Osservatore Senza Tempo

August 31, 2010

SIBERIA 30 GIUGNO 1908

Zmilija si svegliò poco prima delle sei quando i raggi del sole illuminavano da qualche ora la splendida e incontaminata foresta di conifere che lui poteva ammirare attraverso le piccole finestrelle quadrate che interrompevano a intervalli regolari la massiccia parete della sua casa costruita con robusti tronchi di legno di abete. L’interno dell’abitazione era un ambiente unico anche se molto spazioso e confortevole, Zmilija vi dormiva al centro in un giaciglio piuttosto massiccio anch’esso fatto di tronchi di abete. Quella notte senza buio aveva dormito poco e male, come spesso gli capitava all’inizio dell’estate quando il sole tramontava con una lentezza esasperante per poi risorgere dopo poche ore di crepuscolo. Uscì e si diresse verso il laghetto per bagnarsi un po’ il viso promettendo a se stesso che nelle ore più calde avrebbe fatto anche un bagno completo. Iniziò il suo consueto giro di perlustrazione mattutino sulle rive del grande fiume alla ricerca del posto più adatto per la pesca dei salmoni e delle trote che avrebbe poi venduto con molta facilità prima di mezzogiorno al mercato del piccolo villaggio. Zmilija aveva quasi 21 anni e da un paio di anni viveva da solo a causa del carattere troppo autoritario ed indisponente del padre, fanatico e instancabile cacciatore di un villaggio che distava una quindicina di chilometri dalla sua casa. Quella mattina si sarebbe accontentato di un paio di salmoni e qualche trota, camminò un poco lungo le rive del fiume e quando trovò la postazione da lui ritenuta più idonea si sistemò e aspettò con provvisoria pazienza che i primi pesci abboccassero. L’attesa sembrava piuttosto lunga infatti il giovane pescatore che quella mattina era piuttosto nervoso si stufò in breve tempo di aspettare e andò in cerca di un posto più generoso. Mentre attraversava una radura fangosa e piena di acquitrini all’improvviso i suoi occhi furono come accecati da una spaventosa palla di fuoco verso Nord, un enorme bagliore che poteva aver danneggiato la sua retina forse in modo irreversibile. Si sedette su un masso umido completamente ricoperto di muschio, avvertì una leggera scossa di terremoto e si coprì gli occhi con le mani pur continuando a vedere quell’inquietante macchia di luce ormai impressa nella sua retina. Zmilja si era anche accorto che la temperatura era incredibilmente aumentata negli istanti che seguirono l’improvviso lampo di luce. Dopo alcuni minuti si udì un boato fortissimo e anche la sensazione che il terreno tremasse nuovamente ma in un modo diverso rispetto a poco prima. Per lui la principale preoccupazione era il bagliore che continuava a vedere ad occhi chiusi. Mentre camminava il suo sguardo aveva sfortunatamente catturato proprio quella porzione di cielo dove si era visto il lampo gigantesco. Il caldo iniziò gradualmente a scemare e una quarantina di minuti dopo si era tornati quasi alla temperatura di prima. Zmilja non aveva curiosità alcuna per i fenomeni misteriosi e non si domandò affatto cosa fosse accaduto probabilmente ad una notevole distanza da dove si trovava. Per fortuna la sua retina iniziò lentamente a cancellare l’immagine del lampo luminoso consentendo al giovane pescatore di riprendere il cammino per tornare a casa. Davanti a casa sua incontrò un suo amico anch’egli pescatore, di qualche anno più vecchio. – Cosa ti è successo Zmilija? Perché cammini strano? – Ho visto il grande lampo, non so cosa sia stato ma mi ha accecato! – lo ho visto anch’io il grande lampo e ho sentito un caldo improvviso non capisco, non ho mai visto niente del genere, sono spaventato – Siamo vivi, il resto non è importante – disse Zmilija – non vedevo bene fino a poco fa ma ora va un pochino meglio domani torno a pescare oggi mi riposo, ancora la mia vista non è perfetta – Nel frattempo il “venditore di esche”, un uomo alto e magro si stava avvicinando ai due nella speranza di racimolare qualche misero spicciolo per la sua sopravvivenza, Zmilija lo salutò con la consueta cordialità, gli ispirava molta simpatia nonostante fossero state poche le volte che gli aveva comprato qualche verme o qualche minuscolo insetto morto più per aiutarlo che per il bisogno di avere un’esca efficace e più di una volta il venditore aveva incontrato i due amici all’incirca nello stesso punto e alla stessa ora. Il venditore di esche guardò l’amico di Zmilija e disse: – tuo padre! E’ tuo padre! – Ma no! È un amico, lui è un mio amico! – Fu la risposta di Zmilija – Non è tuo padre? Ah è tuo amico, un tuo amico! – La stessa scena si era ripetuta almeno una decina di volte da quando il venditore di esche aveva iniziato a frequentare i piccoli villaggi di pescatori della zona. Poco dopo i due amici si salutarono, Zmilija doveva riposare a lungo nella speranza che la sua vista si ristabilisse del tutto e non c’era la certezza che il recupero sarebbe stato completo.

LA FINE DEL LUNGO VIAGGIO

Come era stato regolarmente previsto il sistema automatico della navicella Husum aveva resistito benissimo alle sollecitazioni del lungo viaggio spaziotemporale e a poche centinaia di milioni di chilometri dal sistema solare aveva riattivato tutte le funzioni dei due robot, perfettamente integri, poco prima dell’arrivo sulla Terra. Durante l’avvicinamento al pianeta Terra era avvenuto un piccolo inconveniente tecnico del tutto imprevisto, una capsula ad alta energia si era infatti staccata dalla navicella a causa di un pannello difettoso ed era esplosa a qualche migliaio di metri dalla superficie terrestre liberando una quantità enorme di calore e producendo un fortissimo bagliore sopra una vasta area della Siberia centrale attraversata dal fiume Tunguska delle Pietre fortunatamente disabitata. La data indicata era quella del 23 aprile 1913 ma nonostante l’impressionante precisione dell’orologio di bordo che aveva tenuto conto di tutti i fattori legati alla dilatazione dei tempi dovuta alla famosa teoria della relatività ristretta di Albert Einstein l’errore fu di appena cinque anni: la navicella atterrò infatti sulla Terra il 30 giugno 1908 in piena notte circa un’ora dopo aver provocato l’esplosione, nella parte italiana dell’Impero Asburgico su una conca delle Alpi Orientali a circa 1870 metri di altitudine occupata da un lago noto come Lago Lagorai. In realtà il punto della terra scelto per l’atterraggio doveva essere al centro di un’area poco abitata nella campagna inglese ma l’inconveniente tecnico aveva leggermente modificato la traiettoria della navicella scegliendo la conca montana del Lago Lagorai che era uno dei 944 possibili siti di atterraggio in Europa previsti dal sofisticatissimo sistema automatico.
Sbarcati i due robot la Husum era decollata rapidamente per orbitare intorno alla terra per un certo numero di anni durante i quali i due robot, dalle sembianze perfettamente umane avrebbero potuto fare un consistente numero di ricerche storiche e prelevare alcuni miliardi di cellule umane per poter successivamente ricreare il genere umano a partire dal 2470. L’ultimo essere umano era infatti deceduto in Giappone nel 2416 dopo la “Last World’s War” e da quel giorno gli eredi dell’umanità erano una ventina di milioni di robot sparsi in tutto il mondo che erano in grado di gestirsi autonomamente e programmati per ricostruire la civiltà umana ricreando le condizioni di vita del ventesimo secolo sfruttando però tutte le conoscenze scientifiche e tecnologiche acquisite fino a quel momento. Il primo attraversamento di un intero ciclo temporale era stato portato a termine proprio grazie alle avanzatissime tecnologie del venticinquesimo secolo con le quali era stato realizzato il primo viaggio nel passato.

I due robot avevano nella memoria la mappa della superficie terrestre di qualsiasi regione e una cultura enciclopedica aggiornata al venticinquesimo secolo, naturalmente erano anche programmati per non modificare in alcun modo gli eventi storici che erano in memoria, compresi quelli più insignificanti e non c’era dunque nessuna possibilità che i due robot interferissero con la storia. I due capolavori della tecnologia dell’ultimo secolo di vita del genere umano dovevano recitare la parte di normali esseri umani. Non si scambiavano neppure una parola perche comunicavano fra loro soltanto via radio pur essendo programmati per parlare con gli esseri umani riproducendo in modo perfetto alcune centinaia di voci di persone vissute nel ventiquattresimo secolo e in qualsiasi lingua. Avevano le sembianze perfette di due escursionisti e avrebbero potuto ingannare chiunque, indossavano un paio di scarponi, una camicia a scacchi e pantaloni corti in finta pelle, un abbigliamento che tutto sommato non attirava troppo l’attenzione. Iniziarono a percorrere a piedi il sentiero piuttosto ripido che attraverso un bosco di conifere molto fitto li conduceva a valle dove giunsero alle sette e mezzo del mattino. La valle era molto ampia e soleggiata, in posizione rilevata e sul versante opposto rispetto al fiume sorgevano alcuni paesi con architettura tipicamente italiana. Nel tratto finale del sentiero ormai a pochi passi dalla piana del fondovalle i due avevano incrociato un pastore con una barba bianca molto lunga che aveva con se alcune pecore e un paio di cani, era stato il primo essere umano autentico incontrato dai due robot. Il pastore non sembrava però minimamente interessato ai due robot travestiti da escursionisti, li incrociò a poco più di un metro di distanza e, come era uso fare fra la sua gente salutò con un “uheiii!”. I robot risposero entrambi in italiano con un buongiorno e tirarono dritti. Da quel momento i due gioielli tecnologici potevano iniziare il loro lungo lavoro per un certo numero di anni mentre la navicella Husum orbitava intorno alla terra senza alcun pericolo di essere rilevata. Quando giunsero a fondovalle si separarono senza neanche degnarsi di uno sguardo e proseguirono il cammino in direzioni opposte.

1917
L’ospedale militare della città era un edificio molto grande con un ampio cortile interno e finestre molto alte, distava poche decine di metri dalla stazione ferroviaria e ancor meno dal fiume. Il grande edificio di recentissima costruzione era dominato ad occidente dalla “Verruca”, un dosso calcareo rotondeggiante con la cima piatta che si trovava subito al di là del fiume. Cesare, un giovane di una magrezza impressionante, si presentò con mezzora di anticipo per la visita medica, mostrò la cartolina precetto ai due militari all’ingresso e fu fatto accomodare in una angusta sala d’aspetto senza finestre al piano rialzato con una decina di vecchie sedie quasi tutte in pessime condizioni, la sala era desolatamente vuota. Cesare attese per una quarantina di minuti fissando con il suo sguardo da disperato un tetro dipinto in cui era raffigurata la piazza di un paese di montagna deserta e anonima, quasi irreale. Un infermiere alto sui trentacinque anni lo chiamò e lo fece accomodare in uno stanzino ancora più triste e scarno. – Cesare Nardelli nato il 28 febbraio 1891? – La voce dell’infermiere tradiva una provenienza non autoctona e molto difficile da individuare – sono io – lei era stato dichiarato in congedo provvisorio alla visita del 1914? – Mi dissero che la mia malattia cronica mi rendeva non idoneo alla guerra – lei di cosa si occupa nella vita civile? – Sono un archivista della biblioteca cittadina, lavoro nella sezione scientifica e mi occupo prevalentemente della selezione di pubblicazioni matematiche o fisiche in lingua italiana, conosco poco il tedesco – ma lei è un matematico? – Non ho il titolo di studio ma sono un autodidatta, me la cavo molto bene con il calcolo differenziale ed integrale, il mio passatempo preferito è la risoluzione di problemi di matematica legati a modelli fisici …. – ho capito Nardelli, e la sua malattia? – La mia malattia non è peggiorata, ho i problemi che sono stati descritti nella relazione di tre anni fa dal dottor Ludwig Casagrande che mi visitò ad Innsbruck, mi disse che non ero idoneo per il fronte e che c’erano discrete speranze che avrei tirato avanti molti anni con la mia malattia – Lei non ama nessun cibo in particolare? – Riesco a buttar giù un po’ di pane bagnato a piccoli bocconi nel brodo di pollo o di vitello, la carne mi disgusta soprattutto il maiale anche se di questi tempi di carne se ne trova ben poca, in estate sto meglio perché riesco a mangiare la frutta, in particolare le ciliegie e le albicocche, ogni tanto qualche mela in autunno. Ieri per esempio non ho toccato cibo e adesso non ho minimamente fame – le capita di perdere i sensi ogni tanto? – Piuttosto di rado, al massimo una decina di volte all’anno – dieci volte l’anno non è poco – l’infermiere si fermò un momento, prese un foglio di carta, intinse la penna nel calamaio e dopo aver disegnato in un istante una figura geometrica piuttosto complessa propose la soluzione di un problema a Cesare. La soluzione del problema fu trovata con incredibile celerità tanto da rendere umana per qualche secondo l’espressione dell’infermiere che invitò l’aspirante non soldato ad eseguire alcuni calcoli veloci. – Ma lei mi sta facendo un esame di matematica? – Fa parte della visita … la radice quadrata di centonovantasei? – Quattordici – la diagonale di un cubo avente spigolo unitario? – Uno virgola sette tre due … La radice di 14400 ? – Centoventi – La superficie di uno spicchio sferico di trenta gradi avente un raggio di 10 metri? – Moltiplico il quadrato del raggio per tre virgola quattordici per quattro per trenta … tre virgola quattordici per dodicimila diviso trecentosessanta … circa 105 metri quadrati, un po’ di meno forse. – Molto bene, le capacità di calcolo sono ottime. Ora le chiedo di disegnare un fucile – Cesare un po’ perplesso impugnò la matita che l’infermiere gli stava porgendo e iniziò a disegnare il modello del più comune fucile in dotazione ai soldati dell’Impero Asburgico sul fronte italiano, l’infermiere osservò il disegno senza che dalla sua espressione trasparisse alcuna meraviglia, chiese poi a Cesare di disegnare alcuni oggetti di uso comune e di compilare una carta muta dell’Impero Asburgico, Cesare indovinò l’ubicazione esatta di otto città e quattro fiumi commettendo un solo errore: aveva infatti scambiato la posizione delle città di Klagenfurt e Villach. L’infermiere osservò un attimo i disegni e la carta muta, non commentò e iniziò a fare domande – lei ha famiglia? – I miei genitori si sono trasferiti a Torino all’inizio della guerra, ho un fratello di sette anni che si chiama Edoardo, mia madre è molto giovane, ha soltanto quarantatre anni – suo padre? – Mio padre è un tappezziere, costruisce poltrone, materassi e cuscini – perché la sua famiglia si è trasferita a Torino e lei invece è rimasto qui? – Sono molto affezionato al mio lavoro in biblioteca e non mi piaceva l’idea di lasciare la città dove – si interruppe un momento – la città dove sono nato – lei ha conosciuto il suo fratellino? – L’ho visto solo una volta, mio padre non ha più voluto vedermi dopo la mia decisione di non lasciare questa città, mi odia, ogni tanto scambio qualche lettera con mia madre, lei mi scrive di nascosto – si accomodi nello stanzino numero tre che il dottore le farà la visita medica – Cesare si diresse verso lo stanzino numero tre e attese che il dottore lo chiamasse, durante l’attesa sentì che a pochi metri da lui c’era un’accesa discussione in tedesco, riconobbe la voce dell’infermiere che lo aveva appena visitato. L’altra voce era quella di un uomo anziano, probabilmente era proprio il dottore che stava per visitarlo. La discussione andò avanti per alcuni minuti ma i toni si placarono gradualmente. Cesare si era un po’ agitato non capendo i termini della discussione. Qualche minuto dopo entrò il dottore e lo invitò a seguirlo nel suo ambulatorio. Il dottore era un uomo piccolo, con i capelli grigi e una barba biancastra, parlava un italiano stentato – sdraiati sul lettino Nardelli ora ascolto il tuo cuore poi facciamo la prova di respiramento poi ti trovo il peso e poi faccio a te domande! – Cesare si fece visitare, il cuore andava bene, il peso era di appena 38 kg e quattro etti – non hai peso sufficiente per partire, ti teniamo qui in ospedale qualche giorno va bene? – Perché? – Io ho ordini da obbedire! Devo essere sicuro che tu non sei pronto per la guerra, quanti anni hai? – ventisei – se tu hai quaranta con questo peso mando io tu a casa, ma tu sei ventisei … hai ventisei dunque io ti trattengo pochi giorni, solo pochi giorni! – Il dottore che aveva un respiro affannoso e asmatico riprese fiato e poi aggiunse – vai da infermiere Gottfried lui ti da disposizioni per il ricovero.

Cesare fu ricoverato in uno stanzone al primo piano che guardava a Nord pieno di soldati feriti alcuni dei quali in condizioni gravissime. Come entrò in camerata si sentì fissato dallo sguardo severo di un ufficiale con barbone nero e una tipica faccia da alpino e con una gamba ingessata e tenuta alzata da un complicato marchingegno, mentre gli occhi piccoli e nerissimi del tipo continuavano a fissarlo con una discreta invadenza Cesare percepì una sensazione di disagio, avrebbe voluto dire qualcosa come “cosa c’è?” o “vuoi qualcosa?” o addirittura “la smetti di guardarmi?” ma quello sguardo così severo gelido e penetrante lo metteva veramente a disagio e gli lasciava intuire senza alcun dubbio che il tipo lo avrebbe messo a tacere con estrema disinvoltura. Cesare preferì quindi mantenere la sua riservatezza e aveva deciso di non rivolgere la parola a nessuno vista anche la sua situazione che era un po’ particolare e piuttosto rara. Per fortuna fu sistemato in un angolo dello stanzone ad una certa distanza dagli altri ricoverati e molto lontana da quel tipo con lo sguardo severo, anche volendo Cesare non avrebbe potuto discorrere con nessuno. Fra i militari ricoverati c’era anche un ufficiale curioso molto piccolo di statura e di origine friulana che dimostrava almeno quarant’anni ma in realtà ne aveva si e no una trentina. Era stato colpito accidentalmente da una bomba a mano difettosa sul fronte del Cauriol e miracolosamente era sopravvissuto ma aveva perso una gamba. Egli continuava a raccontare sempre la stessa storia a tutti i suoi vicini di letto molti dei quali però morivano pochi giorni dopo il ricovero. Gli infermieri avevano sistemato sul letto al suo fianco un giovanissimo soldato di madrelingua tedesca appena portato in ospedale direttamente dal forte di Lavarone, una brutta infezione dovuta a una ferita non curata aveva fatto lievitare la temperatura del poveretto a oltre 40°. Il giovanissimo militare era assalito dai brividi e tremava tanto da far cigolare l’ormai logora e arrugginita rete del letto. Si chiamava Hans Baumgartner e veniva da un paesino della Valle di Sarentino. L’espressione del ragazzo era veramente sofferente, doveva percepire molto freddo perché gli battevano i denti e probabilmente in seguito all’infezione della ferita era sopraggiunta anche una complicazione molto aggressiva. Hans giaceva sul letto avvolto da due coperte delle quali quella esterna era sbiadita dal tentativo fallito di rimuovere una vecchissima macchia di sangue. Pur essendo in preda ai brividi non si lamentava affatto ma si limitava ad osservare con uno sguardo del tutto inespressivo le irregolarità del soffitto del grande stanzone. Fece notte presto e la luce fioca delle lampade a petrolio illuminava le sofferenze e i dignitosi lamenti dei feriti creando un’atmosfera veramente malinconica. Hans tossiva con molta discrezione quando l’ufficiale friulano si svegliò, si rigirò sul letto e iniziò subito ad assillare il giovanissimo soldato con un ottimo tedesco – sei proprio un ragazzino! Cosa ti è successo? Da dove vieni? Mio Dio, tu stai morendo! Ho sentito dire prima dall’infermiere, quello alto, che hai la febbre altissima non tossire troppo se vuoi un consiglio perché rischi di danneggiare il cuore, se morirai il tuo corpo sarà sicuramente destinato ad essere aperto e tagliato in fettine sottilissime. Ho visto io l’infermiere alto portare via i cadaveri giù al piano di sotto aprirli e prelevare dei frammenti di carne non so proprio cosa se ne faccia di quei frammenti – una bestemmia urlata con grande convinzione interruppe il macabro racconto dell’ufficiale seguita da un “tasi mona! No spacarme i maroni ostia! Vara che te copo sat?” era la voce profonda e imperante del tenente Severino Zeni, il tipo barbuto che aveva fissato Cesare poco prima mettendolo in soggezione quando aveva preso posto nella camerata. Severino Zeni pur non conoscendo benissimo il Tedesco era stufo di sentire il solito racconto dell’infermiere sezionatore di cadaveri. L’aria severissima e autoritaria del tenente Zeni era comune a molti ufficiali dell’esercito asburgico in guerra da oltre due anni con l’Italia. Per il suo modo di parlare particolarmente determinato e aggressivo il tenente Severino Zeni era un po’ diventato il leader dello stanzone ed ogni volta che qualcuno si comportava in modo tale da recare disturbo tuonava con le sue bestemmie ed il suo linguaggio colorito mettendo fine per alcune ore alle chiacchiere stupide e ai lamenti ingiustificati. La sua pazienza per chi si lamentava per il dolore fisico, quello vero, era invece enorme e spesso e volentieri il tenente Severino Zeni aggrediva con le sue bestemmie chiunque brontolasse per i lamenti dovuti al dolore fisico di chi veramente soffriva. Se il dolore è forte è giusto lamentarsi, magari anche urlare dal dolore e non si poteva assolutamente accettare che qualcuno impedisse al poveretto di sfogarsi per sopportare meglio il dolore fisico.
Da alcune settimane, cinque o forse sei, nessuna donna aveva più messo piede nello squallido stanzone, neanche fra i pochissimi visitatori abusivi. L’infermiere Gottfried che aveva visitato Cesare detto anche il “sezionatore di cadaveri” faceva il lavoro di tre infermieri, aveva un’energia incredibile, nessuno lo aveva mai visto seduto, nessuno lo aveva mai visto riposare e tanto meno dormire. Solo dopo essere stato ricoverato Cesare si rese conto che Gottfried aveva un accento tedesco molto strano e parlava anche un ottimo italiano ma dava pochissima confidenza ai soldati ricoverati, con lui invece era stato molto gentile e disponibile. – E’ incredibile la cultura che ha quel Gottfried – pensò per un attimo Cesare guardandosi bene dal dirlo ad alta voce.

La notte seguente purtroppo si portò via il giovanissimo Hans Baumgartner. A trovarlo immobile, supino sul letto con la bocca semiaperta fu il mattino seguente l’ufficiale friulano che fece chiamare i due infermieri di turno. In un istante prelevarono il cadavere e lo trasportarono nella camera mortuaria a pian terreno, proprio sotto l’ampio stanzone. Il tenente Zeni commentò – i feva prima a calarlo zo dal pavimento visto che è pien de busi, tei!… poreto! saveva mi che no era bon de superare la nottata! – Non ci fu risposta, si attendeva soltanto che qualcun altro occupasse il letto vuoto dove era morto il giovane Hans. Passò un’altra giornata con il letto vuoto e il tenente friulano costretto a non fare uso delle sue corde vocali. Il giorno seguente nel tardo pomeriggio arrivò un altro ferito, un caporale proveniente dallo stesso reggimento del giovane Hans, ferito da una bomba a mano ma comunque non in pessime condizioni che fu sistemato nello stesso letto del povero Hans. L’umore del friulano subì una brusca impennata come anche l’entusiasmo polemico del tenente Zeni. Quest’ultimo aveva timore che iniziasse a parlare col suo nuovo vicino e disse: – Vara che se te scominzi a ciacerar te copo! – Aspetta che cominci prima di farmi osservazioni, tenente Zeni … Porcaputtana! – fu la pronta risposta del friulano, risposta che spiazzò in pieno il tenente Zeni che rispose dopo un intervallo di tempo inaspettatamente lungo: – Vara furlan che te fago passar la voglia de risponderme in te na maniera compagna! Ti te cogni taser e no spacare i maroni sat? Chi ghe zente che soffre e vol starsene in santa pace! – Seguì una delle sue solite imprecazioni pesanti alla quale nessuno replicò sebbene da quel momento la stima del tenente Zeni nei confronti del suo pari grado friulano iniziasse un pochino a crescere. Il capo della camerata era lui, Severino Zeni, su questo non si poteva discutere. Entrò l’infermiere Gottfried che lanciò un’occhiata gelida al tenente Zeni ma si limitò a dire – basta con le polemiche, per favore, basta! – Sa vot? Fa il to mestier che chi no ghe nessun che ha estro de far polemiche, mi son chi a spacarme i maroni inveze che fare il me dovere al fronte ostia! – L’ultima parola fu quella del Severino, l’infermiere non aveva tempo da perdere per discutere e continuò a riordinare la camerata ignorando l’autorevolissima presenza del tenente che tentò nuovamente di dormire. Con una velocità incredibile l’infermiere riordinò i cinque letti rimasti vuoti della camerata e cambiò le medicazioni ad alcuni soldati. – Averne de infermieri cossita! – Disse un tipo che erano giorni che non pronunciava parole tanto da far credere alla maggior parte dei ricoverati che fosse muto. La risposta del tenente Zeni fu – finchè nol daverze bocca è ben bon de far mestieri e fa anca ‘n pressa ma voria vèderlo in trincea! No sae miga se l’è bon de doprar la baionetta, mi digo che l’è bon de far solo el so mestier … benon per quelo, no digo miga nient … finchè no spaca i maroni quan che finalmente te ses ndormenzà – Ognuno è buono di fare il suo mestiere! – intervenne l’ufficiale friulano – E ti te sei bon de fare il tuo? … furlan? – Penso di cavarmela! Imperatore Zeni! – Seguì il silenzio in attesa della cena che arrivò alle sei in punto, Il fatto che il suo pari grado ufficiale friulano gli avesse per ben due volte risposto per le rime fece un pochino lievitare la stima nei suoi confronti, il tenente Zeni aveva infatti la tendenza a trattare male chiunque gli desse l’impressione di essere più debole di lui fino al momento in cui il malcapitato reagiva o cercava in qualche modo di farsi valere. Dopo quella risposta infatti Severino Zeni non si rivolse più al suo pari grado con quel tono arrogante e per l’ufficiale friulano fu una discreta soddisfazione.

Cesare fu congedato definitivamente dal servizio militare visto l’esubero di militari impegnati sul fronte e fu accompagnato nel suo alloggio proprio dall’infermiere Gottfried il quale continuava a nutrire quella particolare simpatia per lui. In più occasioni infatti durante il ricovero in Ospedale i due erano stati visti parlare a bassa voce e per lungo tempo suscitando addirittura irrazionali manifestazioni di gelosia da parte di alcuni. Cesare fino a quel momento era stato ospite temporaneo della Curia grazie all’interessamento di un certo Don Paolino Zorzi, un sacerdote appassionato di astronomia, una passione condivisa con Cesare ma da un po’ di tempo il rapporto fra i due si era incrinato al punto tale che il povero Cesare aveva i giorni contati per lasciare la stanza della Curia. Don Paolino Zorzi non lo avrebbe certamente lasciato per strada dall’oggi al domani ma Cesare percepiva ugualmente il desiderio del sacerdote che la stanza della Curia rimanesse libera.

Gottfried aveva un alloggio nella zona della Portela che non usava mai non avendo nessuna necessità di riposare e sopportando senza problemi qualsiasi tipo di fatica o condizione meteorologica avversa. Poteva lavorare tranquillamente per anni senza neanche un minuto di sonno e senza alcun bisogno di alimentarsi semplicemente perché non era un essere umano ma un robot dalle sembianze perfettamente umane in grado di ingannare chiunque tranne forse chi era dotato di una intelligenza molto superiore alla norma. Gottfried era in grado di determinare con pochi minuti di conversazione l’intelligenza di chiunque e fino a quel momento si era reso conto che l’unica persona con un elevatissimo quoziente di intelligenza era proprio Cesare Nardelli.
Una domenica mattina Gottfried si presentò in Curia e chiese di Cesare, il sacerdote lo fece accomodare in un salone molto ampio e accogliente. Cesare arrivò dopo qualche minuto zoppicando, riconobbe Gottfried e si fece vedere piuttosto preoccupato– ci sono problemi? Devo fare un’altra visita? – L’espressione di Gottfried tentò invano di diventare umana – stai tranquillo Cesare è tutto a posto con la tua pratica, ti volevo invitare a bere qualcosa, lo so che tu non hai mai voglia di bere o di mangiare ma era per la compagnia, volevo parlare con te di problemi di matematica, mi interessa, quando finirà la guerra vorrei riprendere gli studi e diventare un matematico oppure un ingegnere. Cesare accettò soltanto dopo una lunga pausa di indecisione e i due si trovarono qualche giorno dopo in una vecchia locanda proprio di fronte al castello e ordinarono due bicchieri di vino e una zuppa d’orzo. Eccezionalmente Cesare riuscì a finire il piatto mentre Gottfried fece finta di aver gradito la zuppa e ne ordinò un secondo piatto. Naturalmente era tutta una messa in scena per nascondere la sua origine artificiale, il robot dalle sembianze umane infatti era del tutto indifferente al cibo e ricavava energia esclusivamente dalla luce del sole. La masticazione avveniva regolarmente dopodiché all’interno del suo organismo il cibo veniva ridotto in poltiglia ed espulso completamente attraverso l’ano. Dalla conversazione di quella sera Gottfried riuscì ad ottenere ulteriori dettagli sulla mappa dell’intelligenza di Cesare, veramente notevole. Mentre Cesare tentava di introdurre nel suo piccolo stomaco la gustosa zuppa si avvicinò un personaggio vestito in modo molto trasandato, era un venditore ambulante di santini portafortuna con il quale Cesare aveva scambiato in più occasioni qualche parola. Cesare lo salutò con molta cordialità, il tipo lanciò un’occhiata a Gottfried e disse: – tuo padre! E’ tuo padre! – No che non è mio padre, non vedi che ha solo qualche anno più di me? Come fa ad essere mio padre? E’ un mio amico, mio amico hai capito? – Non è tuo padre? – rispose il venditore di santini con discreta meraviglia mentre Gottfried lo ignorava con evidente freddezza – Allora lui è tuo amico! Non vuoi San Vigilio? – Ce l’ho già San Vigilio! Ciao, stammi bene! – Disse Cesare smorzando in modo drastico la sua iniziale disponibilità – il venditore di santini si diresse con una certa invadenza verso una tavolata di quattro anziani che giocavano a carte riuscendo comunque a piazzare una bella cartolina di Sant’Antonio e una di Santa Geltrude. I due ripresero a parlare di matematica a bassa voce per non essere sentiti, il tono della voce di Cesare era basso ma a Gottfried era sufficiente fissare il movimento delle labbra arrivando per capire tutto. Cesare non capiva perché Gottfried fosse così interessato a lui e i suoi dubbi aumentarono quando addirittura Gottfried gli offrì la possibilità di usare il suo alloggio visto che lui, non avendo alcun bisogno di riposare non ne usufruiva mai e fingeva di dormire nell’alloggio del suo ospedale. Che interesse poteva avere Gottfried ad offrire, senza nemmeno un piccolo compenso economico, il suo appartamento? Cesare non era affatto ingenuo e dopo aver ingerito la zuppa domandò al suo interlocutore: – perché sei così generoso con me? Cosa devo darti in cambio? – Mi piace frequentare persone molto intelligenti e molto razionali, tu hai delle capacità logiche rare, ho fatto degli studi sulle intelligenze e faccio diagnosi perfette, quando lavoravo a Vienna mi sottoponevano sempre i casi più complicati, e poi tu ed io non abbiamo amici e forse può nascere un’amicizia fra noi due visto che abbiamo in comune molti interessi – Cesare non era convinto delle parole di Gottfried, aveva un modo di esprimersi troppo perfetto, quasi artificiale e un’espressione del viso non completamente normale, si era accorto che Gottfried rispondeva a qualunque sua domanda senza nemmeno una pausa e non era mai nervoso ma sempre tranquillo. Cosa sarebbe successo se qualcuno all’improvviso gli avesse dato un pugno in faccia o un calcio ad uno stinco? Avrebbe reagito come ogni essere umano o sarebbe rimasto completamente indifferente? – Gottfried tu non hai amici? – No, credevo di non averne bisogno ma in questi ultimi anni mi sono accorto che non è così – E non hai una moglie o comunque una donna tu che godi di ottima salute? –L’ho avuta in passato ma non sopportava il mio perfezionismo e non ha voluto sposarmi – Un’altra risposta uscita fuori senza neanche un momento di riflessione che iniziò a insospettire definitivamente Cesare che era un attentissimo osservatore, Gottfried si rese conto dei sospetti di Cesare e si sforzò di comportarsi nel modo più umano possibile simulando addirittura degli errori nel parlare ma forse era troppo tardi, l’acuta intelligenza di Cesare lo aveva già schedato come un probabile alieno ma anche Cesare mantenne la calma e fece finta di niente accettando l’offerta di Gottfried del resto Cesare era il tipo che voleva andare fino in fondo e capire veramente chi fosse quell’infermiere così veloce nelle risposte e padrone di tutte i campi di conoscenze. Se Gottfried aveva l’incarico come diceva di psicoanalizzare i soldati dell’esercito asburgico usando metodi che nessuno forse aveva mai visto prima, Cesare era di per se un ottimo psicologo e riusciva anche lui in poco tempo a comprendere i tratti psicologici essenziali delle persone con cui entrava in contatto e senza alcun dubbio il sedicente Gottfried non aveva niente di umano. Cesare nutriva da tempo un sospetto sull’infermiere ma ormai era praticamente sicuro che non si era sbagliato.
Cesare non aveva più visto l’infermiere Gottfried dal giorno che questi gli aveva consegnato le chiavi dell’alloggio con l’accordo che almeno per tutto il tempo che l’infermiere avrebbe lavorato nell’ospedale militare della città lo avrebbe abitato ma Gottfried non si era più fatto vivo. Lui lo aveva cercato in ospedale ma gli avevano detto che era stato trasferito in un altro posto e che non erano autorizzati a dire dove. Cesare aveva deciso di rimanere in quella casa fino al momento in cui il legittimo proprietario non si sarebbe fatto vivo. All’inizio del 1919 gli arrivò la comunicazione ufficiale di recarsi da un certo notaio Kohler dove doveva firmare il possesso dell’appartamento. Gottfried risultava infatti deceduto per un infarto improvviso a soli 39 anni e il suo cadavere era stato rinvenuto in un frutteto a Neumarkt, un paesino che si trovava ad una trentina di km a Nord della città. Gottfried aveva lasciato in eredità il piccolo appartamento proprio a Cesare Nardelli in caso di morte improvvisa. Firmò e divenne proprietario ma rimase molto dubbioso sulla morte di Gottfried. Con ogni probabilità Gottfried era volutamente scomparso di scena e probabilmente era andato in qualche altra parte del mondo a fare il suo lavoro di selezione di individui umani, il programma prevedeva infatti la clonazione di individui appartenenti a più gruppi etnici.

2 SETTEMBRE 1943

La mattina del 2 settembre 1943 Cesare si svegliò come sempre un po’ prima delle sei e con le prime luci del giorno iniziò a lavorare sul tavolino della cucina sormontato da una moltitudine di oggetti. C’era di tutto sopra quel piccolo tavolo oltre alla polvere, da alcune vecchissime riviste scientifiche in pessimo stato ammassate una sopra all’altra ai vecchi volumi polverosi sottratti dalla biblioteca comunale oltre che alcuni vecchi quaderni sgualciti tutti con le pagine ingiallite. Cesare riusciva a convivere senza problemi in quel caos cartaceo anche perché le sue condizioni economiche non gli consentivano di avere un alloggio più grande. Doveva accontentarsi di quel piccolissimo appartamento in pessime condizioni a pochi passi dalla piazza più importante della città nel cuore del quartiere popolare della Portela.
C’era di nuovo la guerra ma per lui la guerra non aveva importanza alcuna essendo stato riformato definitivamente dal servizio militare durante il precedente conflitto mondiale. Cesare negli ultimi anni era diventato praticamente un eremita solo e taciturno da quando aveva ottenuto il pensionamento anticipato per precarie condizioni di salute. Per alcuni anni aveva continuato a essere il responsabile di una sezione della biblioteca cittadina dove spesso si fermava anche la notte per fare le sue letture; a quel tempo riusciva ad avere qualche contatto umano. Era giunto il giorno della sua morte, forse aveva vissuto infinite volte quella tragica mattinata e avrebbe rivissuto infinite volte quella tragica mattinata ma, ogni volta gli sarebbe sembrato di vivere l’esperienza per la prima volta non conservando memoria e non avendo alcun significato contare quante volte sarebbe rinato e avrebbe rivisto la luce del sole. Naturalmente Cesare era del tutto ignaro che di lì a poche ore non ci sarebbe stato più.

Anche quell’ultima mattinata della sua vita Cesare la trascorse immerso nella lettura fino alle 11, ora in cui era solito uscire per abbozzare il quotidiano contatto con il mondo esterno. Uscì di casa poco dopo le 11 per la solita passeggiata riflessiva lungo il fiume. Al suo ritorno attraversò i binari della linea ferroviaria e si diresse verso la sua casa senza accorgersi che non c’era anima viva nonostante l’ora. Proprio mentre passava attraverso la Porta di Via Santa Margherita, poco prima di mezzogiorno, si udì l’urlo inquietante della sirena che segnalava l’avvistamento di un numero consistente di bombardieri americani che provenivano da Sud e molto probabilmente avevano il compito di distruggere alcuni punti nevralgici della città. Così fu purtroppo. In pochi minuti una moltitudine di persone, per lo più donne e bambini si precipitarono per strada e subito dopo si udì il rombo assordante degli aerei che scaricarono una grande quantità di bombe che rasero al suolo la zona intorno la chiesa di Santa Maria Maggiore, l’intero quartiere della Portela, Piazza Dante con la stazione ferroviaria e il ponte San Lorenzo.
Cesare aveva imboccato la Via Prepositura ma si era diretto nella direzione sbagliata, verso nord, verso la stazione ferroviaria che era l’obiettivo principale di quella missione. Fu travolto dal crollo di un palazzo nei pressi di Torre Vanga, morì insieme ad altre duecento persone. Accadde tutto in pochi minuti che sembrarono eterni. Mezz’ora dopo il quartiere era ridotto ad un cumulo di macerie e una polvere biancastra si stava diffondendo per tutta la città rendendo l’aria quasi irrespirabile da quell’odore di bruciato e di morte. Miracolosamente la casa di Cesare non fu danneggiata, ma rimase intatta per moltissimi anni. Il corpo di Cesare rimase sepolto alcuni giorni sotto le macerie biancastre dell’edificio crollato, quando fu tirato fuori non ci fu nessuno in grado di identificarlo a causa del volto orrendamente sfigurato.
Furono necessari molti giorni per liberare il grosso delle macerie e anni per ricostruire il quartiere della Portela, mentre i vecchi libri, gli appunti e i quaderni pieni di frasi strane iniziarono a ricoprirsi di polvere come il tavolaccio e le coperte del letto. Sembrava che a nessuno interessasse entrare all’interno di quell’orrendo tugurio. Tutto ciò che faceva parte dell’appartamento rimase congelato per più di venti anni fino a quando, il 23 luglio 1964, Edoardo, il fratello minore di Cesare, si decise a visitare per qualche istante quel piccolo spazio lurido e polveroso perché ne era divenuto proprietario. Edoardo si era trasferito in un’altra città e non usò mai quell’appartamentino che richiedeva comunque ingenti quantità di denaro per una decente ripulitura e ristrutturazione.

OTTOBRE 1978
Un italiano sulla cinquantina, uno strano tipo, alloggiava in un hotel di Holzkirchen da alcuni mesi, con molta fatica aveva imparato il tedesco e con altrettanta fatica si recava ogni giorno in bicicletta, esclusa la domenica, nella biblioteca universitaria scientifica di Monaco. La domenica era invece dedicata a passeggiate riflessive sulle rive del Lago di Starnberg o a brevi escursioni in bicicletta nelle campagne circostanti quando le condizioni atmosferiche lo consentivano. Una domenica aveva deciso di recarsi in città con la speranza di acquistare qualche indumento nelle Kaufhof che nelle domeniche di settembre e di ottobre rimanevano aperte. Entrò in un grande magazzino di abbigliamento, si guardò intorno ma non acquistò nulla nonostante avesse il portafogli pieno zeppo di denaro contante. Decise poi di fare uno spuntino e si diresse verso la piazza del mercato.
La birreria all’aperto della Marktplatz di Monaco era come sempre gremita di turisti e allegri personaggi per lo più autoctoni, molti di loro in costume bavarese erano forse pagati dal Comune di Monaco. L’atmosfera festosa di quella mite giornata d’autunno confermava il classico spirito allegro e rilassante della ricca e vivace città. La grande piazza era ricoperta di foglie secche mentre i raggi di un sole già pallido filtravano attraverso gli splendidi colori autunnali degli alberi secolari. La temperatura era mite e consentiva ancora lunghe soste all’aperto agli assidui frequentatori dei tavoloni verdi destinati a fungere da solido basamento a decine di boccali da un litro alcuni completamente vuoti mentre quelli traboccanti di birra erano destinati a essere presto svuotati e sostituiti. Donne di tutte le età tutt’altro che gracili prelevavano i boccali vuoti per dare spazio a nuovi boccali colmi di birra. Lo stesso scenario si ripeteva dalle undici del mattino fino alle nove di sera quando si potevano osservare ancora gli ultimi personaggi ai quali dispiaceva dover tornare a casa o dirigersi verso un’altra birreria, tra i quali c’era un gobbo che portava con se una valigia era sempre presente in qualche angolo della grande piazza del mercato, di tanto in tanto sorseggiava la birra ed era l’ultimo ad andarsene la sera quando chiudeva la birreria all’aperto. Un altro personaggio curioso, un uomo sulla cinquantina magro con la pancia passava la giornata a raccogliere i boccali quasi vuoti e di nascosto tracannava la poca birra avanzata. L’odore dei würstel e delle Kartoffelnsalad faceva venire un certo appetito ma in realtà il cibo solido fungeva solo da contorno alla regina bionda della Baviera.
Lo strano tipo italiano che normalmente frequentava quella parte culturale di Monaco dove normalmente si discuteva a bassa voce di argomenti pressoché incomprensibili alla quasi totalità della gente comune era sconfinato stavolta in un mondo che non gli apparteneva affatto, un mondo molto distante dalle biblioteche e sale conferenza a lui note.

Si accomodò su un tavolo dopo aver preso una porzione di Kartoffelnsalad, un wurstel e una birra da un litro che non riuscì a finire. Il gobbo con la valigia si avvicinò a lui pronunciando qualche parola in pessimo Francese, forse lo aveva scambiato per un francese, l’italiano non sapeva cosa rispondere e tirò fuori un paio di monete da un marco, il gobbo gli fu molto riconoscente e si spostò di una quindicina di metri trascinando dietro di se la valigia mentre lo strano tipo italiano iniziò a mangiare senza mai distogliere lo sguardo da uno di quei volumetti che era rimasto aperto e conteneva dimostrazioni matematiche di una certa complessità. Dopo aver mangiato iniziò a sfogliare un altro volumetto che aveva preso in prestito dalla biblioteca che trattava gli aspetti fisici della teoria di Nietzsche dell’eterno ritorno, teoria filosofica che era stata un po’ il punto di partenza per le sue ricerche. Per qualche minuto sfogliò il volumetto, successivamente prese dalla tasca del giubotto un block notes di carta colorata ed iniziò a scrivere di getto alcune formule poi si fermò un attimo per riflettere sull’esistenza di una ipotetica costante di proporzionalità. Su un foglio del block notes scrisse K21 ricordando il soprannome affibbiato ad un suo compagno di università non particolarmente brillante che aveva superato quattro esami di seguito sempre con il medesimo voto: ventuno trentesimi. Dopo aver riflettuto nuovamente sulla costante K21 occupò l’ultimo spazio del foglio colorato e vi scrisse: Bologna 2 agosto 1980 e Tesero ( Stava ) 19 luglio 1985, scrisse anche su l’ultimo centimetro quadrato che non era stato intaccato dalla matita 268 v. dopodiché strappò il foglio dal block notes, lo appallottolò con poco entusiasmo e lo abbandonò sul tavolo riprendendo per qualche minuto la lettura del volumetto.

Dopo aver accuratamente evitato una pozzanghera di urina umana lasciata da qualcuno che aveva avuto troppa fretta di svuotare la vescica, una coppia di turisti inglesi si piazzò davanti al tavolo occupato dal tipo italiano che in qualche modo stava manifestando l’intenzione di abbandonare la sua postazione: una postazione molto originale perché in compagnia del boccale di birra semipieno c’erano poggiati il volumetto sugli aspetti fisici dell’eterno ritorno di Nietzsche e alcuni volumi di matematica superiore scritti in lingua italiana sui quali era stato temporaneamente poggiato il piatto di plastica con dei residui di Kartoffelnsalad. L’uomo della coppia, un tipicissimo inglese distinto poco più che cinquantenne rimase alcuni secondi come impietrito ad osservare il personaggio italiano che accortosi di essere osservato prese i suoi volumi, si alzò e se ne andò lasciando soltanto il foglio di carta colorata sgualcito e zeppo di formule incomprensibili. La coppia di turisti inglesi si accomodò sul tavolo dopo che la signora aveva più volte sollecitato il suo uomo ad occupare il posto. Quest’ultimo prese in mano il foglio di carta colorata sulla quale c’erano scritte quelle formule matematiche incomprensibili e, come ipnotizzato, iniziò a studiarsi ogni millimetro quadrato del foglio colorato. La moglie si innervosì – Non mi sembra il caso di perdere altro tempo oggi siamo turisti! Questa città è piena di cose interessanti e merita di essere visitata – la signora inglese tentò di strappare il foglio dalla mano del marito senza riuscirci. L’uomo si accorse che oltre ad alcune equazioni matematiche c’era scritto a matita in forma facilmente leggibile: “Bologna 2 agosto 1980” e “Tesero ( Stava ) 19 luglio 1985” e rimase un momento interdetto. Erano due date del futuro che però in quel momento erano prive di significato. La coppia di turisti inglesi non si interessò ulteriormente a quel foglio che però entrò definitivamente in loro possesso. L’uomo, che doveva masticare un bel po’ di matematica piegò il foglio di carta colorata e lo ripose in una tasca della giacca con l’intenzione di darci un’occhiata in un secondo momento e dopo un po’ partorì la sua fantasia quotidiana – Quel tipo strano, quell’italiano assomiglia un po’ ad Ettore Majorana, lo abbiamo ritrovato! – Per la donna inglese Ettore Majorana era soltanto un nome e chiese delucidazioni al marito – Ettore Majorana era un fisico italiano che lavorava con Enrico Fermi e scomparve nel nulla misteriosamente nel 1938, l’anno scorso ho letto un romanzo di Leonardo Sciascia sulla sua scomparsa! E comunque ci assomiglia abbastanza, magari è veramente lui – Ma smettila con queste fantasie! Non puoi vivere solo di fantasie e costruire un castello su ogni persona che incontri, sai quanti ce ne sono in giro di tipi strani come quello? A Londra ne vediamo molti di più che qui! – Si ma quel tipo ha veramente qualcosa di strano, mi piacerebbe veramente sapere qualcosa di più di lui! – Ok basta! Ora per favore ti alzi e vai ad ordinare, si mangia e non si perde tempo con le tue fantasie, abbiamo molte cose da vedere il pomeriggio, sei con me non con quell’altro pazzoide di Peter! – La signora si riferiva ad un amico del marito, un tipo fissato con i fantasmi affettuosamente soprannominato Ghostfinder – vai adesso che c’è poca coda, approfitta, tu prendi quello che vuoi, a me va bene tutto tranne la carne, penso che tu ormai sappia che non mangio carne, vai John non perdiamo altro tempo! – lui obbedì senza ribattere – adesso vado! – e si mise in fila davanti al chiosco. Il gobbo con la valigia si era avvicinato a lui distogliendolo, l’inglese lo osservò per una manciata di secondi gli regalò un paio di marchi ed iniziò per un momento a fantasticare anche su questo personaggio imponendosi però di non coinvolgere la sua donna che aveva già manifestato discreti segnali di impazienza. Il gobbo con la valigia fu molto riconoscente e passò la mano sulla spalla all’inglese senza che quest’ultimo si scomponesse minimamente e si allontanò trascinandosi dietro il valigione proprio verso la signora. – Non sarà piena di marchi quella valigia? – si stava chiedendo l’inglese quando finalmente toccò a lui scegliere un po’ di pietanze da portare al tavolo dove una signora inglese stava pazientemente aspettando ed esternava uno stato d’animo sereno perché fortunatamente era stata bypassata dal gobbo con la valigia. – Se adesso mio marito inizia a parlarmi del gobbo con la valigia giuro che ci sarà un omicidio! – pensò la signora.

BRIGHTON, INGHILTERRA, 3 agosto 1980

I coniugi Collins stavano facendo colazione nel giardino della loro villa nonostante la brezza occidentale piuttosto fresca che spirava quel mattino promettesse pioggia abbastanza imminente. La villa circondata da un meraviglioso giardino curato si trovava a pochissime miglia dal centro di Brighton ed era diventata la loro residenza abituale. L’appartamento londinese vicino alla stazione della metropolitana di Farringdon dove erano sempre vissuti era diventato troppo piccolo per le loro esigenze e da quando erano pensionati vi trascorrevano pochi mesi all’anno, il cervello aveva bisogno di un po’ più di ossigeno per i due coniugi che iniziavano ad avere una discreta età. L’ingegnere John Collins sorseggiava avidamente la sua bevanda preferita, uno strano mix costituito da succo di mele succo di pompelmo e arancio. Sua moglie Nancy, finita l’abbondante colazione, montò in macchina e andò in città per fare la spesa del giorno. Sul tavolo in giardino c’era una copia di un quotidiano nazionale che riportava in prima pagina la notizia della strage avvenuta in Italia il giorno precedente. “Bomba esplode nella stazione ferroviaria di Bologna in Italia: ottanta vittime, probabilmente si tratta di un attentato terroristico neofascista”. A John interessavano tutti gli articoli che riguardavano in qualche modo le ferrovie e lesse anzi divorò con un certo interesse l’articolo su quella drammatica notizia. A Bologna era stato un paio di volte di passaggio molti anni prima ma non si era fermato più di un paio d’ore, ricordava soltanto che era una città universitaria ad un passo dalla Toscana, regione italiana che conosceva invece molto bene. John ricordava anche di aver attraversato in più occasioni la galleria ferroviaria dell’Appennino, un traforo lungo 19 km che si trova a metà strada fra Bologna e Firenze; l’aveva percorsa più di una volta e aveva a casa un articolo tecnico sulla realizzazione di quell’opera negli anni trenta. Dopo aver letto l’articolo sul quotidiano riprese la lettura di un romanzo in giardino approfittando del ritardo della perturbazione. Kate rincasò mezzora dopo.
– Hai letto l’articolo sull’attentato a Firenze? – A Bologna! – corresse John – si insomma in Italia. Hai letto? –E’ spaventoso, le vittime erano tutte persone che andavano in vacanza, tanti bambini! – La signora Nancy aveva visto le immagini sul notiziario la sera precedente ed era rimasta scioccata. John si alzò all’improvviso e disse – ieri era il 2 agosto, porca malora! – Cosa è successo John avevi qualche scadenza particolare? – Si … no, cioè … si! – Adesso non iniziare a fare il misterioso John cosa c’è che mi stai nascondendo? Ti vedo troppo turbato! – Niente niente! Cose mie e di Peter! – Per l’amor del cielo! Non voglio sapere niente allora! – Nancy Collins smise di preoccuparsi appena sentì nominare Peter, l’inseparabile amico scapolo di John. La signora si era resa conto più di una volta che quando il marito era preso da una preoccupazione che coinvolgeva anche Peter si trattava sempre di faccende di fantasia o comunque di importanza nulla da un punto di vista pratico, poteva trattarsi di qualche problema riguardante il gioco degli scacchi o la fantascienza a fumetti o le misteriose apparizioni di fantasmi o semplicemente la “birra filosofica” , tutte cose che per la signora Collins appartenevano al cosiddetto “universo del non concreto”. John si decise a parlare – oggi è il tre agosto, avevo promesso ai giovani ingegneri alcuni chiarimenti sul mio lavoro della galleria di Gallwick e mi sono completamente dimenticato, dovrei partire il prima possibile per Londra! – John Collins stava mentendo alla moglie infatti non era previsto alcun incontro con i giovani ingegneri. John era turbato perché ricordava la scritta a matita “Bologna 2 agosto 1980” su quel misterioso foglio di carta colorata trovato a Monaco che doveva assolutamente aver conservato. Doveva assolutamente ritrovare quel foglio di carta colorata. Se avesse detto la verità a Nancy sarebbe successo il finimondo perché Nancy non accettava che il suo uomo si lasciasse condizionare da particolari così poco importanti come un foglio di carta colorata sgualcito abbandonato sul tavolo di una birreria all’aperto due anni prima. John aggiunse: – Se mi porti alla stazione forse riesco a prendere il treno delle 9 e 45! –in passato John più di una volta aveva deciso all’improvviso di lasciare per qualche ora la residenza estiva di Brighton per recarsi nel suo elegante studio di Bayswater Road a Londra o nel più sobrio appartamento di Farringdon, al quinto piano di un vecchio e quasi fatiscente palazzo in mattoni rossi anneriti dalla fuliggine fossile di fine ottocento, uno strato compatto e molto coeso di fuliggine storica, come lui la definiva. Ignorando l’assurda motivazione della necessità di rientrare a Londra la signora Collins non negò la gentilezza di accompagnarlo alla stazione. Per il pomeriggio infatti Nancy aveva in programma la visita di una sua amica di infanzia e quindi, da un certo punto di vista, l’assenza di John le avrebbe fatto comodo.
John aveva con il treno un rapporto di simbiosi, amava i treni fin da piccolo, non aveva mai preso la patente di guida e non aveva mai sentito il bisogno di possedere un’automobile. Vivendo a Londra poteva fare uso di tutte le linee di metropolitana che voleva spostandosi facilmente da un quartiere all’altro e conoscendo a perfezione tutti le fermate, gli orari, le coincidenze. In realtà aveva una doppia personalità: quella del rigido ingegnere geotecnico delle ferrovie, pignolo ed estremamente scrupoloso in ogni particolare anche apparentemente insignificante e quella del sognatore dotato di una fantasia incredibile, quando non era impegnato sul lavoro era capace di costruire tutta una storia immaginaria su di un personaggio che in qualche modo lo aveva colpito pur avendolo visto una sola volta nella vita e soltanto per pochi minuti. Gli era capitato moltissime volte e gli capitò qualcosa del genere anche quel giorno durante quel breve viaggio in treno. Si era accomodato in uno scompartimento per fumatori occupato da un signore sui quarantacinque anni magro con baffetti e sguardo a dir poco gelido. John prese posto a fianco al finestrino pronunciando un timido good morning ma il tipo non fece il minimo cenno di risposta – ma vai all’inferno! – pensò John ma poi si autoconvinse che il tipo era talmente assorto nella lettura del quotidiano che con ogni probabilità non aveva recepito il timido saluto. John si mise a contemplare la campagna inglese che gli scorreva davanti. Poco dopo entrò una ragazza particolarmente attraente che si sedette al suo fianco e proprio di fronte all’uomo con lo sguardo gelido. John si accorse che quel tipo non aveva degnato di uno sguardo neppure la ragazza e iniziò seppur con doverosa discrezione a studiarlo come fosse un terreno argilloso sul quale bisogna fare uno scavo. Il tipo interruppe un momento la lettura del quotidiano, emise un sospiro e iniziò a muovere le labbra molto velocemente e a guardarsi intorno muovendo gli occhi a scatti e senza che mai il suo sguardo incrociasse il viso di John o il viso della ragazza che nel frattempo aveva chiuso gli occhi e si era appisolata. Il tipo con lo sguardo gelido oltre ad avere l’aria del cattivo dava l’impressione di essere anche molto nervoso ed impaziente, John immaginava che se malauguratamente il treno avesse dovuto accumulare ritardo l’antipatico ma interessante personaggio avrebbe scaraventato il giornale contro qualche parete urlando qualche improperio, ma il treno procedeva la sua marcia senza accumulare alcun ritardo. John nel frattempo continuava a porsi delle domande sul gelido sconosciuto – sarà sposato? Avrà una donna? Magari è succube della sua donna e fuori di casa esterna le sue frustrazioni recitando la parte del cattivo, in realtà però io non so proprio niente di lui a parte il fatto che non ha risposto al mio saluto e la sua faccia incute un certo timore – pensò John – sicuramente non vorrei mai avere a che fare con un tipo del genere sul lavoro. Sembra estremamente impaziente e nervoso, deve essere anche molto pignolo ed esigente. E se fosse anche lui un ingegnere? Potrebbe anche essere un mio collega, mi piacerebbe proprio sapere di cosa si occupi uno con una faccia del genere! – Passarono una trentina di minuti e il treno fermò finalmente alla Three Bridges Station per qualche minuto. Dopo aver nervosamente mosso le labbra mentre riponeva il suo quotidiano all’interno di una lucidissima ventiquattrore il tipo si alzò di scatto, uscì dallo scompartimento naturalmente senza salutare e scese dal treno. Tutto sommato a John non dispiacque molto il fatto che il personaggio fosse sceso dal treno, era antipatico e avrebbe messo in soggezione anche la spietata guardia carceraria di Alex, il protagonista di Arancia Meccanica. La ragazza continuava a dormire o a fingere di essere appisolata, il posto dell’uomo dallo sguardo gelido fu occupato da un signore sulla cinquantina che non aveva nessuna caratteristica particolare e non era degno delle elaborazioni fantasiose di John Collins.
Mentre il treno riprendeva la corsa verso Londra John iniziò a pensare al mistero del presunto matematico italiano e la sua inquietante profezia, in realtà profezia era una parola che a lui non piaceva molto perché sembrava essere dal suo punto di vista quasi un oltraggio alla scienza. Non aveva la certezza che la data fosse proprio il 2 agosto 1980, sicuramente la città era Bologna e l’anno il 1980 ma nutriva ancora qualche perplessità sul giorno e sul mese, era però sicuro che si trattasse di una data ad una cifra. – Se trovo quel foglio e c’è veramente scritto Bologna 2 agosto 1980 ci sarà da lavorare per me e per Peter! Cosa diavolo c’era scritto ancora su quel foglio? Di sicuro alcune formule matematiche, che stupido che sono stato a non darci più un’occhiata e forse l’ho anche perso! E se lo avesse cestinato Nancy? Non è possibile, devo averlo messo al sicuro nel cassetto segreto, là dentro sicuramente lei non ci mette mano, si … mi sembra proprio di ricordare che lo avevo cacciato dentro il cassetto segreto in attesa di esaminarlo in un momento di calma e sono passati già due anni!

RELATIVITA’

Non appena arrivato nel suo appartamento di Farringdon John ritrovò nel cassetto segreto quel foglio colorato sul quale erano scritte quelle formule strane. Sul foglio era ben leggibile la scritta: “Bologna 2 agosto 1980” John non si era affatto sbagliato. La fantasia vulcanica di John Collins iniziò ad immaginare le più assurde soluzioni legate a quella strana profezia. Gli tornò in mente per un istante l’immagine del misterioso matematico italiano che due anni prima aveva incontrato nella birreria all’aperto di Monaco, lo aveva visto soltanto per una ventina di secondi e di lui rimaneva soltanto quel foglio di carta verde sgualcito e pieno di formule con le scritte “Bologna 2 agosto 1980” e “Tesero 19 luglio 1985”. A fianco della seconda scritta c’era scritto fra parentesi la parola “Stava” questo particolare a suo tempo non lo aveva notato o forse lo aveva rimosso. Il primo evento, quello di Bologna era ormai chiarito, effettivamente qualcosa di rilevante oltre che assurdamente drammatico è accaduto proprio ieri 2 agosto 1980 in Italia, a Bologna. Per quanto riguarda il secondo evento John aveva soltanto appurato che Tesero era un paese a 1000 metri di altitudine delle Alpi orientali italiane, precisamente in Trentino, non sembrava essere dunque una località italiana fra le più note inoltre la data era cinque anni più avanti, per il momento era importante capire il significato di quella complessa relazione matematica. John scartò a priori che il matematico italiano fosse un terrorista o un collaboratore tecnico di un qualche gruppo terroristico, lo riteneva impossibile, l’ipotesi più razionale e che sarebbe stata più consona ad un affermato ingegnere non gli piaceva. Ci doveva per forza essere qualcosa di strano, di sinistro.
Peter detto Ghostfinder, un giornalista a tempo perso, era l’amico affezionato di John, un altro appassionato di misteri e in particolare di fantasmi, da 30 anni assillava John con le vecchie storie sui fantasmi dei tunnel della metropolitana londinese e di Farringdon in particolare. Peter era anche lui un uomo ricco di fantasia nonché grande appassionato di fantascienza e soprattutto un valido giocatore di scacchi. Non si era mai voluto trovare una donna, si riteneva bruttino e poco attraente ed aveva un orgoglio ingiustificato, dopo qualche blando tentativo di approccio non andato a buon fine intorno ai trent’anni di età si era chiuso come in un guscio e per un breve periodo della sua vita fu cliente affezionato di un paio di prostitute. Sua era la massima “Per fortuna ho avuto almeno la soddisfazione di non averci provato” ogni volta che qualcuno lo accusava di essersi lasciato sfuggire l’occasione giusta. Ghostfinder era di qualche anno più giovane, non era alto e aveva un viso rotondo e rossiccio, era un accanito bevitore di birra e occasionalmente di whisky, John gli diceva sempre che aveva la tipica faccia da macchinista di locomotiva a vapore, non elettrica o a gasolio. Quel pomeriggio Peter aveva visto le finestre aperte dell’appartamento dei Collins e, nella speranza che non ci fosse la moglie Nancy che in estate rimaneva sempre a Brighton aveva deciso di far visita al suo amico in quel pomeriggio uggioso dei primi di agosto del 1980. Per andare da John gli era sufficiente salire due piani di scale. John fu molto contento della visita dell’amico.
-Ti disturbo ingegnere? Stai lavorando a casa tua o ti stai concedendo un momento di svago? Ti ricordo che dal 1 gennaio saresti “teoricamente” in pensione – John non si aspettava la visita del suo vecchio amico – Ciao Ghostfinder! Vecchio spettrofilo! Sono contento di vederti! Stavo per telefonarti … hai raccolta qualche altra novità dalle viscere di Farringdon? – Niente di nuovo, non succede più niente da quando hanno rimodernato l’illuminazione, ti va bene caro John così non sei più costretto ad ascoltare le mie chiacchiere sugli spettri! – Seguì una breve pausa durante la quale John si domandò se era il caso di spiegare al suo amico i particolari tecnici del mistero del presunto matematico italiano. Accese la pipa e iniziò a parlare – oggi hai mangiato gli spaghetti alla bolognese della tavola calda qua sotto, vero? Sento l’odore di quel ragù disgustoso! – John accennò un sorriso amaro sapendo che Peter non avrebbe capito assolutamente nulla della sua introduzione. – Oggi ho mangiato a casa mia, non mi piacciono quegli spaghetti che fanno qua sotto, troppo collosi e il sugo sa di mandorle … acide. Hai visto cosa è successo a Bologna? In quella città italiana i terroristi hanno fatto scoppiare una bomba! Hai letto i giornali John? – fu la risposta di Peter – certo che ne sono al corrente Peter, ieri si è scritta una pagina di storia in Italia. Il problema è che … se io ti faccio vedere questo foglio di carta colorata … ti renderai conto che forse ci troviamo di fronte ad un bel mistero – l’espressione di Peter si fece molto dubbiosa e subito aggiunse – per favore John spiegati meglio che non sto capendo niente fra la tavola calda qua sotto e quel pezzo di carta colorata che hai in mano, non vedo il nesso… ah “bolognese” in italiano vuol dire di Bologna – John prese in mano il foglio di carta colorata e disse – guarda cosa c’è scritto qui sopra “Bologna 2 agosto 1980” questo pezzo di carta l’ho trovato per puro caso su un tavolo di una birreria all’aperto a Monaco di Baviera due anni fa quando andai per un convegno sul progetto dei treni ad alta velocità in Germania, c’è scritta la data esatta di un evento due anni prima che esso accada! – Ma c’è scritto solo Bologna, non c’è mica scritto attentato o bomba alla stazione – rispose Peter rimanendo piuttosto indifferente, non credo ci sia molto da discutere se su un pezzo di carta su cui uno sconosciuto ha scritto il luogo e una data che casualmente coincide con un evento molto drammatico John, vuoi per forza trovarci qualcosa di misterioso? – Può darsi che ci sia un qualcosa di misterioso Ghostfinder, come puoi darsi anche che tu abbia ragione e si tratti di una pura coincidenza ma devi tener presente però che quell’attentato del 2 agosto è forse l’unico evento veramente importante verificatosi in quella città italiana dalla fine della guerra e quindi il fatto che qualcuno scriva a matita su un foglio di carta la località e soprattutto la data esatta di un evento rivelatosi poi un attentato terroristico due anni prima che esso accada è sicuramente qualcosa di veramente inquietante! – A questo punto anche Peter iniziò un pochino ad incuriosirsi sul mistero e disse – ovviamente tu escludi che la persona che ha dimenticato il foglio sul tavolo a Monaco come dici tu sia uno dei terroristi o qualcuno che abbia qualcosa a che vedere con quanto accaduto ieri, sarebbe l’interpretazione più logica, dammi retta ingegnere! … Guarda che un attentato terroristico può essere progettato anche dieci anni prima aspetta prima di ipotizzare improbabili quanto poco scientifiche profezie e ricordati che sei uno stimato ingegnere, un uomo che si basa soltanto su dati concreti e no su considerazioni empiriche! – Lo escludo categoricamente, nel modo più assoluto Peter! L’ho visto bene quell’uomo, è molto più probabile che fosse Ettore Majorana in carne ed ossa piuttosto che un terrorista, quell’uomo era un matematico o un fisico ed era troppo assorto nelle sue cose, la vedi questa formula? E’ tutta la settimana che sto cercando di capire cosa diavolo rappresenti! – Io faccio fatica pure a capire le equazioni di primo grado, vuoi che io ti aiuti ad interpretarla? Sarebbe il colmo! E poi non scomodiamo Ettore Majorana, ti prego John! – Rispose prontamente Peter – tranquillo amico che quando ci avrò capito qualcosa verrai convocato, comunque stavo scherzando, non era Majorana ovviamente – di cosa pensi si tratti visto che escludi che il tipo avesse qualcosa a che fare con gli attentatori? Ad una profezia non credo proprio! – Si tratta di qualcosa di molto strano, io non credo a Nostradamus o ad altre simili sciocchezze, credo in tutto ciò che la scienza, la fisica teorica in particolare, può dimostrare o almeno non può escludere … compresi anche i viaggi nel tempo, quelli nel passato naturalmente – Peter scoppiò a ridere di gusto diventando rosso paonazzo e John non si scompose affatto perché era abituato a vedere l’amico ridere in quel modo piuttosto sguaiato, Peter aveva un aspetto un po’ rozzo e dei modi di fare piuttosto grossolani ma aveva un intuito veramente raro. John non si infastidì per nulla della risata dell’amico e aggiunse – mio caro amico, tu ti stai facendo una grassa risata ma io all’ipotesi che qualcuno ci abbia raggiunto dal futuro ci credo! – La risata dell’amico fu soffocata da una certa curiosità, John continuò imperterrito – io credo anzi sono sempre più convinto che questa complessa funzione matematica abbia qualcosa a che vedere con alcuni passaggi spazio temporali generati da masse molto dense e in rotazione come potrebbero essere alcuni buchi neri ruotanti, questa funzione sembra infatti descrivere la distribuzione della massa attorno ad un cilindro o qualcosa a forma di cunicolo perché c’è r che rappresenta il raggio e poi c’è t e t’ che sono i tempi relativi a due osservatori, uno dentro il cunicolo e uno all’esterno – Ne so ancor meno di prima John! Parla in un inglese comprensibile e fatti capire per favore ingegner Collins! E poi i viaggi nel tempo sono pura fantascienza, io ho letto il romanzo di H. G. Wells, ho anche visto il film, quello sui Morloc, “L’uomo che visse nel futuro” ma non ho mai letto un solo articolo scientifico serio che si occupi di viaggi nel tempo, per favore John! Spiegami come possa un professionista serio stimato ed intelligente come te credere a qualcosa del genere e comunque se vuoi che io ti ascolti ti chiedo di essere il più chiaro possibile – non è facile per me, forse lo sarebbe per il professor Hawking, comunque cercherò di essere più chiaro possibile, almeno ci proverò! – Si, per favore! – Partiamo dalle fondamenta di tutto il discorso, Peter, se hai tempo naturalmente. Alla base di tutto il discorso c’è la famosa teoria della relatività di Einstein – Peter non dava l’idea di aver capito, John si fermò per una manciata di secondi e continuò – forse è meglio che partiamo proprio dai fondamenti della relatività ristretta o speciale, in altre parole, ascoltami bene, te lo riassumo in questo modo … Albert Einstein diceva che la velocità della luce nel vuoto è sempre la stessa, è una costante universale e che le leggi fisiche sono sempre le stesse in tutti i sistemi di riferimento non accelerati che lui chiama sistemi inerziali, come un qualsiasi oggetto che si muove sempre alla stessa velocità e diceva anche che la velocità della luce nel vuoto fosse sempre la stessa per qualsiasi osservatore che si trovi in un sistema di riferimento non accelerato, indipendentemente dal moto relativo fra sorgente ed osservatore – stai usando un linguaggio troppo tecnico John, come faccio a capire? – in altre parole, ti faccio un esempio , un raggio di luce emesso da un oggetto in movimento si propaga alla velocità di c = 300.000 km/secondo sia rispetto all’oggetto in movimento che rispetto a chi è fermo, vuol dire che se io rimango immobile e tu ti muovi in una certa direzione a 50.000 km al secondo un raggio di luce che si propaga in quella direzione viaggia a 300.000 km al secondo sia rispetto a te che rispetto a me, tu invece ti aspetteresti che il raggio di luce rispetto a te si muova a 250.000 km al secondo, giusto? – Non avrei avuto dubbi a risponderti 250.000 km al secondo, è come se io inseguissi a 50 km orari un’auto che va a 100 km orari, l’auto si allontanerebbe da me a 50 km orari, tu invece vuoi dirmi che la luce ha un comportamento strano e che per la teoria della relatività essa viaggia sempre alla stessa velocità rispetto a qualsiasi oggetto sia esso fermo o in movimento – Peter con questa risposta dimostrò di aver iniziato a comprendere qualcosa e chiese carta e penna per prendere qualche appunto poi John continuò la sua spiegazione – la costanza della velocità della luce e il fatto che essa si propaghi sempre alla stessa velocità rispetto a due oggetti che si muovono a velocità costante uno rispetto all’altro sono i due postulati di partenza, lui parte proprio da questo presupposto. Inculcati bene nella mente questi due postulati Peter che ti permetteranno di capire nelle linee essenziali la relatività di Einstein … quali sono? Vediamo se hai capito! – Peter non ebbe problemi a ripetere la prima parte della lezione magistrale che l’ingegnere John Collins gli stava impartendo dopodiché John riprese la spiegazione pregando il suo amico di non interromperlo – da questi due postulati si snocciola tutto il discorso della relatività e soprattutto alcune considerazioni sul tempo, prima fra tutte la non simultaneità degli eventi e il fatto che per due persone che si trovano in luoghi diversi e si muovono uno rispetto all’altro il tempo non è assoluto ma è relativo, prendiamo ora in esame, se sei pronto Peter, il famosissimo esperimento mentale di Einstein della carrozza ferroviaria che si muove ad una velocità non tanto più piccola rispetto a “c” e che viene colpita da due fulmini nello stesso istante per chi si trova a terra e in istanti differenti per chi si trova sul treno, sai di cosa sto parlando vero Ghostfinder? – Si, abbastanza … non partire però subito per la tangente, per favore John, non sono un fisico, sono piuttosto ignorante in materia, tu lo sai bene che la matematica non è mai stata il mio pane – non è vero Peter tu ti sminuisci sempre porcamalora, un po’ di autostima no? comunque ora ti spiego quell’esempio di Einstein – John inspirò un grande volume di aria lasciando intuire all’amico che stava per iniziare un lungo discorso mettendoci tutto il cuore, lui era fatto così, se qualcosa lo interessava ci metteva tutto l’impegno perché quel qualcosa fosse compreso, i punti da chiarire erano due: la non simultaneità degli eventi come conseguenza dei due postulati e il perché della dilatazione dei tempi, John sudò sette camicie perché l’amico comprendesse questi due punti essenziali e iniziò – supponiamo che la velocità della luce sia di solo 300 km orari e che nessun treno possa raggiungere tale velocità, io sono su un treno che viaggia a 280 km all’ora, tu invece sei a terra sulla pensilina e mi vedi sfrecciare a questa velocità, dunque mio caro Ghostfinder tu ed io ci muoviamo a velocità costante uno rispetto all’altro, comprendi? – Vai pure avanti, fino adesso è tutto chiaro, stai tranquillo – ottimo! Allora, io sono al centro di una carrozza e mentre il treno ti passa davanti in un determinato istante siamo uno di fronte all’altro … uno di fronte all’altro! Due fulmini colpiscono proprio in questo istante gli estremi della carrozza, te lo ripeto: colpiscono i due estremi della carrozza nel medesimo istante proprio quando tu ed io siamo uno di fronte all’altro, tu cosa deduci? – Che i due fulmini colpiscono la carrozza nello stesso istante! – fu la risposta un po’ ironica di Peter che seguì qualche secondo di silenzio – molto bene Peter, non ci sono dubbi, tu, Ghostfinder, sei a terra e nel preciso istante in cui il treno ti passa davanti supponiamo dalla tua destra verso sinistra ti accorgi che la mia carrozza viene colpita appunto dai due fulmini nel medesimo istante … io invece, sono a bordo del treno e proprio al centro della carrozza e mi sto muovendo quasi alla velocità della luce perché per rendere più semplice il nostro esperimento immaginario abbiamo supposto che la velocità della luce sia di appena 300 km orari … bene, rispetto a te mi muovo da destra verso sinistra … sai cosa vedo io? Vedo prima il fulmine che colpisce l’estremo sinistro della carrozza e poi, dopo un piccolo intervallo di tempo, l’altro fulmine, quello alla tua destra e sai perché? Perché la luce sia rispetto a te che rispetto a me si propaga a 300 km orari! – Insomma John mi stai facendo una conferenza sulla non simultaneità degli eventi della relatività speciale di Einstein, è l’esempio citato da lui nei suoi scritti, una decina di anni fa ho letto un paio di articoli sulla relatività ristretta e ancora me li ricordo, fin qui direi che è tutto abbastanza chiaro ma … ti pregherei però di aspettare un momento John, con l’aiuto di carta e penna devo rifletterci un attimo, concedimi qualche minuto! – John aspettò pazientemente che le riflessioni dell’amico terminassero nel frattempo Peter si disegnò uno schizzo che riproduceva l’esempio della carrozza di Einstein e poco dopo spiegò cosa aveva capito – allora, se il postulato di Einstein come lo chiami tu dice che la luce sia rispetto a me che a te si propaga alla rispettabile velocità di 300 km orari, per semplicità naturalmente perché io so benissimo che si propaga a 300.000 km al secondo, dunque … tu sei l’osservatore a terra e vedi i due lampi colpire contemporaneamente i due estremi della carrozza mentre io che sono sul treno, al centro della carrozza vedrei prima un lampo e poi l’altro perché … – non scambiamo i ruoli Ghostfinder! Tu sei fermo sulla pensilina ed io sono sul treno! – Ok scusa, dunque … io conosco le dimensioni della carrozza e, sapendo che la velocità della luce è di 300 km orari e che sono alla stessa distanza dagli estremi della carrozza dimostro che i due fulmini colpiscono la carrozza nel medesimo istante, so però che il raggio di luce viaggia alla stessa velocità di 300 km orari anche rispetto a te che sei sul treno che corre a 280 km orari quindi nell’istante in cui i due fulmini colpiscono gli estremi della carrozza partono i due raggi di luce che però ti raggiungeranno in momenti diversi perché comunque essi anche rispetto a me si propagano sempre a 300 km orari, se invece … se invece tu che sei sul treno ti sposti rispetto a me alla velocità di 280 km orari è come se tu fossi immobile mentre io rispetto a te mi muovo a 280 km orari quindi, questo è un altro esperimento mentale, se tu a bordo del treno ricevi contemporaneamente i due segnali luminosi dei fulmini, trovandoti al centro della carrozza e sapendo che la velocità della luce è costante ricavi che i fulmini hanno colpito la carrozza nello stesso istante ma in questo caso sarei io, fermo sulla pensilina a ricevere in tempi differenti i due lampi e a dedurre che c’è stato un piccolo intervallo di tempo fra i due fulmini per il semplice motivo che la luce si propaga rispetto ad entrambi a 300 km/orari e quindi è impossibile che i due raggi di luce possano giungere contemporaneamente per entrambi … questo vuol dire che se c’è una differenza di tempo abbastanza apprezzabile potrebbe anche essere che per uno di noi il fulmine A preceda il fulmine B mentre per l’altro è viceversa … ho capito! Forse ho capito! – Hai pienamente centrato il problema, sei un grande Ghostfinder! – disse John quasi commosso per il notevole intuito dell’amico. John si fermò un momento – mi scoppia la vescica, porcamalora! Fammi andare a pisciare! – Devi sempre pisciare sul più bello, John, pensa che guaio se ti trovi su un treno che si ferma mezz’ora alla stazione e non puoi usufruire della toletta! – Già capitato, ho fatto finta di non accorgermi che il treno si era fermato! Se il treno è fermo o viaggia a velocità costante le leggi fisiche sono le stesse e nessuno mi obbliga a guardare fuori dal finestrino! – fu la pronta risposta dell’ingegnere.
Poco dopo John riprese la sua quasi conferenza – dunque mio caro Peter dopo questo discorso sulla simultaneità e non simultaneità degli eventi si può dimostrare con discreta facilità che il tempo è relativo per due osservatori che si muovono uno rispetto all’altro, in altre parole, ti faccio subito un altro esempio, se l’osservatore A, che sono io, è solidale con la terra e l’osservatore B, tu, ti muovi rispetto a me ad una certa velocità costante e confrontabile con la velocità della luce, il tuo orologio, visto da me, rallenta rispetto al mio orologio ma anche tu puoi dire che io rispetto a te mi muovo ad una velocità altissima e puoi anche dire che è il mio orologio a rallentare e non il tuo! – Peter chiese un momento di pausa poi disse; – Quale dei due rallenta? Il mio o il tuo? Non ti seguo più! – E’ questo il punto! La Terra come sai percorre l’orbita di rivoluzione attorno al sole si muove a circa 28 km al secondo ma anche il sistema solare si muove e ruota intorno al centro della galassia e la nostra galassia si muove rispetto ad altre galassie, chi è immobile e rispetto a cosa? Se una galassia A si muove rispetto ad una galassia B a 100.000 km al secondo si muovono una rispetto all’altra quindi un abitante della galassia A vedrebbe l’orologio di un abitante della galassia B andare più lentamente del suo e viceversa – La spiegazione di John continuava ad essere sufficientemente chiara ma Peter chiese di fare una piccola pausa per il the con i biscotti che aveva portato e che furono avidamente consumati. La discussione riprese dopo una ventina di minuti.
John con discreta soddisfazione tirò fuori il solito paradosso dei gemelli, quello che ha sentito nominare anche il più ignorante studente di liceo ma che solo chi conosce un po’ la fisica teorica è in grado di comprendere a fondo – Sai perché, caro Peter, se ci sono due gemelli e uno parte per Proxima Centauri alla velocità della luce mentre l’altro rimane sulla Terra al ritorno, dopo una decina di anni quello che è rimasto sulla Terra è invecchiato 10 anni e l’altro non è invecchiato quasi per niente? Noi potremmo concludere che è solamente l’orologio del gemello viaggiatore che rallenta rispetto al gemello che rimane sulla terra per il quale 1 anno sulla terra può corrispondere, a seconda della velocità dell’astronave, a 3 mesi o a 1 mese ma c’è un piccolo particolare: l’astronave per partire e rientrare sulla terra dovrà accelerare o decelerare e quindi in questo caso non si parla di sistemi inerziali o non accelerati e la dilatazione reciproca dei tempi della relatività ristretta non è più valida, valgono le leggi della teoria della relatività generale, quella che si applica ai sistemi accelerati – Questo non lo sapevo! – I due postulati di Einstein ci portano insomma alla conclusione che non soltanto il tempo è relativo ma anche le lunghezze nella direzione del moto e la massa. Una conseguenza di ciò è il fatto che nessun oggetto rispetto ad un altro può muoversi a velocità superiori a “c”. Per esempio se due astronavi si muovessero in direzioni opposte rispetto alla terra ciascuna alla velocità di 200.000 km/sec l’effetto della dilatazione dei tempi farebbe si che il moto relativo fra le due astronavi sarebbe pari a circa 277.000 km/sec e non a 400.000 km/sec, applicando la formula della composizione relativistica – quindi se due automobili si muovono a 100 miglia all’ora in direzione opposta in realtà si muovono a 150 miglia una rispetto all’altra? Ma cosa stai dicendo Jack? – Si muoverebbero una rispetto all’altra alla velocità di 199,999999 miglia orarie! Se le velocità sono trascurabili rispetto a c si può fare tranquillamente la somma aritmetica commettendo un errore impercettibile – ma quello che dici è stato dimostrato? – E’ stato tutto dimostrato già negli anni cinquanta, per favore Peter non farmi cercare gli articoli, impiegherei troppo tempo a trovarli – e indicò uno scaffale della sua ricchissima libreria pieno zeppo di riviste scientifiche.
Nel frattempo a Brighton la signora Nancy Hammill, moglie di John Collins, aveva ricevuto la visita molto gradita di una sua amica di infanzia, Katherine. Quest’ultima non sapeva che John si fosse all’improvviso precipitato a Londra e chiese a Nancy qualche chiarimento in merito – quel matto di John è stato colto dalla voglia di viaggiare in treno e si è precipitato a Londra, mi ha raccontato la solita balla dell’incontro con i giovani ingegneri ma secondo me voleva vedere lo stato di avanzamento dei lavori in qualche stazioncina, io sono stata al gioco, oggi possiamo benissimo fare a meno di lui – Katherine era una bella signora divorziata da qualche tempo e aveva la stessa età di Nancy pur dimostrando qualcosa in meno, le due amiche erano state compagne di liceo dello stesso Peter Ghostfinder e quest’ultimo da ragazzo si era invaghito di Katherine senza però mai dichiararsi per ragioni di orgoglio. Katherine sapeva ugualmente di quella remota passione, non era mai stata attratta da Peter ma le dispiaceva che l’adolescente Peter avesse sofferto alquanto per lei. Peter naturalmente era un personaggio un po’ particolare e per questo era spesso argomento di discussione delle due amiche. Nancy non lo stimava molto perché sapeva che era molto intelligente e pieno di risorse ma allo stesso tempo di una pigrizia patologica tanto da accontentarsi di lavori ben al disotto delle sue capacità – cosa combina il “mio” Peter? – domandò Katherine – cosa vuoi che combini quello lì? Ogni tanto scrive qualche articolo sui giornalini di quartiere e continua ad occuparsi dello “spettro urlante di Farringdon” ti ricordi quando aveva letto in classe il suo tema su Anne Naylor? – Katherine ricordava molto bene quell’episodio – quello che mi fa rabbia è che invece di preoccuparsi di trovare un’occupazione più stabile continua a bere birra e a vivere in un appartamento piccolissimo, passa il tempo ad immaginare il volto di Anne Naylor o del cappellaio o della figlia del cappellaio, li disegna, lui vive al di fuori della realtà, sta bene così, quando non ci sono io si vede spesso con John, giocano a scacchi e vanno a vedersi i film di fantascienza, meglio così – le persone non cambiano, c’è poco da fare Nancy se uno è strano da adolescente è strano anche a quarantasei anni, lui era fissato allora con i fantasmi come lo è anche oggi – le due signore continuarono a parlare di Peter e di John dopodiché Katherine annunciò il suo fidanzamento con un certo Paul, un uomo molto attraente, a giudicare dalla foto, e sportivo. Le due donne parlarono a lungo di quell’uomo che abitava a Folkestone in una meravigliosa villetta ottocentesca con arredamento originale d’epoca. Nancy cercando di nascondere un po’ di invidia nei confronti della sua bellissima amica che aveva sempre potuto scegliere gli uomini a suo piacimento rispose con la classica frase – sono veramente contenta per te! Mi fa tantissimo piacere!

John riprese la sua interessante spiegazione – la teoria ha avuto molte conferme sperimentali per esempio hanno dimostrato che la massa degli elettroni tende ad essere infinita se la loro velocità tende a c, pertanto nessun corpo dotato di massa potrà mai raggiungere c visto che occorrerebbe una energia infinita, anche molti fenomeni astronomici hanno dimostrato la validità di questa teoria che ci dice che lo spazio-tempo tende ad incurvarsi in prossimità di un campo gravitazionale, che questo incurvamento aumenta proporzionalmente all’intensità del campo gravitazionale stesso e che il tempo può rallentare fino a fermarsi, rispetto a chi si trova al di fuori di un importante campo gravitazionale, oppure un buco nero. La distorsione dello spazio-tempo attorno ad una massa molto grande è paragonabile alla deformazione di un tappeto elastico sul quale vengono appoggiate biglie metalliche di diverso peso. Se una biglia avesse una densità enorme il tappeto elastico si deformerebbe fino a formare l’imboccatura di un cunicolo; oggi sappiamo che nei buchi neri, e bada bene Peter che Einstein era molto scettico sull’esistenza di questi mostri cosmici, nei buchi neri ti dicevo, la velocità di fuga di qualsiasi oggetto è superiore alla velocità della luce e di conseguenza la distorsione dello spazio-tempo è enorme, al limite infinita e forse è possibile o comunque non si può escludere che due mostri cosmici siano uniti da un cunicolo, una specie di galleria che collega due regioni dell’universo molto distanti e in tempi diversi! In teoria si potrebbe addirittura raggiungere, attraversando uno di questi cunicoli, il passato, per il momento è solo una congettura ma in questi anni i fisici teorici di Oxford ci stanno lavorando io lo so bene! – Peter aveva ascoltato e compreso a fondo tutto il discorso anche perché in passato aveva letto più di un articolo sull’argomento buchi neri, approfittando della breve pausa che gli stava concedendo l’amico bombardò l’amico di domande – Perché il tempo si dilata se ci si avvicina alla velocità della luce? E perché una massa molto grande deforma lo spazio-tempo e poi … cos’è lo spazio-tempo? Perché il tempo rallenta dove c’è un intenso campo gravitazionale? – Una cosa per volta, amico mio, meglio perderci un po’ di tempo, dunque proverò a rispondere alla tua prima domanda, perché rallenta l’orologio di chi viaggia a bordo di un’astronave ad una velocità vicina alla velocità della luce … dunque, l’esperimento immaginario più comune che si legge in molte pubblicazioni descrive due osservatori, come al solito, uno a bordo di un’astronave molto grande dove un fascio di luce parte da un estremo, viene riflesso nell’estremo opposto e ritorna indietro, l’altro esterno all’astronave. Ci sei Peter? – Abbastanza, non ho mai sentito parlare di orologi a luce ma credo di aver capito lo stesso, è ovvio che se la luce si propaga sempre alla medesima velocità ogni volta che la luce ritorna al punto di partenza è passato un ben definito intervallo di tempo che è dato … è dato dal rapporto fra lo spazio percorso, il doppio della distanza fra i due estremi, e la costante c che è la velocità della luce, giusto? – Giustissimo, molto bene. L’osservatore A si trova sull’astronave che viaggia a poco meno della velocità della luce mentre l’osservatore B è a terra e, trattandosi di un esperimento immaginario ammettiamo che lui possa “vedere” il rintocco dell’orologio ogni volta che il raggio di luce ha percorso il doppio della distanza fra i due estremi cioè ogni volta che il raggio torna al punto di partenza … Dunque, per l’osservatore B il percorso del raggio di luce è un po’ più complesso infatti se noi supponiamo che l’astronave si sposta in direzione perpendicolare al raggio di luce e ad una velocità apprezzabile, il raggio di luce percorrerà una traiettoria obliqua rispetto a B perché si sposta anche all’interno dell’astronave. Secondo te, Peter, a che velocità si sposta il raggio di luce rispetto a B? – Peter rimase un momento interdetto e chiese all’amico una breve pausa di riflessione. Provò un momento a riflettere da solo sull’esperimento immaginario propostogli da John e in breve tempo arrivò alla conclusione – si sposta naturalmente alla velocità c rispetto ad entrambi gli osservatori! Quindi l’intervallo di tempo fra due “rintocchi” successivi è diverso per entrambi! – Esattamente così, per l’osservatore B il raggio di luce deve percorrere una distanza maggiore, perché è obliquo ma alla stessa velocità, quindi per l’osservatore B l’intervallo di tempo è più lungo e tanto più la velocità dell’astronave si avvicina a c tanto maggiore sarà la differenza! Da questo elementare esperimento immaginario puoi arrivare alla formula della dilatazione dei tempi, in pratica i due tempi coincidono se la velocità dell’astronave è trascurabile rispetto alla velocità della luce mentre l’intervallo di tempo diventa infinito, se riferito all’osservatore a terra cioè l’osservatore B, nel caso limite in cui l’astronave viaggi alla velocità della luce! – E la formula qual è John? Voglio vedere la formula! – Eccola qui! John scrisse con grande disinvoltura e forse anche con una punta di presunzione la formula della dilatazione dei tempi. Per dimostrare il caso teorico della dilatazione temporale infinita che corrispondeva alla velocità dell’astronave uguale alla velocità della luce John mostrò a Peter che, se l’astronave si muove perpendicolarmente rispetto al raggio di luce all’interno di essa, l’osservatore a terra non osserverebbe alcuna componente obliqua del raggio di luce che si muoverebbe si alla velocità della luce ma all’interno dell’astronave e impiegherebbe un tempo infinito a raggiungere l’estremo opposto e quindi un tempo infinito fra due rintocchi successivi – E’ incredibile se ci pensiamo un momento – disse Peter – se io vado alla velocità della luce raggiungo una distanza per te infinita in un tempo infinitesimo! – E’ sconvolgente la teoria della relatività! – Devi però tener presente, caro vecchio spettrofilo che, se ti eserciti con questa formula, ti accorgerai che se la velocità di un oggetto è molto più piccola rispetto a c la dilatazione dei tempi è irrisoria, del tutto trascurabile. Se vuoi capire a fondo questa funzione ti consiglio di costruirti un bel grafico! – Lo farò quando avrò tempo, non adesso – quali erano le altre due cose che dovevo spiegarti? – Dovresti spiegarmi cos’è lo spazio-tempo che ancora non ho capito e poi perché una massa molto grande può deformare lo spazio-tempo e poi, erano tre non due le mie domande, perché il tempo rallenta in un campo gravitazionale – prima di tutto vado a farmi un’altra bella pisciata, poi continuerò con le spiegazioni – ma quando ti decidi a mettere a posto questa benedetta prostata John? – E tu quando ti decidi a farti cavare quei tre denti del giudizio marci che hai in bocca e ti fanno un male cane? Hai paura dell’aereo, hai paura del dentista, hai paura delle donne – Vai! vai a pisciare John! – Peter non poteva dare torto all’amico.
Dopo la breve pausa l’ingegnere delle ferrovie ormai pensionato John Collins tornò in soggiorno pronto a rispondere alle domande del suo amico del cuore – hai presente una molla Peter? Immagina uno spazio a due dimensioni, per esempio un piano che contiene l’orbita di un oggetto attorno ad un altro, supponi di non aver bisogno della terza dimensione spaziale per descrivere l’orbita dell’oggetto e al posto di essa inserisci una dimensione temporale, ammesso che ne esista una sola, il moto circolare nel tempo diventa come una molla! Tu riesci a visualizzare lo spazio-tempo con due dimensioni spaziali? – Direi di si, l’esempio della molla è molto efficace! – Bene! Questo si chiama Spaziotempo di Minkowski a tre dimensioni. Lo spazio-tempo a tre dimensioni spaziali e una temporale non riusciamo invece a visualizzarlo, la nostra mente non ci riesce anche perché secondo me siamo vincolati dal tempo che per alcuni è solo una condizione mentale, ma io qui mi fermo – sono d’accordo John, più o meno ho capito cos’è lo spazio-tempo sono tre dimensioni spaziali più una temporale – non esattamente, Albert Einstein parla di quattro dimensioni spazio-temporali perfettamente equivalenti fra loro, il tempo e lo spazio sono fusi nelle quattro dimensioni – seguì una lunga pausa durante la quale John si mise in pigiama precisando all’amico che non era un segnale per mandarlo via ma che al contrario intendeva proseguire ancora con la sua spiegazione.
John riprese la trattazione – mi chiedevi perché la massa deforma lo spazio-tempo, giusto? – Peter annuì – hai presente un’ ascensore in caduta libera? Immagina di stare dentro un’ ascensore che precipita, prova ad immaginare, ti sembrerebbe di precipitare? Rispondi! – Peter provò un momento a riflettere, il suo intuito gli consentì di dare subito una risposta – sarei senza peso dentro l’ascensore che precipita – bravo … bravissimo! hai centrato il problema anche stavolta vecchio Ghosfinder! Questa è già relatività generale perché l’ascensore che precipita è un sistema accelerato ma in realtà tu non ti accorgi di precipitare perché l’ascensore non ha finestre, potresti essere immobile nel vuoto e non essere sottoposto ad alcuna forza di gravità, fluttueresti nel vuoto esattamente come un astronauta immobile nello spazio e lontano da qualsiasi campo gravitazionale – si … in effetti non c’è proprio nessuna differenza – in pratica tu precipiti perché c’è una massa che deforma lo spazio-tempo non perché esiste una forza di gravità che agisce a distanza, che differenza c’è fra stare dentro un’ ascensore completamente chiuso nello spazio lontano da qualsiasi massa e quindi da qualsiasi campo gravitazionale e stare dentro un’ ascensore identico in caduta libera su un pianeta? Nessuna! – E’ vero! Non c’è nessuna differenza perché sia io che l’ascensore precipitiamo alla stessa velocità e non c’è gravità, quindi per la teoria della relatività generale la gravità non esiste o meglio è semplicemente la conseguenza delle deformazioni dello spazio dovute alla presenza di una massa, si, non è difficile, ho compreso anche stavolta John, ho capito molto bene cosa vuoi dire! – Il tessuto spazio-tempo può essere deformato a piacere se si distribuisce la massa in modo opportuno e quindi sono possibili in teoria anche i viaggi nel tempo, anche quelli nel passato! – Peter aveva capito praticamente tutto grazie al suo intuito geniale e anche alla notevole chiarezza del suo amico, si era anche reso conto che John sospettava che l’equazione scritta dal matematico italiano avesse qualcosa a che vedere con i viaggi nel tempo. John prese nuovamente in mano la molla e disse all’amico – ti ricordi cosa ti dicevo prima? Ghostfinder? – Credo di si – abbiamo detto che la molla rappresenta un modello di spazio-tempo a tre dimensioni anziché a quattro, è lo spazio-tempo a tre dimensioni perché una delle tre è il tempo, supponiamo che l’asse del tempo sia anche l’asse della molla, la retta attorno alla quale si avvolge il filo di ferro, comprendi? – Certamente! E’ facile, sei chiarissimo! – Ora forse lo sarò un po’ meno! Tu sai che il tempo è come una linea retta invisibile, non è una curva o meglio, ha un raggio di curvatura infinito in tutti i suoi punti … forse non è così! – Peter non manifestò nessun segno di perplessità e John sembrò per un istante quasi esserci rimasto male ma riprese la sua spiegazione – immaginiamo per un momento che l’asse della molla sia una circonferenza e non una retta, che cosa deduci? – Peter rispose prontamente – che il tempo si piega su se stesso, che esiste un ciclo temporale, ho anche letto un articolo una volta su un modello di universo ruotante attorno ad un punto centrale che compie praticamente un ciclo temporale in 70 miliardi di anni – quella è la risoluzione matematica di un’equazione di Kurt Goedel, un matematico austriaco amico di Einstein che è morto un paio di anni fa, è un modello che sembra però non corrispondere al nostro universo, ho anche provato a vedere se c’è qualcosa in comune fra le equazioni di Goedel e questi appunti scritti dal matematico italiano ma non c’è niente in comune, la prima parte descrive come ti dicevo prima un cunicolo spazio-temporale che si genera da un buco nero ruotante e che può teoricamente far viaggiare un oggetto nel tempo – un treno ad alta velocità! – disse Peter con una punta di ironia – ascolta Peter, lascia stare i treni ad alta velocità, ti dicevo un oggetto ben diverso da una persona o un veicolo spaziale, un uomo non potrebbe sopravvivere neanche un millesimo di secondo, la seconda equazione è molto più semplice e sembra descrivere un percorso chiuso generato da un campo di forze in grado di creare questo ciclo, in assenza del campo di forze diventa una retta ma qui non c’è nessuna informazione sulla tipologia del campo di forze, può essere gravitazionale ma penso con una densità enorme, elettromagnetico o anche qualcosa che noi non conosciamo ma che il nostro amico è venuto a sapere o ha scoperto, cosa darei per rintracciare quell’uomo! – Peter aveva ascoltato con interesse e memorizzato tutto, John sapeva che con lui poteva parlare di quasi tutto mentre al contrario egli non era sempre disponibile ad ascoltare le storie dei fantasmi degli operai che erano morti cento anni prima durante gli scavi della galleria della metropolitana.
La discussione fra i due andò avanti fino a tarda sera grazie alla passione per il mistero che accomunava i due amici, i viaggi nel tempo erano sempre stati una fissazione per John Collins che sin da bambino immaginava di risvegliarsi al mattino in un’epoca passata ma sempre nei luoghi londinesi dove era nato e cresciuto.
Un altro problema era capire se l’ipotesi del raggio di curvatura dell’asse del tempo avesse un valore finito, in tal caso si sarebbe chiuso in se stesso imponendo l’esistenza di un ciclo temporale. In altre parole un evento in un lontanissimo istante del futuro potrebbe coincidere con un evento di un remotissimo passato, teoria affascinante per chi è legato al proprio passato e sa che un giorno seppur lontanissimo potrà riviverlo ma emergevano i soliti problemi legati alla termodinamica: il sistema aperto, il sistema chiuso, il sistema isolato, l’entropia che nel nostro universo che è un sistema isolato non può che aumentare. Il famigerato “rapporto Q/T” e l’ipotesi che il big crunch preceda di un istante un nuovo big- bang, la freccia termodinamica del tempo si oppone a questa ciclicità temporale e non permette di trovare un valore finito al raggio di curvatura dell’asse del tempo. Rimaneva da discutere sull’ultima domanda di Peter, dare una risposta al fatto che un intenso campo gravitazionale rallenti il tempo. John era visibilmente stanco ma voleva terminare la serata rispondendo anche all’ultima domanda di Peter – dunque ascoltami bene, questo discorso fu dimostrato nel 1959 credo, forse in America, non mi ricordo bene, dove ci sono dei grattacieli molto alti comunque. Due orologi ad altissima precisione sincronizzati perfettamente furono collocati uno alla base del grattacielo o forse … di una torre, non ricordo ma fa lo stesso, i fisici dimostrarono che l’orologio alla base del grattacielo aveva ritardato di una certa microscopica frazione di secondo in perfetto accordo con la relatività generale – perché ovviamente la cosa … come si chiama, l’accelerazione di gravità è minore in cima al grattacielo – è ovvio Peter, non mi interrompere che mi fai perdere il filo del discorso … dov’ero arrivato? Ah ok … questo discorso riguarda campi gravitazionali molto grandi perché se consideri quello della terra gli effetti sono veramente trascurabili. Per dimostrarti che il rallentamento del tempo in un campo gravitazionale è una conseguenza dei postulati del nostro amico Albert tu devi immaginare una stella molto più grande del sole o meglio ancora un corpo celeste con la massa del sole che sia grande quanto la terra se non ancora di meno, riesci? – Ma, non esiste – lascia perdere se esiste o non esiste questo è solo un nostro esperimento mentale, mio caro Peter, come gli esperimenti di prima – ok je comprend – bene, i campi gravitazionali molto grandi sono in grado di deviare la luce, più il campo gravitazionale è forte più la luce viene deviata fino a percorrere una traiettoria chiusa, oltre un certo valore la luce viene inghiottita … noi immaginiamo un campo gravitazionale sufficientemente grande da dare una curvatura visibile di un fascio di luce – John disegnò un fascio di luce abbastanza ampio attorno ad un orribile scarabocchio che almeno per lui doveva rappresentare un ipotetico corpo celeste ad elevatissima densità – vedi i contorni del fascio di luce? Sono come due archi di circonferenze concentriche – più o meno – disse Peter facendo trasparire la sua scarsa stima delle abilità di disegnatore dell’amico ingegnere. John tracciò anche due linee tratteggiate perpendicolari al fascio di luce – cosa sono queste due linee Peter? – non lo so! – Sono due linee perpendicolari rispetto al fascio di luce, come vedi non sono parallele perché il fascio di luce è deviato dalla gravità … bene Peter, torniamo ai soliti osservatori degli esperimenti immaginari in questo caso sono tre: uno che osserva a debita distanza conclude che il fascio di luce è curvo e quindi la velocità della luce tende a ridursi nella parte interna della curvatura, mi segui? – Oui! Je comprend – nel nostro esempio Peter il corpo celeste che è grande quanto la Terra ma ha la massa milioni di volte superiore ad essa produce una curvatura del fascio di luce che è quasi parallelo alla superficie del corpo celeste. Ti dicevo che per il primo osservatore la velocità del fascio di luce non è uguale a “c” ma tende a rallentare con la vicinanza al corpo celeste nel tratto di maggior curvatura … ci sono però altri due osservatori, uno sul margine interno del fascio ed uno sul margine esterno, per entrambi la velocità della luce è uguale a 300.000 km/sec. In altre parole, Peter, l’osservatore esterno vede il raggio di luce propagarsi fra le due linee tratteggiate che ho disegnato prima alla velocità “c”. L’osservatore interno vede anche lui la luce propagarsi alla solita velocità però la distanza fra le due linee tratteggiate del campo gravitazionale è minore … right Peter? Right? – Je comprend John è un po’ lo stesso discorso dell’altro giorno – infatti, per l’osservatore esterno la velocità della luce è di 300.000 km al secondo indipendentemente dalla distanza dalla superficie del pianeta quindi per lui la velocità della parte più interna del fascio di luce, dove si trova l’altro osservatore, è la stessa, tu sai che se la velocità è il rapporto fra la distanza e il tempo, il tempo è naturalmente il rapporto fra la distanza percorsa e la velocità è chiaro il discorso? – chiaro, ingegnere, chiaro e limpido come un lago sempre blu! – John accennò un sorriso riconoscendo una delle più famose frasi di Alex De Large il protagonista di Arancia Meccanica – Quale delle due distanze è minore secondo te John? – la distanza fra le due linee tratteggiate? Le due linee tratteggiate non sono parallele ma convergono verso un punto interno del pianeta quindi è ovvio che la distanza fra le due linee è minore per l’osservatore interno se per esempio il tempo che impiega il fascio di luce a percorrere la distanza fra le due linee è di … 10 milionesimi di secondo per l’osservatore esterno, sarà di 8 milionesimi di secondo per l’osservatore interno ma dal punto di vista dell’osservatore esterno! Non c’è nulla di nuovo, è il solito discorso: per l’osservatore esterno l’orologio dell’altro osservatore marcia più lentamente quindi è come se l’osservatore interno rispetto all’altro viaggiasse ad una velocità più vicina alla velocità della luce – bravissimo Peter, aggiungo però un ultimo particolare che forse non sai, prima c’era la reciprocità cioè nel caso di due osservatori che viaggiano a 200.000 km/ sec uno rispetto all’altro ognuno “vede” l’orologio dell’altro marciare più lentamente, in questo caso invece non c’è la reciprocità perché l’osservatore esterno “vede” l’orologio dell’altro marciare più lentamente mentre l’altro, cioè l’osservatore interno, “vede” l’orologio dell’osservatore esterno marciare più velocemente … adesso direi però di interrompere perché è tardi, abbiamo parlato del tempo e il tempo è volato. Ci riaggiorniamo fra qualche giorno, cosa fai domani? – Vado ad Oxford a laurearmi in fisica teorica! – Beh Peter aspetta ancora un po’ forse è presto, il professor Stephen Hawking potrebbe anche mandarti a casa! – I due si salutarono.

Qualche giorno dopo Peter era in pigiama a casa sua, un angusto appartamentino di 40 metri quadrati due piani sotto l’appartamento dei Collins, sorseggiava la terza Guinnes della serata e continuava a rileggere i vecchi articoli di giornale tutti ritagliati e incollati su un generoso raccoglitore, erano più di trecento e riguardavano la storia della metropolitana di Londra e tutti i fatti misteriosi accaduti. Era senza dubbio il più grande conoscitore di storie di fantasmi londinesi. Aveva lavorato molto sulla famosa storia di Anne Naylor, nota come lo “spettro urlante di Farringdon”, una ragazza tredicenne assassinata nel 1758 dal suo maestro cappellaio e dalla figlia di quest’ultimo. Peter da ragazzo aveva tentato più volte di ascoltare le agghiaccianti urla della povera ragazzina senza mai riuscirci ma in compenso due suoi interessanti articoli erano stati pubblicati su due diversi giornali locali e riguardavano l’avvistamento di un uomo con una lanterna in mano, tutto unto e vestito di stracci, con una barba lunga grigiastra che Peter aveva incontrato nel 1946, quando aveva solo dodici anni e passava la maggior parte del tempo libero nelle stazioni della metropolitana ad osservare ogni particolare che in qualche modo gli evocasse qualcosa che avesse a che vedere con i fantasmi e altre storie ricche di mistero. Una sera si era addentrato per alcuni metri dentro un tunnel nei pressi della stazione di Farringdon ben sapendo che a quell’ora l’intervallo fra un treno e l’altro era di trenta minuti e all’improvviso si vide venire incontro l’uomo con la lanterna in mano: “Ragazzo, fermati subito! Lo sai che è pericoloso entrare nella zona proibita? Io qui ci sono morto nel 1875 ma tu sei giovanissimo, sei ancora un bambino e devi vivere!” Per nulla spaventato il giovanissimo Peter si fece raccontare tutta la storia, almeno è questo che lui ha sempre raccontato a tutti compreso John. Il fantasma aveva le sembianze di un uomo di una sessantina di anni, era robusto e muscoloso e forse proveniva dal Galles, emanava un odore strano, dolciastro ma non disgustoso, “come di torba mista a terriccio umido aromatizzato al pepe verde” scriverà in uno dei suoi articoli “è come se gli odori della vita dell’uomo con la lanterna si fossero accumulati fino al momento della morte dell’uomo nel giugno del 1875 sepolto e soffocato da alcune tonnellate di terra”.
L’amicizia dei due si era interrotta una sola volta a causa del carattere molto permaloso di Peter intorno al 1965, quando John disse una frase che per Peter fu come una pugnalata: “Guarda Peter, voglio essere sincero con te, io non ho nessun interesse per le misteriose apparizioni di fantasmi nelle viscere di Farringdon, lo so che tu sei appassionato, che ci credi ma sarei ipocrita se facessi finta di essere interessato anch’io, scusami Peter io adesso ho altre cose per la testa, se vuoi più tardi andiamo al Pub ma per favore non per parlare di misteriose quanto improbabili apparizioni di fantasmi!” Peter, mortificato, aveva deciso addirittura di chiudere definitivamente l’amicizia con John e per un anno e mezzo i due non si frequentarono ma alla fine del 1966 l’amicizia riprese più di prima e John si mostrò più disponibile a discutere ogni tanto seppur con parsimonia sull’esistenza o meno dei fantasmi di Farringdon.

8 AGOSTO 1980
La serata di Peter quel giorno fu interrotta dalla visita un po’ inaspettata di John che aveva voglia di continuare a spiegare all’amico, sempre disponibilissimo ad ascoltarlo, le ultime sue teorie sulla natura del tempo.
– Sei sempre in pigiama! Sembri un detenuto! Allungami una Guinnes! – Peter gli tirò la lattina rischiando quasi di colpirlo in fronte – Sei pronto a riprendere la nostra discussione sullo spaziotempo? Hai gli appunti dell’altro giorno? Ci sono delle novità! – Peter fissò l’amico con un’espressione interrogativa – Pensavo che tutto si fosse esaurito l’altro giorno, Se c’è qualche novità esigo delucidazioni esaurienti ingegnere! – John si sedette sulla poltroncina grigia riservata agli ospiti, l’unico oggetto pulito della sua casa essendo riservata ali ospiti e iniziò le sue spiegazioni – Ho riletto alcuni articoli sull’argomento, nulla che assomigli alle equazioni del nostro amico italiano, è chiaro che quel tipo ha in tasca informazioni segrete se non addirittura provenienti dal futuro, si dal futuro! E stavolta mi voglio veramente sbilanciare mio caro Ghostfinder! – Ti ricordo che sei un ingegnere delle ferrovie e non un fisico fantateorico! Rimani sulla terra e goditi la Guinness! – John sorseggiò la Guinness dalla lattina – è amara! … Ma va giù bene! .. Ascolta amico!…ti ricordi quando ti facevo l’esempio semplificato dell’asse del tempo che è anche l’asse della spirale che descrive l’orbita terrestre? – Certamente! – Bene! Dicevamo che l’asse ha un raggio di curvatura infinito, quindi è una retta, non può dunque chiudersi e creare un ciclo temporale, tu sai naturalmente cosa dice il Principio di Entropia? In un sistema isolato, cioè un sistema che non scambia né materia né energia con l’esterno come è appunto il nostro universo l’entropia aumenta perché le forme di energia ordinate tendono a trasformarsi in forme di energia disordinate, mi segui? – Ricordo qualcosa ma non ho mai capito cosa sia esattamente l’entropia, me lo spieghi? – L’entropia è una funzione di stato cioè una funzione che dipende soltanto dalle condizioni iniziali e finali di un sistema e che viene definita dal rapporto fra il calore scambiato e la temperatura assoluta o, con parole più semplici, una grandezza fisica il cui valore assoluto indica il grado di disordine di un sistema, bene questa variazione delta S è sempre positiva nei sistemi isolati – Lascia perdere John, la termodinamica non la capivo nemmeno a scuola, il ciclo di Carnot tutto quel casino – comunque non è importante Peter ti basta sapere che più l’entropia di un sistema isolato è elevata più l’energia totale del sistema isolato è degradata, ti spiego meglio: si dimostra che è possibile trasformare completamente il lavoro meccanico in energia termica ma non viceversa e il lavoro meccanico è una forma di energia più ordinata rispetto al calore – si, questo discorso me lo ricordavo – aggiunse Peter con grande soddisfazione. John continuò la spiegazione – qualsiasi fenomeno fisico avvenga nell’universo comporterà un progressivo aumento delle forme di energia degradata come il calore a discapito delle forme di energia ordinata – un mezzo per emme per vi alla seconda oppure … oppure emme per gi per acca – bravo Peter, energia cinetica ed energia potenziale, però se mi interrompi non riesco a concludere, ti dicevo insomma che c’è una naturale tendenza verso configurazioni, cioè disposizioni di elementi più disordinate. Se cade una bottiglia si rompe in mille frammenti di vetro che spontaneamente non potranno mai ricomporre la bottiglia, è quello che i fisici chiamano un fenomeno irreversibile. Bene in alcuni casi, localmente l’entropia può anche diminuire purché non consideriamo un sistema isolato, una stella che collassa e che poi forma un buco nero per esempio o una stella a neutroni dove la materia si dispone in modo tale da creare densità elevatissime, inimmaginabili e quindi un campo gravitazionale talmente forte da deviare la luce che vi passa nelle vicinanze o da inghiottirla. Per tornare all’asse del tempo ho scoperto o credo di aver scoperto questo, ascoltami bene: l’asse del tempo si curva e si chiude su se stesso con un raggio finito ammettendo naturalmente che la variazione dell’entropia sia alternata, il che però, apparentemente, sembra non possa avvenire nel nostro universo. Il problema è che non riesco veramente a capire cosa sia questa costante K21 non c’è traccia in nessuna pubblicazione, quindi deve essere poco conosciuta o addirittura potrebbe trattarsi di un’informazione provenire dal futuro … come ti dicevo prima – John si concesse una pausa nella speranza che Peter gli facesse qualche domanda ma Peter rinunciò a fare il suo intervento pur mostrandosi piuttosto scettico. John riprese con le sue considerazioni divenute ormai congetture: – scartiamo per un attimo l’ipotesi più fantasiosa, quella dell’informazione proveniente dal futuro, forse non è stata fatta nessuna pubblicazione perché i fisici teorici brancolano ancora nel buio mio caro Peter, l’idea del ciclo temporale mi piace, mi è sempre piaciuta anche se non va per nulla d’accordo con il Principio di Entropia – Peter finalmente si decise a rispondere: – tu da quelle quattro formulette scritte da quel tipo concludi che il tempo è ciclico e che quindi un lontanissimo futuro nel nostro universo coinciderebbe con un remotissimo passato? Questo lo diceva anche Nietzsche più di cento anni fa parlando di eterno ritorno, come diceva … in un tempo isolato … no, un sistema isolato … no isolato ma infinito, un sistema infinito … – In un sistema finito, con un tempo infinito, ogni combinazione può ripetersi infinite volte! – Lo corresse John con una punta di presunzione che infastidì lievemente Peter il quale non volle però mostrarsi infastidito e proseguì: – e anche se fosse come potrebbe un’informazione del futuro raggiungerci nel passato? – Non sono in grado di dare una risposta a questo Peter! – Non potrebbe essere invece, John, che in alcune parti dell’universo il tempo scorra all’incontrario e che qualcuno sia riuscito a sfruttare questo fenomeno? – La domanda di Peter era molto interessante e per un istante aveva messo in crisi l’ingegnere che non aveva ancora preso in considerazione le teoria di Paul Dirac e Feynman sulle particelle di antimateria che percorrono il tempo in senso inverso, ma le perplessità durarono molto poco e la risposta di John fu: – per quanto ne so io il tempo teoricamente potrebbe scorrere all’indietro nell’antimateria ma l’antimateria forse non esiste nel nostro universo, a contatto con la materia si annichilerebbe producendo una esplosione di energia spaventosa, so però che per brevissimi istanti può essere creata in laboratorio – nonostante fossero le undici di sera la passione dei due amici per l’argomento ciclo temporale li rendeva svegli e per il momento la stanchezza poteva aspettare, Peter era divenuto di nuovo rosso come un peperone a causa della discreta quantità di alcol ingerita e con una voce molto determinata disse – tu mi parli di ciclo temporale e siamo d’accordo, se si curva l’asse del tempo è possibile che si crei un ciclo temporale ma quanto dura? Qui non arriviamo da nessuna parte finché non riusciremo a sapere qualcosa di più sulla K21 – Tutto quello che sappiamo sulla K21 è che fa parte di quella equazione e che in qualche modo ha a che vedere con la distribuzione della massa attorno all’asse temporale. Se il tipo italiano ha ricevuto delle informazioni dal futuro potrebbe darsi che questo K21 sia un parametro matematico che verrà introdotto fra dieci, cento o duecento anni. Cosa ne possiamo sapere noi? – Peter aveva il pieno possesso di tutto ciò che l’amico aveva tentato di comunicargli, fra le qualità di Peter c’era infatti un’ottima abilità nell’incamerare nozioni anche in campi a lui piuttosto estranei come la fisica teorica che era diventato invece il pane quotidiano di John Collins. La successiva domanda di Peter fu – è possibile che il nostro universo percorra un ciclo temporale che duri, che so io, una cinquantina di miliardi di anni, molti di più o molti di meno senza un vero e proprio big bang o big crunch? – Non lo possiamo escludere Peter, abbiamo talmente pochi elementi che ogni teoria può essere valida. Anche il tempo forse è una invenzione dell’uomo – Mah! Non so, non lo so, questa non è più fisica teorica è filosofia – la discussione iniziava un pochino a divenire stantia e l’ultima parte della serata i due la trascorsero a discutere sull’esistenza o meno del tempo e sui paradossi che il viaggio indietro nel tempo poteva generare, quei paradossi che vengono descritti in modo più o meno fantasioso in tutte le riviste scientifiche e anche in alcuni film di fantascienza. La conclusione della serata si ebbe quando John tirò fuori, partendo dalla teoria di Dirac sull’antimateria, la meccanica quantistica. Non appena sentì nominare la meccanica quantistica Peter implorò l’amico di interrompere il discorso per un successivo aggiornamento – ok amico, direi che per stasera possiamo fermarci qui!

LUGLIO 1985

Il treno per l’Italia sul quale viaggiavano i due amici sostò un buon quarto d’ora a Kufstein, cittadina austriaca al confine con la Germania per i controlli doganali. Peter osservò subito che il controllore austriaco che stava salendo sul treno indossava un’elegantissima divisa quasi ottocentesca e non riuscì a fare a meno di dirlo all’amico che commentò con la sua consueta ironia: – entriamo nell’Impero d’Austria! – I gendarmi austriaci erano saliti due per vagone per fare i soliti controlli doganali di rito. Mentre i due amici attendevano il controllo si accorsero che era in atto una moderata discussione in tedesco fra un poliziotto e qualcuno che era a pochi metri da loro. Peter si innervosì leggermente, John, accortosi del leggero stato di agitazione dell’amico commentò con ironia nascosta: – Lo stanno arrestando perché non ha con se gli scellini austriaci! Non puoi entrare in Austria se non hai gli scellini e noi non abbiamo scellini austriaci! – Ma cosa dici? – rispose Peter innervosendosi ancora di più – vedrai che nella migliore delle ipotesi ci beccheremo una bella ramanzina, ma solo nella migliore delle ipotesi! – aggiunse John riuscendo a rimanere serio mentre Peter sembrava già preda di una delle sue irrazionali preoccupazioni – ma noi transitiamo solo dall’Austria e scenderemo dal treno a Bolzano che è la prima città italiana, non usiamo gli scellini, forse c’è da pagare una tassa? – John si fece una risata – veramente ti stavi preoccupando per gli scellini Peter? – Non sono un viaggiatore come te John, per me poteva anche darsi che in Austria non si potesse entrare senza un minimo di valuta in tasca, è la prima volta che metto piede in un paese straniero che non sia la Francia! – Tu ti preoccupi per un nulla Peter, l’ho sempre detto che sei troppo nervoso – sei tu che dici che mi stavo preoccupando, non ero preoccupato ero soltanto meravigliato quando hai detto che per entrare in Austria bisogna avere gli scellini in tasca! – John si fece un’altra risatina facendo capire all’amico che avrebbe giurato davanti alla Regina d’Inghilterra che Peter era teso come una corda di violino e non riusciva minimamente a nascondere questo suo stato d’animo, lui non replicò ma abbozzò uno dei suoi sorrisi forzati nel frattempo i due gendarmi austriaci entrarono nello scompartimento e chiesero di vedere i documenti. John esibì subito il passaporto mentre Peter iniziò a rovistare il suo zaino brontolando sul fatto che l’amico lo aveva distolto dalla ricerca del documento mentre i due gendarmi aspettavano senza esternare alcun gesto di impazienza. Fortunatamente il passaporto di Peter saltò fuori e, dopo una velocissima occhiata alla foto i due poliziotti augurarono buon viaggio e uscirono dallo scompartimento. Poco dopo il treno si era finalmente rimesso in marcia.

A Bolzano i due amici scesero finalmente dal treno e, dopo aver quasi prosciugato una simpatica fontanella formata da una cannella che sporgeva da un masso di porfido si avviarono verso la stazione delle autocorriere dove secondo il programma dettagliato preparato ed approvato da entrambi dovevano farsi ancora un’ora e mezzo di pullman. Mentre attendevano l’arrivo dell’autobus John confidò all’amico che iniziava ad essere seriamente preoccupato per l’evento tanto atteso non riuscendo veramente ad immaginare cosa potesse accadere di lì a pochi giorni in una tranquillissima località di villeggiatura. – Non lo sapremo fino al giorno 19, mettiamoci l’anima in pace John! – fu la pronta risposta di Peter che iniziava a soffrire sia per la stanchezza del viaggio che per il caldo. Arrivò con un leggero ritardo l’autobus, scese un fattorino e chiese se i due erano diretti verso Cavalese – Predazzo. John annuì e il fattorino li invitò a salire, John si accorse subito che quest’ultimo doveva essere un personaggio molto singolare. Alto e abbastanza magro, il viso tipicamente italiano, più che altro da italiano del Sud, un po’ sdentato, i capelli neri corti un po’ ricci e un comportamento confidenziale ed estroverso. – Ecco il primo vero italiano! – Disse John, ha proprio la faccia da italiano, da vero italiano! – Mah! – fu la risposta di Peter che in quel momento non era interessato a fare una statistica sui quozienti di italianità dei visi dei presenti. John continuò ad osservare quasi con ammirazione il bigliettaio della F.E.A.R., la società locale che gestiva i trasporti pubblici e aggiunse: – hai visto com’è espressivo e solare? Dà confidenza a tutti, è allegro, semplice, spensierato e senza problemi, quanti inglesi conosci così? Io neanche uno! – Dai John non iniziare adesso a costruire fantasie su ogni persona che incontriamo, te lo chiedo per favore! Sono stanchissimo e accaldato, ho mal di testa, mal di denti, nausea – benedetto Peter, sei tu che non hai voluto prendere l’aereo, sei tu che hai rimandato l’appuntamento con il dentista – rispose John un po’ alterato. Peter non replicò sapendo di aver torto e si rese conto che effettivamente quel bigliettaio era un personaggio.
L’autista del pullman, biondo, probabilmente di madrelingua tedesca, era al contrario serioso e taciturno, costretto ad ascoltare le chiacchiere del bigliettaio e ad annuire di tanto in tanto con qualche monosillabo. Dopo una mezz’ora di traffico dovuto ai frequenti semafori nel tratto iniziale del viaggio la corriera arrivò in una stazione in aperta campagna circondata da frutteti. Il bigliettaio urlò all’improvviso facendo trasalire almeno la metà dei passeggeri: – Ora ferrovia! Ora ferrovia! Bahnhof Auer! Ora et labora! Il pullman sostò alcuni minuti nella piazzetta antistante la stazione, salirono alcuni turisti anziani costringendo il simpatico fattorino a digitare con molta disinvoltura sui bottoni verdi della macchinetta emettitrice di biglietti e ad azionare la manovella per far uscire il microscopico biglietto. Ogni volta che la macchina emetteva il biglietto il fattorino diceva qualcosa di poco comprensibile, probabilmente una massima o un proverbio in qualche modo legato alla località di destinazione del biglietto. John che contemplava tutta la scena si mise una mano davanti la bocca per non far vedere che gli veniva da ridere. In effetti il contrasto fra i silenziosi passeggeri dell’autobus, quasi tutti di madrelingua tedesca come l’autista taciturno e il bigliettaio, che continuava a mostrarsi disponibile e spensierato, era talmente evidente da rendere particolarmente movimentata la fase finale di quell’interminabile viaggio. Originale era anche quella macchina emettitrice di biglietti con i tasti verdi un po’ logori che l’italianissimo personaggio aveva sul petto. Quella macchina emettitrice di biglietti doveva essere la compagna inseparabile del fattorino da anni. John notò anche che il tipo del quale si stava quasi innamorando a volte parlava un tedesco molto stentato, altre volte tentava di esprimersi in un dialetto del Nord Italia che sicuramente non era il suo. Ad ogni incrocio impegnativo segnalava all’autista il momento giusto per passare: – Spetta spetta! … bon bon bon! Vaiii vaiii vaiii!
Il pullman guadagnò rapidamente quota percorrendo una strada panoramica con alcuni tornanti ed un panorama sull’ampia vallata veramente bello. Per fortuna la sensazione di caldo si attenuò gradualmente e Peter che fino a quel momento aveva sofferto molto il caldo anche perché la bocchetta di aerazione posta sopra di lui non funzionava, sembrò rinascere. Non mancava molto alla destinazione finale. Peter e John furono molto grati a quel personaggio che aveva reso un po’ più allegra la fase conclusiva del lungo viaggio. Da questo momento in poi avrebbero avuto ben poche occasioni per essere di buon umore.

I due inglesi avevano affittato un piccolo appartamento in un villaggio turistico e stavano terminando una ricca colazione a base di succhi di frutta, pane con crema di cioccolato e biscotti al burro. John provò un attimo a riordinare le idee sul da farsi. Ascoltami bene Peter, la priorità assoluta è la ricerca del tipo italiano che potrebbe essere anche lui in zona come noi, direi di dedicare oggi e domani alla ricerca del tipo, dopodomani, il giorno 18 luglio, se non avremo già incontrato il tipo, andremo a vedere Tesero e il paesino di Stava per cercare di capire qualcosa sull’evento del giorno successivo. Dove abbiamo maggiori probabilità di incontrare il tipo? Sicuramente nei parchi pubblici e naturalmente nelle biblioteche, non certo nei negozi. Peter era molto perplesso e ancora stonato dal viaggio conclusosi il giorno precedente. Rispose – ok John, sappi però che io dubito fortemente che incontreremo il matematico italiano e poi non è detto che tu lo riconosca, lo hai visto un minuto sette anni fa, un solo minuto! Almeno fosse un minuto riferito ad un raggio di luce! – Sarebbe un’eternità anche un miliardesimo di secondo alla velocità “c” caro Peter! Veniamo al pratico, forse hai ragione tu, anch’io sono scettico sulle probabilità di incontrare il tipo, ammesso che sia ancora vivo e che si trovi in zona. Cambiamento di programma, sei contento vero Peter? Oggi visitiamo Tesero e la frazione Stava, poi decideremo sul da farsi. Le ipotesi sull’evento le faremo stasera, right? – right! Però fra le sei e le otto del mattino, domani, io vado a cercare funghi, tu fai quello che vuoi! – Due ore per cercare funghi? Due ore addirittura! Va bene amico, non ti accompagno però vai tu da solo, lo sai che di solito mi alzo alle 7 e mezzo!
La visita di Tesero fu abbastanza veloce, un tipicissimo paese alpino con case rustiche, vicoli e cortili interni molto suggestivi e particolari architettonici interessanti come le fessure per far uscire o entrare il gatto dai portoni in legno grezzo delle cantine, una bella chiesa con un campanile a dir poco imponente e molte stradine in salita strette ma graziose. Il paesino di Stava era un piccolo villaggio in una vallecola a monte della vallata principale formato da alcune villette e tre alberghi. Nella piazzetta del villaggio c’era una piccola fontanella dalla quale usciva un’acqua molto fredda e molto dissetante, un vero paradiso per gli escursionisti assetati. Il paesaggio circostante era veramente incantevole, bellissime montagne e abetaie molto rigogliose. John commentò – cosa diavolo può accadere di tanto importante fra qualche giorno in un piccolo villaggio montano come questo? Non capisco, forse un attentato a qualche politico importante? Non credo ci siano personaggi della politica italiana in villeggiatura qui, veramente non capisco! – John per un momento non sembrò più interessato alle ricerche su un possibile evento e si sentiva quasi propenso ad aspettare semplicemente l’evento nella speranza che non si trattasse di un evento drammatico come quello di Bologna. Peter aggiunse – può anche trattarsi di un evento importante ma soltanto per la vita privata del matematico italiano, non ci hai pensato? – L’attentato di Bologna non fu sicuramente un evento privato, perché dovrebbe esserlo quello che avverrà qui fra tre giorni? e non sappiamo neppure l’ora! – Dopo aver passato in rassegna alcune ipotesi un po’ banali come l’ aereo di linea che precipita o addirittura un secondo evento Tunguska, Peter suggerì di dare un’occhiata alla miniera che era indicata sulla carta topografica dell’Istituto Geografico Militare italiano. L’idea fu accolta dall’amico e i due si incamminarono per la ripida salita tutta su strada asfaltata e con discreta fatica giunsero nelle vicinanze della miniera. John disse all’amico che aveva il solito bisogno da soddisfare e si addentrò nel bosco. Peter attese e, trascorso qualche minuto iniziò a preoccuparsi un pochino perché l’amico non tornava e in effetti passarono alcuni minuti. John spuntò all’improvviso con uno sguardo incredulo e invitò l’amico a seguirlo. Due enormi bacini sovrapposti entrambi sostenuti con dighe in terra occupavano una vasta area fra il Monte Prestavel e il monte Cucal ed erano seminascosti da abeti e larici molto alti. La vista delle due imponenti dighe in terra fece venire in mente ad entrambi la non remota eventualità di un cedimento improvviso con conseguenze drammatiche. Era impressionante la quantità di fango che essi contenevano, come impressionante sarebbe stata l’energia cinetica della massa di fango e acqua se essa si fosse mossa all’improvviso. Le dighe in terra davano l’impressione di essere troppo alte per una stabilità duratura, non c’era sicuramente bisogno di essere geologi o ingegneri geotecnici per capirlo. I due rimasero senza parole per un paio di minuti – hai capito Peter? Ecco cosa potrebbe succedere da qui a quattro giorni, porcamalora! Prova ad immaginare cosa succederebbe se questa enorme diga in terra cedesse all’improvviso! Saranno …. più di centomila metri cubi di fango che scivolerebbero a valle travolgendo tutto, case, alberghi, persone, automobili fino a Tesero e oltre! Centinaia di vittime, ecco cosa succederà venerdì prossimo! – Forse l’attrito e gli alberi bloccherebbero almeno in parte la colata di fango, forse la colata di fango si arresterebbe nel paesino di Stava senza arrivare fino a Tesero – hai visto la pendenza che c’è fra Tesero e Stava? L’attrito non sarebbe sufficiente e se c’è molta acqua la bassa viscosità favorirebbe lo scivolamento fino a sotto il paese di Tesero! Valeva la pena fare il viaggio che abbiamo fatto, dobbiamo fare il possibile per impedire che ciò avvenga! – Ma credi che non siano periodicamente controllate queste due dighe in terra? Non penso che ci siano tecnici incompetenti, probabilmente qualche tuo collega avrà fatto una perizia e avrà dimostrato la fattibilità del progetto, dai John! – Non ho elementi ma a me sembra un miracolo che questi bacini stiano in equilibrio! – John si fermò un momento e cercò qualcosa su cui sedersi, era impallidito all’improvviso. – Scusa Peter, ho bisogno di sdraiarmi a terra un momento … John si accasciò per terra senza perdere conoscenza ma stava divenendo sempre più pallido. Peter si allarmò pensando a qualcosa di molto più grave ma in pochi minuti John si riprese completamente. – Ho avuto un improvviso calo di pressione, niente in tutto, mi capita ogni tanto, ho quasi sessant’anni! Torniamo a casa, c’è una corriera che passa da Stava fra trentacinque minuti, poi a Tesero ci facciamo portare in taxi fino a casa.

I due amici divorarono avidamente i funghi che aveva raccolto e cucinato Peter, due hamburger con purè di patate e abbondante birra. Iniziarono poi a discutere sulla necessità o meno di intervenire. – Da un lato, mio caro Peter, sarei tentato di lasciare che il destino faccia il suo percorso ma da tecnico quale sono ritengo che sia un mio dovere lanciare l’allarme per impedire che un simile disastro si avveri, poi succeda quel che deve succedere! Lo so che ci sono dei paradossi visto che noi siamo qui solo perché sette anni fa qualcuno a Monaco di Baviera lasciò su un tavolo un biglietto di carta colorato con su scritto “Tesero ( Stava ) 19 luglio 1985” e quindi ammettendo per assurdo che questo tipo sia una specie di temponauta o almeno abbia ricevuto delle informazioni dal futuro, il percorso della storia è segnato e non può essere cambiato … non può assolutamente essere cambiato ma noi abbiamo il dovere di intervenire ugualmente e lo faremo – intervenire sperando che l’evento si verifichi lo stesso John, sperando di avere la coscienza a posto? – Non lo so!, non lo so! Trovo sicuramente paradossale che si verifichi un disastro in una certa data del futuro, che l’informazione per le ragioni fisiche di cui abbiamo ampiamente discusso raggiunga il passato seguendo forse un intero ciclo temporale e noi, ricevuta l’informazione, riusciamo a impedire che ciò avvenga, cambiamo la storia e ci ritroviamo dunque in un universo parallelo! Si, un universo parallelo! … Buoni questi funghi! Veramente ottimi! Bravo Peter! – sono d’accordo con te John, probabilmente non dovremmo fare nulla perché evidentemente c’è già qualcuno che è responsabile dello stato di salute di quella diga in terra … – Di “quelle” dighe in terra Peter, sono due! Non hai visto? Sono due dighe e se cede una delle due cede anche l’altra! – Comunque domani andremo al comando di polizia, diremo cosa abbiamo visto e il nostro parere, poi avremo fatto il nostro dovere! Tu John dirai quello che sei, uno stimato ingegnere delle ferrovie di Sua Maestà Britannica in pensione da cinque anni, io non posso dire niente, dirò che sono l’autore un famoso articolo sul volo di un imbianchino svizzero da una impalcatura nonché il più grande conoscitore di fantasmi – non scherzare Peter, non è assolutamente il momento di scherzare, ci sono in ballo centinaia di vite umane e anche, e questo lo metto in secondo piano, la possibilità, forse, di dimostrare l’esistenza di universi paralleli! – Peter si sentì un po’ mortificato per essere stato rimproverato di avere scherzato in un momento poco adatto e non aggiunse nulla. La disgrazia doveva essere evitata ad ogni costo, su questo punto non c’erano dubbi.

ROMEO E GIULIETTA

Dopo l’avvelenamento da funghi Peter e John stavano per essere dimessi da un ospedale di Verona. Un banalissimo, assurdo avvelenamento da funghi era stato il ridicolo imprevisto che aveva fatto saltare in aria il progetto di evitare il tragicissimo evento. Il caso non aveva saputo trovare un imprevisto meno idiota di uno stupido avvelenamento da funghi. Mentre i bacini di Prestavel crollavano e qualche minuto dopo la gigantesca massa di fango travolgeva vite umane, case, alberghi e animali i due amici, le uniche persone che avrebbero potuto in linea teorica evitare tale assurdo imperdonabile disastro si trovavano a centocinquanta chilometri di distanza in coma farmacologico in una piccola, calda e umida stanza di ospedale. La censura cosmica aveva dunque impedito che la storia venisse modificata agendo forse nel più banale dei modi. Per i due amici in convalescenza si attendevano settimane di accese discussioni sui paradossi spazio-temporali. Il disastro era stato dunque inevitabile, la rigida sequenza di eventi non poteva essere modificata di una sola virgola ed ogni evento doveva avere la sua precisa collocazione e si sarebbe in ogni caso ripetuta forse all’infinito. L’esistenza dei viaggi a ritroso nel tempo sembrava dunque un fatto acquisito almeno per quanto riguardava le informazioni ma anche l’impossibilità di modificare la storia nel caso di una informazione proveniente dal futuro.
Seduti all’interno di una pasticceria di Via Cappello i due si ritrovarono ancora una volta a discutere su quanto accaduto – per avere la certezza che intervenga la censura cosmica in un caso come il nostro sarebbero necessarie altre conferme ma la mia sensazione è che quanto ci è capitato sia sufficiente a trarre alcune conclusioni. Mio caro Peter, tu hai rischiato di uccidermi con quei funghi che avevi raccolto ma non posso sicuramente arrabbiarmi con te, so che hai commesso una leggerezza imperdonabile raccogliendo quell’unico esemplare di fungo, so che entrambi abbiamo rischiato la vita per colpa di quel fungo, ma so anche che era tutto programmato,tutto scritto perché nel nostro universo o meglio in ogni universo la storia è unica e i viaggi nel tempo sono consentiti in rari casi purché chi riceve un’informazione proveniente dal futuro non ne faccia uso. Il libero arbitrio non esiste! Non esiste! Il treno può correre solo lungo i binari e non ci sono traiettorie al di fuori dei binari – non tirare conclusioni affrettate John, rimandiamo la discussione per favore ad un altro momento, non mi sento ancora perfetto e la cosa che più mi inquieta è la totale assenza di desiderio di birra, cosa che non mi era mai capitata, oltre all’inappetenza! – That’s right! – fu la risposta secca di John. L’ingegnere delle rotaie era tranquillo, sua moglie Nancy fortunatamente non era venuta a sapere nulla del ricovero perché proprio in quei giorni si trovava in Egitto.

CENSURA COSMICA

Dopo il ritorno a Londra il giorno 8 agosto Peter aveva gradualmente riacquistato il desiderio di bere birra e ciò lo aveva molto tranquillizzato. Rispetto a John la sua intossicazione era stata meno grave, si era vomitato l’anima ma non aveva mai perso i sensi al contrario di John che solamente al suo risveglio si rese conto di essere ricoverato a Verona, che per lui oltre che la città di Romeo e Giulietta era un’importante nodo ferroviario del Nord Italia. John in sostanza aveva avuto un’intossicazione più grave ma si era anche ripreso più rapidamente tornando a Londra in perfetto stato di salute e pronto a riprendere i suoi studi voglia permettendo. La moglie Nancy che era rientrata dall’Egitto un paio di giorni prima aveva imposto che lui per almeno tre settimane rimanesse nella residenza estiva di Brighton e si dedicasse finalmente un po’ a lei. John non raccontò nulla della grave intossicazione da funghi ma si limitò a fare solo qualche sparuto cenno sul disastro accaduto a pochi km da dove alloggiavano. Naturalmente Nancy era del tutto ignara della “missione” purtroppo fallita, sapeva soltanto che da anni i due amici avevano programmato una vacanza sulle dolomiti italiane e finalmente erano riusciti a realizzare il loro programma anche se più di una volta si era chiesta perché John si fosse impuntato già da tre anni per fare quella vacanza proprio nel luglio del 1985 e non una delle due estati precedenti.
Peter intanto dovette fare a meno del suo amico per tutto il mese di agosto, la cosa non gli dispiaceva molto perché da quando ero stato dimesso dall’ospedale provava una strana sensazione di rigetto per tutto ciò che riguardava il mistero della profezia e le libere interpretazioni scaturite dalle discrete conoscenze di fisica teorica che fino a quel momento aveva acquisito grazie al costante e meticoloso impegno dell’amico. Una lunga pausa non guastava ad entrambi. John avrebbe fatto rientro in quel di Farringdon il primo settembre o forse il giorno due. Pur volendo molto bene all’amico sperava che quel rientro fosse anche un po’ posticipato. Non aveva nessuna voglia di affrontare i soliti discorsi e stava studiando il modo di dirglielo nella forma più soft possibile ignorando che a Brighton John Collins provava lo stesso tipo di rigetto nei confronti della fisica teorica. Entrambi si sentivano profondamente avviliti per non essere riusciti ad evitare quella tragedia di simili proporzioni che si era consumata a “soltanto 1020 km di distanza dal nostro quartiere londinese” distanza ovviamente calcolata in base ad una linea geodetica cioè quella linea che su una superficie sferica unisce due punti seguendo il percorso più breve possibile.
I coniugi Collins prolungarono la permanenza a Brighton fino al venti settembre, dopo quella data, seppur lentamente, l’interesse per quei discorsi tornò gradualmente ad entrambi. I tempi erano maturi per iniziare a trarre qualche conclusione su quanto accaduto.

La prima domenica di ottobre Peter e John avevano deciso di fare una lunga passeggiata fuori città e optarono per la consueta formula treno più camminata con discussione: raggiunsero in treno la stazione di Canterbury Est e programmarono una lunga e sana passeggiata attraverso il sentiero pedonale che costeggia a debita distanza dal transito dei veicoli la Military Road, poi attraverso la Sturry Road e le vie del centro storico della città. – Allora Peter, gradiresti una buona colazione prima della camminata? – Perché no? Anche una birretta! – Prendi quello che vuoi! E non guardare le studentesse che sei vecchio quasi come me! – Guardo e contemplo, è una vita che guardo e contemplo le studentesse universitarie! Ma con questa faccia da … – dai Peter, per favore smettila con questa autocommiserazione! Oggi finalmente possiamo arricchire il nostro patrimonio segreto di fisica teorica sulla base della nostra esperienza. Sediamoci laggiù, quello è il tavolo che fa per noi! – Si in effetti quel tavolone mi ispira, è staccato dagli altri così la gente non ascolta le nostre folli considerazioni! – Allora John, sei sempre del parere che non ci sia stata alcuna informazione dal futuro? – Ormai siamo diventati due personaggi della fantascienza, cosa devo dirti, John? Per escludere l’ipotesi dell’informazione proveniente dal futuro dovremmo supporre che il misterioso matematico italiano sia un terrorista che ha progettato e realizzato due stragi a distanza di cinque anni una dall’altra. Sulla prima strage possiamo concludere che sicuramente si trattò di un vile attentato e per quanto ne sappiamo noi non possiamo totalmente escludere che lui sia in qualche modo dentro, ripeto, non lo possiamo escludere! Non sto dicendo che il tipo sia l’autore della strage. Per quanto riguarda la tragedia che non siamo riusciti ad evitare ha una dinamica completamente differente – abbassa la voce Peter! Abbassa la voce! – Peter abbassò la voce e continuò – stai tranquillo che non ci ascolta nessuno … è del tutto improbabile che si tratti di un attentato ma non ne potremo mai avere la certezza matematica però abbiamo visto quelle due dighe in terra e stavano su per miracolo … – e invece la certezza matematica per scagionare il tipo l’abbiamo, mio caro Peter – John tirò fuori dalla tasca una fotocopia del famigerato foglio di carta colorato, in un angolo in basso a destra a qualche centimetro dalla scritta sbiadita “Tesero 19 luglio 1985 ( Stava )” c’era scritto 268 v. che significava 268 vittime, il numero definitivo di vittime. Se il tipo avesse premeditato un attentato con ben sette anni di anticipo sarebbe stato impossibile programmare anche il numero esatto di vittime, quel numero era un’altra inquietante prova che il misterioso italiano aveva ricevuto alcune informazioni dal futuro, forse era la prova più schiacciante. John riprese con le sue considerazioni – tu sei anche liberissimo di pensare che io ho falsificato il foglio di carta perché sono talmente convinto dell’innocenza di quel tipo che ho voluto a tutti i costi cancellare ogni dubbio ma ti assicuro, credimi, che non l’ho fatto … – John, io di te mi fido, mi sono sempre fidato … a questo punto anche io potrei aver raccolto di proposito quel fungo tossico per non modificare quanto scritto dalla storia ma ti assicuro che non è così – io ti credo Peter, non ho dubbi, tu hai commesso un errore imperdonabile ma non l’hai fatto di proposito, io ti conosco bene, tu sei onesto e sincero, lo sei sempre stato! – Infatti ci fidiamo reciprocamente uno dell’altro, non ci sono dubbi e non devono esserci dubbi altrimenti parliamo di belle ragazze o di calcio o di cinema, di quello che vuoi tu e smettiamo di discutere di questo caso! – No, Peter non smettiamo perché ci fidiamo reciprocamente uno dell’altro, ci dobbiamo fidare!
Dopo la colazione iniziò la lunga camminata attraverso il morbido sentiero pedonale ricoperto di soffici foglie inumidite dalla pioggia notturna. Un pallido sole faceva ogni tanto capolino attraverso le nubi scure che di tanto in tanto scaricavano brevissimi spruzzi di pioviggine che rendevano l’aria decisamente frizzante. Erano un po’ di giorni che sull’Inghilterra meridionale faceva questo tipo di tempo tutto sommato gradevole e rilassante: un po’ di sole con qualche raffica di vento e quelle nuvole scure compatte che si limitavano a scaricare qua e là un po’ di pioggerella. Un tempo piacevole e stimolante per nuove discussioni, entrambi infatti non amavano il sole forte e l’estate vera ma erano profondamente innamorati del clima londinese. John riprese la sua lunga dissertazione – adesso che siamo entrambi d’accordo sulle notizie provenienti dal futuro cerchiamo un attimo di capire in cosa consiste la censura cosmica, è un termine che in questi ultimi anni usano gli astrofisici – lo so John ne abbiamo un po’ parlato a suo tempo non ti ricordi? – Sinceramente non ricordavo comunque sia se attraverso uno di quei wormholes l’uomo del futuro, credo di un futuro molto lontano, potesse tornare indietro nel tempo e abbiamo visto che la fisica teorica non lo può escludere, un ipotetico temponauta e forse lo è il tipo italiano, chiamiamolo pure Ettore in onore di Ettore Majorana visto che non sappiamo come si chiami realmente … bene, Ettore che viene dal futuro, magari da un futuro nemmeno troppo lontano, forse è stato trasportato nel passato a sua insaputa chissà in che modo e da chi, queste sono mie congetture ma servono comunque a spiegare quello che io sto per dirti … – tu hai una fantasia sterminata John, lascia che te lo dica! – Ascoltami! Non mi interrompere ti prego Peter! Si diceva che ci sono due ipotesi: o in qualche raro caso si può tornare nel passato dell’universo dal quale si proviene e in questo caso il nostro Ettore che è un italiano ricorda a perfezione le date di due eventi drammatici avvenuti entrambi in Italia e non può assolutamente cambiarli perché da protagonista quale era nel suo tempo una volta che si ritrova a rivivere in altro luogo il suo passato diventa un semplice osservatore e non può cambiare la storia, probabilmente non può nemmeno interferire con se stesso, deve vivere in sordina e non fare mai uso delle informazioni di cui dispone che riguardano il futuro. La seconda ipotesi è che non si può tornare nel passato del proprio universo ma soltanto nel passato di un universo parallelo e, dal momento in cui si giunge in esso si continua ad essere protagonisti e non spettatori – dunque John, potrebbero essere valide entrambe le ipotesi per viaggiare nel tempo – perché no? Ma nel nostro caso sembrerebbe valida solo la prima ipotesi: Ettore è un uomo del futuro che ha già vissuto questi anni, oppure è semplicemente qualcuno come noi due che ha ricevuto delle informazioni dal futuro riguardanti due eventi rilevanti e molto drammatici che sono sempre quelli che si ricordano meglio, e vorrebbe fare qualcosa per evitarli ma interviene la censura cosmica. La censura cosmica è semplicemente un insieme di eventi che consentono il viaggio di una informazione a ritroso del tempo senza che si creino paradossi, pensiamoci bene Peter, noi due abbiamo visto quelle maledette due dighe in terra qualche giorno prima che cedessero, casualmente sapevamo che il giorno 19 luglio ad un’ora incognita quelle due dighe avrebbero ceduto uccidendo 268 persone e ovviamente, dopo aver visto quelle due dighe in terra non avevamo dubbi che era necessario lanciare l’allarme nascondendo naturalmente l’informazione di cui eravamo in possesso. Il caso ha voluto che, dopo una banale mangiata di funghi ci siamo sentiti male entrambi e siamo stati ricoverati e trasportati con urgenza in quell’ospedale di Verona, entrambi in coma farmacologico del tutto impossibilitati a lanciare l’allarme – quante persone hanno visto le due dighe in terra durante le settimane precedenti il disastro, secondo te? – interruppe Peter – Nessuno che sia intervenuto, evidentemente tutti pensavano che le perizie tecniche avevano stabilito la sicurezza dei due manufatti – non sta a noi adesso discutere sulle cause del disastro, noi a differenza di tutti gli altri che casualmente avevano visto le due dighe in piedi avevamo una informazione in più ed eravamo in grado di generare un paradosso invalidando l’intero nostro universo, se non ci fosse stato l’avvelenamento da funghi potevano esserci altre banalissime cause ad impedire il paradosso, di sicuro la nostra vita o la nostra salute sarebbe stata messa a repentaglio – mah … a me sembra una interpretazione troppo semplicistica, la censura cosmica che interviene, nel nostro caso, con un avvelenamento da funghi, o con un incidente stradale, un infarto o magari la decisione di non intervenire, in quanti modi differenti poteva intervenire la censura cosmica, John? Avresti il coraggio di andare dal professor Stephen Hawking a raccontare tutta la faccenda? Io mi vergognerei – Peter, la censura cosmica avrebbe potuto intervenire in tanti modi differenti, se noi avessimo denunciato la pericolosità delle due dighe in terra alla polizia locale magari avrebbero preso in mano il fascicolo della perizia e sarebbero arrivati alla conclusione che non c’erano motivi validi per far evacuare la zona, ci avrebbero detto di non preoccuparci e di mantenere il nostro ruolo di villeggianti oppure ci sarebbe stata una vivace discussione per decidere se evacuare o meno la zona potenzialmente interessata al disastro. Poteva essere progettato un piano di evacuazione dopo la data fatidica, quindi troppo tardi anche perché se noi avessimo citato la data del 19 luglio ci avrebbero risposto “e chi lo ha detto? Nostradamus? Non ci fate perdere tempo, andate a farvi una bella camminata nei boschi!” Non pensare che sarebbe stato facile per noi far evacuare una zona tanto vasta e piena zeppa di turisti! – I due amici camminavano con passo molto veloce e ogni tanto si imponevano una breve pausa di silenzio per focalizzare meglio le idee. Il concetto di censura cosmica sembrava essere qualcosa di molto vago e ben poco scientifico. In realtà la censura cosmica sarebbe dovuta essere una sorta di principio come gli enunciati della termodinamica tipo: in un sistema isolato l’entropia aumenta col tempo e quindi qualcosa tipo: “la probabilità di viaggiare a ritroso nel tempo è molto ridotta, in ogni caso qualora ciò si verifichi non sarà mai possibile modificare gli eventi storici sulla base di informazioni del futuro”
Mentre i due assaporavano l’aria frizzante e i loro volti venivano inumiditi da rari spruzzi di pioviggine illuminati dai raggi di un innocuo sole autunnale e per fortuna inglese, John propose un modello di universo suo personale ma che in realtà anche altri scienziati avevano comunque idealizzato prima di lui. Secondo John questo tipo di modello prevederebbe l’espansione delle galassie fino ad un determinato istante, istante unico solo se riferito ad un osservatore esterno e che comunque non poteva essere simultaneo per ciascun luogo dell’universo. Dopo il momento di massima espansione e anche di massima entropia sarebbe avvenuta l’inversione con progressiva contrazione e diminuzione dell’entropia, questa “inversione” temporale non sarebbe però minimamente percepita da nessun essere vivente perché si tradurrebbe semplicemente in una sequenza invertita di eventi con fenomeni fisici bizzarri e assurdi come effetti che precedono le cause, frammenti di vetro che si ricompongono o retine dell’occhio che emettono onde luminose fino alla sorgente, il tempo scorrerebbe dunque all’indietro solamente rispetto ad un osservatore del tutto esterno e non facente parte dell’universo mentre ogni fenomeno fisico può avvenire soltanto nella direzione del tempo nella quale avviene l’aumento dell’entropia e l’espansione delle galassie. Peter non sembrò inizialmente molto convinto di questa teoria e lo stesso John precisò che si trattava di una delle possibili teorie in base alle quali non si può escludere un viaggio nel tempo purché i temponauti e la loro ipotetica navicella siano proiettati al di fuori dell’universo o in determinati luoghi neutri dello spazio-tempo ai margini dell’universo.
Peter propose un interessante domanda all’amico – facciamo finta che domani avverrà per la Terra si intende, l’inversione temporale, domani a mezzogiorno, cosa ne sarebbe di noi due e di tutti gli altri esseri umani, animali eccetera? – John rimase un momento interdetto ma poi rispose – noi non ci accorgeremmo di nulla fino al momento fatidico, il momento del “massimo futuro”, in quel preciso istante cesseremmo di esistere perché il tempo stesso cesserebbe di esistere e il viaggio a ritroso del tempo non potrebbe in alcun modo riguardarci perché le leggi fisiche che conosciamo si applicano solo nel verso del tempo che conosciamo e sono del tutto incompatibili con il verso opposto, ma per chi si trova a miliardi di anni luce dalla galassia a lui più vicina il tempo potrebbe forse scorrere all’incontrario con le stesse leggi fisiche che conosciamo ma riferite ad un verso temporale invertito rispetto al nostro, lui potrebbe in teoria vedere ogni nostro fenomeno fisico materializzarsi all’incontrario – e con questo modello come si potrebbe concepire un viaggio a ritroso del tempo? – Imbarcando un temponauta su una navicella spaziale in grado di raggiungere una velocità del 99,999999999 % della velocità della luce con un dispendio di energia al di là di ogni immaginazione e con una dilatazione temporale sufficiente a far sopravvivere il temponauta, naturalmente ibernato, fino al raggiungimento di un punto esterno al nostro universo compatibile con l’inversione temporale, in base alla traiettoria stabilita da un sistema automatico possibilmente più affidabile rispetto ad HAL 9001 si potrebbe dunque raggiungere la Terra nell’epoca desiderata, magari quattro miliardi di anni fa ma poi non ci son problemi per andare verso il futuro, se si ha a disposizione tanta energia basta accelerare e il gioco è fatto – mah! Non so, se noi due, ibernati ci facciamo questo viaggio come vivremmo l’inversione temporale? Per noi il tempo continuerebbe a scorrere in avanti mentre per il resto dell’universo subirebbe la fatidica inversione, è mera fantascienza Peter – è fantascienza è pura immaginazione ma è solo un’idea una delle tante, noi sappiamo solo che una informazione è viaggiata a ritroso del nostro tempo ma potrebbe essere stata soltanto l’informazione a viaggiare indietro nel tempo e nessun essere umano. Potrebbe essere impossibile per un essere umano fare un simile viaggio attraverso i cunicoli spaziotemporali come stanno studiando ad Oxford, sembrerebbe del tutto improponibile mi pare di aver capito – va bene John ogni teoria è valida ma le uniche certezze di cui disponiamo sono l’informazione proveniente dal futuro e la censura cosmica, l’ultima teoria che mi hai illustrato mi sembra un po’ troppo di fantasia, non ti offendere – John concluse che questa nuova teoria del tempo che si arresta e torna indietro necessitava di ulteriori ritocchi e che forse di lì a qualche mese se ne poteva discutere nuovamente.
La passeggiata continuò sotto un cielo sempre più grigio e una temperatura che, nonostante fosse mezzogiorno, tendeva gradualmente a diminuire. Quel cielo cupo comunque non stonava affatto con la rilassante atmosfera del centro storico della cittadina di Canterbury, veramente un altro mondo rispetto alla megalopoli dalla quale facevano entrambi, ma soprattutto Peter, fatica ad uscire. La pioggia vera snobbò il centro storico di Canterbury ma si vedeva molto bene che verso Nord e anche verso la direzione opposta erano in atto consistenti rovesci. Peter propose di fare una piccola pausa e bere una birretta in un pub che abilmente aveva individuato, John approvò non tanto perché desiderasse la birra come il suo amico ma perché erano quasi due ore che non poteva svuotare la vescica e in pieno centro storico era obbligato ad entrare in un locale e consumare qualcosa.
L’interno del pub era accogliente, l’unico particolare era che nessuno dei frequentatori presenti raggiungeva i trenta anni. Una ragazza di colore molto magra e giovanissima si avvicinò al tavolo per prendere le ordinazioni e guardò i due “vecchi” con un certo stupore. John esclamò – siamo troppo vecchi? – la ragazza di colore sorrise e disse – qui sono tutti benvenuti tranne alcune bande di ragazzi che entrano cantando l’inno della loro squadra di rugby e ordinano bevande alcoliche, quelli non li vogliamo! – Peter sembrava molto interessato all’argomento bande di ragazzi e domandò – sono tutti vestiti allo stesso modo, entrano e pretendono di bere come i grandi, spesso sono violenti e magari minacciano di spaccare tutto? – Fino adesso per fortuna non è mai capitato, sono ragazzi di quattordici o quindici anni del posto che ogni tanto cercano di approfittare di un momento di distrazione o di debolezza, possono entrare ma non possono bere alcolici, gli è soltanto consentito consumare bevande analcoliche o patatine fritte ma purtroppo sono furbi e hanno trovato il modo di aggiudicarsi la loro dose di alcol obbligando qualcuno più vecchio ad ordinare la birra per loro conto e noi dobbiamo sempre essere attenti che questo non accada ma non abbiamo cento occhi! – E noi che credevamo che qui fosse tutto molto più tranquillo che nei pub di certi quartieri di Londra! – aggiunse John – certi pub ai margini della città non il nostro abituale a Farringdon! – la ragazza sorrise, raccolse le ordinazioni e si diresse verso un tavolo occupato da quattro ragazze, più che ragazze sembravano drughi con le sembianze femminili. John osservò le quattro tipe con sufficiente discrezione e decise che nessuna di loro era un personaggio che meritasse la sua attenzione, la sua mente infatti era ancora impegnata sul discorso “censura cosmica” .

IL VENERDI’ QUANTISTICO AL PUB, NOVEMBRE 1985

Da qualche anno i due amici avevano preso l’abitudine di frequentare un pub a poche centinaia di metri dal loro lugubre “palazzo con il cappotto di fuliggine storica”, la birra era ottima e si poteva ogni tanto mangiare qualcosa di gradevole come dei sandwich al salmone scozzese veramente squisiti. L’appuntamento fisso era quello del venerdì, per discutere su un argomento scientifico che se non riguardava la relatività ristretta riguardava la relatività generale, se non riguardava Einstein riguardava le ricerche di Stephen Hawking sui buchi neri. In qualche caso si era parlato di Niels Bohr e della fisica quantistica o dei principi di Werner – Heisenberg. Qualche volta le chiacchierate dei due amici venivano interrotte da un pachistano che ogni sera si faceva il giro dei pub della zona per racimolare qualche spicciolo dalla vendita di “preziosissimi” semi aromatici che erano secondo lui migliori di ogni medicina e funzionavano per qualsiasi male, dal più maligno dei tumori alla più aggressiva ulcera o alla più acuta crisi asmatica. Peter lo incontrava spesso in giro per il quartiere e lo salutava sempre con molta cordialità. Quando Peter lo vide per la prima volta entrare nel suo pub preferito questi si era avvicinato al tavolo dei due amici e, vedendo per la prima volta John aveva detto: – Tuo padre! Tuo padre! – No! Non è mio padre! È un amico! – No tuo padre? Ah … amico … lui è tuo amico! – Dopo qualche settimana tornava e di nuovo si ripeteva la medesima scena – tuo padre! Tuo padre! – No, non è mio padre, è un amico! – No tuo padre? Ah … amico! … lui è tuo amico! –
Quell’ultimo venerdì di novembre i due amici si trovarono come sempre alle 19.30 nel loro pub preferito a pochi isolati da casa, Peter ritardò qualche minuto perché veniva da una zona molto distante da Farringdon e aveva perso una coincidenza. Il suo lavoro era quello di scrivere ogni tanto degli articoli divulgativi di scienza per un giornalino di quartiere. Uno di questi articoli, il penultimo, scritto un paio di anni prima era stato finalmente pubblicato si intitolava “Il volo dell’imbianchino svizzero” con la caricatura di Albert Einstein che chiede ad un imbianchino appena caduto da un’impalcatura che cosa ha provato mentre precipitava dal tetto e il povero imbianchino sanguinante che gli risponde: “Mio caro Albert, ho capito anch’io che forse la forza di gravità non esiste, per questa volta io posso darti ragione!” A completare la caricatura c’era il volto perplesso di Isacco Newton che dal cielo scrutava la scena. John aveva letto l’articolo di Peter sul volo dell’imbianchino e si era sinceramente congratulato con il suo amico. “Il volo dell’imbianchino svizzero” era probabilmente l’articolo più bello che aveva scritto Peter grazie naturalmente anche alle chiarissime spiegazioni di John Collins al quale il giornalista a tempo perso aveva dedicato una decina di righe – Caro Peter sei un divulgatore straordinario! Ti stimo con tutta la mia sincerità! – E strinse la mano all’amico che si stava sforzando di rimanere serio per nascondere la sua felicità.
La “banda di giovinastri che non disdegnavano la cultura” come li aveva definiti Peter non aveva ancora occupato il tavolo all’angolo accostato ad una parete ricoperta da decine di stemmi di squadre di rugby di Londra e dintorni e cartoline di tutto il mondo oltre che fotografie d’epoca rigorosamente in bianco e nero che ritraevano i sobborghi a Nord della metropoli inglese. Da alcuni mesi era nata una vera e propria amicizia con la “banda di giovinastri che non disdegnavano la cultura” per semplicità detta “la banda”. I ragazzi della banda avevano invece soprannominato Peter e John i due “vecchi pazzi”.
Quel venerdì la banda tardava ad arrivare e due boccali di birra rossa occupavano il tavolo dei due amici. L’argomento della serata era ancora la fisica quantistica e il famosissimo gatto di Schroedinger, quel gatto chiuso dentro una scatola che ha il 50% di probabilità di morire se aziona un interruttore che fa erogare un potentissimo veleno. Nessuno potrà mai essere certo della morte o dell’ottima salute del felino fintanto che la scatola non verrà aperta, pertanto il gatto è allo stesso tempo morto e vivo e così è un po’ la fisica quantistica. Per John la fisica quantistica era qualcosa di difficile da accettare nella realtà quotidiana visto che gli eventi o si verificavano o non si verificavano senza strani compromessi o noiose considerazioni probabilistiche. La discussione fu preceduta stavolta da una partita a scacchi che si riallacciava molto bene alla fisica quantistica: due bravi giocatori all’inizio della partita hanno a disposizione un certo numero di mosse, la scelta della prima mossa è naturalmente determinante per tutte le mosse successive così il verificarsi o meno di un primo evento può determinare tutti gli eventi successivi. Rimaneva il fatto però che ci possono essere in qualche caso tantissime combinazioni di eventi che possono portare al verificarsi o meno di un singolo evento. Quella sera John perse la partita a scacchi grazie ad una mossa molto astuta da parte dell’amico. Subito dopo partì un’interessante discussione proprio sul “nobilissimo gioco”. Peter sosteneva che le reazioni chimiche del cervello del primo giocatore lo portavano a scegliere la prima mossa. L’umore è certamente dato dalla chimica del cervello che a sua volta è influita dagli stati d’animo delle ore precedenti l’inizio della partita. Decidere di aprire con un cavallo o con uno dei pedoni è frutto di tante reazioni chimiche che avvengono nel cervello molte delle quali sono conseguenza del caso, quindi potevano essere tantissime le combinazioni delle mosse della partita di quella sera – Se io non avessi perso la coincidenza – disse Peter – e fossi arrivato puntuale il mio umore sarebbe stato leggermente diverso e forse avrei aperto diversamente la partita, la tua risposta sarebbe stata differente e magari l’esito della partita sarebbe stato diverso, forse avresti vinto tu – tutto dipende sempre dalle condizioni iniziali, se esse sono identiche in due istanti diversi, magari distanti fra loro miliardi di anni, la sequenza di eventi è identica ed il ciclo temporale si chiude quando si ritorna esattamente alle condizioni iniziali! Potrebbero esserci comunque migliaia di condizioni iniziali simili ma non identiche che non influiscono sulle sequenze della partita. Se tu fossi giunto qui 3 decimi di secondi prima ed io mezzo secondo più tardi non credo che la partita sarebbe andata diversamente.
Peter ribadì una sua vecchia considerazione sull’amico nel seguente modo – tu vuoi sempre dimostrare l’esistenza del ciclo temporale perché non accetti di morire e non credi né nella reincarnazione né tanto meno nell’aldilà, tu credi soltanto nella scienza ma hai una paura folle di entrare un giorno, mi auguro il più lontano possibile, in una bara ed essere morto per sempre, quindi ti aggrappi a questa teoria dei cicli temporali che nessuno potrà mai dimostrare almeno nei prossimi cento anni – è vero quello che dici Peter,come si fa a credere in qualcosa di soprannaturale oggi? I fisici lo sanno bene. A te piace l’idea della morte? Non credo ti entusiasmi più di tanto – io ho parlato con uno morto da oltre mezzo secolo e sono pronto a giurare anche oggi che ho parlato con quel fantasma che anche altri hanno visto prima di me e che la cui descrizione corrispondeva a perfezione con la mia! Tu non ci credi ma io si, i fantasmi esistono, hanno proprietà fisiche sconosciute a noi, forse hanno più gradi di libertà rispetto a noi e si muovono magari anche nel tempo, non sono sempre nello stesso luogo e non vivono una sequenza di eventi come la nostra – John manteneva sempre il suo scetticismo su tutto ciò che non poteva essere spiegato dalla fisica e interruppe brutalmente l’amico – parliamo di scienza ti prego Peter, quando percepirò la presenza di un fantasma sarò io ad assillarti … e comunque a prescindere dall’esistenza o meno dei cicli temporali è interessante anche la vecchia considerazione filosofica che del resto è condivisa da molti: l’istante infinitesimo temporale che noi chiamiamo presente non esiste, passato e futuro non esistono in riferimento all’istante che ciascuno di noi sta vivendo eppure ognuno di noi esiste per un determinato intervallo di tempo e vivrà all’infinito la sua esistenza azzerando ogni volta la memoria nel momento della morte che poi coincide nel suo tempo individuale con il momento in cui la coscienza si impianta nel cervello del feto, quando inizia a sognare – d’accordo John ma da questo a dire che la morte di ciascuno di noi coincida con la nascita mi sembra un po’ una spiegazione di comodo ed anche una sorta di rifiuto ad uscire dal circolo vizioso dell’esistenza di ciascuno di noi – l’arrivo della banda interruppe momentaneamente la discussione. Il capo banda, un ragazzo biondo con i capelli lunghi si avvicinò ai due seguito dai suoi compagni, quattro ragazzi in tuta e stivaloni che potevano ricordare la banda dei drughi di Arancia Meccanica pur non avendo nulla a che spartire con i drughi o con certe bande di delinquenti o di tifosi sportivi della zona – scommetto che hai perso John … lo si legge in faccia che hai perso, ingegnere della rotaia, se vuoi puoi prenderti una bella rivincita giocando con me! – John sorrise senza nascondere la soddisfazione che i ragazzi non avevano mancato l’appuntamento di quel venerdì sera e disse – a quest’ora venite? Vergogna! … Forza ragazzi accomodatevi, sono pronto a sopportarvi per un massimo di quarantacinque minuti! – Quarantacinque minuti però riferiti ad una navicella che si sposta al 70% della velocità della luce, aggiudicato! Stasera in teoria andremmo a caccia di belle devocke fuori dopo Canterbury ma non possiamo arrivare sul posto troppo presto, sono loro che devono aspettare noi! – Disse il più giovane dei cinque, David detto “l’esimio professorino” da pochi giorni diciottenne ma anche il più preparato dei cinque – ci presenteremo come grandi conoscitori della più nobile delle scienze, faremo colpo con la relatività ristretta! – Rincarò la dose di ironia il leader della banda, si chiamava John anche lui ma si faceva chiamare Robert Testa Rossa, era alto un metro e novantacinque e portava lunghissimi capelli rossi secondo la moda della fine degli anni sessanta – cosa vuoi che interessi a quelle teenagers di campagna la relatività ristretta? Non conoscono nemmeno i postulati fondamentali di Einstein, magari ignorano perfino che la luce si propaga nel vuoto a velocità costante! – fu la pronta ironica risposta di un’altro dei cinque – ma cosa ne sai tu? Parli sempre a vanvera … apri sempre bocca per dire un sacco di cazzate, la biondina dell’altra volta, quella con gli occhiali, se tu non ti fossi accorto, è stata tutto il tempo a parlarmi del red shift gravitazionale!…a proposito la prossima volta ce lo spieghi ingegnere, che io stasera con la biondina vorrei fare qualcos’altro! – disse Robert Testa Rossa – una cosa per volta ragazzo, il red shift gravitazionale non fa parte del menù del giorno – Come in tutte le bande che si rispettino l’ironia e lo scherzo facevano parte dello spirito di gruppo, in presenza dei due “vecchi pazzi” era lecito scherzare sulla relatività o i viaggi nel tempo oppure sulla fisica quantistica, solo in qualche caso si poteva azzardare qualche battuta sui fantasmi della metropolitana, solo quando John si allontanava per svuotare la vescica ormai duramente provata dalla prostatite.
Peter invitò i cinque giovani a sedere e enfatizzando l’atmosfera scherzosa disse – Io sottoscritto Peter Ghostfinder, braccio destro e segretario verbalizzante del qui presente ingegnere professore e luminare John Collins dichiaro aperta la seduta di oggi, venerdì 29 novembre 1985 – Peter era piuttosto alticcio visto che si era già scolato tre birre ad alta gradazione, i suoi occhi erano lucidi e arrossati e si notava molto bene i capillari ai lati del naso e sulle guance si erano molto dilatati. Il leader della banda Robert Testa Rossa aggiunse: – sono presenti i due più grandi luminari della scienza e i cinque giovani più irresistibili del Sud Inghilterra! Di cosa ci vuole parlare oggi l’ingegnere John Collins? – John rimase pensieroso e serissimo qualche secondo e poi aggiunse: – non ricordo più dove eravamo arrivati venerdì scorso … ah ecco, vi avevo promesso che avrei letto quell’articolo sui wormholes e vi avrei fatto una sintesi divulgativa, sono pronto! Peter verbalizza i punti essenziali che ci dovrai scrivere l’articolo sul giornalino di Brighton, dunque, eravamo rimasti a … – alle stelle a neuroni! – intervenne Stephen il più anziano e anche il più taciturno dei cinque. Seguirono delle risate sulla battutina del ragazzo – stelle a neutroni, scherzavo! – John che si era sforzato di rimanere serio dopo la battutina di spirito del ragazzo riprese la trattazione partendo dalle densità enormi delle stelle a neutroni per passare successivamente ai buchi neri, all’orizzonte degli eventi e ad alcune conseguenze della relatività generale. La sintesi dell’articolo pubblicato su una nota rivista scientifica, fu molto chiara ed esauriente per tutti ed ipnotizzò i cinque giovani che con molta fatica si dovettero congedare un’ora dopo per il loro consueto svago del venerdì sera.
John Collins aveva parlato per un’ora interrotto soltanto due volte da Peter che annotava tutto sul suo block notes e ogni tanto rimaneva indietro con alcuni termini nuovi, i cinque ragazzi erano talmente interessati all’argomento che non osarono mai togliere la parola di bocca a John Collins. Secondo quell’articolo era possibile sia pure a livello teorico viaggiare nel passato attraverso quei cunicoli particolari detti wormholes, cunicoli che attraversavano ipotetici buchi neri ruotanti la cui esistenza andava comunque dimostrata. Quando la banda lasciò il pub quella sera i due “vecchi pazzi” decisero di rilassarsi con un’altra partita a scacchi che finì in pareggio lasciando un po’ di amaro in bocca a Peter che dopo la quinta mossa si era un po’ illuso che avrebbe potuto dare facilmente scacco matto a John. Prima che i due si congedassero dal pub non mancò la visita del solito pachistano, il tipo alto e magro che cercava di vendere dei semi di piante aromatiche da masticare dopo la birra che erano secondo lui dei preziosissimi toccasana anche per eliminare l’eccesso di alcol. Peter lo salutò sempre cordialmente e il pachistano, sorridendo e mostrando il biancore della sua invidiabile dentatura disse ancora una volta riferendosi a John – tuo padre! Tuo padre! – Ma no che non è mio padre, ha soltanto otto anni più di me, come fa ad essere mio padre? E’ un mio amico! Amico, no padre capisci? – No tuo padre? Ah … amico! Lui è tuo amico! – Sarà la quinta volta che questo pachistano mi scambia per tuo padre, la prossima volta gli dirò che sono tuo nonno! – aggiunse John – andiamo a dormire, basta per oggi! Domani ci rivediamo il grande capolavoro di Kubrick, vieni da me che ho il televisore a colori! – Disse Peter dimenticando che anche John da ben quattro anni aveva un televisore a colori.
Il giorno seguente poco dopo le due del pomeriggio le strade bagnate riflettevano il grigiore perfetto del cielo tardo novembrino londinese, Peter camminava senza ombrello e senza meta per una delle stradine sotto casa sua mentre stava già pregustando la visione del suo film preferito. Nonostante si fossero già accese le luci dei lampioni mancavano ancora alcune ore prima che il grande film andasse in onda. Aveva visto il film la prima volta nel 1968 ovviamente con John e anche un loro amico che da anni avevano perso di vista. Ricordava ogni sequenza di quel film e più di una volta aveva discusso con John sul significato. Cosa rappresentava il monolito nero? Perché il protagonista Dave Bowman interpretato da un certo Keir Dullea vede se stesso vecchio in una enorme suite arredata in stile Impero? Nel romanzo di Arthur Clarke c’era scritto che tutto ciò che c’era in quella suite era finto, formato da una sostanza sconosciuta e che quella suite di albergo si trovava comunque a distanze astronomiche dal sistema solare, cosa significava allora? Dave Bowman vede se stesso vecchio seduto su un tavolo a mangiare, urta con il gomito un bicchiere che cade a terra si rompe, si tira indietro la sedia, si china e rimane a fissare quasi sbalordito per una bella manciata di secondi il bicchiere rotto fino al momento in cui vede se stesso morente su un letto, chissà quante volte avrà fatto ripetere quella scena Kubrick ma cosa significa? Che il tempo è solo una condizione mentale e che vari momenti dell’esistenza di ciascuno di noi possono sovrapporsi? Il viaggio di Dave Bowman è un viaggio nel tempo ma solo verso il futuro, niente di strano basta raggiungere velocità confrontabili alla velocità della luce che si riesce a viaggiare tranquillamente nel futuro. E la scena finale? Cosa rappresenta quel monolito con l’immagine sovrapposta del feto?

John aveva insistito di vedere il capolavoro di Kubrick a casa sua e Peter aveva accettato. La cena che avrebbe preceduto il film era a base di semplicissimi sandwich al prosciutto, frutta tropicale e fette assortite di torte provenienti da una pasticceria rinomata della zona. Il film andò in onda puntuale e per due ore i due amici non si scambiarono neanche una parola: erano troppo immersi a contemplare le scene del film. Alla fine del film John telefonò a sua moglie che si trovava a Brighton con sua sorella, da qualche mese vedova rimproverandola di non aver visto il capolavoro di Kubrick pur avendo la certezza matematica che non ne avrebbe visto nemmeno un fotogramma. – Non ami la fantascienza ma questo film va ben oltre la fantascienza, è un film filosofico, di grandissima cultura, un film che ci fa riflettere – Ci raggiungi domani? – Interruppe la moglie bypassando completamente i commenti di John sul film – domani arrivo a mezzogiorno, non venite a prendermi che ho bisogno di camminare – devi ancora riflettere sugli scimmioni di 2001 Odissea nello Spazio? Riflettici su fino a quando non arrivi al cancello! Va bene fai buon viaggio e salutami Peter! – Adesso tutto era pronto per iniziare la discussione.

John iniziò a sentenziare con inaspettata superficialità – io nel capolavoro di Kubrick ci vedo la ciclicità temporale, l’immagine del feto che si proietta sul monolito quando Dave Bowman sta per morire simboleggia la ciclicità del tempo, l’eterno ritorno di Nietzsche, guarda caso il brano musicale “Così parlò Zarathustra” che accompagna il film nei momenti più significativi è un chiaro riferimento al pensiero di Nietzsche, però leggendo il romanzo, lo hai letto vero Peter? leggendo il romanzo si intuisce che la presenza del monolito sembra conferire invece a Dave Bowman che in quel momento è un semplice rappresentante del genere umano, una specie di “promozione” a bimbo delle stelle, una sorta di entità che prescinde dai vincoli temporali, per me il bimbo delle stelle è assimilabile ad un raggio di luce, il raggio di luce infatti percorre distanze infinite in tempi infinitesimi e quindi si trova ovunque e in qualsiasi tempo – ma questa interpretazione, scusami John, non mi sembra necessariamente compatibile con la ciclicità temporale, è una interpretazione universale che può andare d’accordo con qualsiasi teoria, anche con la religione, io non sono credente, tu non sei credente ma il monolito è chiaramente un simbolo che può rappresentare Dio per chi ci crede oppure l’assoluto, la legge universale, l’armonia delle quattro forze fondamentali del nostro universo o quello che vuoi tu, dove vedi la ciclicità temporale e l’eterno ritorno in questo film? – Peter, il nostro connazionale Arthur Clark è un fisico ed anche uno dei maggiori divulgatori mondiali, lui con i suoi romanzi di fantascienza cerca di diffondere al mondo intero le scoperte più elevate della fisica del nostro secolo, in Duemilauno lui lascia aperta l’interpretazione a più soluzioni ed io ci vedo la ciclicità temporale di Nietzsche mentre tu magari ci vedi qualcos’altro. Per me Dave Bowman dopo aver raggiunto o sfiorato la velocità della luce si è svincolato dal tempo e vede se stesso anziano che fa cadere il bicchiere, a sua volta lui anziano vede di nuovo se stesso morente sul letto che tenta di alzare con inquietante lentezza il braccio indicando il monolito, sopraggiunge la morte che è un istante qualsiasi della sua esistenza e non la conclusione e dal monolito viene generato il feto, Dave Bowman è morto e rinato nello stesso istante, la sua memoria si è azzerata e ripercorrerà la sua esistenza allo stesso modo come se fosse la prima volta – mah … scusami John ma sono perplesso, molto perplesso, una cosa è interpretare Duemilauno in modo coerente, un’altra è voler per forza imporre una interpretazione identica alle tue, o alle nostre teorie! – La discussione andò avanti una ventina di minuti, Peter non era per nulla convinto della interpretazione dell’amico tant’è che John alla fine, dopo essersi impuntato in modo forse eccessivo sulla sua opinione si mostrò alla fine meno rigido e più disponibile a discutere su altri significati dopodiché John si concedette un momento di riflessione dopo la vivace discussone con l’amico, si alzò dalla poltrona senza dire nulla e si diresse verso il bagno per svuotare la vescica. Tornò a sedersi, lanciò un’occhiata all’amico che sembrava quasi un invito a continuare a parlare ma Peter aveva concluso e almeno in quel momento non era in grado di continuare. Passò ancora qualche istante di silenzio e Peter aggiunse – io ho detto quello che volevo dire, tu che dici? – John continuò a riflettere accarezzando il mento e il labbro inferiore con la mano destra poi fece una mossa che non faceva da tempo: gonfiò una guancia facendo pressione con la lingua dall’interno e con due dita iniziò ad accarezzarla dall’esterno su e giù con intervalli regolari come per verificare se l’ultima rasatura era stata perfetta. Peter ricordava quella tipica mossa dell’amico che in passato aveva anche imitato e si rese conto che erano anni che non lo vedeva fare, intuì che forse John per quella sera non aveva altro da dire e disse: – Va bene John, domani sei giù a Brighton, io invece domani mi concedo una bella giornata di riposo, giusto e meritato riposo. Ti saluto e ti auguro la buonanotte – Buonanotte Peter mi sa che prima di venerdì prossimo non ci vediamo altrimenti la moglie si arrabbia, non esagerare con le birre, stammi bene! – I due si salutarono.

LONDRA, 14 LUGLIO 2018

I vecchi palazzi della fine del diciannovesimo secolo di Farringdon stavano per essere definitivamente abbattuti perché considerati dal nuovo piano regolatore del tutto incompatibili con le nuove politiche ambientali britanniche. La vedova di John Collins aveva fatto svuotare completamente l’appartamento che per molti anni aveva abitato con suo marito scomparso ormai da una decina di anni. C’erano molti manoscritti di fisica teorica e una dozzina di chiavette che conservavano le fatiche di John Collins e anche alcuni album cartacei che raccoglievano i vecchissimi articoli sui fantasmi della metropolitana di Londra appartenuti al suo amico del cuore Peter detto “Ghostfinder” scomparso nel marzo del 1999 proprio lo stesso giorno in cui morì il grande regista Stanley Kubrick che entrambi avevano profondamente amato. In realtà un fisico teorico dell’Università di Oxford aveva già ricevuto da molti anni tutto il materiale prodotto da John Collins. Purtroppo o per fortuna a seconda dei punti di vista le teorie un po’ troppo vaghe e fantasiose elaborate da John Collins non portarono mai a nulla di concreto e per tutto il ventunesimo secolo non si parlò molto di viaggi spazio-temporali ed altre fantasie della fisica teorica o dell’astrofisica né in Inghilterra né altrove. La costante K21 rimase un mistero per alcuni anni, poi, forse anche per il timore che si venissero a creare pericolosi paradossi fu definitivamente archiviata dallo stesso fisico teorico che continuava a tempo perso le ricerche di Collins ma non con lo stesso entusiasmo, la teoria delle stringhe lo teneva infatti profondamente impegnato.

La demolizione dei quattro palazzi fu eseguita il pomeriggio di quel caldissimo 14 luglio 2018 tramite sei esplosioni intervallate da 15 minuti una dall’altra sotto un sole cocente e molto poco inglese. Le macerie che costituivano i vecchi palazzi ottocenteschi incutevano una certa inquietudine. La fuliggine di quasi due secoli prima era ancora intrappolata in quei frammenti di mattoni rossi e lo sarebbe stata ancora quando quei detriti avrebbero fatto parte di un immenso terreno di riporto. Il passato era contenuto nel presente e forse in un lontanissimo e remotissimo futuro avrebbe potuto riemergere e rimaterializzarsi, era questo il pensiero di John Collins, il pensiero di un uomo ateo fino all’osso e terrorizzato dall’idea di morire ed essere definitivamente rinchiuso in una bara per tutta l’eternità, John Collins era sempre stato profondamente legato al suo quartiere Londinese, all’intera metropoli, a Brighton e all’Inghilterra ma anche all’Europa e al suo lavoro con i suoi rigorosi calcoli geotecnici e la progettazione meticolosa di ponti o di semplici massicciate ferroviarie, era legato al suo mondo ferroviario, alle sue riviste scientifiche e ai suoi studi di fisica teorica oltre che alle sue fantasie esplosive, naturalmente era anche molto legato a sua moglie anche se nessuna delle sue passioni era condivisa con Nancy. John Collins era un tutt’uno con il suo caro amico Peter più giovane di lui e scomparso a solo 65 anni. Dopo la scomparsa di Peter John ebbe un forte crollo fisico e psicologico e aveva iniziato ad invecchiare rapidamente.
Dove una volta e per molti anni due menti vulcaniche si erano riunite per discutere per hobby di spaziotempo, relatività ristretta e generale, materia e antimateria, buchi neri, singolarità, big bang e big crunch, meccanica quantistica, teoria delle stringhe, libero arbitrio e censura cosmica, cicli temporali ma anche di misteriose apparizioni di spettri nelle viscere di Farringdon c’era ora uno squallidissimo prato ricoperto da erbacce e macerie rossastre. Fra di esse si riuscivano ad intravedere molto bene alcuni frammenti di lattine di birra Guinness risalenti al secolo precedente che sicuramente erano stati i testimoni di latta delle accese discussioni fra i due “vecchi pazzi” come erano stati soprannominati dai giovani del quartiere. Da anni non esisteva più neanche il vecchio pub dove ogni venerdì sera puntualissimi i due amici si ritrovavano fino ad un paio di settimane prima della scomparsa di Peter. Col passare degli anni il quartiere londinese subì grandi trasformazioni e anche le vecchie gallerie della metropolitana divennero museo storico e nessuno parlò più di fantasmi.

IL PRIMO VIAGGIO NEL PASSATO

La partenza della navicella era stata programmata per il 23 agosto 2467 dalla sede del Distretto Astronautico Europeo di Husum nello Schleswig-Holstein all’estremo nord della Germania. Si trattava di un progetto molto ambizioso degli ultimi umani prima della totale estinzione e realizzato dai robot del venticinquesimo secolo: la navicella sarebbe stata accelerata fino ad una velocità pari ad oltre il 99,99% della velocità della luce e si sarebbe catapultata in un lontanissimo futuro impiegando enormi quantità di energia e sfruttando le più sofisticate tecnologie del venticinquesimo secolo. La traiettoria della navicella era stata calcolata tenendo conto con estrema precisione di tutti i movimenti dei corpi celesti a partire dagli inizi del millennio, ma era stato possibile ricostruire con sufficiente rigore anche i movimenti dei corpi celesti negli ultimi secoli del secondo millennio.
Come noto da moltissimo tempo non era possibile sfruttare in alcun modo i buchi neri e i cunicoli di tarlo detti anche wormholes per viaggiare verso il passato ma la Teoria Cosmologica Cronociclica elaborata dagli astrofisici danesi Kad Kodderson e Bit Bilknenjer nel 2181 lo consentiva, almeno in teoria.
Secondo questa teoria, simile del resto ad alcuni modelli già elaborati nel ventesimo secolo, l’universo è nato da un big bang cui segue dopo alcune decine di miliardi di anni un collasso di tutta la materia ( big crunch, termine anch’esso già elaborato nel ventesimo secolo ) in un solo punto per creare un nuovo big bang al quale avrebbe avuto seguito l’evoluzione dell’universo attuale a condizione che la linea del tempo mantenesse costante il piano temporale, una condizione avente una probabilità su 63 di realizzarsi, ogni ciclo temporale si traduce dunque in una perfetta successione di eventi che si ripete all’infinito ricalcando le primissime interpretazioni fisiche del pensiero filosofico di Nietzsche, interpretazioni che in seguito furono comunque rielaborate se non altro dal punto di vista strettamente filosofico. Prima di elaborare la loro teoria, apparentemente troppo semplicistica, i due ricercatori danesi avevano individuato, sulla base delle dinamiche iniziali dei primissimi nanosecondi di vita dell’universo neonato 63 modelli perfettamente equivalenti che si sarebbero potuti ottenere dal collasso dell’universo conosciuto, una delle 63 combinazioni sarebbe quella dell’universo in cui viviamo, le altre 62 combinazioni, tutte con la stessa probabilità di realizzarsi si svilupperebbero in dimensioni temporali differenti, in pratica ogni ciclo temporale, matematicamente parlando, può essere rappresentato da una semplice curva chiusa che è contenuta su un piano diverso dalle altre. Qualsiasi oggetto o punto materiale del nostro universo è pertanto vincolato a questo unico piano temporale e solamente attraversando alcuni buchi neri si può teoricamente raggiungere un altro piano temporale e quindi un altro universo. Secondo questa teoria dunque un’ipotetica navicella avrebbe potuto raggiungere il passato percorrendo delle traiettorie periferiche a velocità molto prossime alla velocità della luce rimanendo in ogni caso vincolate al piano temporale dell’universo di provenienza. Risultava però difficile consentire alla navicella di non essere inghiottita dal big crunch visto che questa teoria prevedeva anche l’espansione e la contrazione dello spazio oltre che delle galassie. Il problema fu aggirato matematicamente individuando, sulla base della distribuzione dei campi gravitazionali dovuti alle galassie e alla materia oscura, delle regioni di spazio neutre all’interno delle quali la navicella si poteva muovere senza essere inghiottita dal collasso.
Le contestazioni da parte di altri fisici teorici, non mancarono anche se a loro discapito c’era la vecchia scoperta fatta alla fine del ventunesimo secolo dal matematico italiano Federico Paolini della curvatura intrinseca dell’asse del tempo che imponeva la necessità di chiudere il ciclo temporale di un qualsiasi modello di universo. La difficoltà di conciliare la scoperta matematica di Paolini con le implicazioni termodinamiche sull’entropia venne superata, in un primo momento con una relazione fra la curvatura intrinseca dell’asse del tempo di un ipotetico universo, la distribuzione della massa- energia e le variazioni di entropia considerando però il sistema per brevi intervalli di tempo “quasi isolato” e non isolato il che ammetteva l’esistenza di lunghe fasi cicliche di aumento e improvvise drastiche fasi di diminuzione dell’entropia. Fra i fisici che avevano contestato la teoria dei due danesi ci fu un gruppo di fisici teorici inglesi, sempre alla fine del ventiduesimo secolo, i quali proposero la rielaborazione di una vecchia teoria in base alla quale il tempo si arresta e si inverte nell’istante stesso in cui il sistema isolato, l’universo stesso, raggiunge il massimo dell’entropia. L’istante corrispondente all’inversione temporale non sarebbe ovviamente universale ma subirebbe delle oscillazioni piuttosto ampie fra una galassia e l’altra ma anche nella stessa Terra non sarebbe simultaneo ma avrebbe comunque delle variazioni valutabili come ordine di grandezza qualche minuto come oscillazione massima. Il viaggio nel tempo sarebbe anche in questo caso possibile imponendo ad una ipotetica navicella delle traiettorie quasi coincidenti con quelle dell’altra teoria. La stranezza di questa teoria stava nel fatto che i viventi che dovessero assistere ad un simile fenomeno di inversione temporale non si accorgerebbero di nulla ma terminerebbero all’improvviso la loro esistenza nell’ultimo istante. Il tempo inizierebbe dunque a scorrere all’indietro solo se riferito a punti materiali o corpi al di fuori di una determinata regione. Un’altra interessante teoria era quella di universi gemelli collegati attraverso cunicoli spaziotemporali attraversabili da una navicella nei quali il tempo di un universo scorre all’inverso rispetto al tempo dell’altro. I tentativi già iniziati nel ventunesimo secolo di sfruttare la fisica quantistica e il teletrasporto erano invece risultati di difficile realizzazione pratica vista l’enorme complessità della disposizione di atomi in un corpo umano ma anche in oggetti più semplici.

LA PARTENZA
Un cielo grigio e una fine pioviggine spazzata dal vento davano la sensazione che l’autunno fosse già iniziato da un pezzo per lo meno nelle campagne dello Schleswig-Holstein rimaste identiche a 500 anni prima, con le stesse villette ricoperte da tetti di paglia e la tipica architettura senza tempo propria di quelle zone. La sede 12 del Distretto Astronautico Europeo di Husum era piccola e ridente ed in essa era stato assemblato il piccolo veicolo destinato a raggiungere quasi la velocità della luce. Non c’era la possibilità di mandare esseri umani nel passato causa estinzione totale della specie umana da mezzo secolo ma era possibile spedire due robot dalle sembianze perfettamente umane che avrebbero resistito molto bene a tutte le sollecitazioni della navicella. La navicella sfruttava un propulsore ad elevata energia ed era stata programmato per compiere la prima missione nel passato, per l’esattezza nel ventesimo secolo. Il microscopico ma sofisticatissimo ed indistruttibile sistema automatico della navicella avrebbe attivato i due robot poco prima dell’arrivo sulla terra in una data compresa fra il 1876 e il 1915.

La partenza, come previsto, non fu per nulla spettacolare anche perché i pochi robot presenti erano incapaci di provare emozioni: la navicella battezzata col nome della località di partenza Husum aveva la forma di un banalissimo disco volante bianco leggermente bombato al centro dove erano ospitati i due robot. Il progetto della navicella e anche il progetto del viaggio risalivano agli ultimi anni del secolo precedente, circa una ventina di anni prima che avvenisse la totale estinzione degli esseri umani. Il ritorno della missione era stato fissato per la fine del 2469, in ogni caso assolutamente non prima del 5 dicembre 2469. Questa imposizione era stata voluta sia per non creare pericolosi paradossi visto che, in ogni caso non c’era stato alcun rientro della navicella prima della data della partenza. La navicella Husum era pilotata da un sofisticatissimo computer che occupava un volume di appena 150 cm3 e pesava appena 115 grammi. La navicella si staccò molto silenziosamente da terra e guadagnò rapidamente quota scomparendo nel grigiore delle nubi basse. Il raggiungimento della meta sarebbe avvenuto dopo esattamente 306.554.552 anni sulla terra dopodiché la seconda parte del viaggio, molto più avventurosa, sarebbe proseguita percorrendo una traiettoria particolare attorno ad un buco nero che avrebbe fornito l’energia sufficiente per raggiungere il 99,99999% della velocità della luce ed una rilevante dilatazione temporale a bordo della navicella. La durata del viaggio corrispondeva ad un intervallo di tempo di alcune centinaia di miliardi anni se riferito ad un sistema solidale al sistema solare e ad un ciclo temporale completo cui andavano però sottratte le poche centinaia di anni che corrispondevano ad un salto temporale verso il passato. Il tempo a bordo sarebbe stato di circa cinque milioni e mezzo di anni quindi sufficientemente corto da garantire la conservazione dei robot e di tutto il sistema centrale. La massa a riposo della navicella e del suo equipaggio artificiale, di poco superiore a 2500 kg non era sufficiente a creare paradossi legati alla insignificante perdita di massa grazie al principio della quantizzazione della massa-energia in base al quale la materia generata da un big bang è “quantizzata” ovvero si genera per quanti di materia. Un quanto di materia è pari a circa 395660 kg, in altre parole la sottrazione di una massa superiore ad un quanto di materia per un viaggio spaziotemporale può comportare una sia pur impercettibile variazione del ciclo temporale “successivo” ovvero una non coincidenza dei cicli temporali. Alcuni scienziati avevano però dimostrato proprio negli ultimi anni che precedettero l’estinzione totale degli umani che non era comunque possibile far scavalcare un ciclo temporale ad una massa uguale o superiore al quanto di materia.

DICEMBRE 2006

Ci sono sempre capitato di sfuggita nella città dove è nato mio padre, toccata e fuga, direi una decina di volte in 50 anni. Una città alpina che non conosco bene anche perché abbastanza lontana dal Piemonte ma è proprio qui che ho ereditato una piccola proprietà della quale conoscevo a malapena l’esistenza a causa dei modi di fare sempre misteriosi di mio padre, un uomo riservato e taciturno come la maggior parte della gente che abita questa austera città del Nordest con poca emigrazione meridionale. Mi sono fermato qualche giorno nell’albergo in Piazza Duomo, ho dovuto sbrigare delle faccende amministrative e per la prima volta sono rimasto per più di qualche ora in questa città. Ho preso ferie fino al 15 dicembre e solo per quella data rientrerò nello studio tecnico a Pinerolo. Sono un architetto ma se tornassi indietro credo che studierei fisica.
Oggi finalmente ho potuto mettere piede nell’appartamento dello zio Cesare, il fratello maggiore di mio padre, morto da tanti anni durante l’ultima guerra o poco dopo, non ho mai saputo come. Ho fatto la prima scoperta straordinaria, è disabitato da molte decine di anni. Mio padre mi aveva sempre detto che lo aveva affittato ad un professore e una volta, quando frequentavo il liceo, me lo indicò dalla piazza sottostante. Aveva solo due finestre una con le imposte chiuse e fatiscenti e una senza le imposte perché erano volate giù. Le finestre danno su un cortile interno e quindi nessuno si è preoccupato di sistemarle per abbellire la facciata. Tornai qui un paio di volte di nascosto e la casa appariva sempre trascurata, triste, quasi lugubre e inquietante per via delle finestre sempre nel medesimo stato. Mi viene il sospetto che mio padre mi abbia sempre tenuto nascosto qualcosa perché tutte le volte che gli ho chiesto di questo appartamentino in centro città lui mi aveva sempre risposto in modo evasivo. Adesso mio padre se n’è andato ed ha dovuto lasciare in eredità all’unico figlio l’appartamento che era appartenuto a suo fratello mio zio Cesare. Uno zio del quale non ho mai saputo molto, forse era una specie di matematico, una sorta di scienziato pazzo che viveva in disparte senza peraltro farsi notare vista la patologica e asburgica riservatezza dei suoi concittadini. A Torino si vive in modo diverso anche se la collina di Torino specie nei dintorni di Superga ricorda molto i sobborghi collinari qui intorno.

Questa mattina ho aperto per la prima volta la pesante porta il cui scricchiolio era così acuto da far rabbrividire anche il più sordo dei non udenti. La luce grigia entrava dalla finestra le cui imposte erano forse aperte dal giorno della morte di mio zio, forse morì proprio qui dentro, o forse in ospedale o magari sotto un bombardamento. Uno strato di polvere spesso e appiccicoso ricopriva il pavimento fatto di mensole grezze di legno in pessimo stato. L’odore era quello tipico delle cantine più trascurate e mal areate, un odore disgustoso di muffa e di chiuso, di rancido vecchio che poteva ricordare le bucce degli agrumi ammuffiti mescolato al fumo del camino, respiravo a fatica. Ho impiegato dieci minuti per aprire le finestre, erano durissime e temevo che si spezzasse qualcosa, per fortuna i vetri sono intatti ma opachi, oggi è il 4 dicembre 2006, è un lunedì, non è freddo, c’è un pallido sole ma sembra un giorno di fine ottobre. Quest’anno l’inverno non vuole arrivare né a Torino né qui. L’appartamento è spoglio, c’è una cucina economica che sembra in pessimo stato, o forse è solo sporchissima . C’è anche un vecchio armadio che non contiene neanche le stampelle d’epoca ma in compenso è pieno di ragnatele, forse ragnatele dell’immediato dopoguerra. Sulle mensole ricoperte da un compatto strato di sporcizia invecchiata dovevano poggiare i vecchi libri dello zio che mio padre teneva a casa sua, libri di matematica e di fisica, articoli scientifici scritti in inglese sulla Teoria della Relatività Ristretta di Albert Einstein, romanzi di fantascienza, tutto anteriore al 1940. Ho un po’ ereditato io le passioni di mio zio pur essendo nato dopo la sua morte.

L’appartamento è piccolo, sono due ambienti e un piccolo cesso, saranno un 40 metri quadrati e forse è la parte di un appartamento molto più grande che occupava tutto il piano della vecchia casa. Anche l’appartamento confinante è disabitato dal 2000 dicono, da quando morì la signora Mosna. Nessuno ha mai visto qualcuno entrare nella casa. Dunque il professore che aveva preso in affitto la casa non era mai esistito. Perché mio padre ha mentito? Cosa voleva nascondere? E’ vero che ad entrare qui si prova una strana sensazione come un lievissimo capogiro e un momentaneo abbassamento dell’udito. Sempre quando passo nello spazio antistante il letto, orribile ma antico. Il materasso è formato da una specie di tela grigia polverosa che contiene un buon quintale di lana vecchia e pullulante di acari. Un asmatico credo che non potrebbe sopravvivere a lungo. Se lo faccio pulire e ci avvolgo sopra un paio di lenzuoli di lattice forse riesco a dormirci per qualche notte.

Non ci sono oggetti personali. Tutti gli oggetti che appartenevano a mio zio furono evidentemente portati via dopo la sua morte ma le imposte non sono mai state chiuse, rimaneva solo il vecchio armadio, la libreria, un paio di sedie e un tavolino, alcuni soprammobili fra cui una brocca gigante. Quei pochi oggetti erano tutti risalenti ad un periodo compreso fra il 1920 e l’inizio degli anni 40. Era dunque matematicamente certo che nessun professore aveva preso in affitto questa topaia, io avevo invece sempre immaginato dentro quella topaia un professore di filosofia napoletano, un tipo raffinato basso e magrolino e con una lunga barba nera, fumatore accanito di pipa, un signore cortese, disponibile, ma logorroico. Ma questo personaggio faceva solo parte della mia immaginazione e un po’ mi dispiaceva.

Oggi è l’8 dicembre 2006 dormirò per la prima volta nell’appartamento. La topaia è diventata finalmente un vero appartamentino. Ieri hanno ripulito tutto, anche il materasso e le pareti che presto verranno imbiancate, sono venuti gli idraulici che hanno ripristinato gli attacchi: tutti i pezzi originari sono stati salvati, l’acqua che esce dal lavandino del cucinino ha il sapore di ruggine che la rende disgustosa, dovrà passare un po’ di tempo perché scompaia quel saporaccio ferruginoso, l’ho assaggiata, sa di sangue, sembra di avere una ferita in bocca. Il cesso funziona, il copritazza di legno degli anni 30 è stata ripulito e lucidato, lo sciacquone è perfetto e anche la cucina economica è incredibilmente in buono stato. Ieri pomeriggio è stata attivata anche l’energia elettrica.

Fuori diluvia come fosse ancora inizio autunno, non è per niente freddo e non nevica neanche in montagna, che strano mese di dicembre! La casa è triste ma la voglio abitare per qualche giorno, è mia! Non ho voglia di cucinare e poi non ho ancora acquistato il frigorifero, qua vicino ci sono delle botteghe dove si può mangiare il Kebab ma opto per qualcosa di meno esotico e vado a prendermi un paio di tranci di pizza ed una birra in lattina e anche una bottiglia di minerale perché l’acqua di rubinetto non si può bere, quel saporaccio ferruginoso è nauseabondo. Per un attimo penso ai miei famigliari che non ci sono più, mia moglie Stefania morta a 49 anni un anno fa alla vigilia di Natale e mio padre che è mancato il 5 novembre. E’ già passato più di un mese! Mia madre forse c’è ancora ma non l’ho mai conosciuta, dopo avermi partorito nel 1955 è scappata in Sud America, si è fatta una famiglia laggiù. Mia madre e mio padre non si erano sposati.

Divoro avidamente i tranci di pizza dopo aver tracannato dalla lattina la birra. Mi sento strano, euforico, mi piace l’idea di avere una casa tutta mia in una città dove non conosco nessuno e nessuno sa nulla di me. Vado a letto alle nove meno un quarto. La cameretta da letto è poco più grande di uno scompartimento ferroviario. Mi corico sopra ai due lenzuoli, e sotto due coperte. Il materasso è duro e irregolare, la lana sembra lana d’acciaio, basta che non ci sia amianto che con quello si muore. Il sonno si fa attendere, ma quando sopraggiunge è profondo.

Il risveglio non è per niente bello: capogiri mal di testa e disturbi alla vista che per fortuna passano abbastanza in fretta. Mi sembra di aver dormito per dei mesi o addirittura anni, devo avere sognato molto a lungo e credo anche di aver avuto degli incubi. Non ricordo molto di tutti i sogni che ho fatto, ricordo di aver sognato un viaggio in treno dentro una galleria lunghissima, in una carrozza ferroviaria desolatamente vuota, malandata e sporchissima, con i posacenere colmi di mozziconi di sigaretta e i pavimenti unti, tutti i sedili bruciacchiati alcuni maleodoranti. Cercavo di spostarmi in un altro vagone nella speranza di trovare qualche passeggero e sedili un po’ più decenti ma non si poteva passare perché c’erano delle porte solidissime in metallo lucido, senza maniglia e non c’erano porte laterali. Il treno accelerava sempre di più dentro a questo tunnel ma la cosa non mi preoccupava perché sapevo che prima o poi avrei raggiunto l’uscita e avrei potuto ammirare il paesaggio. Doveva pur fermare in qualche stazione quel maledetto treno. Per un momento mi era sembrato di precipitare come se il tunnel puntasse all’improvviso verso il basso ma il sogno proseguiva all’interno di un ascensore dalle pareti in vetroceramica nere, quale significato poteva avere quell’ascensore? Forse gli esempi facili che vengono fatti per spiegare la relatività generale di Einstein, non so quanti articoli ho letto su ascensori in caduta libera all’interno delle quali si fluttua come in assenza di gravità, l”osservatore” che si trova dentro un ascensore in caduta libera non sa di essere in caduta libera, non è sottoposto ad alcuna forza, per lui non c’è campo gravitazionale in realtà il campo gravitazionale non esiste perché è la massa a deformare lo spazio, anzi lo spazio-tempo. E se lo spazio-tempo lo deformi in modo opportuno deformi anche il tempo e puoi creare qualche paradosso o addirittura viaggiare a ritroso nel tempo. Molto spesso mi era capitato di sognare qualcosa che avesse a che fare con gli articoli di divulgazione scientifica. Un altro sogno di quella strana notte è stato quello di potermi sollevare da terra col pensiero e scappare da una banda di malintenzionati, ma è un sogno ricorrente, devo averlo fatto almeno una quindicina di volte. E’ stata veramente una nottata da incubo.

Mi sono alzato barcollando come un ubriaco rischiando quasi di cadere e mi sono diretto verso il bagno. C’era qualcosa di molto strano: il bagno era di nuovo sporchissimo, la casa era lurida, erano ricomparse le ragnatele sul soffitto che avevo fatto rimuovere due giorni prima. Ero sbalordito e rischiai di perdere i sensi dallo stupore ma non li persi, mi feci coraggio e continuai ad esplorare il piccolo appartamento. C’erano dei pantaloni piegati alla meglio che non avevo mai visto prima poggiati su una sedia, un portafoglio con dentro molte banconote da diecimila lire e una copia del Corriere della Sera in pessime condizioni datata 22 ottobre 1970. Tutto ciò era assurdo e al di fuori di ogni immaginazione, neanche con una burla particolarmente curata dal punto di vista scientifico si può riprodurre in modo così realistico la polvere di anni. Ma non era lo stesso sporco di quattro giorni fa, le ragnatele erano di meno, lo spessore degli strati di polvere che ricoprivano qualsiasi superficie orizzontale era più ridotto, grosso modo la metà.

Sono stato preso da una profonda curiosità, mi sono vestito senza lavarmi mettendomi addosso il paio di pantaloni che non avevo mai visto prima e mi sono precipitato in strada. In una manciata di secondi avevo capito che mi era capitato qualcosa di straordinario, qualcosa che però i fisici teorici non avevano mai potuto escludere. C’erano alcune auto d’epoca parcheggiate nella piazza sottostante, la piazza Santa Maria Maggiore, in realtà non erano affatto auto d’epoca perché mancavano le auto attuali. C’era una Simca 1000, due Fiat 500, un Maggiolino, una Fiat 124 e una Ford Escort nuovissima fiammante, una Ford Taunus nera, tutti modelli degli anni sessanta. Le automobili sono gli oggetti più adatti per datare un’epoca a meno che non si tratti di un raduno di auto storiche, ma lì non c’erano dubbi visto che la via era percorsa da auto dello stesso tipo e Vespe anch’esse degli anni sessanta. Guardai i passanti, erano vestiti come negli anni sessanta o forse inizio anni settanta. Nessuno era rasato a zero secondo la moda dei primi anni 2000.
Ho attraversato la piazza e ho trovato un giornalaio con la copia del giorno: sabato 24 ottobre 1970. L’esperienza più affascinante, quella che fin da piccolo avevo sempre sognato si era realmente avverata: un viaggio indietro nel tempo in un’epoca già vissuta. Un bel regalo perché in quel momento della mia vita ero completamente solo avendo perso mio padre e mia moglie Stefania poco tempo prima, non avendo mai conosciuto mia madre e non avendo avuto figli. Nel 1970 avevo 15 anni e ho molti ricordi di quell’anno. Lo shock è tremendo, forse non mi sono ancora reso conto di cosa mi sia capitato, mi viene in mente una scena del film “Ritorno al futuro” ma lì già esisteva una macchina del tempo, nel mio caso l’unica spiegazione possibile è che la casa nasconde una macchina del tempo che entra in funzione solo quando qualcuno vi pernotta, è stato lo zio Cesare a costruire un ordigno del genere o è qualcosa di invisibile che viene messo in funzione da qualche alieno appartenente ad una società tecnologicamente avanzatissima? Potrebbe anche trattarsi di uomini del futuro che hanno trovato un sistema per farmi viaggiare nel tempo a mia insaputa. Certamente non si tratta del progetto sofisticatissimo di Paul Davies che nel 2003 pubblicò un piccolo volumetto divulgativo in cui si immaginava un marchingegno che prevedeva l’esistenza di un cunicolo spazio-temporale in grado di funzionare dal momento della sua realizzazione fino ad un futuro indefinito. Niente di tutto questo, la tecnologia che mi ha procurato questo scherzo deve essere ignota ma il fatto singolare è che la persona coinvolta sia proprio un appassionato di fantascienza, un attento lettore di articoli divulgativi sulla fisica teorica. In realtà qui di teorico c’è ben poco perché ieri ero nel dicembre 2006, oggi mi ritrovo nell’ottobre del 1970 a meno che non si tratti di una immensa messa in scena fatta da qualcuno, impossibile.

Ho fatto un viaggio indietro di trentasei anni, ho passato tutta la mattinata ad osservare le auto parcheggiate e il modo di vestire dei passanti, tutto tipico dei primi anni settanta comprese le scritte: “Abbasso la DC” o “Morte al fascio” che compaiono sui muri in pietra dei vicoletti qui intorno. Dunque se siamo nel 1970 c’è un altro me stesso 15 enne studente di liceo scientifico a Torino. Mio padre è vivo e in questo momento gode di ottima salute, Stefania, mia moglie, non l’ho ancora conosciuta, vive a Roma, lei era anzi … è di Roma, e frequenta la terza media nella sua città,no, è già in prima superiore perché lei era … è nata nel 1956. La morte dunque non è qualcosa di irreversibile se si può viaggiare avanti e indietro nel tempo, ho sempre pensato che la vita è come un disco, quando si muore si azzerano la coscienza e la memoria e si ricomincia da capo come se fosse la prima volta. Io non credo in Dio, sono profondamente ateo e naturalmente non credo né nell’Aldilà né nel Paradiso né nell’Inferno, quando si è morti si è morti e la vita eterna è solo la ripetizione eterna di un’esistenza che nella stragrande maggioranza dei casi inizia alla nascita e si conclude alla morte seguendo una linea del tempo perfettamente rettilinea, in qualche caso però si può incappare in qualche singolare deformazione dello spazio-tempo e si può ripercorrere un’epoca già vissuta come sembra sia capitato proprio a me. Ognuno ha la sua vita che ha dei percorsi obbligati, tutto dunque è scritto e inevitabilmente deve materializzarsi. Per un attimo mi viene in mente la tragedia di Stava di Tesero, ho perso due amici milanesi che erano là in vacanza, era, anzi … avverrà il 19 luglio 1985, fra circa nove anni, potrei tranquillamente impedire un simile disastro consultando un geologo o un ingegnere geotecnico qualche giorno prima, certamente si riuscirebbe ad impedire un disastro di quella portata ma allora la storia cambierebbe e mi troverei a vivere in un universo parallelo con la tragedia evitata e con la nascita di altre persone, i figli e tutti i discendenti delle potenziali vittime che non sono mai nate proprio a causa del disastro. Probabilmente verrei colto da infarto se provassi a cambiare il corso della storia ma in realtà forse lo sto già cambiando adesso. Sicuramente cercherò di non cambiare nulla, non mi piace l’idea di vivere in un altro universo.

L’euforia termina bruscamente quando mi viene in mente che il mio portafogli conteneva 250 euro, una carta bancomat e un blocchetto degli assegni della Cassa di Risparmio di Pinerolo, tutto inutile nel 1970, inoltre la mia patente è stata rilasciata nel 1975 ma riporta la data di nascita del 31 luglio 1955, se dimostrassi 20 anni sarebbe valida ma non sono affatto ringiovanito, dimostro esattamente i 51 anni che ho. Ma qualcosa si può fare, cambiare la foto della patente e correggere la data di nascita, è un gioco da ragazzi! Ma il mio portafogli è scomparso con tutto il suo contenuto, è rimasto nel 2006. La conferma definitiva arriva quando trovo un foglio di carta scritto a penna con una calligrafia maschile molto chiara:
“Caro Maurizio, sei stato scelto per vivere un’esperienza incredibile: viaggiare nel tempo. Stai tranquillo e rilassati, leggi attentamente queste righe e poi distruggi il foglio. Ieri, 8 dicembre 2006 sei stato riportato indietro nel tempo di circa 36 anni grazie alla tecnologia avanzatissima del venticinquesimo secolo. Abbiamo provveduto a tutto: sei titolare di un conto corrente bancario in una filiale di questa città e da oggi ti chiami Maurizio Pegoretti, hai 45 anni e sei nato nel 1925. Troverai molto denaro contante nel cassetto dell’armadio e tutti i documenti che ti servono, compresa la patente di guida. Ti consigliamo di tenerti lontano da Torino e dai luoghi che frequentavi abitualmente e di far finta di ignorare tutti gli avvenimenti di cui hai memoria e che accadranno nei prossimi anni perché la storia non può essere modificata, né quella di 4 miliardi di anni fa ne quella dell’epoca in cui ti trovi. Siamo un gruppo di fisici e ricercatori del tuo futuro e gli unici ad aver realizzato la possibilità di tornare indietro nel tempo. Ci faremo vivi fra qualche tempo, auguri!”

Oggi è 3 dicembre 1970, non è freddo e un pallido sole illumina la pensione dove da alcuni giorni alloggio. Meno male che gli uomini del futuro hanno provveduto a tutto. Anche questa notte non ho dormito bene, ho pensato all’incredibile esperienza che mi ha catapultato di nuovo in questo anno, ho immaginato che alcuni miei compagni di classe particolarmente brillanti fossero in realtà uomini del futuro già al corrente di tutto, in visita di piacere nella nostra epoca, ho pensato allo zio Cesare, forse anche lui poteva aver avuto qualche contatto con questi uomini del futuro? Forse sono tutte masturbazioni mentali, forse sono l’unico a vivere questa incredibile esperienza. E’ probabile che non saprò mai se sono l’unico. Mi sento immortale perché ho potuto toccare con mano il passato e in questo momento sono pienamente consapevole che qualsiasi epoca storica o preistorica può essere teoricamente raggiunta quindi esiste in barba ai principi della termodinamica che dicono che la natura predilige i fenomeni irreversibili, tutto ciò è comunque valido solo se il tempo scorre in linea retta, se la linea retta si invortica l’entropia dei sistemi isolati e quindi dell’universo può anche diminuire o forse è il contrario? Forse il problema è il come piegare questa linea retta. Avrei dovuto laurearmi in fisica e fare il ricercatore invece ho deciso di diventare architetto o meglio, è una decisione che prenderò nel 1974, fra quattro anni. Non ho più il coraggio di mettere piede in quell’appartamento stregato che oltretutto appartiene a mio padre e, per quanto ne so io lui c’è stato poche volte o forse non ci ha mai messo piede eppure i ricercatori del futuro non mi hanno scritto di stare alla larga da quell’appartamento, questo è veramente strano, forse hanno avuto la certezza che dal 1970 al 2006 sono stato io l’unico a mettere piede là dentro ma non mi fido, starò alla larga da quella topaia.

NEVE DI MARZO

Alla fine di febbraio avevo deciso finalmente di partire per Roma con il Brenner Express, l’espresso notturno. L’obiettivo naturalmente era quello di rivedere viva Stefania anche se sembrava veramente assurdo ricordare nel 1971 ogni momento di quella orribile sera in ospedale del 23 dicembre 2005. Si, era certamente una follia eppure mi ero già abituato a distinguere il mio tempo dal tempo per così dire ordinario. Stefania aveva goduto di ottima salute fino a quella terribile estate del 2003, caldissima in tutta Europa. Fu proprio l’11 agosto 2003, nel Nord Italia il giorno più caldo degli ultimi cento anni che si verificarono le prime avvisaglie del suo male. Stefania si sentiva debole e inizialmente pensavamo ad un effetto del caldo prolungato ma la debolezza aumentò nelle settimane successive e a fine settembre ci fu il verdetto dell’ematologo: si trattava di una forma di leucemia abbastanza seria. Stefania che nella vita era sempre stata snella divenne in poco tempo scheletrica e pallida ma per oltre due anni rispose bene alle cure fino a quella maledetta sera in ospedale che mancò. Non mi ero mai rassegnato.
Oggi è un venerdì, il primo venerdì di questo freddo mese di marzo. E’ venerdì 5 marzo 1971. Sono arrivato qui a Roma in treno questa mattina, ho passato tutta la notte seduto in uno scompartimento con quattro militari, erano tranquilli ed educati ma non ho dormito molto, la sosta a Firenze è stata lunga e il tratto da Firenze a Roma interminabile, fra sei anni inaugureranno il primo tratto della direttissima e i tratti successivi saranno inaugurati negli anni ottanta, fra una ventina di anni si potrà impiegare un’ora e mezzo tra Firenze e Roma ma adesso ci si impiega tre ore nella migliore delle ipotesi. Ho deciso di dare una sbirciata alla scuola dove mia moglie Stefania aveva studiato prima di trasferirsi a Torino e conoscermi. Ho ancora vivo il ricordo drammatico della sua morte in ospedale anche se per me è viva, può trovarsi in un punto qualsiasi di quella rigida sequenza di eventi che noi chiamiamo tempo o meglio, intervallo di tempo. Ho sempre considerato il tempo una grandezza fisica come le altre e il fatto che noi consideriamo solo il presente una ristrettezza della nostra mente, il passato e il futuro sono sempre esistiti ed esisteranno sempre. Lo dimostra il fatto forse più unico che raro che io mi trovo a vivere per la seconda volta questo anno, il 1971. Ma potrei non essere l’unico, magari anche l’autista del filobus che mi sta portando a Monteverde o la robusta cassiera della pasticceria dove ho fatto colazione due ore fa in Via Nazionale stanno vivendo per la seconda volta questo anno. Io non lo dico, loro non lo dicono. Forse sono l’unico a vivere questa esperienza.

Ho avuto la fortuna di potermi trovare nel luogo giusto al momento giusto. Il liceo è a Monteverde Vecchio, uno dei quartieri più belli di Roma, in posizione elevata alle spalle del Gianicolo, è un rione pieno di viali alberati e villette di inizio 900 abitato da benestanti, è un quartiere della Roma Bene anche se a due passi da qui c’è la zona di Donna Olimpia dove ci sono molti caseggiati popolari. La giornata è fredda e ventosa, il cielo si sta coprendo troppo in fretta ma per fortuna l’edificio scolastico grigio-azzurrognolo e un po’ scrostato si svuota prima che inizi a diluviare. Sta suonando la campanella, fa un bel casino! Vedo uscire molti studenti, sono ragazzi che portano libri e quaderni legati con una cinghia, nessuno porta lo zaino, pochissimi indossano le scarpe da ginnastica, non esistono quei jeans volutamente logori degli anni novanta e duemila e tanto meno i cellulari ma sono ragazzi che si muovono e si comportano esattamente come gli adolescenti degli anni duemila, gli adolescenti sono adolescenti, in qualunque epoca. Li ho osservati con molta attenzione, mi è sempre piaciuto studiare i comportamenti degli adolescenti. Però non mi ricordavo più delle cinghie portalibri. Alcuni ragazzi si prendono a spintoni, altri urlano le classiche parolacce in romanesco ma nel complesso sono bravi ragazzi. Le ragazze del ginnasio sembrano ancora bambine, sono quasi tutte piccole di statura, qualcuna un po’ rotondetta e sono più educate e diligenti dei maschi. Gli studenti escono a piccoli gruppi, i maschi con i maschi e le femmine con le femmine, così si riconoscono i ragazzini del biennio, i ragazzini delle quarte e quinte ginnasio. I ragazzi del triennio del liceo classico sono molto più intraprendenti e si mescolano volentieri con le ragazze, hanno i capelli più lunghi, sono le frange più giovani dei sessantottini.

Il muro della scuola è tappezzato di scritte inneggianti all’estrema sinistra, accanto al portone di ingresso è disegnata una gigantesca falce e martello, nessuno l’ha rimossa, qui i fascisti o meglio i “fasci” sembrano essere in minoranza anche se questo non sembra un quartiere di proletari. Molti di questi liceali politicizzati rimarranno fedeli alle loro idee, altri sedicenti comunisti fra trent’anni voteranno forse per Berlusconi, un nome che all’inizio degli anni settanta non dice niente a nessuno. Ora comunque questo è il mio presente e non sono qui per fare il profeta, non ho nessuna intenzione di fare il profeta, non voglio finire nei guai. Il 2 agosto 1980 mi terrò lontano da Bologna, se tentassi di impedire la strage di Bologna modificherei la storia e mi troverei a vivere in un universo parallelo che non è il mio, ma forse non potrei nemmeno farlo. Non voglio nemmeno sapere se posso farlo o meno e poi bisogna vedere se per quell’epoca ci sarò ancora, magari verrò nuovamente trasportato nel passato o riportato nel 2006, non ci voglio pensare, adesso sono qui.

La fortuna mi assiste, eccola Stefania, è proprio lei, una ragazzina bruna, esile, abbastanza alta per quei tempi e con i capelli lunghi, indossa un paio di jeans, si incammina verso l’uscita con un’amica, forse è la sua compagna di banco, non è Eleonora perché era in classe con lei solo gli ultimi due anni di liceo e poi Eleonora la riconoscerei, la ospitai a Torino un paio di volte. Stefania per un attimo mi passa ad un metro di distanza e riconosco la sua voce, la stessa voce che aveva prima di morire, sta dicendo qualcosa all’amica: “No le ultime due righe non c’ho manco provato! Tacci sua! Nun ce la poteva dà più lunga sta versione? Ammazza quanto era tosta ma vaffancina!” Dunque oggi hanno fatto la versione in classe di latino o di greco. Stefania è già bella come quando la sposerò, i lineamenti del viso sono quelli, l’espressione è la sua. L’emozione di rivedere Stefania viva è grandissima, vengo colto da un’enorme euforia, vorrei piangere di gioia ma non posso davanti a tutti questi ragazzi. Lei è viva ma non mi conosce, non mi ha nemmeno notato e si allontana rapidamente dalla scuola. Non mi sembra il caso di pedinarla, è una ragazzina di neanche 15 anni mentre io sono un uomo di 51 anni, anche se in realtà siamo quasi coetanei. In pochi minuti il cortile del liceo si è svuotato, un ragazzo trasandato e robusto con i capelli lunghi arricciati tenta di avviare col pedale una scassata Vespa 50 ma la Vespa non si avvia, gli parte un bestemmione, altri con delle moto più grandi riescono a partire, si sente la puzza tipica di benzina bruciata dei motorini. Mi ero scordato di quegli odori. Il cielo è diventato molto scuro e sta per piovere, si è alzato un vento gelido. L’atmosfera è quasi irreale. Inizia a piovere all’improvviso, poi si ode il fragore di un tuono, è un tuono anche se siamo ancora in inverno, Stefania mi diceva che a Roma può fare il temporale anche in gennaio, qui è un altro clima rispetto a Torino o Milano eppure oggi fa veramente freddo, in mezzo alla pioggia si distinguono benissimo dei fiocchi di neve, sembrano cacche di piccione, dopo qualche minuto è più neve che pioggia e veder cadere la neve a Roma è qualcosa di strano e infatti smette subito di nevicare e dopo una decina di minuti ritorna il sole, ma rimane freddo.

Ho visto Stefania quindicenne, era bellissima, ho riascoltato la sua voce, è stata un’esperienza incredibile, ma non posso cercarla, non mi è consentito modificare di una virgola la sua vita prima del 1981, anno in cui ci siamo ufficialmente conosciuti, lei venticinquenne ed io ventiseienne ma in realtà non posso far niente neanche dopo. Più che vederla quei quindici secondi non mi è permesso, è già tanto, non ho ancora avuto prove dell’esistenza della teoria dei mondi paralleli, quella di David Deutsch un fisico teorico inglese e anche volendo non posso entrare in collisione con me stesso 16 enne a Torino, infatti credo che non potrei mai raggiungere Torino, se domani decidessi di salire su un treno che porta a Torino mi succederebbe sicuramente qualcosa, ho molta paura di creare paradossi. Non devo interferire in alcun modo con me stesso o con le persone che sono parte integrante della mia esistenza. A Roma posso soggiornare, prima del 1979 non c’ero mai stato e non ci abitava nessuno che conoscessi a parte Stefania e la sua famiglia.

Sono le sette e mezzo di sera, è notte fonda, sono entrato in un bar di Monteverde Vecchio poco lontano dal liceo per prendermi un cappuccino in attesa della cena. Ho passeggiato per il quartiere con la speranza di rivederla un attimo ma non ho mai saputo in realtà dove abitasse esattamente in quegli anni, forse non abitava vicino al liceo. Avrei fatto meglio a visitare il Foro Romano o le Terme di Caracalla.

Qui a Roma nella maggior parte dei bar non si usa consumare al tavolo devo consumare in piedi. Non ho fame, l’emozione di aver visto Stefania è stata troppo grande ma devo pur mangiare qualcosa. Fa un freddo cane, si sente nell’aria di nuovo l’odore della neve, il cielo ora è coperto, plumbeo. Poco fa cadeva un po’ di pioviggine. Mi fermo un po’ sul bancone a parlare col barista, che mi ha accolto con il classico “dicaaa!?” a Roma basta che entri in un bar e il barista di urla “dicaaa!?” mi ha sempre fatto ridere questo particolare che si ripete, il barista è un sessantenne basso ma piuttosto robusto con i capelli ricci che si accorge subito che sono del Nord. Il mio accento torinese è molto marcato, me lo dicono molti anche a Torino. – Voi del Nord ce siete abbituati ar freddo ma pè noi sto freddo è na novità, ho lavorato cinque anni a Brescia, ammazza che freddo che faceva d’inverno lassù! ieri mattina qui era tutto bianco de neve c’erano almeno tre centimetri, ‘no spettacolo ma poi la neve s’è squaiata … a Roma alla fine vince sempre er zole” e poi quest’anno nun ha mai fatto freddo, ha iniziato a fa freddo adesso che semo a marzo! – Abbozzo un sorriso e gli chiedo dov’è che si può mangiare, il barista mi segnala una trattoria di Monteverde Nuovo, ci si arriva con il 44, la fermata è qui attaccata. Penso che andrò lì perché l’albergo dove pernotterò è proprio a Monteverde Nuovo. Quando esco dal bar cade di nuovo qualche fiocco e dopo qualche minuto la neve inizia a cadere abbondantissima, è praticamente un diluvio di neve, fiocchi giganteschi e sempre più fitti, è neve ancora un po’ bagnata, ma attacca benissimo. In un attimo le strade e i marciapiedi si imbiancano, le auto slittano. Una seicento multipla frena e si mette subito di traverso. I romani sicuramente non hanno le catene in macchina. Stefania più di una volta mi aveva parlato di una nevicata abbondantissima quando frequentava il ginnasio ma non mi aveva mai detto che era capitato in marzo.
Aspetto l’autobus che non arriverà mai, sono le nove, non passano più auto, non si vede quasi nessuno mentre i fiocchi di neve continuano a cadere con un’intensità impressionante. A guardare i lampioni è veramente uno spettacolo come viene giù, ora è asciutta, la temperatura è crollata e ci sono già dieci centimetri di neve fresca ed è la paralisi, domani Stefania mi sa che a scuola non ci andrà peccato, non mi sarebbe dispiaciuto stare lì domani mattina alle otto per vederla entrare. Mi piace veder la neve cadere in un posto dove di solito non cade. Devo raggiungere l’albergo a piedi, è una bella camminata sotto la neve, ma alla fine arrivo, esausto.
E’ mezzanotte, sono ancora sveglio, forse sta smettendo, comunque l’intensità è notevolmente diminuita. Lo spettacolo è suggestivo, irreale, quasi fantascientifico, se non sapessi di essere a Roma non ci farei caso, ci sono quasi trenta centimetri caduti in sole quattro ore, i rami di alcuni alberi si spezzano sotto il peso della neve, sono eucalipti, hanno il legno tenero, sono alberi non abituati alla neve, non sono gli stessi alberi che ci sono a Torino. Gruppi di ragazzi si tirano le palle di neve e fanno un chiasso dannato, vorrei finalmente dormire ma mi sa che sarà piuttosto difficile, questa è una notte veramente speciale.
BOLOGNA, 2 agosto 1980
Stanotte ho pernottato in una pensione di Via dell’Indipendenza a Bologna, è una pensione modesta gestita da gente semplice e destinata ad una clientela semplice, non c’è nulla di superfluo in questa pensione, non tutte le camere hanno il bagno e se c’è è piccolo ma essenziale, ho dormito male sia per il caldo che per l’attesa dell’evento odierno, oggi qui a Bologna si scriverà una pagina di storia ed io sono qui per capire se veramente è il caso che questa orribile pagina venga scritta, ieri sera avevo pensato all’eventualità di far evacuare telefonicamente la sala d’aspetto di seconda classe della stazione con la classica telefonata che in oltre il 99% dei casi è una vile menzogna o una burla.
Ho l’aspetto di un personaggio sciatto. Esco dalla pensione con uno zaino logorato, ho voluto pagare tutto in anticipo, forse temendo quasi di essere cacciato via ma era forse un mio timore ingiustificato. Certo che avrei dovuto occuparmi un po’ di più dell’abbigliamento, curare un po’ di più la mia persona, non è sufficiente lavarsi bene tutti i giorni per non puzzare, non ho fatto nulla che potesse migliorare il mio aspetto esteriore e adesso ho quasi l’aspetto di un clochard, con questo caldo afoso e sgradevole, senza un filo di vento mi passa completamente la voglia di andare per negozi di abbigliamento a cercare un po’ di vestiti decenti. Poco dopo le nove sono uscito con il mio zaino e mi sono diretto attraverso i portici di Via dell’Indipendenza verso la stazione ferroviaria. Sono arrivato in Piazza 20 Settembre, là c’è una cabina telefonica rossa, potrei chiamare in anonimato o dare un nominativo falso e poi rimanere nei paraggi della stazione e vedere se i poliziotti fanno evacuare la grande sala d’aspetto di seconda classe. Mi sono sentito strano, come bloccato e ho deciso di tornare indietro, di nuovo verso il centro. Non mi sono sentito affatto bene, l’agitazione è grande e ho iniziato a camminare a scatti, zoppicando, fino ad incontrare un’altra cabina telefonica rossa. La cabina fortunatamente era libera, sono entrato e ho tirato fuori dalla tasca uno dei quindici gettoni telefonici che avevo acquistato la sera precedente in un bar vicino la stazione. Ho composto un numero telefonico, il 113. Mi è risultato faticoso anche comporre quelle tre cifre perché le mani mi tremavano in modo incredibile ma ci sono riuscito. La risposta è stata immediata ma io non sono stato in grado di pronunciare nessuna parola, è come se le mie corde vocali avessero subito una misteriosa paralisi. Ho dovuto riattaccare e sono uscito dalla cabina, non stavo per niente bene quando sono uscito dalla cabina rossa e probabilmente ero pallido, sudavo freddo, una signora anziana si è avvicinata a me chiedendomi se avevo bisogno di qualcosa perché ero bianco come un lenzuolo, l’ho ringraziata e le ho detto che già mi sentivo meglio anche se non era vero. Ho guardato l’orologio provando addirittura un senso forte di nausea nello sforzo di mettere a fuoco le lancette del’orologio, erano già le 9.40 quando ha deciso di dirigermi di nuovo verso la cabina telefonica ma dopo pochi metri sono stramazzato al suolo, colto da un repentino calo di pressione dovuto forse al caldo umido e alla totale mancanza di ventilazione, ai primi di agosto di solito qui a Bologna si soffoca e questo orribile 2 agosto 1980 non fa eccezione. Alcuni passanti mi hanno soccorso ma per fortuna mi sono ripreso in un istante e ho calorosamente ringraziato i generosi passanti – è stato solo un piccolo mancamento, ho la pressione bassa – la voce sembrava essermi tornata anche se in effetti continuavo a sentirsi molto debole.
Alle dieci e cinque minuti mi ero ormai completamente ripreso e ho iniziato a dirigermi verso la stazione ma non c’era alcuna possibilità di raggiungerla, mi accorgevo che ogni passo che facevo le mie forze si affievolivano, sono arrivato al termine di Via Indipendenza di fronte all’accesso del Parco della Montagnola. Un tipo robusto dal banco ambulante del “Piadinaro” mi stava osservando incuriosito, voleva quasi chiedermi se avessi bisogno di qualcosa mentre arrancavo in quel modo penoso ma io dopo averlo ringraziato e avergli detto che non avevo bisogno di niente sono tornato indietro ancora una volta, mi sono chiesto che significato potesse avere per me avvicinarmi così tanto al luogo della strage senza ormai poter fare nulla, per un momento ho sospettato di essere stato colto da un istinto suicida, di sicuro nella mia vita ho sempre cercato di evitare gli spettacoli macabri e quanto stava per accadere avrebbe sicuramente procurato uno shock a chiunque si fosse trovato nei paraggi o fosse stato uno spettatore diretto. Era tardi e l’ora fatidica si avvicinava e io non ero riuscito a fare nemmeno una telefonata, le mie corde vocali erano paralizzate.
Ho continuato a camminare a passo molto più spedito verso il centro della città, verso la Piazza Maggiore, ha guardato l’orologio, erano le 10.24, da quel momento in poi avrei udito l’esplosione. Il boato spaventoso è arrivato puntuale qualche secondo dopo le 10,25 ed è stato seguito da un lungo e inquietante rimbombo. Si è udito per quasi tutta la città. Seguirà naturalmente l’inferno, la storia non è stata modificata. Non ho potuto fare niente per evitare quella strage ma del resto io non ne sono minimamente responsabile, se fossi riuscito a fare la telefonata anonima non mi avrebbero creduto ma avrebbero fatto evacuare la sala d’aspetto ma forse sarebbe morto qualcun altro, qualche artificiere o poliziotto, avrei salvato moltissime persone ma presumibilmente i terroristi avrebbero fatto saltare una bomba qualche settimana o qualche mese dopo sempre a Bologna, o a Milano, o a Roma e sarebbero comunque morte altre persone ma in realtà il mio libero arbitrio è stato completamente disattivato. Ogni tentativo di modificare la storia è risultato vano, no, non si può modificare la storia, non si può fare nulla, c’è una specie di censura cosmica che blocca ogni tentativo di modificare la storia sulla base di informazioni che provengono dal futuro.
E’ un viavai di ambulanze, sirene della polizia, autobus che trasportano i cadaveri dalla stazione all’Ospedale Maggiore, devo lasciare assolutamente questa città, questo inferno, da qui a Modena sono meno di quaranta chilometri, mi conviene andare a Modena col treno no di sicuro, prenderò un autobus.

GENNAIO 1985

Fa un freddo polare da alcuni giorni ma non nevica, non c’è nulla da fare, cielo sereno limpido, vento gelido che ti sega le orecchie come una lama ma neanche una nuvola. Ieri è nevicato perfino a Roma, dopo quattordici anni, da quella volta famosa che rividi Stefania il 5 marzo 1971 ma qui niente di niente. Un po’ mi dispiace. Ho fatto un giro in centro e mi sono congelato nonostante fossero le ore più calde. Mi sono stufato di cercare di capire qualcosa sulla mia assurda esperienza di quattordici anni fa, sono stanco e da qualche mese la mia salute inizia ad arrugginire, eppure non invecchio, probabilmente devo aver subito un trattamento particolare quando ebbi quella singolare esperienza. Non voglio sapere niente. Le vie della città sono deserte in questo gelido lunedì di gennaio, passerò qualche ora in biblioteca ma per leggere qualcosa di diverso dal solito, basta con gli articoli divulgativi di fisica teorica, non esiste solo la fisica teorica, stavolta andrò nella sezione umanistica a cercare qualcosa di interessante. Vorrei lavorare ma gli uomini del futuro mi hanno riempito di denaro e non so proprio come spendere tutti questi soldi. Oggi mi dedicherò alla lettura di articoli sulla Grande Guerra, qui c’è molto materiale sulla Prima Guerra Mondiale è ovvio.

Mi sono immerso nella lettura ed è già notte, sono appena le cinque e dieci, non ho proprio voglia di rinchiudermi in quei pochi metri quadrati della pensione dove alloggio, mi deprimerei. Ho trovato una foto di Piazza Duomo nel 1916 incredibile, c’è uno che fissa l’obiettivo della macchina che è la mia perfetta fotocopia di quando ero studente universitario, è solo un po’ più magro ma il viso è lo stesso, la somiglianza è incredibile, vuoi vedere che è proprio lo zio Cesare? Quando chiedevo a mio padre che tipo fosse questo Zio Cesare lui cambiava sempre discorso, non voleva proprio affrontare l’argomento e naturalmente di lui non esiste fotografia, come se si fosse trattato di un fratello abusivo.
Se avessi fame potrei andare in uno dei ristoranti della città ma ho paura che farò molta fatica a buttare giù qualcosa prima di andare a letto. E’ bello non avere lo stress del lavoro e vivere tutto quanto da spettatore come sto facendo da più di quattordici anni ma dopo un po’ stanca. Mi piacerebbe raccontare ai passanti cosa succederà nei prossimi anni, potrei farlo, la tragedia di Stava il prossimo diciannove luglio, il disastro di Chernobyl, la caduta del muro di Berlino, il Partito Comunista Italiano che nel 1990 cambierà nome, un imprenditore milanese che diventerà capo del governo, la strage delle torre gemelle di New York era il 2001 l’undici settembre mi sembra, ne avrei di cose da raccontare ma ogni volta che immagino di diventare un profeta scatta immediatamente la censura cosmica, avverto una sensazione di nausea solo al pensiero di cambiare la storia. Lo stesso mi è capitato quando ho ipotizzato un macchinoso progetto per prevenire la leucemia che ha ucciso … che ucciderà Stefania ma non c’era niente da fare, ogni volta che mi orientavo sulla decisione di tentare il tutto per tutto per salvare la vita a Stefania divenivo preda delle più dolorose manifestazioni psicosomatiche. A volte penso che gli uomini del futuro abbiano manipolato anche la mia mente provocando artificialmente delle patologie psicosomatiche ogni volta che i miei pensieri si orientavano verso scelte mirate a cambiare la storia, potrebbe essere, certo che potrebbe essere. In effetti non ho proprio nessuna voglia di rivelare al mondo la mia esperienza e non è soltanto una conseguenza di quanto scritto in quel foglio lasciatomi dagli autori dello scherzo sono io che provo una sensazione di disgusto ogni volta che faccio uso di informazioni provenienti dal futuro.
La neve finalmente è arrivata anche qui, da tre giorni cade ininterrottamente su tutta la città e su oltre mezza Italia. E’ stato abbondantemente superato il metro e continua a nevicare con un’intensità incredibile. Sono tappato in camera e passo il tempo a leggere i romanzi di Italo Calvino. Per fortuna che pochi giorni fa mi lamentavo che qui non nevicava, ora tutto è sepolto nella neve, la circolazione è paralizzata, la gente rintanata in casa, le scuole sono tutte chiuse, tempo ideale per riposarmi come si deve. La stanza dell’albergo non è grande, fisso le pareti lucide e incurvate dell’armadio fatto in legno di noce mentre tento di appisolarmi visto che sono sdraiato sul letto e in mutande e canottiera, il riscaldamento è eccessivo e la temperatura esterna con la nevicata si è molto addolcita rispetto ai giorni scorsi. Mi appisolo senza problemi a costo di passare la notte senza aver nemmeno cenato. Mi sveglio a mezzanotte, è troppo tardi per mangiare, tento di riaddormentarmi ma non ci riesco. So che fra sei mesi accadrà qualcosa di molto brutto ad una settantina di km da qui, sono l’unico ad avere la certezza che alle 12 e 24 di una calda giornata di luglio, un venerdì, cederanno le dighe in terra di due bacini sovrapposti per far decantare gli scarti di una miniera di fluorite sul Monte Prestavel, per me e solo per me è storia e non si può cambiare, me ne sono reso conto cinque anni fa a Bologna, io sono stato catapultato nel passato ma se lo raccontassi a qualcuno verrei deriso. Posso fare qualcosa per evitare un simile disastro? Li ho visti ad ottobre i due bacini, fanno abbastanza paura ma se non avessi saputo nulla del disastro non ci avrei sicuramente fatto caso. E se domani facessi una telefonata al Comune di Tesero o agli uffici geologici della Provincia? Al solo pensiero di telefonare mi sento male, è come se intervenisse una censura cosmica, non si possono creare paradossi, è tutto scritto e non si può cambiare nemmeno una virgola, maledizione! Quando tentai di telefonare alla stazione di Bologna per avvertire dell’imminente esplosione della bomba il mio sistema nervoso subì una paralisi temporanea e rischiai di svenire, ora è esattamente la stessa situazione, ogni volta che ipotizzo la possibilità di cambiare la storia provo una sensazione sgradevolissima, una nausea intensa e degli sbalzi di pressione molto pericolosi, non posso fare niente. A volte mi chiedo se in questi quattordici anni e mezzo che ho ripercorso questi anni posso aver cambiato qualcosa ma evidentemente il mio viaggio a ritroso nel tempo faceva parte della storia e quindi finché rimango al mio posto va tutto bene. Mi sento sempre più simile agli “osservatori” degli esperimenti mentali di fisica, gli osservatori osservano e conoscono ma non intervengono mai sul fenomeno.

19 LUGLIO

Ho imparato che dopo aver viaggiato indietro nel tempo si è molto più vincolati, si deve vivere da semplici osservatori anche degli eventi più drammatici, non è possibile andare in un universo parallelo sfruttando le conoscenze di un universo dal quale si proviene. L’ho imparato a Bologna cinque anni fa però sono qui in questo maledettissimo giorno, sono l’unico a sapere che questo è un giorno stramaledetto non soltanto per la Valle di Fiemme ma per l’Italia intera. Fra alcune ore purtroppo non si parlerà d’altro. Ho avuto il coraggio di gustare la colazione in un bar pasticceria in una piazza di Cavalese, mi ha servito un tipo molto magro e con una barbetta sulla quarantina. Abbiamo fatto due chiacchiere, era un tipo molto simpatico e gentile, mi ha raccontato dell’incoscienza di certi turisti, molti dei quali stranieri, nel mangiare i funghi senza che sia stato consultato un esperto, si va all’ospedale, si muore o per lo meno ci si vomita l’anima, si accusano capogiri e altri sintomi strani. Mi sono distratto qualche minuto a chiacchierare con quel barista dimenticando quasi che questo è il giorno maledetto e che io, idiota, ho deciso di punto in bianco di venire quassù illudendomi di fare qualcosa per impedire una simile disgrazia, dopo la chiacchierata col gestore del bar pasticceria sono partito a piedi per Tesero, ci si arriva in un’oretta di cammino, non di più camminando lungo la statale sotto un sole piuttosto aggressivo nonostante sia ancora relativamente presto.
A metà mattina mi sono seduto su una panchina e per un momento ho valutato la possibilità di denunciare il rischio di un improvviso cedimento delle dighe in terra dei due bacini di decantazione di Prestavel, ho provato di nuovo e per un attimo quelle sensazioni di paralisi che avevo provato a Bologna, ma ho la certezza che non potrò assolutamente cambiare nulla. Sono un osservatore, un osservatore che può a malapena respirare e guardarsi intorno. Continuo ancora a domandarmi perché sono qui, chi me lo ha fatto fare di venire quassù, mi sono un po’ tirato su il morale perché quando ho deciso di venire in questo splendido luogo avevo anche deciso di verificare se effettivamente interveniva una sorta di censura cosmica. Se essa non fosse intervenuta avrei potuto fare qualcosa e salvare la vita ad alcune centinaia di persone, non c’è stato niente da fare purtroppo, ora sarebbe troppo tardi, manca poco più di un’ora all’evento. Vorrei scappare da qui eppure c’è qualcosa che mi trattiene. Cammino avanti e indietro per la via principale del paese, soffro a vedere i passanti, alcuni di loro forse torneranno in albergo a Stava per il pranzo, l’ultimo pranzo che nemmeno riusciranno a terminare, purtroppo non sanno che stanno per morire, non sarò certo io a dirlo, mi prenderebbero per folle fino alle 12 e 25 e poi a disastro avvenuto diventerei famoso o forse verrei addirittura accusato di aver provocato il disastro. Forse merito anch’io di morire perché in effetti stavolta mi sono arreso troppo presto, del resto i temponauti mi scrissero che non dovevo per nessun motivo tentare di cambiare la storia e gli eventi dei quali ho memoria, a Bologna provai a disobbedire e l’ho pagata cara, molto cara. Non ho mosso un dito neppure per salvare la vita ai miei due amici di Milano, mi faccio schifo adesso come cinque anni fa ma adesso di più, molto di più. Ora è tardi. Sono sul ponte sopra il Rio Stava, guardo e contemplo il ponticello in pietra parallelo alla statale, so che verrà gravemente lesionato. Sono le dodici e venti, sono ancora sul ponte della statale e aspetto, è tutto tranquillo. Fa caldo, il sole cuoce anche perché siamo a mille metri. Le dodici e ventidue, i minuti che seguono sono interminabili, è un attimo, il suolo trema leggermente, si avverte un’improvvisa folata di vento, si alza un polverone bianco in direzione Stava, non si vede quasi più niente, il vento è sempre più forte, fa un rumore strano, un ululato che fa ghiacciare il sangue, tutto si è fatto anomalo, irreale, inquietante. La gente si accorge che c’è qualcosa di strano e scappa verso il centro del paese ormai completamente avvolto dalla nube di polvere biancastra, un boato precede l’arrivo della colata di fango che ci raggiunge ad una velocità impressionante, il fango schizza dappertutto e le strutture del ponte tremano ma resisteranno, ma sento che il ponticello in pietra si sta sbriciolando, c’è polvere e fango dappertutto le auto si sono fermate, la gente urla. – E’ la fine del mondo! – urla una donna anziana. Si sentono grida ed auto impazzite semicoperte di fango che sgommano in direzione Predazzo. Mi sono spostato verso la piazza centrale del paese. Sono ancora una volta testimone impotente della storia, sono ospite di questo tempo, non sto vivendo il mio tempo. Sono quindici anni che non vivo nel mio tempo. Sono un osservatore impotente.

SETTEMBRE 1985

Dopo la bruttissima esperienza vissuta a Tesero avevo completamente messo da parte tutto ciò che riguardava le mie ricerche di fisica teorica e avevo deciso di trascorrere in assoluto riposo alcune settimane a Roma con l’obiettivo di visitare i siti archeologici etruschi di Cerveteri e Tarquinia e molti luoghi della capitale che ancora non avevo visitato. Fare il turista era un’attività che andava pienamente d’accordo con il mio ruolo di “osservatore”. Avevo preso in affitto per poco denaro e per sei mesi una camera indipendente con un bagnetto piuttosto risicato nel quartiere San Lorenzo a pochi passi dalla città universitaria. Arrivai a Roma alla fine di agosto e vi trascorsi l’intero mese di settembre andando una volta a Cerveteri, una volta a Tarquinia e una volta a Napoli. Avevo acquistato una Minolta e passavo intere giornate a fotografare palazzi, vicoletti, personaggi. A metà settembre sembrava che l’estate non volesse cedere il passo all’autunno anche se di notte si stava già abbastanza bene con una temperatura gradevole che rimaneva accettabile fino a mezzogiorno mentre nelle ore successive e per l’intero pomeriggio era estate piena con temperature quasi sempre superiori ai 30 gradi e una fastidiosa sensazione di afa, nonostante ciò il sole settembrino era sufficientemente basso da creare estese zone d’ombra nei viali alberati che mi permettevano di passeggiare anche durante le ore più calde senza sudare e soffrire il caldo. Alcune mattine presto di quei giorni si era arrivati a toccare anche i 13 o 14 gradi con un po’ di nebbia mentre i valori massimi, 32 o 33 gradi, si raggiungevano sempre intorno alle 3 del pomeriggio o poco dopo. Quel settembre romano fu un periodo molto particolare, ingrassai anche alcuni chili. Andavo matto per il pane romano, le rosette croccanti appena sfornate e il pane di Genzano cotto nel forno a legna in particolare. Anche le salsicce che venivano dall’ Umbria erano squisite come i tranci di pizza al taglio, i supplì al telefono e i calzoni fritti o al forno. Consumavo grandi quantità di cibo da rosticceria perché non avevo a disposizione la cucina. Non mi interessava invece provare i piatti tipici romani a base di frattaglie di bovino. Mi ero rilassato completamente e ricaricato dopo la bruttissima esperienza di Tesero. Mai come in quel settembre mi ero dedicato con una tale perseveranza al piacere del cibo ma quel periodo di rilassamento terminò bruscamente una delle prime notti di ottobre, non ricordo esattamente quale notte ma non ha importanza. Non ricordo nemmeno cosa avevo fatto quell’ultimo giorno ma so soltanto di essermi risvegliato dopo un lunghissimo sonno e con la netta sensazione di essere stato in coma per qualche decina di anni nel letto di una stanza che non conoscevo ma ero in perfetto stato di salute. Capii subito che avevo vissuto la medesima esperienza di quindici anni prima. Non avevo i capogiri della prima volta e non provai neppure le stesse emozioni, vissi anzi questa seconda esperienza con un certo distacco anche perché me lo aspettavo. Mi chiesi innanzitutto dove mi trovavo, non riuscivo a ricostruire cosa avevo fatto il giorno precedente, neppure ricordavo che lo avevo trascorso a Roma all’inizio dell’autunno del 1985 e ignoravo dove fossi stato trasportato e in quale tempo. Mi alzai senza barcollare, ero leggerissimo e stavo veramente bene fisicamente, la stanza era piccola con un grande crocifisso in legno illuminato dalla luce che filtrava dalle persiane socchiuse, sembrava la stanza di un monastero o qualcosa del genere, anche gli odori erano tipici odori da abbazia. Forse mi trovavo ancora a Roma o forse no, comunque ero sicuramente in Italia. Le persiane erano socchiuse e un po’ di luce traspariva. Aprendo le persiane avrei finalmente capito dove mi trovavo e avrei forse avuto una vaga idea anche del periodo storico. Non provai emozioni particolari, anzi non provai proprio nessuna emozione, ero indifferente a tutto, non mi importava niente se ero tornato negli anni duemila o ero stato catapultato ancora una volta indietro nel tempo. Non mi importava, era successo già una volta e sapevo che sarebbe potuto accadere un’altra moltitudine di volte, ero rassegnato e indifferente ma forse questa mia indifferenza era una conseguenza del trattamento clinico che mi era stato riservato dagli uomini del futuro, forse fra qualche giorno mi sarebbe tornata la voglia di sapere e di continuare ad assumere il ruolo dell’osservatore. Spalancai le imposte e capii immediatamente che ero stato riportato proprio nella solita città di mio padre a me ormai molto famigliare, riconobbi le montagne e riconobbi anche la zona, era un monastero che si trovava in posizione rilevata, in pochi minuti a piedi avrei potuto raggiungere il centro storico della città. Guardai un attimo le pareti della stanza e notai che era appeso un calendario dell’ottobre 1916. Ottobre 1916, pensai, siamo in piena Prima Guerra Mondiale maledizione! Devono trascorrere più di due anni prima che finisca e poi il ventennio fascista, vuoi vedere che mi toccherà vivere il ventennio fascista? Ma questa volta lo vivrò per la prima volta essendo io nato nel 1955. Mi accorsi che ero dimagrito moltissimo, ero scheletrico e forse avevo anche subito un processo di ringiovanimento, se gli uomini del futuro sono capaci di rapire le persone e trasportarle indietro nel tempo possono anche farle ringiovanire modificando magari qualche gene! C’era uno specchio e mi guardai rimanendo esterrefatto: sono un ragazzo di vent’anni o poco più, questo è proprio il volto che avevo quando frequentavo l’università, è lo stesso volto ma è più magro, io non sono mai stato così magro, ma quanto tempo è durato questo salto temporale? Mesi? Anni? Mi hanno ibernato magari per centinaia di migliaia di anni facendomi percorrere un cunicolo spaziotemporale? Oppure mi hanno sparato verso il futuro ad una velocità vicina alla velocità della luce facendomi percorrere miliardi di anni ibernato in poche migliaia di anni grazie alla dilatazione temporale e mi hanno fatto raggiungere il passato continuando ad andare avanti nel tempo? Vagliai tutte le mie vecchie ipotesi sui viaggi nel tempo e mi accorsi che non ce n’era una che prevalesse sulle altre. Non mi era concesso sapere.
Su un foglio di carta di pessima qualità poggiato su un tavolino c’era scritto: Cesare Nardelli nato il 28 febbraio 1891, Don Paolino Zorzi ti consegnerà dei documenti in cui tu risulterai esonerato dal servizio militare. Rimasi esterrefatto, dunque ero io lo zio Cesare, quel misterioso fratello di mio padre, ero sbalordito soprattutto del fatto che negli ultimi quindici anni trascorsi come “osservatore” della storia non avevo mai immaginato questa eventualità. Dunque il misterioso fratello maggiore di mio padre, lo zio Cesare ero io, ora con un’età biologica di venticinque anni e un’età reale di sessantacinque o sessantasei anni tolti però i due lunghi letarghi corrispondenti ai due viaggi temporali. Dunque fra cinque anni avrò venti anni e fra quindici ne avrò dieci … non credo affatto che funzioni così, probabilmente da adesso in poi riprenderò ad invecchiare o forse rimarrò così. In effetti nei quindici anni trascorsi dopo il primo viaggio non sono per nulla invecchiato. Mi sono già abituato all’idea di essere Cesare Nardelli un ragazzo di venticinque anni che sta vivendo gli anni della Grande Guerra. Meno male che ci sono quelle carte che mi esonerano dal servizio militare altrimenti mi toccherebbe andare a combattere contro gli italiani in qualche trincea, mi viene in mente un bellissimo film con Gian Maria Volontè “Uomini Contro”, no non vorrei mai trovarmi nelle vesti di un soldato austriaco o italiano che sia, per me non fa differenza, sono contro la guerra. Troppo comodo essere contro la guerra quando si rischia di essere ammazzati, sento già di far parte di questa realtà, mi sto dimenticando che sono un semplice osservatore. Gli uomini del futuro hanno fatto di tutto per conferirmi il ruolo di osservatore.

Cammino per il centro storico della solita città e osservo con grande interesse che è tutto profondamente diverso da come io ricordavo, soprattutto la zona della Portela. C’è la casa dove, credo, abiterò fra qualche tempo ma al momento sono ospite della Curia e di Don Paolino Zorzi che mi ha preso con se. Le case attorno alla Torre Vanga non le ho mai viste, fa un effetto veramente strano, anche il vicolo San Giovanni è molto diverso, non c’è la piazzetta 2 settembre 1943, ovvio che non c’è, là era stato tutto ricostruito nel dopoguerra. Don Paolino Zorzi è stata la prima persona che ho conosciuto non appena ho aperto la porta della stanza dove mi sono risvegliato, non gli ho fatto domande perché mi ha detto tutto lui, mi ha dato una cartella con dei documenti in cui risulta che io nel 1914 fui mandato ad Innsbruck per una visita medica militare e poi scartato. Se tutto va bene non dovrò partire per il fronte ma sembra che fra qualche tempo mi chiameranno per una seconda visita medica nell’ospedale militare di questa città. Intanto sono ospite di Don Paolino Zorzi, un frate simpaticissimo, appassionato di scienza e di astronomia. Con lui passiamo le serate a parlare di scienza, sarei tentato ad anticipargli alcune scoperte di questo secolo come le teorie sul big bang ma non posso farlo. Abbiamo anche parlato della Relatività Ristretta di Einstein e proprio quest’anno credo sia uscita o stia per uscire qualche articolo sulla Relatività Generale, ma Don Paolino Zorzi preferisce parlare di pianeti, stelle, stagioni e soprattutto di tempo atmosferico, lui è nato meteorologo e conosce a perfezione tutti i microclimi di questa zona, è dal 1890 che registra su un quaderno i dati atmosferici, temperatura,copertura del cielo, stima dell’umidità e pressione atmosferica misurata con la scala di Torricelli.

La Piazza Santa Maria Maggiore è molto diversa da come la ricordavo, soprattutto il lato a Nord della chiesa, al posto dei palazzoni moderni che io ovviamente avevo bene in mente ci sono case che fra una trentina di anni non esisteranno più, il lato a Sud della chiesa è invece quasi identico a come lo ricordavo ma camminare in queste vie nel 1916 fa un effetto stranissimo sembra di incontrare soltanto persone in costume d’epoca, vecchi donne e bambini, ovviamente i giovani sono rarissimi perché tutti impegnati al fronte contro gli Italiani. Incontro molti uomini anziani con i caratteristici baffetti biancastri in stile asburgico, hanno tutti il cappello e il bastone, hanno le stesse facce degli anziani che vedevo passare per queste vie negli anni settanta e ottanta, alcuni di quegli anziani che osservavo in quelli anni sono i bambini che vedo giocare al centro della piazza o in molte vie di questa piccola città. I vecchi asburgici si riuniscono a gruppi specialmente la domenica mattina e discutono sulla guerra, c’è chi dice che siamo agli sgoccioli e chi dice che ne avremo ancora per sei mesi o anche più, nessuno sa che la guerra finirà soltanto verso la fine del 1918, nessuno è in grado di prevedere chi vincerà e non si riesce a percepire il desiderio che questa città sia annessa all’Italia. Qualche mese fa nel cortile del castello sono stati fucilati alcuni traditori, è il titolo di un volantino che deve essere stato distribuito nei giorni scorsi. Alcuni anziani riuniti intorno ad una piccola edicola di giornali commentano i numerosi titoli che sono stati affissi nella bacheca. Ci sono esposti molti giornali e riviste di poche pagine, quasi tutte in lingua tedesca, con articoli su questo irredentista e traditore, si vedono le sue caricature la sua barba tipica. In mezzo a questi anziani c’è anche chi, essendo di madrelingua italiana, vorrebbe che questi luoghi vengano annessi all’Italia difendendo la posizione dell’irredentista e “traditore” che è stato giustiziato tre mesi fa, c’è ma non si fa notare. Io da semplice osservatore non mi schiero da nessuna parte, è un discorso che non mi può coinvolgere. La gente mi osserva, qualcuno mi guarda quasi con disprezzo perché non sono arruolato come tutti i miei coetanei che sono al fronte e mi fa quasi passare la voglia di girare per la città, ogni tanto fingo di zoppicare.
La pettinatura delle donne è orribile, le ragazze di 20 anni sembrano già signore mature, anche le scarpe sono buffissime. Io stesso mi sento ridicolo con gli abiti che mi hanno fatto trovare i simpatici uomini del futuro. Stavo bene negli anni ottanta e avrei preferito rimanerci, ero osservatore di un’epoca che in qualche modo mi apparteneva, qui invece sono ospite di un’epoca che non mi appartiene affatto e non posso provare le stesse emozioni che provavo negli anni settanta come l’emozione di rivedere qualcosa di scomparso negli anni duemila ma che comunque per me era famigliare, ma qui negli anni della Grande Guerra non c’è proprio niente che mi sia famigliare, tutto mi è profondamente estraneo a parte la maggior parte degli edifici del centro e i contorni delle montagne, la Verruca c’è ma la sua piatta cima non ospita ancora il monumento al patriota che è stato giustiziato tre mesi fa, quel monumento che dominerà tutta la città. Appena possibile mi recherò a Torino, là forse potrò trovare qualcosa di famigliare, prima del 1955 a Torino posso tranquillamente andarci! Tutto mi è estraneo.

Gli odori che si sentono in giro per la città è la cosa che mi ha colpito più di tutte: i vicoletti sono coperti dalle feci dei cavalli, l’odore di stalla lo senti per tutte le vie, molte persone, senza distinzione di età o di sesso non emanano un buon odore, alcune signore hanno addosso profumi strani, penetranti e a volte nauseabondi. Sono qui da pochi giorni e ancora non mi sento ambientato, oggi è l’11 ottobre 1916, non ho mai avuto fame da quando mi sono svegliato dal lungo sonno. La zuppa serale di Don Paolino Zorzi è ottima ma non riesco mai a finirla anche se durante il giorno spesso non ho toccato cibo, c’è una specie di locanda in Piazza della Mostra dove mi sono proposto di andare quando mi tornerà l’appetito ma l’appetito ancora non torna e io mi sento ogni giorno più debole, ho di nuovo dei capogiri e una tendenza a svenire in alcuni momenti della giornata, non ne avevo ancora sofferto e quattro giorni fa mi sentivo un leone, probabilmente mi avranno somministrato qualcosa prima del risveglio ma adesso sono io che devo curare me stesso, devo mangiare, devo mettere su qualche kg, devo entrare nel personaggio dello zio Cesare, non c’è problema, l’unica cosa che so di lui è che negli anni della Seconda Guerra Mondiale e forse anche prima abitava in quella topaia della Portela.

Un fotografo professionista anziano ha piazzato il cavalletto a fianco ad una bottega sotto il portico per riprendere la Piazza Duomo, è un cavalletto di legno pesantissimo che sostiene un corpo macchina metallico collegato ad un soffietto lungo trenta centimetri e che termina con un cilindretto di ottone sul quale, credo, sia montata la lente dell’obiettivo. Il tutto peserà almeno una trentina di chili. Per scattare una sola foto impiega tre o quattro minuti e prega gentilmente ai passanti di rimanere fermi durante la posa che dura qualche secondo, mi ha fatto cenno di entrare nel campo visivo dell’inquadratura ed io ho accettato, non potevo fare altrimenti. Io avevo una bella Minolta alcuni giorni fa ma naturalmente è rimasta nel 1985, anche questa volta infatti sono stato trasportato indietro nel tempo nudo e crudo, ammesso che il corpo nel quale mi trovo sia quello originario e non è neppure detto, tanta volte ho pensato che gli uomini del futuro possano fare quello che vogliono con un corpo umano, ho l’atroce sospetto che possano addirittura prelevare la coscienza del cervello completa di memoria, esperienze passate eccetera, tradurla in un file e trasportare il solo file in un’altra epoca attraverso quei dannati cunicoli spaziotemporali, poi in qualche modo ricostruiscono artificialmente il corpo e trapiantano in un cervello vergine la parte pensante del cervello originario compresa la coscienza, tutto ciò è orrendamente mostruoso, ma allora la perfida macchina fotocopiatrice di corpi umani come ha fatto a viaggiare nel tempo? Nel 2005 o nel 2006 avevo letto un paio di articoli su un processo teorico per teletrasportare istantaneamente qualunque oggetto o essere vivente in punti molto distanti dello spaziotempo ma le probabilità di realizzare un simile marchingegno erano ridottissime, ridottissime nel ventunesimo secolo ma … qualche secolo dopo? Smisi di fantasticare avendo come unica certezza l’aver viaggiato nel tempo due sole volte ed entrambe verso il passato e mi incamminai verso il mio modesto alloggio. Mi venne in mente di aver visto la foto scattata oggi un po’ di tempo fa, in biblioteca. Riconobbi allora il mio stesso viso e pensai che esso era talmente somigliante che poteva essere lo zio Cesare, ma lo zio Cesare ero io. Tutto stava combaciando alla perfezione. Sono stato veramente un ingenuo a non sospettare che lo zio Cesare potevo essere io trasportato nel passato, ora ne ho la certezza. Rivedrò mio padre? Adesso lui è un bambino di sei anni, è nato in questa città nel 1910 ma da almeno tre o quattro anni vive a Torino. Mio padre dunque è figlio unico e non sa di avere un fratello che in realtà è suo figlio. Sono i paradossi che si creano con i viaggi nel tempo. Mio padre non mi ha mai detto nulla di questo fratello e forse non lo ha mai incontrato, quindi io non potrò mai incontrare mio padre, forse cercherò di vederlo di nascosto come ho fatto con Stefania … Stefania nascerà fra quarant’anni!

19 LUGLIO *

Ho imparato che dopo aver viaggiato indietro nel tempo si è molto più vincolati, si deve vivere da semplici osservatori anche degli eventi più drammatici, forse non è possibile andare in un universo parallelo sfruttando le conoscenze di un universo dal quale si proviene o forse è possibile. A Bologna cinque anni fa non riuscii a modificare il corso della storia, ma sono dell’idea che l’autosuggestione giocò un ruolo fondamentale, non avrei dovuto prendere per oro colato ciò che mi lasciarono scritto gli uomini del futuro, oggi sono qui in questo giorno particolare e mi sono reso conto che è accaduto qualcosa di incredibile, di assurdo. Questa mattina sul presto ho fatto una ricca colazione nel bar pasticceria di una piazza di Cavalese, mi ha servito un tipo molto magro e con una barbetta sulla quarantina. Abbiamo fatto due chiacchiere, era un tipo molto simpatico e gentile, mi ha raccontato dell’incoscienza di certi turisti, molti dei quali stranieri, nel mangiare i funghi senza che sia stato consultato un esperto, si va all’ospedale, si muore o per lo meno ci si vomita l’anima, si accusano capogiri e altri sintomi strani. Mi sono distratto qualche minuto a chiacchierare con quel barista dimenticando quasi che questo è il giorno maledetto, sono l’unico a sapere che oggi è il venerdì più brutto del secolo per questa vallata, ma anche per le vallate limitrofe. Non sono sicuro di essere l’unico, forse non sono il solo a sapere. Dopo la chiacchierata col gestore del bar pasticceria la sorpresa arriva da una radio accesa: il paese di Stava e una parte dell’abitato di Tesero sono stati evacuati stamattina alle sette perché due bacini sostenuti da due dighe in terra ubicati ai piedi del Monte Cucal minacciano di franare da un momento all’altro, l’allarme è stato dato da due villeggianti stranieri. La Statale delle Dolomiti è stata interrotta e il traffico deviato su una stradina del fondovalle attraverso gli abitati di Masi e di Lago.
Pago in fretta la colazione al gestore barbuto del bar pasticceria e decido di raggiungere Tesero attraverso la deviazione, ho tutto il tempo anche se con la deviazione devo percorrere più di dieci chilometri. Ho capito solo oggi che non sono stato trasportato nel passato del mio universo ma in quello di un altro universo parallelo, per quanto ne so io, identico al mio vecchio universo fino alla data odierna, in tutti questi anni non avevo notato niente di diverso, gli avvenimenti erano li stessi, nel dubbio ho anche verificato se corrispondevano i valori delle costanti universali, le masse del protone, del neutrone e dell’elettrone erano le stesse come la costante di gravitazione universale, la costante dielettrica nel vuoto e la velocità della luce, l’accelerazione di gravità terrestre, i nomi geografici di molte località che conoscevano erano gli stessi. Non ricordavo ovviamente a memoria ogni valore ma nel rileggere tutti quei numeri ho sempre avuto l’impressione che fossero i soliti numeri molto famigliari, ma è veramente tutto identico? Come posso essere certo che sia tutto identico fino al momento in cui qualcun’altro ha utilizzato quell’informazione per impedire che avvenga una simile tragedia? Quante persone hanno vissuto la mia stessa esperienza? Per quanto ne so io qui sulla Terra sembra tutto perfettamente identico ma chi mi assicura che sia veramente così? In realtà io posso solamente dire che nel rivivere questi quindici anni non ho notato alcun cambiamento storico ma in realtà sono sempre stato in città che non conoscevo bene prima di essere trasportato indietro nel tempo, in realtà io non so assolutamente nulla, magari la galassia di Andromeda è completamente diversa, potrebbero essere completamente diverse le galassie del gruppo locale e gli agglomerati galattici, magari San Francisco o Detroit o Dublino, città dove non sono mai stato, sono completamente differenti nei due universi, non potrò mai saperlo. Ma certamente le costanti universali non sono variate, molti ricercatori sostengono che basterebbe una minima variazione di una di queste costanti a creare un universo completamente differente e inadatto alla comparsa della vita, anche delle forme più semplici.
Se è vero che oggi non ci saranno vittime cambierà comunque la storia a partire da oggi, anzi è già cambiata nel momento in cui i due turisti stranieri hanno deciso di far evacuare i bacini: 268 persone si salveranno e con ogni probabilità a partire dai prossimi anni moltissime persone nasceranno al posto di altre, la storia subirà grandi cambiamenti cancellando la tragedia di Stava, forse le ripercussioni saranno enormi fra alcune decine di anni.

A Tesero sono arrivato poco prima delle 12, cammino avanti e indietro per la via principale del paese, non posso raggiungere il ponte che passa sopra il Rio Stava. Sono le dodici e venti, sono ancora a due passi dal ponte della statale e aspetto, è tutto transennato. Vicino a me ci sono due turisti inglesi o americani, sembrano più inglesi, uno bruttino basso ha l’aspetto del bevitore accanito di whisky, l’altro molto più distinto assomiglia un po’ a David Niven, ricorda molto il famoso attore inglese, entrambi sono vestiti da escursionisti, in quel momento non mi rendo conto che potrebbero essere stati proprio loro due a dare l’allarme, quindi anche loro sanno che i bacini cederanno oggi dopo mezzogiorno.
Fa caldo, il sole cuoce anche perché siamo a mille metri. Le dodici e ventidue, i minuti che seguono sono interminabili, è un attimo, il suolo trema leggermente, si avverte un’improvvisa folata di vento, si alza un polverone bianco in direzione Stava, non si vede quasi più niente, il vento è sempre più forte, fa un rumore strano, un ululato che fa ghiacciare il sangue, tutto si è fatto anomalo, irreale, inquietante. La gente si accorge che c’è qualcosa di strano e scappa verso il centro del paese ormai completamente avvolto dalla nube di polvere biancastra, un boato precede l’arrivo della colata di fango che quasi ci raggiunge ad una velocità impressionante, il fango schizza dappertutto e le strutture del ponte tremano ma resisteranno, il ponticello in pietra verrà danneggiato, c’è polvere e fango dappertutto le auto si sono fermate, la gente urla. – E’ la fine del mondo! – urla una donna anziana. Si sentono grida ma quasi certamente nessuno è rimasto sotto, il piano di evacuazione è scattato stamattina alle sette in leggero ritardo dal previsto. Il tipo inglese che assomiglia un po’ all’attore David Niven si avvicina a me e con un pessimo italiano mi dice che ha urgenza di parlarmi, mi presenta il suo amico, il tipo bruttino ma molto simpatico. Mi hanno invitato a cena questa sera, avevano anche loro delle informazioni provenienti dal futuro e le hanno usate per impedire la tragedia denunciando alle autorità locali le condizioni precarie delle due dighe in terra, la perizia lampo di una commissione di geologi ed ingegneri ha imposto l’evacuazione di una vasta area nei tempi più brevi possibili, stasera mi spiegheranno tutto. Io ho accettato molto volentieri l’invito.

I due inglesi erano veramente simpatici, è stata una serata molto interessante che non dimenticherò mai. Abbiamo fatto un patto: io mi sono impegnato di non nascondere nulla a loro e loro altrettanto. Tutti e tre manterremo il segreto di quanto accaduto. L’ingegnere alto ricordava di avermi visto sette anni fa a Monaco di Baviera e mi ha mostrato la fotocopia di un foglio di carta colorata che io dimenticai sul tavolo di una birreria. E’ vero, la scrittura è la mia e ricordo anche di aver pranzato in quella birreria nel 1978. Ho detto a loro di non perdere tempo con quella K21 che quelle formule erano solamente delle mie ipotesi di scarsa importanza.
Ci siamo soffermati molto sulla teoria degli universi paralleli, molti, forse infiniti universi paralleli, è affascinante e spaventoso nello stesso tempo. Io per adesso ho la certezza che ne “esistono” almeno due anche se forse il verbo esistere perde un po’ di significato se riferito alle teorie degli universi paralleli. I due inglesi hanno di andare in ospedale per avvelenamento da funghi proprio come mi diceva il barista del bar pasticceria: Peter, il tipo basso, aveva inizialmente raccolto un fungo molto tossico scambiandolo per un fungo commestibile e successivamente, accortosi per caso di un piccolo particolare, si era reso conto che stava per commettere una sciocchezza imperdonabile, per colpa di quel fungo oggi potevano esserci le 268 vittime più loro due. Ma non è andata così, la storia da oggi ha preso un percorso alternativo che potrebbe trasformare radicalmente l’Italia, anzi il mondo intero, nel giro di alcune decine di anni. Difficilmente i cambiamenti saranno di poca importanza, si tratta solo di aspettare ma mi domando, ha veramente senso parlare di cambiamenti rispetto ad un universo parallelo? Ormai sono qui. Gli uomini del futuro si sono sbagliati scrivendomi che la storia non può essere modificata.
I bacini hanno ceduto dunque puntualissimi ma non c’è stata nemmeno una vittima, scrivono i quotidiani locali, sono stati salvati anche molti capi di bestiame, la vita di centinaia di persone è stata salvata da due turisti stranieri che hanno preferito rimanere in anonimato. A Stava e a Tesero sono stati distrutti alberghi e molte abitazioni lungo il percorso della colata di fango, dunque se in questo universo non ci sono le vittime di Stava, non sarà costruito alcun monumento alle 268 vittime, non ci sarà nessuna visita in loco di Papa Wojtyla fra qualche anno ma ci sono i comunque i danni, notevoli. Quelle immagini dei soldati che scavavano nel fango giorno e notte, con la luce delle fotoelettriche alla ricerca dei corpi delle vittime fanno dunque parte della mia memoria ma qui non hanno alcun significato, è pura immaginazione, tutto è cambiato da questa data fatidica, tutto si evolverà in modo diverso non soltanto perché le 268 persone si sono salvate ma perché moltissime cose sono cambiate ad iniziare dalle persone che in questa realtà non verranno coinvolte. Il traffico dei veicoli è cambiato, la casualità è completamente cambiata e migliaia di persone saranno coinvolte in eventi differenti, forse fra una ventina di anni ci saranno altri politici, e altri sportivi che non saranno mai nati nell’universo dal quale provengo, forse città importanti come Milano cambieranno in modo diverso ma è probabile anzi sicuro che ci saranno variazioni importanti anche molto più lontano. E’ incredibile rendersi conto solo dopo quindici anni che si è approdati in un universo parallelo. Se l’avessi saputo sarei andato a Torino a sbirciare un po’ del mio passato. Da adesso in poi non mi stupirò più di niente.

LUGLIO 2010*
Il giornalaio di una piazzetta della città ha già esposto alle sette di mattina le principali testate di giornali con in evidenza l’amara sconfitta della nazionale italiana alla finale dei Mondiali di Calcio in Sudafrica, la Spagna ha meritato il titolo di campione del mondo nel 2010 ma forse la nazionale italiana ed il suo allenatore il c. t. Fulvio Mattioli meritavano di essere premiati. Solo per la spettacolarità dei goal di Cremonini la nazionale italiana doveva vincere il campionato del mondo invece per ben due volte di seguito ha conseguito il secondo posto.
Un uomo anziano osserva le testate dei giornali poi entra nell’edicola e acquista una copia del “Giornale delle Alpi” e una copia del settimanale Clima, si siede sulla panchina per leggere il quotidiano. Fino alle nove non si sposta da quella panchina e legge con interesse la maggior parte degli articoli ad eccezione di quelli sul calcio perché il calcio non gli interessa. Niente di particolare oggi all’infuori della sconfitta in finale della nazionale, gli articoli di politica non sono molto ricchi, si parla dei soliti problemi, gli attriti all’interno del Partito Democratico Cattolico fra il premier Pierferdinando Casini e il solito Nazareno Savinelli, l’intervista al leader dell’opposizione Silvio Berlusconi del Partito della Destra Liberale che sostiene che la caduta del governo è imminente e che è pronto a dare il suo contributo per un governo tecnico di larga intesa. L’uomo anziano si sofferma molto sulla pagina dei motori dove c’è in evidenza un bell’articolo sull’imminente presentazione della Nuova Lancia Fulvia, una prestigiosa berlina il cui muso è pressoché identico al vecchio modello del 1963 Lancia Fulvia ma è in realtà, oltre al nome, l’unico particolare in comune con la vecchia e prestigiosa autovettura. Nella pagina della cronaca locale si parla ancora delle responsabilità disastro ferroviario avvenuto a Fortezza lo scorso primo luglio con 8 vittime fra i passeggeri più i due macchinisti e dell’improvvisa morte del campione di sci ventiduenne Loris Pallaoro stroncato da un infarto durante un allenamento, un’enorme perdita per la Valanga Azzurra. Nelle pagine interne si parla invece dell’inaugurazione del Grande Museo Storico di Milano in Piazza Duca d’Aosta, dove fino a due anni fa c’era la vecchia stazione centrale ora interrata ad un chilometro di distanza, a poca distanza dalla stazione di Lambrate. L’intervista ad Alberto Sordi che da poco ha compiuto novant’anni occupa una pagina intera della pagina dedicata al cinema, la foto dell’attore è piuttosto triste e sembra mettere in evidenza l’inevitabile avanzamento della vecchiaia, il volto è quasi irriconoscibile ma la mente è lucida, il popolare attore racconta la sua ultima fatica come attore protagonista nel film di Stefano Mollica “L’impero del silenzio” del 2003 e alcuni aneddoti inediti di quando doppiava Oliver Hardy negli anni 30. A settembre uscirà il suo libro autobiografico “io, l’italiano vero”. C’è anche un articolo sul film di Pietro Carlini “i figli del Mattatore” con Alessandro Gassman, Ricky Tognazzi e Ugo Costantino e con la preziosissima partecipazione di Vittorio Gassman che compirà 88 anni il prossimo settembre. I due grandi attori si sono ritrovati insieme in una trasmissione televisiva e a distanza di cinquant’anni hanno rievocato il loro film “La Grande Guerra”di Monicelli, Gassman ricordava perfettamente a memoria molte battute del copione, Sordi un po’ meno.
Quando i raggi del sole illuminano la panchina fa già troppo caldo e l’uomo anziano si avvia per la sua quotidiana passeggiata riflessiva per le vie del centro storico di Trento.

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