la strada. Lo fecce con curiosità. Un signore non tanto alto, baffo sottile, nero, verso i trent’anni, vestito dal uniforme blu e il cappello inconfondibile di coloro che lavorano per la sicurezza della strada, colore bianco con il disegno del aquila marrone davanti fecce fermare il traffico per qualche minuto, a causa di due macchine del pronto soccorso che sicuramente dovevano portare dei feriti di urgenza al ospedale. Una decina di bambini insieme alla loro professoressa scesero dal tram e si avviarono verso il cinema Victoria. Micaela stava andando al università. Aveva un corso di lingua cinese, nella sala B12 della Facoltà di Lettere. Aveva saputo pochi giorni fa, mentre scendeva le scale e si avviava verso l’uscita dal palazzo del università dalla signorina Chao Lin Cho, che invitava tutti gli interessati a partecipare, il corso era gratis, aperto a tutti, l’unica condizione era, che chi voleva iscriversi doveva per forza sapere inglese. Perche il corso era tenuto in inglese. L’italiano non la conosceva. Prima di salire la Via degli Poeti, che portava al università di stato, Alessandro dei Medici, Micaela osservò con meraviglia il quadro dolce per il suo cuore, davanti ai suoi occhi si affacciava maestosamente la più vecchia biblioteca della città, chiamata Biblioteca Centrale Universitaria. Palazzo bellissimo, circondato da alti alberi che signoreggiavano l’incrocio. Alla destra c’era la via in salita, Via degli Poeti che portava alle prestigiose oasi della cultura, alla sinistra c’era la Via della Rivoluzione, che portava al Giardino dei Leoni, al Museo di Arte e alla stazione dei treni. Appena superata la biblioteca, la ragazza sentì la campana del università, nelle vicinanze, e capì che erano le dodici. Aveva tempo ancora mezz’ ora per arrivare in sala. Ormai mancava poco. La salita sulla Via degli Poeti offriva un bellissimo panorama. Studenti, studentesse che coloravano l’aria calda di estate con le loro risate, con i loro racconti, con le loro aspirazioni, con i loro lamenti, ambizioni, gioe,desideri, totalmente con il loro influsso di vita. Fra un mese questa via popolosa, sarà avvolta di un insopportabile silenzio, inquietante a causa della chiusura del anno universitario, e quindi alle partenze numerose degli studenti dal campus che torneranno alle case dei genitori, nelle altre città. Pochissimi rimarranno. Di questo soffriranno anche i affari, fino al ottobre pochi si vedranno presso i vari negozi lungo la via. A Micaela ha sempre piaciuto salire di qua, la via era praticamente un sentiero in una foresta, un sentiero che percorrendolo si sentiva sempre pervasa da una dolcezza. La dolcezza e lo stato di bene che si prova quando si e giovane, in salute, belli, studenti, che si preparano per l’ottenimento della attesissima laurea. Ogni volta che saliva si sentiva importante, si sentiva valorosa. Questa via ti faceva sentire d’acciaio, immortale, invincibile. Dopo alcuni passi fatti nella vicinanza del università, iniziò ad avvertire una presenza vicino a lei. Al istante si sentiva osservata. Si guardò intorno, la gente saliva o scendeva. C’erano i tram che portavano i studenti che studiavano un kilometro più avanti, presso la facoltà di Beni culturali, di geografia e biologia. Ma anche i ragazzi che frequentavano l’asilo Mariani, poco dopo il Parco Capa, degli innamorati. C’erano i professori che entravano nel palazzo, alcuni avevano dei libri in mano. Qualcuno stava parcheggiando la macchina nei pressi del università. Non vide nessuno che la guardava o qualcosa di sospetto. Prosegui facendo cinque passi e poi si fermò, sentendo uno improvviso fruscio del vento, sulle foglie nel giardino che si trovava davanti al università. Si girò e guardò verso l’altra parte della strada, dove si trovava il corpo A, appartenente alla università Alessandro dei Medici. Dal nulla, in mezzo a tutto quel rumore fatto dalle auto, delle persone che giravano ognuno per fatti loro, apparve un uomo vestito di nero che sembrava ad essere da qualche secolo fa, forse era ottocento, o forse settecento. Non lo seppe dire. L’uomo vestito da conte guardò e colpi la terra con un bastone dalla quale usci un potentissimo fulmine. Subito avverti una paura la ragazza e si voltò dal altra parte. Un attimo dopo, ritornò con lo sguardo al posto dove aveva visto apparire dal nulla lo strano signore. Fu meravigliata di osservare che davanti al corpo A del università, non c’era più nessuno. Non troppo convinta di aver visto tutto questo, ripartì verso l’università, verso il corpo B, dove doveva arrivare al corso di cinese. Poi vide una cosa che gli fecce fermare tutto, la sua mente, sua ragione, la sua fede, le sue gambe, il suo sguardo. Rimase stupefatta. Tutto intorno a lei era fermo. Il tram numero 2, era proprio davanti lì, sembrava un quadro perfettamente realizzato. Una signora nel tram era ferma come una statua con la mano destra alzata, per gesticolare qualcosa mentre parlava. Un bambino stava per cadere dalle braccia della mamma, sulla sedia dietro. La donna era inciampata con il piede dal palo vicino,durante il viaggio del tram facendo cadere il bimbo, che rimase sospeso in aria. L’autista era fermo con le mani sul volante, il suo volto con i occhiali di sole sembrava uscito da un cartone che aveva visto quando era piccola. Era come se qualcuno aveva fatto una foto e gli aveva sorpresi tutti con le loro più diverse reazioni. Un ragazzo di colore rimase fermo con il cellulare al orecchio mentre camminava. La sua gamba destra alzata. I occhi aperti, come per fissare nel alto. Un cane era appoggiato con le zampe anteriore su un alberello, vicino alla fioreria , un ragazzo teneva nella mano sinistra la rivista studentesca Campus, e la mano destra con le due monete per aria indirizzate al venditore. Vicino ancora, dal altra parte della strada un pallone era sospeso per aria, e due ragazzini fermi con la testa su, a guardarlo. I uccelli che dovevano volare per andare sugli alberi di mela, a sinistra di Micaela, furono immortalati proprio in quel momento. Una signora seduta sulla panchina aveva la mano destra messa sulla sigaretta, vicino alla sua bocca. Una ragazza correva e fu fermata nel punto poco dopo il negozio di fiori. Tutto era fermo, tutto tranne lei. Il cielo anche, un quadro magnificamente dipinto, qualche nuvoletta, il sole sembrava di avere il cartello: ‘Ritiro in corso’. Micaela non seppe se era freddo o caldo. Non poteva notare. Fu terrorizzata. Un suono simile a un tasto pressato, da un dito secco, del piano si sentì appena. Poi una voce in immediata sua vicinanza, a destra –Buon giorno, signorina Micaela Roni! Al udire questo, subito vide davanti a lei un uomo tutto vestito di nero. Si, era un uomo. Intorno ai quarant’anni, cappelli lunghi, un po’ grigi. Occhi neri, sembravano normali, ma non erano normali. No. Per niente. Sembravano malati, grandi, gelidi, inquietanti,senza vita in essi. Aveva pizzetto, un pò grigio. Vestito da conte, un lungo mantello altre tanto nero toccava la terra. Il suo bastone era piccolo, con una traccia grigia, come quelli che usano i uomini di spettacolo, gli illusionisti per fare i loro numeri.-Come stai? Aggiunse l’oscuro viandante, misurandola con lo sguardo. – Andavi da qualche parte? Spero non ti abbia trattenuta. Non vorrei mancare di educazione. La ragazza si senti dire, visibilmente impaurita, con una voce appena uscita da una prigione severa che gli aveva sequestrata a lungo tempo sua dolce voce: – Come e possibile tutto questo? Chi siete? Appena fatta la domanda, vide nei suoi occhi neri, accendersi una luce strana, color acciaio. – Sono il eletto conte Nort, dal Regno del Oceano di Mezzo. Prima ero conte Nort di Betseea, nel Regno dei Irmes, in Irlanda, nel 1675 fino ai 1685. Hai visto bene, il tempo e stato fermato. Sono un eletto dal Ordine delle Ombre fedele. Sono un viaggiatore nel tempo, e non solo. Sono incaricato dai miei superiori, gli Signori dalla Seconda Nebbia a vagare in ogni tempo per completare l’Esercito dei Grandi. Ci sarà una battaglia, fra cinque cento anni. Sei stata scelta anche tu, come sono stato scelto io, al improvviso dalle Forze Antiche. La ragazza non riuscìva a credere a quello che stava sentendo. L’uomo in nero continuò: – Era 1685, la fine della mia vita. Fui trovato colpevole di aver ucciso la contessa Sirianne e fui condannato a morte essendo portato al rogo, per essere bruciato vivo, nella Piazza delle Fontane, il 1685, 23 settembre. Essendo legato al rogo, e guardando verso la folla che desiderava la mia morte pensai davvero che saranno i miei ultimi momenti sulla terra. Quando le fiamme avvolsero la legna e quando sentì il calore del fuoco sulla mia pelle, al improvviso vidi una nebbia. Dalla nebbia veni verso di me un cavaliere oscuro, con il cappuccio, senza viso. – Vuoi salvarti? Mi disse lui, con una voce incredibilmente forte da fare schiantare gli alberi e spaccare le montagne. -Se mi seguirai,sarai un conte assai grande di quanto sei stato sulla terra. Ti darò le chiavi dei secoli, se ti metterai al mio servizio. Avendo paura di finire bruciato accettai, anche se non avevo capito cosa mi stava proponendo il cavaliere oscuro. Poi la nebbia si dissipò, quando svanì del tutto mi ritrovai da solo, con le catene sciolte, in Piazza delle Fontane. Un attimo dopo, rividi il cavaliere oscuro di prima che arrivò da me a cavalo e mi disse:

-Sali adesso! Lo segui e da allora sono quello che sono. Presto, mi furono dati le chiavi del tempo, per poter aprire le porte dei secoli e completare il Esercito dei Grandi. Le tue qualità hanno piaciuto al mio maestro, e sono stato mandato a portarti via con me. Al udire queste parole, Micaela fu toccata da un potentissimo brivido. Si incammino quasi paralizzata,verso il giardino che custodiva le rose delle università e con una voce improvvisa gridò con tutta la sua forza girandosi per guardare il volto cupo del conte Nort: -NOOOOOO! MAAAI! – Non sarò mai al tuo servizio, e al tuo padrone! Iniziò a correre tra le statue di persone, che si trovavano intorno a lei e presto fu davanti alle scale del università. Dalla parte destra era il custode nel suo ufficio. Seduto sulla sua sedia aveva una lacrima che stava scendendo piano dal suo occhio destro. Sembrava ancora vivo, non come gli altri. Dalla parte sinistra delle scale in salita, c’era un altro signore vestito di nero, come da frate, con il cappuccio tirato sulla faccia, senza che gli si poteva vedere il volto. Era lì, fermo dando la sensazione di essere in osservazione. Un forte calore gli bruciò il petto. Era il crocifisso regalato del suo padre, quando aveva compiuto quattro anni. Il suo padre gli disse: -Indosserai questo per tutta la tua vita.

-Non permetterai che nessuno e niente te lo tolga, per nessun motivo. – Lo farai? Aveva poi chiesto suo papà presso da qualche dubbio. Ma era speranzoso. – Si lo farò, padre, gli aveva risposto la figliola decisa. Poi il padre gli disse che se se doveva trovarsi in grande pericolo di vita, di invocare l’Arcangelo Raffaelle, colui che aveva realizzato quel crocifisso d’argento e gli lo aveva consegnato alla nascita di Micaela. Micaela bussò forte nel vetro del ufficio del custode. Apri la porta in fretta. Poi gli toccò la faccia con la sua mano. L’uomo che prima aveva fatto venire una lacrima dal suo occhio destro si svegliò e fu meravigliato di trovarla la dentro. – PREGA! Gli disse la ragazza bionda stringendogli le mani con affetto. Usci di fretta e diede un altro occhio fuori, verso il giardino per vedere se il conte Nort era ancora là. La gente che era trasformata nelle statue dal uomo in nero con le chiavi del tempo, avvertendo il calore e la luce del crocifisso della ragazza si svegliò a vita. Micaela vide venire di fretta il conte arrabbiatissimo che si avvicinava sempre di più al entrata del università. Micaela cominciò a correre sul corridoio che portava ad altre scale, erano quelle che andavano per il primo piano del palazzo. Vide subito la sala B12, quella del corso. Bussò rapidamente. In quel momento la porta si apri lentamente e vide il suo papà, sorridendogli con amore. In quel momento sentì la finestra sbattere fortemente nella sua camera e apri gli occhi. E capì che aveva sognato. La luce della luna faceva un ombra sottile sul muretto davanti al suo letto. L’aria era fresca. Era intorno alle tre di mattina, primo luglio 1987, un giorno prima. Lei aveva praticamente visto quello che succederà il giorno seguente, il due. Era strano che la finestra era aperta quando si ricordava benissimo di averla chiusa prima di andare al letto. Papà! Disse lei ricordando di averlo visto nella sala del corso appena si era aperta la porta. – Come mi manchi papà! Aggiunse lei, con affetto. Ed era vero, gli mancava tanto. Erano due anni da quando se ne era andato via, a causa di un incidente al posto di lavoro, sul cantiere edile. La giovane studentessa ebbe il desiderio di alzarsi. Quando alzò la mano vide con grande stupore come stava cadendo sul letto, un piccolo pezzo di carta, arrotolato. Era una piccola pergamena.da dove arrivava? Qualcuno gli lo avrebbe messo. Ma come e possibile? Un ferro rosso gli trapassò il cuore. Impaurita di nuovo, apri e vide scritto un titolo sottolineato nella lingua che conteneva solo cento parole,che lo aveva inventata quando era piccola, insieme a suo padre, al asilo. Solo due persone conoscevano La lingua delle voci bianche, fatta di 100 parole, lei e suo padre che non c’era più. Il titolo era Crasmeria dovo dix vicitur che significa Sta in guardia. Molto colpita da questo titolo scese dal letto e andò velocemente e chiuse la finestra dalla stanza. Poi acese la candela e avvicinata la luce alla piccola pergamena, vide chiaramente il testo che faceva da contenuto segreto della pergamena: Vighii ozante iuz cratos nimo altah torum, selei fattalah iubi cor leum, nihito orv tit tora. Che significa: E proibito avvertire/ Un Bianco aiuta/

Indossa l’armatura segreta, il Conte arriva!

Profondamente colpita, la giovane ragazza strinse il piccolo foglio e spostando lo sguardo verso il ritratto di suo padre, mentre che una caldissima lacrima gli bagnava il viso disse emozionata: -Oh papà come ho bisogno di te ora, più che mai!

Un’altra follata di vento si fecce sentire fuori e Micaela andò immediatamente a vestirsi con il lungo capoto verde. Era ancora buio e avverti strane sensazioni di essere osservata da qualcuno o da qualcosa. Presto presse in mano il suo crocifisso d’argento con la scritta Jerusalem e piano si mise in ginocchio a pregare. Cominciò le sue preghiere con le solite invocazioni chiedendo a Maria, Madre di Dio di venire a confortarla. Poi disse il Salve Regina. Un silenzio totale regnò e nessun segno di presenze oscure si fecce sentire. Poi apri la Sacra Scrittura pensando al salmo 23 del re Davide, sfogliò il libro. Lo trovò presto e lo lesse ad alta voce tre volte: ‘Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca. Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni .’ Rimase ancora in preghiera per recitare il rosario. Dopo che ebbe finito avvertì un calore leggero sulle sue mani e sulla sua fronte. Fu come se qualcuno o qualcosa la toccò. Era vero. Lei non era sola in stanza. Si sentì rafforzata e fiduciosa invocò l’angelo custode. Ritornò al suo letto e dormi fino alle sette di mattina fino che sentì il suono assillante della sua sveglia. Scese dal suo letto un po’ intimorita, come se doveva ricordarsi qualcosa. Che giorno era? Si chiese cercando subito nella sua mente la rapida risposta. 2 luglio 1987. E ricordò. Oggi aveva il corso di cinese e voleva andare a iscriversi. Accese la luce nella stanza e con gli occhi semiaddormentati andò a passi di un figlio di lumaca verso la porta del bagno trovatosi vicino alla piccolo armadio con la sua guardaroba. Lavò la sua faccia più volte. L’acqua fredda dal rubinetto gli fecce bene. La prima cosa che fecce dopo essersi lavata la faccia fu la preghiera Pater Noster, il Credo e un Ave Maria. Tutte le mattine faceva cosi, perche aveva letto in un libro che bisogna fare questo appena alzati , senza dare tempo e possibilità al nemico del anima per seminare la zizzania nel campo di grano, sul terreno della sua anima. Dopo una veloce colazione fatta da una tazza di caffè, e qualche fetta di torta di mele apri la finestra decisa. Un aria fresca confortante gli toccò il viso, come per salutarla. Il sole iniziava appena a mandare i suoi potenti raggi d’estate per scaldargli la faccia. – Buon giorno a te caro! Gli disse Micaela sorridente. In un istante gli tornò nella sua memoria quello che aveva visto nel suo sogno. Sapeva che era vero. Sapeva che oggi il conte si sarebbe fatto vedere per prenderla. Si vestì in fretta. Scelse la maglietta azzurra con il disegno dei due unicorni, madre e figlio, che lo aveva comprato a marzo dal negozio Deitrix Star Games. Poi fecce un po’ di pulizie nel appartamento, sistemò un po’ al volo il letto. Prima di uscire si ricordò di dare l’acqua alle piante di basilico che aveva in stanza, alle gardenie, e di cambiare l’acqua ai tre tulipani gialli. Presse le chiavi e chiudendo velocemente la porta uscì di fretta per andare nella cattedrale di Santa Caterina, per la messa delle otto. Arrivata, con un aria umile e devota, aprì il grosso portone del Duomo. Poche persone quella mattina. Mise la mano in tasca per prendere il suo telefonino Samsung, con l’intenzione di guardare che ore erano. Mancavano dieci minuti. Lo spense. Un pensiero improvviso lo visitò. Sembrava di essere arrivata in cima di una montagna , e di non poter tornare indietro. Vide per un istante davanti ai suoi occhi, la neve bellissima e il cielo immenso di un colore blu chiaro. Il primo verso della poesia di Tomasina Miruni la colpi come un proiettile: ‘Fiorellino sublime, apri gli occhi al cielo blu, alla sua immensità assoluta ,attento! potresti perderti in un attimo. – Signorina, scusi! Senti lei una voce giovane vicino a lei, e il tocco del mano di un ragazzo moro, cappelli biondi. Essendo pressa dal immagine della montagna e del cielo, e del pensiero rivolto dal verso della poetessa fiorentina, si dimenticò completamente di spostarsi dalla fontanella con l’acqua santa, per poter permettere al ragazzo di passare. Ritornò in se, un po’ meravigliata e si spostò chiedendo scusa, ma non prima di bagnare la sua mano destra e non senza farsi il segno della croce con l’acqua benedetta sulla fronte. Il campanello di avviso di inizio della messa si senti presto proprio nel momento quando Micaela stava accendendo una candela davanti al altare di Santa Maria, nella piccola stanza di preghiera dalla parte destra della sala della cattedrale. Lo sguardo della ragazza incrociò quello di Don Fabio Alleati il sacerdote di turno che toccava dire la messa oggi. Lo conosceva da parecchi anni da quando aveva sei anni. Era il suo confessore. Si salutarono con un piccolo movimento della testa. La gente cominciò a sedersi con devozione. La messa cominciò. La bionda studentessa rivolse lo sguardo verso l’immagine di Gesù crocifisso, trovatosi davanti al altare. – Stammi vicino Signore! Sta con me! Disse lei con ardore. Per tutto i tempo che durò la cerimonia non distolse mai il suo sguardo dal crocifisso. Subito dopo, fecce un inchino, si segnò con segno della croce e pensierosa uscì. Aveva la consapevolezza che il giorno di oggi non sarà come di solito. Il ‘Oggi’ che aveva visto ieri,era arrivato. Era il oggi finale. Il giorno in quale si decideva il suo destino. Mise appena dieci minuti a piedi per arrivare a casa sua. Abitava proprio vicino. Arrivata nella stanza, tirò fuori dalla tasca il cellulare e lo accese. Una chiamata da un numero sconosciuto. Chi poteva essere? Notò che era un numero fisso e pensò chi poteva essere a quel ora mattutina, ma non riuscì a capire. Decise di fare un bel bagno, caldo e profumato. Fatto il bagno, indossò di nuovo la maglia azzurra che aveva indossato prima della messa (quella con i due unicorni bianchi) e un paio di blue jeans, di colore bianco. Andò a dare un occhio sul foglio dei orari. Non aveva corsi fino a mezzogiorno e mezzo quando iniziava il corso di cinese nella sala B12. Dalle tre alle sei la signora Amalia Bugatti, teneva il suo pesante corso di informatica economica, di teoria, nel anfiteatro B7; poi dalle sei alle otto, aveva il corso di greco antico, tenuto dal professor Cantoni Gerard, dopo di che seguiva un ora e mezzo di ‘Scrittura creativa’ tenuto da uno dei suoi professori preferiti, Emilio Ferenzì. Quel corso era interessante. Uno dei pochi dalla sua facoltà. – Chissà se vedrò ancora Signor Emilio, sospirò Micaela rattristata. Il suo umore cambiò al istante quando senti lo squillo del cellulare. Incuriosita guardò subito. Un sorriso le illuminò il viso. Era Nadejda Krivici, sua collega e amica russa. Le sue parole gli senti fortemente nel suo orecchio. Quella era pazza. Gridava. Ma ora era meglio cosi. Negli altri giorni ed in diverse circostanze lo avrebbe rimproverata di abbassare la sua voce. Ma oggi no. La sua vivacità, anche se rompeva era quello che gli serviva.

– Dormigliona! – Svegliati! Ma quanto cavolo dormi?, gli disse lei sarcasticamente.

-Non dirmi che sei ancora a letto!Ola! Sei ti ho svegliato, meglio! Continuò lei con una lunga e ironica risata.

-Buon giorno Nadejda! Gli rispose Micaela contenta di sentirle la sua voce pimpante. Ora fuori i raggi di sole erano potenti, annunciando una torrida giornata.

-Sei stata tu a chiamarmi prima? Vuole sapere lei per accertarsene.

-Eh certo! Chi credevi che fosse?il babbo Natale? E ancora presto. E rise divertita.

– Nessuno, mentì lei. Mi sono alzata prima, oggi sono stata alla messa.

-Bene! fatto bene! Cosi ti voglio. Ascolta! Muoviti perche vengo a prenderti con la macchina. Devo andare a fotocopiare alcuni corsi per Matilde. Mi aveva chiesto se potevo dargli oggi i primi quattro corsi di Latino. Poveretta! Ha esame fra due settimane e non ha letto niente. Sai come e Matilde. Sempre al ultimo momento a correre. Che ne pensi, la aiutiamo? Aggiunse lei in un finale, sempre con ironia.

-Ma si dai!Siete amiche o no? Gli rispose Micaela sorridendo.

-Purtroppo si! Si sentì dire la russa, con leggera cattiveria.

-Dopo devo andare in biblioteca a prendere un libro. Sai che sono in ritardo con la presentazione che devo fare il sette sui più importanti scrittori romantici del ottocento, vero? Che palle! Gridò la Krivici di nuovo ironica.

-Si, mi ricordo bene, disse Micaela, anche io dovrei riportare un libro al professor Tarkowski, e da due mesi che ce lo. Sarà forse arrabbiato.

-Ma chi se ne frega!Tu tienilo quanto ti serve, dopo gli lo riporti. A quello gli piaci.

-Non credo, tagliò corto Micaela.

-Ma se lo sanno tutti? Si accanì Nadeja nel discorso.

-Non mi interessa … aggiunse lei, non troppo convinta. Va bene, ti aspetto. Dopo che finiscì, magari prendiamo un caffè al bar Corso, e dopo lasciami sulla Via del Indipendenza, ok? Vorrei proseguire a piedi per l’università. Chiuse Micaela il discorso.

-Come vuoi! Acconsenti gentilmente la ragazza russa. Arrivò presto. Ciao!

-Ciao Nadejda … rispose Micaela e spense il cellulare.

Nadejda Krivici, abitava dal altra parte della città ma in macchina di solito quando veniva a trovarla, non impiegava un quarto d’ora, se c’era traffico circa venti, venticinque. Gli fecce bene questo discorso a Micaela, e fu contenta che c’era sua amica a venire da lei. Aveva detto che andava a piedi, dalla Via del Indipendenza fino al università, perche voleva pregare mentre percorreva la Via degli Poeti, durante la salita. Perche sapeva cosa stava per accadere. Lo aveva visto prima. Questo non gli dava pace. Che cosa farà? Che cosa, ormai, poteva fare? Ma certo! Poteva non andare proprio oggi al università. Chi se ne fregava del corso del cinese? Era il primo. Poteva iscriversi anche al secondo. Si. E vero che era interessata ma alla luce di tutto quello che successo, e tutto quello che succederà, cosa importava più? Non sapeva neanche se sopravivrà fino stasera.

Se il conte riusciva nella sua impresa e se la portava via, chissà dove?ora ne era terrorizzata da questo pensiero. No! Lei non cederà. Cosi decise di non andare più oggi ai corsi. Quando Nadejda arriverà gli dirà che e stanca, che non si sente bene, insomma gli dirà qualsiasi cosa gli passa per la mente per non andare. Già, farà cosi.

Fecce un girò nella sua stanza, agitata, dalla porta alla finestra. Poi ne fecce un secondo. E cosi via finche arrivò al numero sette coi giri. Guardò di nuovo il orologio( anche se lo aveva fatto pochi minuti fa) .Tra poco sua amica sarà qui.

NO. Lei non andrà oggi via. Si e decisa di rimanere a casa. A sto punto, successe una cosa strana .Sentì dentro di lei, un forte impulso di … andare comunque. Anche se non voleva. Come se qualcosa o qualcuno lo spingeva di proseguire. Micaela non capì. Ma decise di fidarsi. Si segnò con il segno della croce e disse con una voce forte per fare tacere la sua ragione,( l’altra voce che li diceva di stare a casa): Avanti!

Il claxon del Fiat 500(di colore rosso), si sentì impaziente, due volte di seguito e Micaela capì che Nadejda era arrivata. Si fecce coraggio. Presse le chiavi di casa, nella sua borsa marrone di pelle, mise il libro che doveva portarlo al professor Tarkovsky, il libro di greco antico, poi un manoscritto bianco e due matite. Quando stava per uscire di casa una voce interiore gli disse: -Ricordati il crocifisso di tuo padre. Mise la mano al collo. Cavoli! Non c’e l’aveva più. Subito tornò in bagno e lo vide davanti allo specchio. Lo prese immediatamente e lo indossò provando un sentimento di sollievo.

Ora era pronta. Poteva … andare. Nadejda l’aspettava di sotto con ansia. Costei era una ragazza un po’ cosi, voleva fare le cose veloci, e soffriva di una malattia famosa e ben conosciuta ai mortali: la mancanza di pazienza nello stadio avanzato. Intorno ai 1 e sessanta, forse uno sessanta cinque, magra. Aveva ventuno’anni. Blue jeans, anche lei, colore nero però, maglietta viola, con strisce bianche. Occhi verdi, sguardo penetrante, deciso. Sorriso benevolo. Cappelli neri, un po’ trasandati, belli però. Anche lei era bella. Di carattere allegro, e tanto, ma proprio tanto chiacchierona. Non pochi erano quelli che dovevano passare il test della pazienza con lei, ma c’erano tanti anche quelli che ci si trovavano bene nella sua compagna. Torniamo a Micaela però. Appena vide sua amica, la abbracciò fortemente per un attimo un po’ lungo, come se fosse per l’ultima volta che la vedeva. O almeno questa era sua impressione.

-Oy! Finalmente! Gli gridò Nadejda, fissandola con lo sguardo.

-Andiamo? Gli domandò la ragazza bionda, sorridente. Voleva imporsi ad essere coraggiosa. Presto, il motore si senti fortemente ruggire, e sotto il comando di Nadejda Krivici la piccola Fiat 500 uscì dallo spazio del parcheggio e sotto le ombre dei numerosi rami dei vari alberi, si mosse sulla Via Daniele Manin proseguendo nella direzione della stazione. Dopo qualche minuto le due ragazze arrivarono al Milenium, il piccolo Internet Caffè, dove oltre a usare un computer i giovani studenti potevano anche fotocopiare le pagine che desideravano. Nadejda scese dalla macchina e chiese a Micaela se vuole seguirla. Micaela, con un tono un po’ distante disse che preferiva di aspettare in macchina. Ok! Acconsenti la ragazza russa. Mentre lei era dentro al Milenium, diede uno sguardo sulla strada. Traffico. C’era tanto traffico oggi. Si sentivano i claxon spesso. Studenti, dalle varie facoltà appartenente al università Alessandro dei Medici, correvano di qua e di là, ad andare ai corsi, ad entrare o ad uscire dalla Biblioteca, c’era chi tornava a casa ad alcuni kilometri dalla città universitaria, chi faceva l’autostop, e tutti gli altri, gente che faceva spesa, che andava a lavorare, bambini. Lo sguardo di Micaela fu fermo, e allo stesso momento impaurito quando vide una bambina piccola, di sei o sette anni, che teneva la mano di sua madre e passando sulla strada per avvicinarsi dalla Fiat rosso, di Nadejda , cambiò volto improvvisamente e incredibilmente. Dallo sguardo dolce, e buono, giovanile si trasformò per un istante in una volto oscuro di un demone accanito, che apri la bocca con cattiveria per morderla. Era bruttissimo, occhi neri, persi. Sguardo di ghiaccio, senza vita, pieno di odio. Micaela al vedere questa cosa, ne fu estremamente terrorizzata. Si portò tutte due mani al viso, e invoco Dio. Poi guardò di nuovo fuori, e vide la bambina accanto alla madre attraversando la strada. Per poco, una macchina non li investi. Presto, Nadejda tornò dicendo che avevano alzato il prezzo della pagina fotocopiata di poco, e che non dovevano farlo proprio.

Fecero un altro po’ strada in macchina, qualche minuto per arrivare dal bar Corso. A sto punto, scesero tutte due ed entrarono a bere un caffè. Qui, parlarono di corsi, dei prossimi esami in arrivò, fra una settimana. E del fine anno universitario, ormai vicino. Alla fine pagò Nadejda tutto, incluso anche due brioche con cioccolato. Furono presto in Via del Indipendenza, dove Micaela scese, ringraziò e la abbracciò un’altra volta. Gli augurò buona giornata e disse di prepararsi bene per la presentazione, che Toscaletti, il professore era severo. Nadejda gli disse anche lei buona giornata e disse che forse veniva al corso di scrittura creativa dalla sera, ma che non era sicura. Aggiunse poi che deve correre in biblioteca se voglie trovare posto, per prenotarsi al computer per la ricerca nei cataloghi online. – Spero non ci sia già fila là, eh!concluse lei e la salutò dalla macchina ormai in movimento.

Micaela Roni, non ha voluto dire niente alla sua amica. Non poteva. Lei non c’entrava. E poi, non l’avrebbe creduta neanche. Non voleva che avesse conoscenza di niente o preoccuparsi, o addirittura far parte in qualche modo alla faccenda del conte Nort. Lei aveva la sua vita, e non gli sembrava giusto dirgli. Non osava, anche perche, forse gli avrebbe dato del pazza. Ora, tutto si svolse secondo quello che aveva visto nel suo sogno di ieri notte, senza niente di nuovo. Era quasi mezzogiorno, e si stava avviando sulla Via dei Poeti. Successe tutto, esattamente come nel sogno, se vi ricordate quanto ho detto al inizio del racconto. Se vi sfugge qualche cosa, andate a vedere. Aspetterò. Se siete pronti. Proseguirò. Ricordate che ho detto che la ragazza si svegliò, quando il conte Nort seguì la ragazza e stava per entrare nella università? Micaela apri la porta della sala B12, dove c’era la signora Chao Lin Cho con i freschi iscritti al corso di cinese. Appena Micaela apri la porta, vide il volto luminoso di suo padre, solo per un attimo per confortarla, sorridendogli con bontà. In quel momento i passi del Conte Nort si avvicinarono sempre di più alla porta della sala. Era entrato di fretta, con prepotenza e i tacchi dai suoi stivali scuri rumoreggiavano sul corridoio. Gli studenti non lo videro ma sentirono i passi nonostante gli altri passi dei tanti che passavano di là. Erano più potenti, e coprivano tutti gli altri rumori fatti dalle camminate o parlate varie della gente. Ne furono sconvolti ed non capirono cosa sta succedendo. Tutti si fermarono in quel istante. Al suono della voce del tuono del Conte, i vetri si spaccarono e un vento violente nacque al improvviso fuori. ..tutti i esseri viventi rimasero stupiti.

-Neeessuuno osaa sfidare il Cavaliere Oscuro e il Conte Nort! Neeessuuno! Soopraattutto un mortaaalee! Fu uno terribile spavento. La gente cominciò a gridare di paura . Entrarono in panico ed iniziarono a correre come impazziti. L’immagine del terribile Conte si fecce apparire e lui si materializzò trasmettendo ancora terrore presso gli studenti, professori, a tutti quanti si trovarono lì, a quelli che erano fuori o stavano per entrare nel palazzo.

Micaela entrò nella sala e chiuse la porta velocemente. Il conte se ne accorse, e in un attimo fu davanti alla porta del corso. Con un colpo di piede fecce la fecce cadere al istante. Gli studenti erano paralizzati dal terrore.

Micaela andò nel fondo della sala e tolse fuori il crocifisso che aveva dal suo padre. Il crocifisso era speciale. Si attivava solo nella presenza del male. Una luce potentissima uscì da dentro e tantissimi raggi coprirono tutta l’aula. Il Conte si mise la mano sinistra per coprirsi il volto e subito dopo, mise le mani al collo e tirò fuori un ciondolo a forma di lettera B. Un immenso buio uscì da dentro e si scontrò con la luce dal crocifisso di Micaela. Il Conte Nort gridò a gran voce: -Invoco il mio padrone disse lui! -Tu vieni con me donna!

La ragazza ebbe paura, ma non si perse d’animo chiamo il creatore del suo crocifisso. Gridò anche lei: – Arcangelo Raffaelle, ti invoco, aiutami!

In quel momento tutta l’aula scomparve, anche le persone che erano dentro. Tranne Micaela e il Conte Nort, che ora si trovarono uno di fronte al altro, in una terribile valle della morte, coperta di un inquietante cielo oscuro, pieno di corvi con i occhi scintillanti. Grida di guerra, si sentivano spesso e numerose erano le spade infilzate nei corpi di tanti cavalieri con le armature strane di varie forme o colore, e provenienti dai diversi secoli. Micaela fu tanto sorpresa di vedere quel posto, sorpresa di vedere come a poca distanza qualche cavaliere, donna o uomo, ogni tanto apparivano o scomparivano sul campo di battaglia, combattendo con i angeli del male, con condottieri, principi e potenti cavalieri oscuri. Tanti dei umani, combattevano a petto nudo,senza armatura e con qualche coltello. Alcuni venivano trafitti dalle frecce di fuoco, o frecce avvelenate. Non tutti avevano armature forti o armi buoni. Micaela capi che l’armatura era la preghiera fatta a Dio, si rafforzava con i comportamenti buoni che una anima fa, con la fede alimentata, con l’allontanamento dalle opere cattive, con le azioni buone, come l’elemosina fata ai bisognosi, ma soprattutto con i sacramenti, con l’amore per il prossimo, per Dio, con la preghiera diventa sempre più potente e sempre più capace a spegnere le frecce tanto distruttive del nemico. Alcuni venivano guariti e non tornavano più in questo campo di battaglia, alcuni invece combattevano per tutta la loro vita e vincevano, altri invece rimanevano caduti ed i corvi con i occhi scintillanti mangiavano i loro occhi e oscuravano piano o velocemente le loro anime. I servi del Diavolo, i angeli caduti, i demoni che complottano continuamente per perdere le anime dei umani, combattono nel mondo intero per perdere le anime degli uomini o delle donne create da Dio. Senza una buona armatura e una buona arma, l’anima umana non può vincere contro questi principi oscuri. Pregare e L’indossare l’armatura che protegge l’anima. Micaela se ne rammarico vedendo quanti erano i corpi caduti in quel posto. Una lacrima gli bagnò il viso, e se ne dispiacque tanto. L’arcangelo Raffaelle apparse in quel terribile posto e diede alla Micaela una spada potente fatta d’argento e d’acciaio, una bellissima cotta di maglia di acciaio, lavorata nei minimi dettagli, una bellissima armatura luminosa, altre tanto d’acciaio, sul quale era tracciato il segno della croce. Poi uno splendido elmo di bronzo, leggero, ma forte. Le sue splendide ali si chiusero e si avvicinò a lei sorridendogli con bontà.- Te gli sei guadagnate!

-Ora combatti! -E combatti bene! -Combatti per vincere!

Poi, spari dalla sua vista e Micaela si trovo da sola nel campo di battaglia.

Fissò con lo sguardo il Conte Nort, che aveva sfoderato una spada di fuoco tremenda.

I primi colpi Micaela gli parò, il Conte a vedere questo si accanì di più e continuò con una serie di attacchi violentissimi. Micaela riuscì a fargli un tagliò abbastanza profondo proprio vicino alla gola. Con grande ardore combatterò tutte due nessuno ebbe il sopravento sul altrò, per un tempo di quarant’anni. Quando Micaela ebbe sessanta anni, sulla terra, il suo corpo era di una signora magra e debole, su questo campo di battaglia lei era giovane e forte. Alla fine della sua vita, osservò con stupore che il suo nemico, il Conte Nort, non era invecchiato di un giorno, e che lei aveva tante ferite sulla sua armatura. Anche il suo elmo, avevo subito qualche taglio. Con le sue ultime forze, respinse al limite i ultimi attacchi del suo nemico, e approfittando di un solo secondo di disattenzione del conte, si lanciò verso di lui e lo colpi con grande forza, infliggendogli il danno mortale e facendolo urlare di dolore. Stava per crollare e capendo che fu alla fine vinto, promesse che si sarà terribilmente accanito con i suoi figli. Micaela, nei suoi ultimi momenti di vita sulla terra, scrisse una lettera ai suoi tre figli e raccontò tutto, chiedendogli con insistenza di avere cura della loro anima, di indossare ogni giorno l’armatura della preghiera, del eucaristia, per poter vincere anche loro nella terribile lotta per la loro anima.- Dio con voi! Appena che scrisse queste sue ultime parole, chiuse gli occhi a questa terra e apri quelli per l’eternità consegnando la sua anima al Signore. Si trovò dinanzi a Lui, e lo vide con una splendida corona luminosa su quale era scritto il suo nome. Era la Corona della Vita. Ed era sua. Dopo tante versate di sangue nei viaggi sulla terra, e lotte continue LA CORONA DELLA VITA ERA SUA, PER SEMPRE. SIA LODATO DIO!

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