Il Concime

September 28, 2010

 

Il Concime

di

Norman Baker

 

 

 

1

 

Con i biondi capelli legati sulla nuca, una molletta per il bucato stretta sul naso e armata di un lungo mestolo da cucina, Jennifer alzò delicatamente la coda di Moira e raccolse dal pavimento del recinto un ultimo campione di bava puzzolente.

      «Brava, ragazza» disse Jennifer. «Ma quanto pesi?… Se continui così diventerai una culona.»

      «Gniiik…» rispose Moira con il verso caratteristico della lumaca gigante del Pantanal.

       Jennifer versò la bava all’interno di un grosso vaso di vetro sulla cui etichetta era stampigliato:

 

            Megalimax fluvialis brasiliensis – CAMPIONI MUCO.

            Esemplare #5-012 (Moira)

            Dr. Jennifer Logan

            Biologia cellulare e molecolare

            SysClone Lab, USA.

 

       Jennifer aggiunse data e ora su degli appositi spazi lasciati vuoti, tappò il vaso e uscì dal recinto di Moira bloccando lo sportello elettrico.

      «A più tardi, dolcezza.»

       Moira dilatò i grandi occhi neri posti alle estremità dei due lunghi tentacoli che aveva sulla testa.

      «GniiiiiiEEEk…»

      Jennifer si fermò e rimase a guardarla per un istante. Fu una sua impressione, o il verso che Moira aveva appena emesso era diverso dal solito? Dopotutto, pensò, avrebbe anche potuto essere, dal momento che le analisi della bava degli ultimi giorni presentavano valori in netto disaccordo con quanto previsto dal modello matematico di Marcus. Per fortuna, quel giorno Marcus sarebbe rientrato dalle ferie e avrebbe potuto esaminare i dati.

      «Che c’è, piccola?»

      «GniiiiiiEEEk…» disse di nuovo Moira riprendendo a strisciare allungando il viscido corpo marroncino. Ormai aveva quasi un metro di lunghezza e più di cinque chili di peso. L’avevano chiamata Moira su indicazione di un giovane stagista del progetto il quale aveva giurato di avere nel Kansas una prozia sputata al mollusco. Nei laboratori segreti al terzo piano della SysClone, nel deserto a 200 chilometri a nordest di Barstow, sulla Mojave Freeway, in California, Jennifer la stava allevando da quasi sei mesi, cioè da quando era stata un semplice uovo appiccicaticcio delle dimensioni di pochi millimetri.

 

 

 

2

 

Nell’ufficio del laboratorio attiguo alla sala recinti Jennifer aggiornò la check-list quotidiana. Quella settimana doveva raccogliere sei campioni di bava al giorno, uno ogni due ore e tassativamente entro dieci minuti dalla fine dei pasti di Moira. Era infatti in quell’intervallo di tempo che il metabolismo della lumaca gigante produceva il “Concime”, la macromolecola dall’impronunciabile nome scientifico che da oltre due anni Jennifer stava cercando di stabilizzare. L’avevano ribattezzata in quel modo per via delle sue straordinarie capacità di rigenerare le cellule atrofizzate dei bulbi capilliferi.

       Se ne era accorto per la prima volta un biochimico della SysClone che stava eseguendo alcuni studi sulle proprietà antirughe della bava delle lumache giganti del Pantanal, nell’Amazzonia brasiliana. Rimasto bloccato per diverse settimane dalle piogge in uno sperduto villaggio dell’immensa palude, lo scienziato, seguendo l’esempio degli abitanti del luogo, aveva usato il muco delle lumache al posto del gel per i capelli, accorgendosi dopo un certo tempo che la stempiatura che da anni lo aveva afflitto era notevolmente diminuita. Al suo rientro in California lo scienziato ne aveva parlato ai suoi capi della SysClone, che avevano fatto due più due. Un mese più tardi Jennifer partiva per il Brasile e cominciava a studiare la Megalimax. Erano trascorsi quasi tre anni.

       Purtroppo la macromolecola era estremamente instabile e si degradava molto in fretta, perdendo le sue capacità rigenerative entro pochi minuti dalla secrezione. L’instabilità era dovuta a un’insufficiente concentrazione degli enzimi che ne regolavano il processo di sintesi. Compito di Jennifer e del suo staff era quello di sviluppare un metodo che consentisse di aumentare la concentrazione degli enzimi e rendere la molecola stabile.

Marcus Emerson, informatico e analista dati del progetto, entrò nell’ufficio mangiando una mela. Ascoltava musica punk ad altissimo volume da un I-Pod. Era un uomo atletico, alto, moro e piacente. Aveva trent’anni, cinque più di Jennifer.

       «Come va con le tue chioccioline?» urlò indicando la bava.

       «Le chiocciole sono quelle con la conchiglia, te l’ho detto un milione di volte.»

       «Come dici?»

        Jennifer riportò sulla check list i dati scritti poco prima sull’etichetta del vaso. Quindi infilò il campione nel frigo insieme agli altri.

       «Ho alcuni dati da mostrarti. Mi serve un parere.»

       «Cosa?»

       «Potresti abbassare il volume?»

       «Come?»

       Jennifer afferrò i fili degli auricolari e li strappò senza complimenti dalle orecchie di Marcus.

       «Ahia! Ma sei scema?»

       «Quante storie.»

       «Mi hai fatto male.»

       «Non credo che morirai. Stavo dicendo che vorrei mostrarti i risultati delle analisi di questi ultimi giorni. C’è qualcosa che non mi convince.»

       «D’accordo» disse Marcus imbronciato. «Però mi devi dare tanti bacini sulle orecchie. Sono tutte indolenzite.»

       Jennifer inforcò gli occhiali e avviò il PC.

       «Non prendi ma niente sul serio?»

       «No» rispose Marcus dopo diversi secondi di concentrazione.

       «Non avevo dubbi. Comunque i bacini te li scordi. E adesso vediamo quei dati. Non serve che ti ricordo chi è il capo del progetto.»

       «Jawohl mein Führer!» disse Marcus scattando sugli attenti e facendo il saluto nazista. Spesso l’apostrofava in quel modo, non solo per il carattere a volte troppo autoritario della donna, ma anche per l’aspetto fisico che, all’interno della SysClone, le era valso il nomignolo di “Valchiria”.

 

 

3

 

«Impossibile!» disse Marcus dopo aver riesaminato i dati per l’ennesima volta. «Questi valori non sono compatibili con l’età di Moira. Le transferasi e le idrolasi sono altissime. E guarda l’EC 6. A occhio questi livelli si dovrebbero registrare tra due o tre mesi!»

       Seduti davanti al computer, Marcus e Jennifer guardavano sul monitor i risultati delle analisi della bava di Moira.

      «Lo so» disse Jennifer.

      «Hai ridondato gli esami?»

      «Ho ripetuto le analisi tre volte.»

      «Con apparecchiature diverse?»

      «Sempre.»

      «Hai mandato un campione a Christensen, alla profilassi?»

      «Stessi risultati.»

      «Stranissimo. Fammi vedere i dati completi della settimana.»

      Jennifer aprì dei file, visualizzando sul monitor una serie di tabelle che Marcus esaminò concentrato per alcuni momenti.

      «Qui» disse dopo un po’ indicando la riga di una tabella.

      «Cosa?»

      «I parametri hanno cominciato a discostarsi dal mio modello matematico martedì. All’inizio sono aumentati di poco, entro l’incertezza del metodo, ma poi, già dopo il pasto successivo di Moira, solo due ore più tardi, hanno preso a salire esponenzialmente.»

      «Come lo giustifichi?»

      «Non lo giustifico. Sei tu il cervellone di Harvard.»

      «E tu lo smanettone del MIT. Perché non smanetti un po’ sul computer in cerca di una risposta?»

      Marcus le sbirciò nel generoso decolleté del camice.

      «Smanetterei più volentieri qualcos’altro.»

      «Questa me la dicevano già alle medie. E non mi faceva ridere neanche allora. Mai sentito parlare di molestie sessuali?»

      «Molestami fino alla morte.»

      Jennifer scosse la testa.

      «Datti una mossa.»

      «Agli ordini!»

      Marcus si impossessò della tastiera e cominciò a digitare alcuni comandi.

      «Hai mantenuto le linee guida?» chiese.

      «Naturalmente.»

      «Hai osservato gli orari?»

      «Al secondo.»

      «La quantità di Concime è buona?»

      «Il rubescens di Michael ha fatto il suo dovere.»

      Attraverso l’introduzione nel DNA della Megalimax di un gene dell’Octopus rubescens, il polpo rosso del Pacifico, erano riusciti a incrementare la produzione di macromolecola, così da averne sempre sufficienti quantità per gli esperimenti.

      «I livelli microclimatici della sala recinti sono normali?»

      «Sì.»

      «Temperatura?»

      «28 gradi costanti.»

      «Umidità relativa?»

      «90%. Come sempre.»

      «Le luci per la simulazione del ritmo giorno-notte?»

      «Marcus, è tutto nella norma.»

      «Sempre meglio verificare.»

      «Il sistema ci avrebbe segnalato qualsiasi anomalia.»

      «D’accordo. Hai modificato il 5-2?»

      La concentrazione degli enzimi che determinavano la stabilità del Concime dipendeva in maniera diretta dalla dieta di Moira. Jennifer stava lavorando sulla selezione degli ingredienti del mangime per definirne una composizione ideale. La ricetta attuale era la seconda della quinta generazione, ovvero la 5-2.

      «Per chi mi hai preso?» saltò su Jennifer. «Ho scritto io stessa le istruzioni operative. Come puoi pensare che abbia apportato delle modifiche senza prima consultarvi?»

      «Non scaldarti. Dobbiamo vagliare ogni ipotesi. Adesso fammi verificare il metodo.»

      Marcus digitò dei comandi sulla tastiera e dopo qualche secondo sul monitor del PC comparve un grafico con una curva che saliva verso l’alto.

      «Con questo trend di crescita fra una settimana potremmo avere le concentrazioni di enzimi necessari a chiudere il pathway e rendere stabile la macromolecola.»

      «Ma è fantastico!»

      «Sempreché i tassi di incremento si mantengano costanti. Il problema è che dobbiamo trovare le cause dell’anomalia. I soli valori sballati non ci dicono niente. Te lo chiedo ancora: sei sicura di non aver apportato modifiche alla procedura?»

      «Sicurissima. Ho seguito il metodo standard, come ho sempre fatto con tutti gli esemplari di tutte le generazioni precedenti. Per scrupolo mi sono ripassata le check list dell’intera settimana. Dovresti conoscermi.»

      «Ok. Eppure martedì è successo qualcosa. Deve essere successo. Gli enzimi non dovrebbero avere queste concentrazioni, il mio modello non lo prevede.»

      «C’è anche dell’altro» disse Jennifer.

      «Cosa?»

      «Poco fa mi è parso che il verso di Moira fosse diverso dal solito.»

      «Come, diverso?»

      «Non saprei. E, per dirla tutta, mi sembra più grossa del normale.»

      «Più grossa?»

      «Sì.»

      «Sicura?»

      «Abbastanza. Sto con lei tutti i giorni e credo che stia diventando troppo grande.»

      «Fammi vedere i valori della crescita.»

      Jennifer cliccò un’icona e aprì un database con gli indici richiesti. Poi lanciò il programma per la scansione dei parametri biometrici in tempo reale. Dentro il recinto di Moira alcuni laser ronzarono e la bilancia sul fondo si attivò per pesare l’animale.

      «Questi sono i dati aggiornati ad adesso.»

      Marcus esportò i dati e li esaminò con il suo modello. Scosse la testa.

      «Hai ragione. È troppo grande.»

      «Merda.»

      «Qualcosa deve essere assolutamente successo. Fammi vedere i parametri vitali.»

      Jennifer aprì una nuova finestra con il database dei parametri vitali di Moira che un chip impiantatole sottopelle trasmetteva in continuo attraverso la rete wireless del laboratorio.

      «Pressione sanguigna e frequenza cardiaca sono troppo alte» disse Marcus dopo aver analizzato i dati. «Qui è accaduto qualcosa. Non ti viene in mente proprio niente?»

      «No.»

      «Pensaci bene. Fai mente locale.»

      «Ti ripeto che non ho modificato niente. Piuttosto non è che il tuo metodo…» Jennifer si interruppe.

      «Cosa?»

      «Porca puttana! Mike!»

      «Mike? Che c’entra Mike?»

      Jennifer prese il cellulare e chiamò un numero. Dopo più di un minuto finalmente qualcuno rispose.

      «Mike, ti voglio al laboratorio entro un’ora… Non me ne frega un cazzo se è domenica e stavi dormendo. Vedi di essere qui tra un’ora o stavolta ti sbatto fuori dal progetto una volta per tutte!»

      Chiuse la comunicazione senza aspettare la replica. Poi si rivolse a Marcus.

      «Martedì ero in sede a Pomona per l’incontro con i finanziatori cinesi. Avevo lasciato le consegne a Michael!»

 

 

4

 

«Le hai dato da mangiare una barretta ai cereali?»

      «Una barretta biologica.»

      «Che coglione!» dissero in coro Jennifer e Marcus.

      Michael Radford, venticinquenne veterinario del progetto, era da poco entrato nell’ufficio del laboratorio. Indossava bermuda e T-shirt e aveva la barba di due giorni e i lunghi capelli rossi raccolti in una coda di cavallo. Malgrado la giovane età, nel suo campo era uno scienziato molto quotato, ma distratto e confusionario, e spesso capitava che combinasse dei guai all’interno del progetto, tanto che alle sue spalle più di qualcuno lo chiamava “il Coglione”.

      «Una barretta OGM free» ci tenne a precisare.

      «Niente è OGM free» disse Marcus. «Dovresti saperlo se lavori per una compagnia di biotecnologie.»

      «Era scritto sulla confezione.»

      «Hai mandato a puttane il progetto» lo rimproverò Jennifer. «Gli enzimi hanno assunto valori altissimi. Oltre ogni aspettativa. E Moira è troppo grande per la sua età. Siamo completamente fuori dal modello matematico di Marcus.»

      Michael la guardò stupito.

      «Ma non era il nostro obiettivo aumentare la concentrazione degli enzimi?»

     «Non è questo il punto, Mike. Stavolta l’hai fatta grossa. Hai vanificato sei mesi di lavoro.»

      «Ma… non credevo…»

      «Dovrò fare rapporto a Pomona. Ti butteranno fuori.»

      «Ci butteranno fuori» disse Marcus sconsolato. «Se si viene a sapere, andiamo a casa tutti.»

      Jennifer era nera. Marcus aveva perfettamente ragione. Un fatto del genere era intollerabile all’interno di un progetto scientifico di quella portata. E lei era la responsabile in capo del programma di sviluppo, per cui sarebbe stata la prima a essere trombata. Prese a camminare nervosamente avanti e indietro per l’ufficio. Dopo un po’ si avvicinò a Michael.

      «Mi spiace» disse questi.

      «È tardi per le scuse. Che barretta le hai dato?»

      «Uno Sweettle della macchinetta qui fuori.»

      «Prendine uno e prega Dio che sia uguale all’altro.»

 

 

5

 

«Avena, orzo, frumento, farro, mais e fonio» lesse Jennifer sulla confezione. Su un banco piastrellato del laboratorio c’era la barretta sezionata in due parti con precisione chirurgica.

      «Fonio?» disse Marcus. «Che roba è?»

      «Non saprei.»

      «Credo sia un cereale africano» intervenne Michael. «Una roba tipo couscous. La mia ragazza me lo propina ogni tanto.»

      Marcus digitò qualcosa sul computer.

      «Secondo Wikipedia è un antico cereale altamente proteico utilizzato principalmente dalle popolazioni di Etiopia e Sudan al posto del grano. Il sito del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti me lo conferma.»

      «È l’unico ingrediente che non compare nel 5-2 di Moira» disse Jennifer. «Gli altri ci sono tutti. Secondo le informazioni indicate sulla confezione qui dentro ce n’è tra il 2 e 3 percento.»

      «Dici che è quello?» chiese Marcus.

      «Potrebbe. Oppure la combinazione di quello con qualcos’altro.»

      «Non c’è nient’altro nello Sweettle?» domandò Michael. «Eccipienti, conservanti, addensanti?»

      «No. È un prodotto biologico, o almeno lo spacciano per tale. Contiene solo un po’ di fruttosio, ma c’è anche nel mangime di Moira.»

      «Che si fa?» chiese Marcus.

      «Somministriamo uno Sweettle a un esemplare di riserva» propose Jennifer.

      «Non concordo» disse Marcus scuotendo la testa. «Per questo dovremmo sentire Pomona.»

      «Pomona ci manda tutti a casa a calci in culo» disse Michael.

      «Per colpa tua. Coglione!»

      «Come ti permetti?»

      «Vaffanculo!»

      «Vaffanculo a chi? stronz…»

      «Piantatela» tagliò corto Jennifer.

      I due si calmarono.

      «E poi c’è una cosa che non mi torna, Jenny» disse Marcus dopo un po’.

      «Cosa?»

      «Mettiamo che la causa dell’anomalia sia proprio questa fonia o come si chiama. Perché i valori degli enzimi hanno continuato a crescere per tutta la settimana? La quantità ingerita è troppo piccola. Il 3 percento di 25 grammi fanno meno di un grammo».

      «È possibilissimo» disse Jennifer. «Spesso in biochimica è sufficiente introdurre nelle reazioni alcuni semplici catalizzatori che poi fanno progredire il processo autonomamente in modo irreversibile.»

      «Concordo» disse Michael annuendo.

      «Comunque dare una barretta a una riserva non mi sembra una buona idea.»

      «Ok» disse Jennifer. «Somministriamo a Moira ancora una dose di 5-2 e analizziamo un campione di bava. Se la curva continua a salire ne riparliamo. Tra l’altro sarebbe l’ora della sua pappa.»

 

 

6

 

Quando furono davanti a Moira convennero tutti e tre che, in effetti, la lumaca era decisamente più grossa degli esemplari di pari età nei recinti attigui. Jennifer, che la vedeva tutti i giorni, e più volte al giorno, era convinta che fosse addirittura più grande di due ore prima. E adesso sembrava anche nervosa, dal momento che girava in tondo all’interno del recinto lasciando ad ogni passaggio consistenti quantità di bava. Inoltre, cosa mai osservata prima, invece di emettere il suo verso caratteristico, soffiava minacciosa alla maniera dei felini.

      Le Megalimax erano creature mansuete e inoffensive, al punto che Jennifer, nel corso delle sue diverse spedizioni nel Pantanal, aveva osservato spesso i bambini più piccoli dei villaggi cavalcarle per gioco lungo i canali delle paludi. Pertanto, vedere Moira strisciare in circolo innervosita e soffiare come una gatta in calore, era per Jennifer a dir poco inquietante.

      «Guarda con che velocità si sposta» disse Michael.

      «E come attorciglia le antenne» aggiunse Marcus.

      «Sarebbero i tentacoli» lo corresse Jennifer.

      «Li muove come quelli di una piovra.»

      Jennifer si avvicinò a un armadietto e prese il sacco del 5-2. Dosò un pasto mescolandone tre parti con una di acqua e lo versò dentro una ciotola, quindi sbloccò lo sportello del recinto.

      «Vuoi entrare?» chiese Marcus. «Non ti sembra un po’ nervosetta?»

      «Prendi un punzone elettrico» propose Michael.

      «Per Moira? Sei fuori? Cosa vuoi che mi faccia?»

      «Staccarti una mano a morsi?»

      L’ipotesi era assurda, essendo la lumaca gigante vegetariana e dotata di piccolissimi denti adatti solo a masticare vegetali. Malgrado ciò, Jennifer esitò per alcuni istanti prima di entrare nel recinto.

      Quando fu dentro, Moira strisciò verso di lei con velocità impensabile per una lumaca gigante. Jennifer pensò che avesse sentito l’odore del mangime, invece l’animale puntò la donna, raggiungendola in pochi istanti e cercando di morderle una mano. Jennifer si ritrasse e mollò un urlo, uscendo di corsa dal recinto.

      «Te l’avevo detto, cazzo!» urlò Michael. «Porca puttana! Vuoi sempre fare di testa tua!»

      Ancora scossa, Jennifer lo fulminò con uno sguardo.

      «Che cazzo dici?» sbraitò. «Se non era per la tua coglionaggine tutto questo non sarebbe mai successo.»

      «Guardate!» li interruppe Marcus indicando il recinto. «Sta cambiando colore.»

      Dall’abituale tonalità di marroncino, la pelle di Moira stava virando verso una tenue sfumatura rossastra. Il cambiamento di colore non era però uniforme, ma distribuito in una serie di chiazze pulsanti che aumentavano e diminuivano di intensità.

      «Merda!» disse Michael.

      Poi, in un unico boccone, Moira ingoiò l’intera dose di 5-2, avventandosi in seguito sulla ciotola ormai vuota, prima di rendersi conto che il cibo era finito e riprendere a soffiare e strisciare in tondo sempre con maggiore velocità.

 

 

7

 

La percentuale degli enzimi era sbalorditiva. I valori erano quasi decuplicati rispetto a quelli di due ore prima. Il trend di crescita era ormai una sorta di curva iperbolica.

      Jennifer osservava incredula il monitor con i risultati delle analisi del campione che avevano da poco prelevato senza entrare nel recinto, legando il solito mestolo da cucina al manico di una scopa (che Moira aveva cercato di azzannare).

      «Incredibile» disse.

      «Cosa facciamo?» chiese Marcus.

      «Proviamola sugli scalpi» disse Michael, alludendo alle colture di bulbi capilliferi che conservavano nelle celle frigo della sala microscopia per testare le capacità del Concime.

 

 

8

 

«Allora?» chiese Marcus impaziente.

      «Stupefacente» disse Jennifer guardando nel microscopio elettronico.

      «Facci vedere.»

      Jennifer collegò il microscopio al grande video esterno e regolò alcune manopole. Sullo schermo comparve un vetrino con la coltura di cuoio capelluto. I bulbi capilliferi brulicavano, moltiplicandosi a vista d’occhio, ingrandendosi ed emettendo in tempo reale le estremità di nuovi capelli, piccoli e sottili ma all’apparenza estremamente sani e vigorosi. Era stata sufficiente una goccia di bava prelevata direttamente dal vaso dell’ultimo campione. Forse un millilitro.

      «Siamo ricchi» sussurrò Michael osservando le immagini a occhi sgranati.

      «Non ancora» disse Jennifer. «Dobbiamo capire se il Concime è stabile. E poi ci serve la ripetibilità.»

      «Che vuoi fare?»

      «Diamo uno Sweettle a una riserva e monitoriamola in continuo. Se il fenomeno si ripete dovremmo registrare l’anomalia entro stasera.»

      «Non concordo» disse nuovamente Marcus. «Qui abbiamo un problema. Dovremmo prima sentire Pomona e, in ogni caso, aspettare e vedere come si evolve la situazione di Moira. Il fatto che sia diventata aggressiva e aumenti di dimensioni non mi lascia affatto tranquillo.»

      «Se coinvolgiamo Pomona, entro stasera siamo fuori dal progetto» disse Jennifer. «Lo daranno in mano a qualcun altro, che si prenderà i meriti, la gloria e tutti i benefit concordati con il consiglio in caso di successo.»

      Non aveva tutti i torti.

      «Dobbiamo farlo subito» ribadì Jennifer.

      Fu irremovibile.

 

 

9

 

L’esemplare prescelto era il #5-005 e si chiamava Ramon. Biologicamente si poteva considerare a tutti gli effetti un gemello di Moira, essendo nato dallo stesso sacchetto di uova prelevato dalla lumaca donatrice. Viveva in uno dei recinti ‘B’, quelli delle riserve, ovvero gli esemplari che avevano presentato caratteristiche genetiche molto simili a quelle di Moira. Seguiva la stessa dieta della sorella, ma naturalmente i suoi valori enzimatici non erano alla stessa altezza. Dopotutto, nessun esemplare, di nessuna generazione, aveva mai prodotto bava ricca come quella di Moira, anche prima dell’anomalia.

      Marcus tornò in quel momento dalla macchinetta con 4 Sweettle.

      Michael imbracciò una videocamera digitale che utilizzavano in genere per documentare le fasi salienti della ricerca. Inquadrò Jennifer.

      «Quando vuoi» le disse iniziando a registrare.

      Jennifer si sistemò velocemente capelli e camice e cominciò a descrivere l’esperimento, ricapitolando i dati fondamentali: data e ora, l’anomalia, le presunte cause, la barretta ai cereali, lo strano comportamento di Moira. Poi prese uno Sweettle, lo scartò ed entrò nel recinto di Ramon.

      L’animale ingoiò la barretta con gusto e senza farsi pregare, emettendo i versi caratteristici delle lumache giganti. Dopo una decina di minuti, Jennifer gli alzò la coda e prelevò un campione di bava in fase di secrezione. Riempì un vaso che Marcus tratteneva mentre Michael continuava e registrare l’evento.

 

 

10

 

«Niente» disse Jennifer sconsolata alzando gli occhi dal monitor. «Valori standard.»

      Erano passate ormai due ore dal prelievo, ma le percentuali di enzimi non mostravano alcuna anomalia. Avevano ripetuto le analisi tre volte, ogni volta con apparecchiature diverse, ma niente.

      «Merda» commentò Michael avvilito.

      «A quanto pare non è la fonia» disse Marcus.

      «Già.»

      «La dieta di Ramon è la stessa di Moira?»

      «5-2» disse Jennifer. «Preparo i pasti dallo stesso sacco».

      «Forse è dovuto al fatto che gli enzimi di Moira erano più concentrati in partenza» ipotizzò Michael. «Nessun esemplare ha mai presentato livelli paragonabili ai suoi.»

      «No» disse Marcus. «Ne ho tenuto conto modificando le variabili del mio modello. L’anomalia dovrebbe essere già ben evidente.»

      «Dev’essere qualcos’altro» disse Jennifer pensierosa. «Però non mi viene in mente niente. Moira e Ramon vivono a solo pochi metri di distanza, mangiano le stesse cose, hanno gli stessi ritmi sonno-veglia.»

      «Cosa facciamo?» chiese Mike.

      «Ripetiamo l’esperimento. Magari la barretta aveva una percentuale di fonia più bassa.»

 

 

11

 

Ramon mangiò una seconda, una terza e una quarta barretta di Sweettle. Jennifer analizzò campioni di bava per tutta la notte. Nessun risultato.

      Alle cinque del mattino, i tre scienziati, sfibrati e delusi, si addormentarono come bambini sulle poltroncine dell’ufficio.

 

 

12

 

«È quello che non gli abbiamo dato!» urlo Jennifer svegliando gli altri di soprassalto.

      Fuori era ormai giorno inoltrato e il caldo sole del deserto penetrava dalle veneziane delle finestre del laboratorio.

      «Che cazzo…?» bofonchiò Michael con la voce impastata sollevando la testa di scatto.

      «Siamo degli idioti!» disse Jennifer scuotendo la testa. Sgranocchiava una barretta di Sweettle. «È quello che non gli abbiamo dato.»

      «Di che cosa stai parlando?» chiese Marcus stiracchiandosi.

      «Ma non capite? Nella furia di dare a Ramon gli Sweettle gli abbiamo dato solo gli Sweettle

      Marcus e Michael si scambiarono uno sguardo. Non afferravano. Uno si grattò la testa e l’altro la pancia.

      «Ma dormite in piedi?» insisté Jennifer. «Gli abbiamo dato solo le barrette. SO-LO. Senza il 5-2.»

      Marcus annuì. Cominciava a capire.

      «Già. Deve essere qualcosa che c’è nel mangime ma non nelle barrette, giusto? Due ingredienti che si combinano. Dobbiamo mescolare le barrette con il 5-2!»

      Jennifer sorrideva.

      «Mike, prendi tutti gli Sweettle che ci sono nella macchinetta. L’inserviente l’ha appena caricata.»

      «Ma allora ce ne saranno almeno una cinquantina.»

      «Prendili tutti.»

 

 

13

 

L’anomalia si presentò dopo due ore. Dopo quattro i valori cominciarono a seguire il trend di Moira. Dopo sei si poteva dire che l’esperimento era riuscito. L’iper-aumento della concentrazione degli enzimi era quindi dovuto alla combinazione tra gli ingredienti del mangime del laboratorio e quelli dello Sweetle della macchinetta. E il Concime sembrava stabile.

      Jennifer, Marcus e Michael osservavano ammirati i dati sul monitor del computer. Marcus aveva utilizzato il suo modello per generare una curva proiettata in avanti di sei giorni e l’aveva sovrapposta a quella di Moira: eliminati alcuni trascurabili scarti, erano praticamente uguali. L’ipotesi più gettonata fino a quel momento era che l’anomalia scaturisse da una qualche reazione tra alcune molecole presenti nella fonia, forse la tetrametilglicina, e le mucillagini dell’agar agar, un agente gelificante utilizzato per addensare i fiocchi del mangime, la cui molecola fondamentale era presente in natura anche in alcune alghe di cui le lumache si cibavano allo stato libero nel Pantanal. Poteva anche trattarsi di qualcosa di completamente diverso, ma ci sarebbe stato tutto il tempo di approfondire. Per scrupolo venne ripetuta la prova su una coltura di bulbi capilliferi, che crebbero e si svilupparono in pochi istanti sotto gli occhi soddisfatti dei tre ricercatori.

      Con quei risultati in tasca, pensò Jennifer, i finanziatori cinesi avrebbero sborsato almeno venti o trenta milioni senza battere ciglio. Si alzò in piedi tutta contenta.

      «Dobbiamo festeggiare» disse. «In frigo ci deve essere ancora una bottiglia di spumante italiano avanzata da capodanno.»

      «Hai visto, donna di poca fede?» disse Michael alzandosi a sua volta e andando al frigorifero. «Se non era per me probabilmente non ce l’avremmo mai fatta. A sintesi ultimata potremmo chiamarla la proteina di Radford.»

      «Sogna» disse Jennifer. «La chiameremo Loganina.»

      «Radfordina.»

      «Jenniferina.»

      «Sweettlina» propose Marcus ridendo.

      «Obiezione vostro onore» disse Michael cominciando a stappare lo spumante. «Propongo Michaelina o Mikina. Sì Mikina mi suona bene.»

      Stappò la bottiglia con un botto tremendo. Davvero troppo forte anche per uno spumante italiano. I tre rimasero in silenzio, con lo spumante che sgorgava a fiotti sul pavimento. Ci fu un secondo botto e la stanza tremò. Dalla sala recinti provenne una gran confusione; qualcosa che si schiantava e delle urla disumane. Dopo un iniziale momento di panico, Jennifer si precipitò verso la porta dell’ufficio, ma Marcus la bloccò e aprì l’armadio dove conservavano i punzoni elettrici che erano stati costretti a utilizzare a volte con gli animali più aggressivi in altri progetti.

      Si armarono tutti e tre e andarono alla sala recinti.

 

 

14

 

La cosa che fece vomitare Michael furono gli schizzi di sangue sulle pareti. Erano completamente rosse e ricoperte di bava e brandelli di lumache. I recinti erano per la maggior parte divelti e i tavoli e gli armadi ribaltati. Nell’aria volteggiavano ancora alcuni filamenti della paglia utilizzata per i giacigli delle lumache.

      «Porca puttana!» imprecò Marcus avvicinandosi al recinto di Ramon. L’animale era agonizzante, senza uno dei tentacoli e con il ventre aperto.

      «Guardate!» disse Jennifer indicando sopra un tavolo la ciotola all’interno della quale avevano qualche ora prima abbandonato le barrette di Sweettle. «Sono sparite tutte.»

      «Saranno state almeno quaranta» disse Michael sollevando la ciotola, che ormai conteneva solo residui di bava maleodorante.

      «È stata Moira» disse Marcus.

      «Sei pazzo?» protestò Jennifer non troppo convinta.

      «È l’ipotesi più logica.»

      «E manca solo lei» aggiunse Michael indicando il recinto di Moira, intatto e aperto, con la serratura sbloccata.

      «Ma dov’è?» disse Jennifer.

      «Cerchiamola» propose Marcus.

      Attivarono i punzoni alla massima potenza e cominciarono a perlustrare l’ampia sala. Si divisero, procedendo parallelamente lungo le schiere di recinti. Dopo dieci minuti convennero che di Moira non c’era traccia. Si inoltrarono allora verso il fondo dei locali, in una zona poco illuminata dove erano accatastate attrezzature dismesse e pallet vari, tra cui quelli con il 5-2. Numerosi sacchi di mangime erano strappati e semivuoti.

      «Qui mancano almeno dieci chili di pastone» osservò Michael.

      «Là» disse Jennifer indicando verso l’alto.

      Una scia di bava luccicante risaltava nitida sulla parete di fondo. La seguirono tutti e tre con lo sguardo salire in verticale e perdersi dentro un condotto dell’impianto di areazione con la griglia sfondata.

      La scia di bava era larga almeno mezzo metro.

 

 

15

 

Sul monitor che mandava le registrazioni delle telecamere di sicurezza Moira era gigantesca. Oltre due metri di lunghezza per un diametro di quaranta o cinquanta centimetri.

      Marcus stava aprendo tutti i file mpeg salvati negli ultimi minuti dalle telecamere del sistema di videosorveglianza installate nella sala recinti.

      «È raddoppiata di dimensioni nel giro di qualche ora» disse Jennifer sgomenta. «Peserà almeno un centinaio di chili.»

      «Guardate le antenne» disse Marcus.

      I tentacoli erano rossi e grossi come braccia e si muovevano come i serpenti sulla testa di Medusa. E fu proprio estroflettendo un tentacolo all’esterno del recinto che Moira aprì la porta.

      Michael sgranò gli occhi.

      «Cazzo! Ma questo è impossibile.»

      Eppure Moira aveva aperto la porta, sbloccando la serratura elettrica con uno dei tentacoli. Poi le immagini la mostrarono uscire dal recinto e dirigersi senza indugio verso il banco con le barrette ai cereali abbandonate nella ciotola. Le divorò con tutta la confezione, ingoiandole con avidità.

      «Sembra un tossico in astinenza» disse Michael.

      Dopo pochi istanti le chiazze rosse sul copro di Moira aumentarono di intensità, cominciando a pulsare ritmicamente. Poi la lumaca puntò diritto il recinto di Ramon e si scatenò. Senza alcun preavviso si avventò sul fratello con violenza inaudita, staccandogli un tentacolo e aprendogli il ventre a morsi. Poi distrusse i recinti degli altri esemplari e li uccise senza alcuna pietà nel giro di una manciata di secondi. La brutalità e la forza di Moira erano inverosimili, e la velocità con cui si spostava impensabile per una lumaca gigante. E continuava a soffiare come una gatta e adesso anche a gridare in un’aberrazione del suo verso caratteristico. Alla fine, dopo aver distrutto tutto ciò che incontrava sul proprio cammino, si diresse verso i bancali in fondo alla sala e addentò diversi sacchi di mangime, divorandone il contenuto. Poi si guardò intorno e, individuato un obiettivo, strisciò in verticale lungo la parete, raggiungendo la griglia dell’impianto di areazione.

      Per un solo istante rivolse un tentacolo verso la telecamera e socchiuse l’occhio nero posto all’estremità, come a voler meglio guardare, quasi consapevole di essere osservata. Poi sfondò la griglia e si infilò nel condotto. Dopo un paio di secondi nell’inquadratura comparvero Jennifer, Marcus e Michael con i punzoni in mano.

 

 

16

 

Il modello matematico di Marcus non lasciava dubbi. Con tutto quello che aveva mangiato, Moira avrebbe potuto raggiungere dimensioni gigantesche.

      Avevano prelevato un campione di bava dalla scia che entrava nel condotto di areazione e le analisi avevano rilevato una concentrazione di enzimi spaventosa, nonostante fosse trascorsa quasi un’ora dal pasto. Marcus aveva elaborato sui due piedi al computer un algoritmo che legava la concentrazione degli enzimi al rateo di crescita di Moira, aggiornato con gli ultimi dati delle analisi e delle scansioni dei parametri biometrici nel recinto. Il modello indicava che entro un’ora la lumaca avrebbe raggiunto le dimensioni di un elefante. Per le proiezioni successive Marcus dovette caricare sul programma un database con i dati relativi all’Ordine dei Dinosauri, non esistendo animali terrestri viventi di dimensioni paragonabili a quanto indicato dall’algoritmo.

      «Guarda qua» disse Marcus a Jennifer indicando il monitor del computer.

      Il database dei dinosauri aveva un’interfaccia grafica che rapportava con delle figure le dimensioni dei rettili a quelle di un uomo. Cominciarono ad apparire le sagome delle diverse specie con l’indicazione dei tempi di sviluppo. Nelle ore successive Moira sarebbe diventata grande, nell’ordine, come uno stegosauro, 12 metri, un brachiosauro, 20 metri, un diplodoco, 32 metri. Dopo cinque ore avrebbe raggiunto le dimensioni di un supersauro, un sauropode da 40 metri di lunghezza e 100 tonnellate di peso. Alle sei di sera sarebbe stata grande come un ultrasauro, un mostro da 70 metri e 250 tonnellate di peso. Un essere più grande dell’impianto della SysClone.

      «È verosimile?» chiese Jennifer indicando la sagoma dell’uomo, un minuscolo pixel che quasi scompariva al cospetto dell’ultrasauro.

      «Sì, ma spero di no…»

      Venne interrotto da un BIP!

      «Eccola» disse Michael indicando un puntino rosso intermittente sul display di un piccolo netbook. «Malgrado tutto, il chip trasmette ancora.»

      Avevano pensato di utilizzare il segnale trasmesso dal chip per i parametri vitali di Moira per seguirne gli spostamenti. I laboratori erano disseminati di hotspot wi-fi che garantivano una copertura completa della rete wireless. Marcus aveva scritto al volo un programmino che, interrogando i nodi della rete, triangolava in tempo reale la posizione del chip e quindi di Moira, visualizzandola sullo schermo del portatile.

      «Ti carico le piantine» disse Marcus lanciando un programma sul PC. Spinse qualche tasto e in pochi istanti attorno al puntino rosso del netbook comparve la mappa in 3D dei laboratori. Dopo un po’, sul lato destro del display cominciarono a scorrere una serie di indici e coordinate spaziali.

      «Sembra che sia ferma nel condotto sopra il corridoio dell’area magazzini» disse Michael.

      «I parametri vitali sono tutti sballati» disse Jennifer indicando il netbook. «Ha più di 300 pulsazioni e la pressione alle stelle.»

      «Perché se ne sta ferma?» chiese Michael.

      «Credo sia incastrata» rispose Marcus analizzando i dati dell’algoritmo di crescita. «Ormai è più grossa del condotto.»

      Jennifer scosse la testa.

      «Dite che morirà schiacciata dal proprio corpo?»

      «È possibile» disse Marcus. «Ma potrebbe anche cedere il condotto.»

      «Meglio non correre rischi» disse Michael aprendo un cassetto con la serratura a combinazione della propria scrivania. Ne tirò fuori una chiave e si avvicinò all’armadio delle armi. Fino a quel momento non erano mai servite, nemmeno quando avevano lavorato con gli scimpanzé e i leoni.

      «Che vuoi fare?» disse Jennifer.

      Michael aprì l’armadio con la chiave e scelse dalla rastrelliera il fucile più grosso, un Hannibal da safari, lo caricò con proiettili 577 T-Rex per la caccia all’elefante e infilò altre quattro munizioni nella cartucciera sul calcio.

      «Indovina.»

 

 

17

 

«Dev’essere proprio sopra di noi» sussurrò Marcus indicando il puntino sul display del portatile e subito dopo il soffitto del corridoio dell’area magazzini.

       Era domenica e l’edificio completamente deserto. Gli inservienti avevano finito il turno e il servizio di vigilanza era in libertà per il fine settimana. Di fatto, esclusi i tre scienziati e Moira, ai laboratori della SysClone nel deserto del Mojave in quel momento non c’era anima viva.

      «Eccola» disse Marcus puntando il fucile verso una griglia per l’areazione sul soffitto proprio al centro del corridoio. I pannelli del soffitto erano deformati e descrivevano una pancia verso il basso. Dalla griglia colava ogni tanto qualche filamento di bava che si accumulava sul pavimento sottostante.

      Moira dovette sentirli, perché cominciò ad agitarsi. Avrebbe voluto spostarsi, ma le dimensioni che aveva raggiunto non le permettevano di farlo, costringendola nel condotto all’interno del quale era imprigionata.

      «Vuoi spararle?» chiese Jennifer in apprensione.

      «Secondo te?»

      «Ma…»

      «Dobbiamo farlo» disse Marcus. «Hai visto anche tu la proiezione dell’algoritmo di crescita. E dopo ciò che ha fatto nella sala recinti non oso immaginare cosa potrebbe fare se dovesse sopravvivere e scappare dai laboratori.»

      «E poi sta diventando intelligente» disse Michael alludendo al modo in cui Moira aveva aperto il proprio recinto e poi ucciso Ramon prima di tutti gli altri. «E rossa. Dev’essere il rubescens

      «Cosa?» disse Marcus.

      «Credo faccia così a causa del gene che le abbiamo introdotto nel DNA per stimolare la secrezione di Concime. Il polpo è un animale tra i più intelligenti. Il Rosso del Pacifico è il più intelligente tra i polpi. Ed è aggressivo.»

      «Cosa?»

      «E cannibale.»

      «E cosa aspettavi a dircelo?»

      «Ve lo dico adesso.»

      «Dovevi dirlo prima che Jennifer iniziasse le manipolazioni genetiche!»

      «Non pensavo fosse importante.»

      «Non pensavi fosse importante!?» saltò su Marcus. «Cristodio! Ma allora hanno ragione quando dicono che sei un coglione. Te l’hanno insegnato a Princeton? C’era un corso di coglionaggine?»

      «Chi lo dice?»

      «Tutti!»

      «Tutti chi…?»

      «Sshhh…» li interruppe Jennifer indicando in alto. Moira si stava agitando all’interno del condotto, che si incurvò ulteriormente verso il basso. «Avevi ragione, Marcus. Dovremmo avvertire Pomona. E la polizia.»

     «Non c’è tempo» disse Michael assestando il calcio del fucile nell’incavo della spalla e puntando bene i piedi a terra. «Pomona non può fare niente e l’ufficio dello sceriffo è a più di due ore di distanza.»

      Quasi avesse capito ciò che stava accedendo, Moira cominciò a soffiare e dimenarsi, facendo tremare paurosamente il soffitto. La bava colava sempre più copiosa dalla griglia per l’areazione, mentre alcuni pannelli del rivestimento si staccarono di botto e precipitarono, schiantandosi rumorosamente al suolo.

      Michael mirò al centro del condotto.

      «Siamo sicuri?» disse Jennifer.

      Marcus le posò una mano sulla spalla.

      «Non c’e altra soluzione.»

      Michael fece un respiro profondo.

      Poi trattenne il fiato.

      Infine fece fuoco.

 

 

18

 

Nello spazio ristretto del corridoio la detonazione sembrò una cannonata. Moira lanciò un grido disumano, acuto e inquietante, che coprì l’intera gamma delle frequenze udibili. Del suo verso caratteristico non era rimasto che un vago ricordo. Subito il soffitto cominciò a gonfiarsi paurosamente verso il basso, facendo saltare la gran parte dei pannelli di rivestimento e dell’intonaco. Sembrava che l’impianto della SysClone fosse investito da un terremoto di magnitudo altissima.

      Michael, colto dal panico, sfilò dal calcio del fucile un altro proiettile da elefante, che però gli scivolò dalle mani. Contemporaneamente il soffitto si incrinò, emettendo uno scricchiolio sinistro che non lasciava presagire niente di buono.

      Michael raccolse da terra il proiettile e ricaricò l’arma. Puntò la canna verso l’alto, ma prima che potesse tirare il grilletto il soffitto si aprì, precipitando con immenso fragore in una nuvola di polvere e calcinacci.

      Marcus si tuffò istintivamente su Jennifer, scaraventandola via dal centro del corridoio. Meccanicamente si rintanarono nella nicchia di un idrante lungo la parete. L’impianto antincendio cominciò a spruzzare acqua e alcune sirene presero a urlare.

      Si udì un grido e Jennifer e Marcus tornarono a guardare verso il centro del corridoio. Moira, rossa e grande come un leone marino, stringeva Michael con uno dei tentacoli, che avevano ormai raggiunto le dimensioni di un boa. Lo avvolse come le spire di un serpente, lo sollevò da terra come un fuscello e lo sbatté più volte contro le pareti, massacrandolo e uccidendolo all’istante. Poi gli staccò la testa con un morso e la sputò da un lato. Infine lasciò cadere a terra il corpo inerme, con il sangue che zampillava dal collo.

      Jennifer cominciò a urlare come un’ossessa. Marcus la scosse cercando di riportarla in sé.

      Poi Moira li puntò.

 

 

19

 

Spinto dall’istinto di conservazione, Marcus si lanciò in avanti e raccolse il fucile che era stato proiettato poco distante. Era ancora carico e, sperò, funzionante.

      Moira si avvicinò, soffiando e facendo balenare i tentacoli come fruste nell’aria. Urlava e digrignava i denti aguzzi, grandi adesso come quelli di uno squalo bianco. Poi fece una cosa potenzialmente impossibile per un invertebrato, alzandosi in verticale, come un cobra pronto ad attaccare.

      Marcus agì senza pensare. Con un unico gesto spinse Jennifer di lato, quindi puntò l’arma alla testa di Moira e sparò.

      Non aveva avuto il tempo di assumere un assetto stabile e il potente rinculo lo sbalzò all’indietro, mandandolo lungo disteso con una lussazione alla spalla.

      Moira, colpita dal grosso calibro al centro della testa, lanciò un altro di quegli inquietanti urli disumani.

      Poi successe una cosa impensabile.

 

 

20

 

Moira cominciò a tremare in maniera spasmodica, trasudando bava da ogni poro della pelle e attorcigliando freneticamente i tentacoli, che a fasi alterne si ritiravano e allungavano fino alle massime dimensioni. Soffiava e urlava, azzannando l’aria con secchi schiocchi ossei. Le chiazze rosse che le ricoprivano il corpo cominciarono a pulsare sempre con maggior frequenza e intensità.

      Iniziò a crescere.

      Crebbe a vista d’occhio sotto gli sguardi inebetiti dei due scienziati. Nel giro di pochi istanti raggiunse i cinque metri di lunghezza, dimenandosi e lanciando quelle grida bestiali. La bava schizzava da tutte le parti, ricoprendo il pavimento e le pareti. Cresceva e cresceva, urlando, soffiando e proiettando i tentacoli che si muovevano nell’aria polverosa come anaconde impazzite. In breve tempo Moira fu larga e alta come il corridoio. E continuava a crescere e a secernere bava gelatinosa e puzzolente.

      Poi il pavimento cominciò a cedere, disegnando una preoccupante crepa che si propagò in pochi istanti per tutta la sua lunghezza emettendo sinistri cigolii. Marcus prese Jennifer per le spalle, la sollevò di peso e insieme corsero lontano, verso le scale in fondo al corridoio.

      Lanciando un ultimo disperato grido, Moira si contrasse, irrigidendosi come colpita da una scossa elettrica. Il lungo corpo si incurvò, assumendo la forma di un arco, che nel giro di pochi istanti si colorò di tutte le tonalità dello spettro visibile. Infine, dopo un ultimo sussulto, Moira si abbandonò inerme lungo il pavimento del corridoio, che riempiva ormai quasi completamente.

      Poi, con un rombo colossale, il pavimento cedette.

 

 

21

 

Quando Jennifer e Marcus aprirono la porta del vano scale che dava sul parcheggio interrato furono investiti da una densa nuvola di polvere. Malgrado ciò, si inoltrarono cautamente nell’ambiente debolmente illuminato dalla luce giallognola dell’impianto di emergenza.

       Avevano disceso i tre piani dell’edificio trovandosi sempre davanti a una voragine nei corridoi sottostanti a quelli dell’area magazzini.

      «Più in basso non può essere caduta» disse Marcus agitando una mano nell’aria per diradare la polvere. Sbatté un piede al suolo. «Qua sotto è tutta roccia compatta.»

      Si inoltrarono con cautela nella penombra del parcheggio, puntando verso il centro del locale. In lontananza, sopra le loro teste, si sentivano urlare le sirene degli allarmi. Per qualche motivo il sistema di areazione continuava a funzionare, riuscendo un po’ alla volta ad espellere le polveri che volteggiavano nell’aria.

      Da un cavo elettrico scoperto che pendeva dal soffitto sventrato scaturì una scintilla che rischiarò per un momento il centro del parcheggio. Marcus indicò la direzione a Jennifer e insieme si diressero verso il punto in cui avrebbe dovuto esserci la carcassa di Moira.

      Mano a mano che si avvicinavano, un profilo alto diversi metri cominciò a stagliarsi contro le pareti di fondo. La polvere continuava a depositarsi e a venire aspirata dai ventilatori, così che l’ambiente andava via via rischiarandosi.

      La sagoma al centro del parcheggio era enorme. Nell’aria si cominciava a percepire la puzza della bava.

 

 

22

 

Il primo ad accorgersi che qualcosa non andava fu Marcus. Il profilo che intravedeva davanti a sé non lo convinceva. Jennifer dovette avere la medesima impressione, perché sembrò esitare. Quando giunsero ai piedi della sagoma l’odore di bava era fortissimo.

      Il cavo elettrico che friggeva sopra le loro teste produsse una scintilla più intensa delle altre e rischiarò perfettamente il punto in cui avrebbe dovuto esserci Moira.

      Ma Moira non c’era.

 

 

23

 

«Cazzo!» sibilò Marcus.

      Jennifer fu colta dal panico. La sagoma che avevano raggiunto era solo quella della montagna di macerie. Si guardò intorno, cercando di individuare i punti in cui avrebbe potuto trovarsi Moira. Paradossalmente non ce n’erano. Il parcheggio, ormai quasi completamente rischiarato, era deserto. Non c’erano muri sfondati o scie di bava sul pavimento. Da nessuna parte. Eppure Moira doveva essere lì.

      Restarono in silenzio per alcuni istanti ad ascoltare. Niente. Si sentivano soltanto le sirene ai piani di sopra e lo scroscio dell’acqua dell’impianto antincendio che cominciava a piovere dal soffitto.

      Marcus alzò il fucile che aveva portato con sé. Sulla cartucciera attaccata al calcio c’erano ancora due proiettili 577 T-Rex da elefante. Uno era già in canna.

      «Dove cazzo è?» disse.

      «Non capisco.»

      «Dev’essere qui da qualche parte.»

      «Credevo che fosse morta.»

      «Anch’io. Ma a quanto pare ci sbagliavamo.»

      «Non vedo dove possa essere.»

      «Usiamo la logica. Le pareti sono integre e sotto c’è la roccia. Può essere andata solo in una direzione.»

      Alzarono entrambi la testa verso il soffitto sventrato del parcheggio.

      «Dev’essere tornata su» disse Marcus. «Mentre noi scendevamo.»

      «Merda.»

      «Non è ancora finita.»

 

 

24

 

Scalarono la montagna di macerie alla ricerca delle tracce della risalita di Moira. Lungo il breve pendio c’era così tanta bava da ricoprire i piedi ben oltre le caviglie. Nonostante tutto, Jennifer si chiese quale fosse la concentrazione degli enzimi.

      In vetta alla montagna non sembrava esserci alcun indizio di una eventuale risalita di Moira verso i piani superiori. Prima di precipitare dal corridoio dell’area magazzini la lumaca aveva ormai raggiunto le dimensioni di un grosso autobus, pertanto qualsiasi suo successivo spostamento avrebbe dovuto per forza lasciare tracce inequivocabili.

      «Non sembra essere passata di qua» disse Marcus.

      «Ma, allora…?»

      «Gniiik…»

      «Che cazzo!?» urlò Marcus puntando il fucile in direzione del suono. Pronto a fare fuoco.

      «Fermo» disse Jennifer spingendogli bruscamente la canna da una parte.

 

 

25

 

Scesero con cautela fin quasi ai piedi della montagna, rischiando più volte di scivolare sul consistente strato di bava viscida e maleodorante.

      «Da questa parte» disse Jennifer puntando un dito in direzione della base.

      Il cavo scoperto che friggeva sopra le loro teste accese una grossa scintilla, disegnando sul muro di fondo la sagoma immensa, scura e inquietante, di una lumaca gigante con i tentacoli frementi.

 

 

26

 

Ma era soltanto un gioco di luci.

      Moira era rintanata sotto un blocco di cemento, tremante di paura e ricoperta di polvere e della sua stessa bava. Illesa e di dimensioni e colore normali.

      «Gniiik…»

 

 

27

 

La piatta distesa d’acqua dell’ampio bacino della Lagoa Mandioré era accesa di un bellissimo rosso vivo dal sole del tramonto.

      Sotto lo sguardo di un gruppo di lontre giganti, Jennifer uscì dal canale navigabile, spense il motore fuoribordo e lasciò che la canoa si arenasse tra le enormi foglie delle ninfee tropicali. Aveva piovuto lungo tutto il trasferimento in macchina sulla Rodovia Transpantaneira da Cuiabà a Porto Jofre. Poi fortunatamente aveva smesso. La stagione delle piogge era ufficialmente iniziata da una settimana e in meno di un mese il fiume Paraguay avrebbe inondato completamente la pianura per decine di migliaia di chilometri quadrati.

      Jennifer buttò in acqua una piccola ancora e ammirò per qualche istante lo splendido paesaggio che la circondava, poi tolse il telo di protezione dalla gabbia di Moira.

      «Siamo arrivate.»

      Moira si avvicino alle sbarre e spinse fuori i tentacoli.

      «Gniiik…»

      In un primo momento la SysClone aveva negato a Jennifer il permesso di portare Moira nel Pantanal. Poi Jennifer aveva minacciato di rendere noto ciò che era accaduto poche settimane prima nell’impianto del Mojave e, considerando che la lumaca gigante era una specie protetta e in via d’estinzione, e che quindi non avrebbe potuto essere utilizzata per fini commerciali, la SysClone non aveva potuto fare altro che assecondare la richiesta. Jennifer era stata licenziata e il progetto Concime cancellato.

      Jennifer sollevò la gabbia, l’appoggiò sul bordo della canoa e aprì lo sportellino.

      «Questa è casa tua» disse toccando delicatamente la punta di un tentacolo di Moira.

      Per un momento Moira ritrasse il tentacolo, poi lo allungò insieme all’altro e si guardò intorno. Poi guardò Jennifer.

      «Gniiik…?»

      «Vai.»

      «Gniiik…?»

      A Jennifer non piacevano gli addii. Inclinò la gabbia verso il basso facendo scivolare lentamente Moira in acqua.

      Moira si trovò subito a proprio agio. Nuotò per un po’ lì attorno, prendendo confidenza con l’ambiente. Poi strisciò sopra la foglia di una vicina ninfea gigante e si fermò a osservare Jennifer.

      «Gniiik…?»

      «Vai.»

      «Gniiik…»

      Moira restò ferma a fissarla.

      Jennifer richiuse la gabbia, la ricoprì con il telo e la posò sul fondo della canoa. Poi salpò l’ancora, mise in moto il fuori bordo e cominciò a manovrare per uscire dal fitto delle foglie di ninfea.

      «Gniiik…»

      Non c’era tempo da perdere né niente da dire. Era giusto che Moira stesse lì. Jennifer puntò la prua verso il canale navigabile e diede un po‘ di gas, passando lentamente accanto a Moira.

      «Gniiik…»

      Jennifer le lanciò un’ultima occhiata, poi guardò davanti a sé, sorrise e accelerò, facendo alzare in volo uno stormo di jabirù che pescava poco distante.

 

 

28

 

Moira attorcigliò i tentacoli in modo strano e socchiuse gli occhi, fissando intensamente Jennifer mentre si allontanava.

      «GniiiiiiEEEk…!»

      Poi, iniziando a pulsare di rosso e lasciando una luccicante scia di bava sulla foglia di ninfea, si tuffò nell’acqua immobile del Pantanal e scomparve.

 

 

EPILOGO

 

Da un articolo del giornale “DIÀRIO DE CUIABÀ”

IL MOSTRO DELLA LAGUNA

Ritrovati altri due cadaveri

POCONÉ – Nella notte tra sabato e domenica la Guardia forestale dell’Ibama ha rinvenuto i cadaveri di due persone lungo le sponde di un canale nel bacino sud del parco della Lagoa Mandioré. Entrambe decapitate e sbranate, le vittime erano probabilmente bracconieri paraguaiani o contrabbandieri di specie protette. L’elenco dei morti di quello che le popolazioni locali hanno cominciato a chiamare il Mostro della Laguna sale così a dodici. La Guardia forestale smentisce l’ipotesi della presenza nelle paludi di creature misteriose, relegando l’idea a fantasiose dicerie del folklore popolare e imputando le morti a normali attacchi di alligatori del Pantanal, capibara o giaguari…

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