il fiore di paglia

September 12, 2010

“IL FIORE DI PAGLIA”

 

Mio padre, quand’ero piccola, diceva che ero…un fiore di paglia. E forse era vero. Mio fratello Giovanni, più piccolo, era sempre fra le sue braccia, e sulla bocca di mia madre. Io, benché più grande, con i seni che abbozzavano la loro prima forma, avrei desiderato le stesse cose. Come lui. Ma io ero diversa; ero forte, non mi piegavo, e combattevo. Come quando mi costringeva a restare in campagna fino a tardi a massacrarmi di fatica. Come quando non voleva farmi uscire la domenica mattina, con le mie amiche, o non avevo voglia di andare a prendere quei suoi maledetti e puzzolenti sigari. Combattevo sempre. E perdevo. Sempre. Con lui, e con mia madre, schiava di una vita sottomessa. Avrei tanto voluto strapparle un sorriso, o una carezza, ma non ci sono mai riuscita, forse per colpa mia. Ma quei vuoti, quelli che ti bucano il cuore, prima o poi li devi riempire. E conobbi l’amore, e il dolore, presto. Forse troppo presto. Vivevamo in campagna. Mio padre era un contadino, il lavoro e il sole avevano segnato prematuramente il suo volto, già duro. Si dice, e si pensa, che difficilmente tra due amici possa nascere qualcosa di più forte. Sarà. Ma tra me e Marco le cose non andarono così. Era un mio compagno di classe.., ed è stato il “mio” compagno per tutto il mio breve percorso scolastico, purtroppo. Marco abitava poco distante da me, e tutte le mattine passava a prendermi. Si fermava davanti la mia casa, sulla stradina sterrata, e mi aspettava, con la sua cartellina tra le mani, dolce e vitale, come i fiori primaverili.  E quando mi vedeva aprire la porta, e scendere quei pochi gradini di tufo, sul suo viso si disegnava un sorriso bellissimo. E siamo cresciuti cosi.., giorno dopo giorno, anno dopo anno, mano nella mano. Sempre. La scuola era finita da poco, la mia terza media, l’ultimo mio anno di scuola.., l’ultima volta che ci sarei andata, che avrei visto quei banchi.  Era un  sabato di Giugno, e i campi di grano parevano come un mare dipinto d’oro. Il vento soffiava sulle spighe, disegnando onde bellissime, animate.  Marco, tutte le volte che ci andavamo, ne tirava qualcuna, e con una disinvoltura incredibile  creava dei fiori stupendi, nella loro semplicità. Puntualmente, me li regalava, ed io, puntualmente ,li conservavo. Ma a mio padre non piacevano e, puntualmente, li buttava.., e mi diceva che io ero così, un fiore di paglia, senza colore, senza profumo. Quel sabato correvamo senza sosta, correvamo e ridevamo, cosi tanto da bagnarci il viso.  Correvamo tra il grano così alto che non riuscivamo quasi a vederci..  Poi ci fermammo, e lui tirò le sue solite spighe.., e mi regalò quel suo fiore . L’ultimo.  E tutto il suo amore fluì dalle sue dita in quel fiore di paglia. Unico e bellissimo, che ora è qui con me. Poi si alzò e incomincio a correre, ancora. Era veloce, agile, e non riuscivo a stargli dietro.  Mi fermai, e incominciai a chiamarlo. Ma c’era solo silenzio intorno a me, e il soffiare del vento sul grano. Incominciavo ad avere paura., poi, all’improvviso, lo sentii sbucare dalle spighe e saltarmi addosso. Mollai un grido, cosi forte che si spaventò.  Ci ritrovammo per terra, la mia testa tra le spighe, e lui su di me. Forse non si rese conto di essere stato un pò troppo irruento.  Ma non me ne dispiacqui. “ scusami ” mi disse guardandomi negli occhi. Per la prima volta sentii, e capii, cos’era il desiderio. “no” dissi, “ non ti muovere, rimani così”. Sentivo il cuore battermi forte, così forte che tutto il resto pareva fosse diventato muto. Niente vento, niente spighe che ondeggiavano. Nulla. Solo il battito del mio cuore, e del suo, appoggiato al mio. Pareva il giorno più bello della mia vita, fu quello invece, che più di tutti, non voglio ricordare. Eravamo immersi in quel momento magico, irreale, nuovo. Chiusi in quello spazio immenso, eppure cosi piccolo e nostro, solo nostro. Non potevo non guardare quel cielo, così bello, blu, pulito. Come noi due. Quel cielo, che diventava sempre più rosso, come il mio viso.  Poi, come un vento che arriva improvviso, e spazza tutto, come un vetro che si rompe e va in frantumi, tutto svanì.  E mai avrei immaginato che quel cielo ora sarebbe diventato davvero rosso. Mio padre lo aveva afferrato per un braccio, e scagliato lontano con tutta la sua forza, e ne aveva tanta. Le sue mani callose le conoscevo bene; bastava guardare il mio corpo per capirlo.  Marco, il mio dolce e povero Marco, così pieno di vita, e sincero. Lui continuò a picchiarmi, mentre correvo e  cercavo di dimenarmi, di sfuggirgli. Poi mi afferrò con tutta la sua forza, e lo sentii su di me. Era troppo forte, forte come il dolore lo schifo e la vergogna che riempiva il mio corpo.  Poi..,tutto sembrò sparire.  Mi alzai.  Volevo raggiungere Marco, ma il grano era alto, e non lo vedevo, non capivo dove andare, dove cercarlo. Conoscevo già il dolore, così  come il sapore e il calore del sangue, che ora sentivo colare fino alle gambe. Ma io sono forte, e volevo solo raggiungere il mio Marco. E gridavo, gridavo annaspando come fossi  immersa in un mare scuro, come il mio cuore in quel momento. Poi mi fermai, e lo vidi.  Aveva urtato la nuca su una grossa pietra, ormai completamente rossa. Del suo sangue. E nemmeno questo bastò a fermare mio padre, nemmeno questo. “ Hai visto cosa è successo per colpa tua?..hai visto? mi  urlò in faccia con tanta rabbia da sputarmi le sue luride bave sul viso. Quante volte avevo sentito quella frase, “per colpa tua!”, quante volte?  Mi inginocchiai accanto a Marco, mi piegai , senza speranza, lo sapevo. E il mio cuore morì in quel momento, con lui.., ed è con lui che se ne andò. Poi mio padre mi colpì alle spalle,  ancora. Sentii la sua ruvida e grossa mano colpirmi tra il collo e l’orecchio, cosi forte che svenni. Ma il dolore dell’ago che entrava nella mia carne mi svegliò bruscamente. Non ebbi nemmeno il tempo di rendermi conto di cosa stesse accadendo mentre sentivo le mani di mia madre che mi schiacciavano sul materasso, bloccandomi. E non dimentico la sua voce acuta, disperata, che mi gridava di stare ferma mentre tentavo di liberarmi. Poi sentii un calore avvolgermi completamente, e i miei muscoli rilassarsi. Tutto diventava buio. Tentavo disperatamente di mettere a fuoco Marco nella mia mente, il mio Marco.., ma non ci riuscivo, non ci riuscivo. A malapena riuscii a vedere Giovanni, il mio fratellino, che mi asciugava le lacrime dal viso. Poi l’oscurità mi avvolse. Non so quanto ho dormito, se per ore o giorni, non lo so, ma so che non avrei mai più voluto aprirli i miei occhi. Ma io sono forte, e coraggiosa. Mio padre era fuori, a lavorare nei campi. Mi alzai e mi vestii, e misi quel fiore di paglia tra i seni, ancora piccoli. Ma lo reggevano, e questo mi piaceva, mi faceva sentire grande. Ma io grande lo ero, lo ero già.  “ Dove devi andare?” mi chiese mia madre preoccupata. Ma non le risposi. E non le risposi nemmeno  quando mi avviai verso la porta. Nemmeno quando mi seguì sulla stradina sterrata, gridando.. Non le risposi, e non mi fermò. Non mi avrebbe fermata. La lasciai alle mie spalle, immobile, e le sue implorazioni furono poi soffiate via dal vento. Ora sentivo solo il profumo del grano, e l’odore di Marco.  Sapevo che nessuno avrebbe creduto a una ragazzina di quattordici anni. Lo sapevo. Il mio cuore, in quel momento, era come una medaglia, con due facce. Una per marco. Una per mio padre. Raggiunsi la rimessa vicino i campi di grano, e presi quello che mi sarebbe servito. Poi mi avviai verso di lui. Mentre camminavo ascoltavo il vento che sibilava filtrando tra quelle spighe dorate. Avrei dovuto amarlo quel suono, l’ultimo che il mio Marco aveva ascoltato.  Ora invece lo odiavo. Come mio padre. Ero piccola, e leggera. Non mi sentì arrivare. Prima ancora che si voltasse gli avevo già lanciato addosso il sacchetto di plastica pieno di benzina. E in mano avevo una delle sue piccole fiaccole, accesa, che lui usava tutte le sere quando perlustrava i suoi campi prima di andare a dormire. Mi guardò. E per la prima volta nella mia vita vidi nei suoi occhi la paura, e il perdono che voleva. Che non meritava, e che non gli avrei dato. “ La paglia non ha colore, non ha profumo, come i fiori di Marco papà, te lo ricordi? Me lo dicevi tutte le volte” gli dissi, “ma brucia, brucia senza fumo”. Rimase immobile. Sapeva che non avrei esitato. E non lo feci. Poi mi voltai e iniziai a correre.., ma il grano era maturo, e quello che qualche giorno prima era un mare d’oro, ora era un mare di fuoco, un inferno. Lo stesso in cui sarebbe andato mio padre. Ed io, per quello che avevo appena fatto. Il calore era così forte che le lacrime mi si asciugavano sul viso mentre correvo. Correvo, correvo, e sentivo Marco che mi chiamava, lo vedevo correre davanti a me, mi faceva strada. Sentivo le urla di dolore di mio padre perdersi fra il fragore del grano che bruciava. Tutto intorno a me era rosso, come una tempesta di fuoco, rosso come le fiamme  che mi ardevano  nel cuore, rosso come il sangue di Marco, ed il mio..,quel sangue sgorgato troppo presto.  Forse fu davvero lui a tirarmi fuori. Ora sono qui. La mia pelle non è più liscia, e i miei seni cascanti. Ma i miei bambini, tutti i miei piccoli bambini, mi vogliono bene. Ed io do loro tutto l’amore che mi porto dentro. Tutto l’amore che avrei dato a Marco, cosi grande ed immenso; ora lo divido tra questi bambini, affinché non vivano ciò che ho vissuto io, e Dio. E tutte le sere, nella mia stanzetta, il mio ultimo pensiero, dopo aver tolto la tonaca, recitato le mie preghiere e riposto il rosario, lo dedico al mio Marco, prima di chiudere il vangelo dove custodisco quel che rimane del  mio fiore di paglia. Che Dio mi perdoni.

 

Valentina Tocci

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