Lo strano giorno

August 6, 2010

Il signor Zeno si svegliò quella mattina madido di sudore, si alzò e, mentre si vestiva, guardava con aria assorta il bel volto della moglie ancora nel mondo dei sogni. Il suo petto si alzava e si abbassava ritmicamente e la stoffa leggera delle lenzuola, leggermente tesa nella zona del basso ventre, lasciava delineare il bell’evento che finalmente nel giro di pochi mesi avrebbe fatto raggiungere al loro matrimonio la vetta più alta della felicità.

Scese in cucina e iniziò a preparare il caffè. Quando il profumo uscì dalla caffettiera prese due tazzine, un vassoio, alcuni biscotti, del latte, versò la nera bevanda e la portò al piano di sopra. La moglie non era ancora sveglia, perciò decise di aspettare e nel frattempo prese la vecchia chitarra e prese a suonare seduto sul letto un vecchio motivetto. Erano secoli che non suonava più, da quando ancora giovane faceva parte di una band di paese. Ora, ormai cinquant’enne si sentiva ridicolo, ma in quella mattina di tarda primavera decise che forse era giunto il momento di ricominciare. Le sue mani tozze e non ben curate, piene di lividi e dalle unghie sporche impugnavano con fatica quello strumento, ma il suono che usciva era molto dolce e ben presto la moglie aprì gli occhi dalle lunghe ciglia nere. Quelle ciglia erano state per Zeno il primo motivo di innamoramento, come era possibile che una persona così forte come Nietta avesse degli occhi così dolci contornati da delle ciglia così lunghe? Si perdeva spesso a fissarle, senza parlare, così, poteva rimanere anche per ore, e se all’inizio lei si era sentita un po’ a disagio, poi ci aveva fatto l’abitudine e lasciava che il marito le guardasse le pupille mentre leggeva, mentre cuciva, mentre facevano l’amore. Del passato di quello strano e silenzioso uomo che lei aveva conosciuto un giorno in un vicolo e che l’aveva subito colpita per la sua camminata giovanile e sciolta, benché non fosse più giovane, non sapeva molto, ma aveva deciso comunque di sposarlo, perché in fondo anche se lei aveva solo vent’anni, aveva già perso molto e il futuro non sembrava dovesse portarle ancora qualcosa di buono. Ogni tanto avrebbe voluto chiedergli in cosa consistessero quegli affari che lo tenevano fuori casa per cosi tanto tempo, ma poi lasciava perdere, perché la malizia non faceva parte del suo carattere e perché sapeva quanto irascibile potesse diventare se qualcosa lo faceva arrabbiare. Come quella volta che la vicina aveva protestato per gli escrementi lasciati dal loro cane proprio davanti la sua porta, lui si era scaldato esageratamente, era uscito con una pala e l’aveva usata contro la porta della signora ottuagenaria che spaventata non aveva neppure chiamato la polizia. O come quella volta che in preda ad una crisi di gelosia l’aveva picchiata (non era la prima volta) e l’aveva costretta a stare in casa tutto il giorno con delle bende sugli occhi, su quei dannati e grandi occhi, con quelle lunghe e setose ciglia. Neanche allora non aveva avuto dubbi sul suo amore. Quando l’aveva messa incinta poi era stato molto gentile, con quelle sue mani grandi le massaggiava spesso i piedi , non stava fuori come prima delle intere settimane, e quando tornava la sera le portava sempre dei piccoli regalini per lei o per il piccolo esserino che cresceva dentro di lei. Solo una volta era tornato a casa ubriaco, e, prima di vomitarle addosso, aveva pensato bene di prenderla a sberle perché aveva sentito fare dal fornaio degli apprezzamenti su di lei. Ma Nietta era davvero troppo innamorata e non vedeva e non sentiva nulla, solo la sicurezza di avere finalmente una famiglia tutta sua.

D’altra parte anche lei era convinta di sbagliare lasciando che le persone le dessero troppa confidenza, anche se lei non covava mai pensieri impuri dava agli altri motivo di farlo.

Quella mattina così il signor Zeno si sporse per dare il primo bacio della giornata alla fedele moglie, le porse la colazione e disse: “Ciao bambina ora devo andare, il lavoro mi aspetta”. Lei lo pregò di rimanere e per convincerlo lo guardò dritto negli occhi. Lui aveva parecchi affari, ma rimase lo stesso.

Quegli occhi erano davvero una malattia per lui. Erano blu, di un blu intenso come la notte di certi quadri impressionisti o come il soffitto di certe chiese gotiche costellate di stelle, blu come la notte più scura, blu come l’acqua dell’oceano in cui lui annegava ogni volta che li fissava. Non sembravano avere espressione, sembravano fissi li, come degli zaffiri incastonati in un anello. Più volte nel corso della notte l’aveva obbligata a svegliarsi, puntandole la pila accesa e guardando la pupilla dilatarsi alla luce. A lei non sembravano importare queste stranezze e lasciava che l’amato marito lo facesse. Si chiedeva delle volte se si comportava così anche con la sua amante, la donna che, aveva scoperto, egli frequentava assiduamente e che gli aveva dato una figlia.

Così l’aveva convinto a rimanere quel giorno, non glielo aveva mai chiesto prima, ma aveva voglia di stringerselo un po’ prima di alzarsi e cominciare la sua giornata da perfetta casalinga. Era proprio un uomo perfetto, lei non aveva nemmeno la necessità di lavorare, dato che Zeno le procurava qualsiasi cosa di cui aveva bisogno, era molto ricco, prima di sposarla aveva perfino ricevuto una cospicua eredità da una lontana parente e poi con il lavoro che faceva guadagnava molto.

Ad un certo punto lo vide assorto nei suoi pensieri, lo sentì lontano da lei e gli chiese: “Zeno a cosa stai pensando?” “A quanto sono stato fortunato a incontrarti, Nietta mia!” egli rispose “Se non fossi mai venuto nel quartiere in cui tu lavoravi non ti avrei mai conosciuta” “Ma mi ami?” ella ribatté. “Ovvio cuore mio, ti amo più della mia stessa vita e farei qualsiasi cosa per te”. “Ma come puoi esserti innamorato di una prostituta?” Lui rispose “non so, avevo voglia di non vivere solo di rimpianti, ma anche di gioie, il rimpianto per un uomo vecchio come sono io è duro da sopportare, nella mia vita ho passato molti dolori e per questo mi sento molto vicino a te, anch’io ho dovuto combattere fin da giovane per farmi un posto a questo mondo e vedendo te, così bella, così giovane, con questi occhi così profondi ho voluto alleviare le tue pene, portarti fuori da quel mondo così atroce e darti una possibilità”. Lei si commosse da queste parole e due grosse lacrime stavano già scendendo sulle sue guancie quando egli prese un fazzoletto e la asciugò. La ragazza nel frattempo aveva fatto un movimento brusco.

Lui non le diede peso, bevve il caffè, la baciò nuovamente e le disse: “Ora me ne devo andare sciocchina, non essere triste che il tuo buon marito tornerà presto stasera”.

Lei ricambiò con uno sguardo immobile e un sorriso quasi beffardo sulle labbra, che lui certamente scambiò per un improvviso dolore allo stomaco. Infatti da quando era in stato interessante soffriva spesso di questi dolorini senza senso a suo parere.

Lei si rannicchiò ancora nel caldo delle lenzuola e si riaddormentò beatamente.

Quando si alzò era già mezzogiorno, aveva la gola secca e si sentiva un po’ di capogiri, il dottore, molto gentile il dottore, le aveva consigliato una certa dose di vitamine da prendere prima di ogni pasto, lei se ne dimenticava sempre, ma quel giorno decise di scendere in cucina e assolvere al suo dovere di buona madre.

Quindi si infilò le pantofole, la vestaglia, si accarezzò il ventre gonfio e si apprestò a scendere le scale.

Nel momento stesso in cui aprì la porta che portava alla grande cucina americana che Zeno le aveva regalato, lo vide. Era là steso per terra, immobile, ormai cadavere, con negli occhi vitrei un’espressione di glaciale stupore, come se improvvisamente si fosse reso conto di una verità che neanche lontanamente si sarebbe aspettato.

Lei semplicemente lo scostò, dato che era proprio davanti al frigorifero, prese la bottiglia d’acqua, si sedette e per la prima volta prese le vitamine.

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