Diario di un mondo sottile

October 28, 2010
                                                                    CAPITOLO 1

 

Quella mattina ci eravamo alzati piuttosto tardi, dopo una pioggia insistente durata quasi tutta la notte, il sole timidamente faceva capolino fra le nuvole lentamente spazzate via dalla brezza autunnale. Uscimmo di casa allegramente, con il sorriso sulle labbra e con il solo pensiero di trascorrere una allegra giornata spensierata tra le colline. Il programma di quella giornata era di andare a raccogliere funghi. Uscimmo di casa e ci incamminammo su una piccola strada sterrata; una stradina di campagna che ormai da alcuni anni ero solito percorrere, ed ormai quei luoghi mi erano famigliari. A pochi metri di distanza, cominciai a intravedere l’ingresso del bosco; un’intricata e misteriosa radura che mi inquietava ogni volta che la vedevo ma al tempo stesso, mi faceva sentire vivo: castagni, querce, acacie, pini marittimi e una varietà di arbusti tipici della macchia mediterranea si stringevano l’un l’altro a coprire un fitto sottobosco. Ci addentrammo fra la vegetazione camminando  su un tappeto di foglie e rami secchi che scricchiolavano sotto il nostro peso, e ad ogni passo la vegetazione sembrava ci desse il benvenuto e ci rassicurasse. Nel mio intimo, pensavo che quei luoghi nascondessero qualcosa di  misterioso e affascinante, ne ero convinto già da quando, più giovane, li frequentavo molto spesso nei fine settimana, alla ricerca di uno svago dalla vita frenetica e stressante della città. «Non dimenticarti la strada mi raccomando!» Mi avvertì Paolo, facendomi rinsavire dai pensieri in cui ero immerso. Il cielo ormai si era schiarito e le poche nuvole che rimanevano visibili stavano scomparendo spinte dal vento pomeridiano; data la stagione quasi invernale, ci eravamo muniti di giubbotti abbastanza pesanti per non soffrire il freddo che via via stava aumentando. A poca distanza, intravedemmo una vasta radura in mezzo agli alberi; man mano, si apriva un paesaggio fiabesco come non se n’erano mai visti: pioppi e castagni circondavano i margini di un torrente che scorreva limpido fra le rocce. Stella si voltò verso di me e strizzò l’occhio sorridendomi, ma in quel momento non capii cosa voleva intendere. Mi sentivo appagato di tutto: la donna che avevo sempre desiderato era lì, davanti a me, con il suo dolce sorriso, con la sua dolcezza, la sua semplicità ed io mi sentivo come cullato dal suo amore in quel  luogo magico dove avrei voluto trascorrere la maggior parte della mia vita. Attraversando la radura scostando grovigli di rovi e cespugli e, sollevando i rami degli arbusti più bassi, finalmente cominciammo a trovare i primi funghi che si aprirono come per magia. Ero entusiasta per il fatto che il percorso consigliato da un amico di Paolo ci avesse condotto nel luogo adatto per la ricerca e iniziai a scrutare ogni angolo. «Speriamo di trovarne abbastanza per stasera!» disse Stella sorridendo entusiasta, come già sapesse che la raccolta sarebbe stata abbondante, ma volesse stimolarci a cercare più attentamente. «La mamma aspetta con ansia il nostro ritorno per preparare un bel po’ di cose appetitose» proseguì chinandosi per cercare con avidità in un cespuglio ai suoi piedi. Quel giorno, sembrava tutto tranquillo: i miei più profondi pensieri vagavano tra l’incertezza di un futuro assieme a lei e l’ottimismo per le cose che in quel periodo stavano andando a buon fine. La nostra storia era iniziata pochi mesi prima quando ci eravamo incontrati per puro caso in un locale a Milano; di lei mi aveva colpito la determinazione e il suo modo di affrontare le cose di tutti i giorni…me ne innamorai quasi subito. Cominciammo a frequentarci per poi trasferirmi da lei e iniziare l’avventura della convivenza che era proseguita fino ad allora serenamente. Era successo tutto in fretta e più passavano i giorni, più mi rendevo conto che il rapporto con lei era diverso dal rapporto che in passato avevo avuto con altre ragazze: non mi ero mai innamorato seriamente, forse per il mio orgoglio, la mia voglia di indipendenza o molto più semplicemente perché non avevo ancora trovato la persona giusta. Quel giorno, la osservavo e la ammiravo in silenzio: raccoglieva funghi nel sottobosco e il suo viso era raggiante, sereno, si capiva che quei luoghi le infondevano tranquillità e sicurezza; d’altra parte era nata lì ed era impensabile che si trovasse a disagio. Adoravo il suo sguardo quando, di tanto intanto, incrociava il mio sollevando delicatamente la testa, sorrideva e quando ci trovavamo vicini non si tratteneva mai di accarezzarmi il viso o sfiorarmi la mano. Immerso nei pensieri, distratto dall’ammirazione per la mia ragazza, mi resi conto di aver dimenticato il motivo per cui mi trovavo lì: i funghi! Ripreso il contatto con la realtà, poco a poco mi allontanai da loro per continuare la ricerca in una zona di sottobosco meno fitto che avevo notato poco prima mentre stavamo arrivando. «Mi allontano un attimo!» urlai cercando di attirare la loro attenzione visto che li vedevo concentrati a frugare tra i cespugli. «Resta nelle vicinanze, tra un po’ farà buio e non voglio far tardi per la cena» «Non ti preoccupare, non tarderò, vado solo a fare un giro intorno ai castagni!» risposi recuperando il cesto di vimini che avevo lasciato poco distante. Stella mi fissò e mi fece un cenno con la mano per farmi capire di non allontanarmi. Mi dispiaceva lasciarli soli ma ero curioso di addentrarmi ancora per un po’ nel bosco da solo; scesi giù per un piccolo sentiero battuto circondato da castagni e arbusti ancora fitti che pian piano lasciavano spazio ad un avvallamento sassoso e ricoperto di variopinta vegetazione. Con il passare dei minuti e a causa del tragitto impervio, il mio fiato cominciò a diventare corto; il sudore  mi bagnava la schiena e ogni tanto mi dovevo fermare per riposare appoggiandomi ad un tronco d’albero o sedendomi su qualche masso. In una di queste brevi soste rimasi in silenzio per qualche minuto per contemplare il paesaggio e per pensare a cosa avrei dovuto fare durante quel fine settimana accovacciandomi davanti ad un castagno; appoggiai la schiena sul tronco e sospirai chinando la testa, chiusi gli occhi e cominciai a rilassarmi; il vento freddo mi colpiva il viso e percepivo con tutti i miei sensi i suoni della natura che mi circondavano. Provavo una strana sensazione, sembrava che tutt’intorno ogni cosa mi osservasse incuriosita, come se vicino a me un’oscura presenza scrutasse ogni mio minimo movimento. Presi un sasso da terra e lo gettai verso un albero che mi stava davanti per poi seguirlo divertito con lo sguardo mentre spariva  tra la vegetazione. Ad un tratto udii una risatina ironica, spalancai subito gli occhi per lo spavento e mi guardai intorno per capire da dove provenisse quel suono. «Ahia!» all’improvviso mi lamentai portandomi la mano sulla nuca; qualcosa mi era caduto in testa e d’istinto scrutai il terreno per distinguere cosa mi avesse colpito: era una ghianda che stava ancora rotolando tra le radici esposte di una quercia davanti a me. Continuai a strofinarmi il capo e mi sollevai imprecando, non tanto per la ghianda che mi aveva colpito, ma perché ero convinto che la risatina che avevo udito poco prima avesse avuto una certa coincidenza. «Ehi, non mi piace che oltraggino la mia foresta. Tanto meno che si lancino sassi contro gli alberi!» In quel momento, il mio viso impallidì dalla paura e le mie gambe cominciarono ad indebolirsi, mi voltai di scatto per scorgere la fantomatica vocina e, scrutando intorno, il mio sguardo si fissò in un punto preciso: a poca distanza, scorsi un piccolo cumulo di rocce di svariate forme protette da rampicanti sinuosi che terminavano oscillando sul sottobosco sottostante. «E tu chi sei?» , chiesi stupito non credendo ai miei occhi. In quel momento ero piuttosto confuso, non riuscivo a capacitarmi di quello che mi stava accadendo, mi strofinai gli occhi incredulo per focalizzare meglio quella creatura che mi fissava con aria di sfida e che continuò: «Finchè la mia vecchia carcassa sarà ancora in vita, non accetterò che nessuno oltraggi la mia foresta, capito?». Non credevo ai miei occhi; una creatura alta poco più di dieci centimetri, mi stava scrutando dalla cima di un ramo, appoggiato per non perdere l’equilibrio, picchiettando il suo minuscolo piede come ad attendere che mi scusassi con lui. Indossava un simpatico e adorabile vestito attillato verde quasi a confondersi con la vegetazione; il suo viso era coperto da una folta barba brizzolata indice dell’età piuttosto avanzata e aveva un’ espressione piuttosto bizzarra; continuava a raggrinzire la fronte e osservarmi fisso negli occhi attendendo di ricevere un riscontro da parte mia. «Scusami sai, non pensavo che questo bosco fosse tuo!», continuai cercando di capire le sue intenzioni. La creatura si aggrottò ulteriormente forse per la presunzione o l’atteggiamento che stavo assumendo nei suoi confronti. «La foresta non è mia; io sono solo il custode e mi faresti un gran favore se tu e la tua gente ve ne andaste. Abbiamo già avuto troppi guai per colpa vostra!» Non feci in tempo a proseguire il discorso che il piccolo uomo svanì tra la vegetazione con la sua risatina ironica e io rimasi immobile, scioccato e incredulo. «Ma che diavolo era?» mi chiesi voltandomi per riprendere la strada del ritorno. Ero in preda a quella che poteva sembrare un’illusione e continuavo a ripetermi che non era possibile, non era reale ciò che avevo visto.  Decisi allora di intraprendere la via del ritorno, imponendomi di non voltarmi più indietro, avevo letto molti racconti sul ”piccolo popolo” ed era credenza comune che non si dovesse disturbarli per evitare che accadessero cose spiacevoli. Lungo il tragitto, riflettei cercando di trovare il modo di raccontare ciò che mi era accaduto e mi resi conto che forse era meglio non parlarne con nessuno visto l’incredulità della gente. Proseguii per il sentiero percorso pochi minuti prima e scorsi il luogo dove si trovavano ancora Stella e Paolo; erano ancora intenti a raccogliere funghi, piuttosto indaffarati e ancora pieni di entusiasmo, mi videro in lontananza e alzarono la mano salutandomi.

«Ehi, hai trovato qualcosa?» urlò Paolo portandosi la mano alla bocca. «No!», risposi senza quasi nemmeno ascoltarlo visto che i miei pensieri, in quel momento erano da tutt’altra parte; avrei voluto raccontare cosa mi era accaduto ma sapevo che chiunque mi avrebbe preso per pazzo. Appoggiai il cesto di vimini vuoto vicino ai miei piedi e mi avvicinai a Stella; lei mi fissò e in silenzio mi sorrise. «Tutto bene?», mi chiese accarezzandomi il viso. «Si, si, tranquilla, sono solo un po’ stanco», risposi per non farla preoccupare. Lei mi sorrise nuovamente e mi strinse la mano e con dolcezza sussurrò: «Lo so che questo periodo è piuttosto difficile per te…», si riferiva alla mia attuale disoccupazione che mi rendeva nervoso e la preoccupazione trapelava nonostante cercassi di non fare pesare a nessuno la situazione. «…ma non ti devi preoccupare, non devi scoraggiarti perché sono convinta che tutto andrà per il verso giusto, prima o poi» aggiunse distogliendo lo sguardo velato di una sorta di rassegnazione. Era una ragazza diversa dal comune, anche nei momenti di difficoltà riusciva a non farsi dominare dalla disperazione  e cercava in ogni modo di infondere coraggio, nel suo intimo soffriva, ma riusciva a sorridere, mi era sufficiente un suo sguardo, una sua carezza, per capire che non ero solo. La strada per il ritorno, ormai, brulicava di vita: svariate specie di uccelli intonavano le ultime melodie prima di lasciare spazio al canto dei grilli e si era alzata una sottile brezza autunnale che mi fece rabbrividire. Paolo stava raccogliendo le ultime cose e si avvicinò sorridente stringendomi le spalle: «Stasera vedrai che Serena ti preparerà qualcosa di speciale!» Giunti a casa, dopo esserci rinvigoriti con una doccia, ci ritrovammo seduti di fronte ad una tavola imbandita con varie prelibatezze a base di funghi che, dal nostro ritorno, Serena aveva meticolosamente preparato. Dopo la cena, mentre Serena e Stella si occupavano delle ultime faccende domestiche, fuori si era alzato il vento e ormai non si udiva più alcun rumore e io rimasi a contemplare la notte appoggiato alla finestra con una infinità di pensieri che si sovrapponevano nella testa. Ad un tratto Stella si avvicinò a me con l’espressione sorridente che le era solita, con il suo sguardo misto fra dolcezza e compassione mi sbirciò di fianco, poi prese la mia testa fra le mani, mi baciò la fronte e mi sussurrò che era l’ora di andare a letto. Ci infilammo sotto le coperte e discutemmo per qualche minuto sugli eventi dei giorni passati, per poi addormentarci l’uno accanto all’altro: io la abbracciavo mentre lei se ne stava rannicchiata, come la prima volta che avevamo dormito insieme. Quella notte però il mio sonno non fu per nulla tranquillo, ero disturbato da un sogno ricorrente che già da qualche giorno mi inquietava poiché non riuscivo a capirne il senso: una donna affascinante, vestita con un sontuoso abito bianco era stesa su una roccia vicino ad un ruscello in un bosco. Nel sogno l’acqua limpida improvvisamente si tingeva di rosso per un rivolo di sangue proveniente da una ferita sul petto della fanciulla che una volta intriso il vestito, scorreva sulla roccia fino al ruscello. La donna, prima immobile, si voltava verso di me, che la osservavo a pochi passi di distanza, e allungava il gracile braccio in cerca di un aiuto, di un appiglio; io, in risposta a quel gesto, mi avvicinavo a lei, stavo per raggiungerla a sfiorare la sua mano e…mi svegliavo con la fronte umida di sudore e il cuore che sembrava voler sfuggire dal mio petto. Dopo questi bruschi risvegli restavo qualche minuto immobile, sconcertato, poi, facendo attenzione a non svegliare Stella, piano piano mi alzavo e, in punta di piedi, percorrevo più volte la stanza per calmarmi continuando a non capire il senso di quel sogno che ormai si stava trasformando in un incubo.

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