parte prima: il pilota

July 24, 2010

Chiunque, prima o poi, almeno una volta nella sua vita, magari lasciandosi trascinare dall’impeto del momento o perché vittima delle più sfortunate coincidenze, ha desiderato la morte di qualcuno.
…ah, se mi ricapita fra le mani, lo uccido! …il prossimo che mi dice cosa devo fare, lo uccido! …se prendo quello che mi ha rigato la macchina, lo uccido!
Parole forti, obiettivi chiari. Ci si perde in chiacchiere lasciando poi, giustamente, che la nostra parte razionale mitighi l’istinto, ci riporti alla ragione e freni i nostri impulsi. Leggi, moralità, senso civico, paletti che ci dovrebbero guidare e aiutarci a discernere il giusto dallo sbagliato… dicono.
Eppure è così semplice, così immediata come associazione d’idee.
Pensiero e azione.
Io sono così. Lo sono diventato. Penso e agisco, non minaccio, non mi lascio frenare né dal raziocinio né dalle regole. Se voglio, uccido.
Non lo faccio perché mi sento migliore o peggiore di altri. Non lo faccio per noia o per mettermi alla prova. Tanto meno mi sento un angelo della morte o un vendicatore di non si sa bene quale divinità… non credo nelle religioni. Lo faccio e basta.
Quando qualcuno mi domanderà il perché, forse lo spiegherò anche se non c’è molto da dire, è semplice come concetto.
Non sono più intelligente di altri, né ho deciso di perseguire una particolare razza o corrente di pensiero. Non mi accanisco contro prostitute o gay o qualunque altro particolare soggetto iscritto ad una delle tante categorie dove tutti amano schedare e dividere l’umanità.
Non credo di farlo per rendere il mondo un posto migliore. Cos’ha fatto per me il mondo da meritare il mio aiuto?
Sicuramente un giorno dovrò renderne conto, mi prenderanno probabilmente, nei telefilm lo fanno sempre. Computer, prove di laboratorio e geniali professionisti catturano sempre il mostro di turno assicurandolo alla giustizia. Chissà, la realtà sarà come la finzione? Un giorno busseranno anche alla mia porta urlando la famosa frase: “aprite polizia!”. Non conosco le loro procedure se non per ciò che mostra la tv. Non pretendo di essere superiore mi limito a vivere …e che gli altri facciano lo stesso.
E’ una giornata calda… giugno ha da tempo superato il giro di boa e il sole scalda come normale faccia d’estate. A lui non frega nulla dei “gradi percepiti” per via dell’umidità, della cappa di smog e polveri sottili o dell’asfalto che pare volerci cuocere i piedi nelle scarpe. Sudo pur non facendo nulla e non riesco a godermi la mia pausa. Il caldo rende nervosa la gente ma io continuo a preferirlo al freddo. L’ultimo rivolo di sangue sta scivolando nel lavandino formando un gorgo colorato. Mi ricorda il gelato variegato all’amarena, proprio quel che ci vorrebbe ora.

Parte prima: Il pilota

Il sole arroventava l’auto ferma, come al solito, in coda. Di tanto in tanto ci si muoveva qualche metro, ma era normale, era l’ora di punta. Qui però, in quel maledetto corso, era sempre l’ora di punta. Che sia notte inoltrata o pieno pomeriggio, c’era sempre traffico e si ha tutto il tempo di imprecare contro chiunque e contro il maledetto casello autostradale che fa deviare tutti su questa strada per non parlare del genio addetto alla viabilità, che ha dirottato anche i mezzi pubblici su una strada già congestionata.
I Clacson suonavano, la gente sbraitava e il sudore scorreva a fiumi come gli osceni appellativi che ci si scambiava fra un abitacolo e l’altro. Alla radio, unica compagnia in quella sauna metallica, un pezzo dei Deef Leppard e, ad accompagnarlo, una nuova e più rabbiosa sinfonia di clacson. Eccolo… C’è sempre “il furbo” di turno. Sfrecciava fra le corsie infischiandosene della coda e sei tu a doverlo evitare, pur avendo tutte le ragioni del mondo, o ci si scansa o si sa già che ti aspetta una lite.
“Che diamine… tanto non avevo nulla da fare.” Accostai leggermente ingombrando in parte la corsia d’emergenza impedendo così, al pilota da traffico, di sfrecciare avanti. Un’inchiodata, un lungo stridere delle gomme e poi la mano pigiata sul suo clacson nemmeno fosse un’arma in grado di disintegrare la mia auto. Peccato non potesse vedere il mio sorriso nello specchietto retrovisore. Sbraitava e si sbracciava. Chissà fino a che generazione maledì la mia famiglia.
La porta della sua vettura si aprì e il mio simpatico compagno di giochi fece per scendere dall’auto ma la sua sfortuna volle che, proprio in quel momento, il traffico cominciasse a scorrere. Lo salutai con la mano certo che mi vedesse e ripartii ridendo. Posso immaginare la feroce belva, umiliata e offesa, rientrare nella sua macchina giurando di farmela pagare. Nel tempo che gli occorse per risalire, tre macchine si infilarono fra me e il pilota schiumante di rabbia. Lo osservavo dal retrovisore sbracciarsi e urlare. Mi faceva segno di accostare unito ad altri molto meno fini ed eleganti. Risi ancora alzando il volume della radio che ora era passata ad un più recente e smielato brano.
La furia non si placava ed eccolo tentare il sorpasso ad una delle auto che mi seguiva. Peccato, incidente sfumato. Si prese un gran rischio scalando la marcia per poi mandare su di giri il motore e tentare di guadagnare una posizione su di me. Nulla da fare, un piccolo furgone in senso opposto lo costrinse a inchiodare e rientrare per evitare uno scontro frontale. Peccato. Sarei sceso volentieri per ridere della sua stupidità.
Svoltai in una via laterale ma non prima di aver messo fuori il braccio dal finestrino per fare “ciao ciao” al mio compagno di giochi. Un occhio al retrovisore. Eccolo. Procedetti tranquillo come il pescatore che recupera con cautela la lenza per non farla spezzare dal pesce. Accelerai quel tanto che bastava per non lasciarmi raggiungere prima del previsto. La strada si restrinse e le sue possibilità erano di speronarmi o attendere che fossi io a fermarmi. La prima era certamente fuori discussione ed io lo sapevo fin troppo bene. La sua macchina nera, luccicava sotto il sole a picco e bagliori simili a saette, venivano come scagliati dai cerchioni, lucidati come specchi, sui marciapiedi che sfiorava cercando un varco. Chi ha così tanta cura della sua auto, oltre a sublimare una qualche carenza, non rischierebbe mai di rigarla solo per far pagare uno sgarbo al tizio che gli ha chiuso la strada.
L’asfalto lasciò il posto allo sterrato e dovetti rallentare e salutarlo nuovamente per risvegliare la creatura sbavante dentro di lui. Forse per la paura di impolverare l’auto sullo sterrato, per un attimo esitò quasi fermandosi per abbandonare l’inseguimento. Pigiai sui freni quasi a fermarmi… giù il finestrino e braccio fuori. Con gli occhi fissi nel retrovisore, lo guardavo imprecare e poi sgommare per ripartire. Risi. Il gioco continuava.

Il pezzo smielato alla radio terminò e, dopo qualche chiacchiera, la voce femminile annunciò un ritorno al passato con la magia di B.B. King. Il paesaggio aveva lasciato ormai da molto la monotonia grigia urbana per aprirsi su campi e piccoli boschetti. L’auto nera, come un’ombra, continuava a seguirmi. Io procedevo con andatura a molla rallentando e accelerando per stuzzicare il mio compagno di giochi. Avevo trovato quello giusto. Sicuramente uno di quelli che va allo stadio infischiandosene completamente della partita o che si unisce alle manifestazioni con il solo scopo di poter menare le mani. Sono quelli che preferisco. Li lascio giocare al cacciatore fin quando è troppo tardi per accorgersi che sono diventati la preda.
Con tutta calma, poggiando il ginocchio allo sterzo per mantenere diritta l’auto, sfilo dal cruscotto un paio di quanti in lattice. Nulla di professionale, quelli del supermercato.
Tornai ad aprire il finestrino e questa volta sollevai il dito medio per dare inizio all’atto finale.
Il luogo era quello adatto. La strada sterrata, dopo aver curvato dietro ad un boschetto, si allargava in uno spiazzo sulla riva di un fiume reso calmo dallo sbarramento della chiusa. Il mio gesto funzionò e, ancor prima che io potessi richiudere il vetro, il pilota, invocando chissà quale santo, sfruttò lo spiazzo per superarmi e fermarsi di fronte a me proprio come in quei telefilm degli inseguimenti.
Gli occhi fissi sul mio nuovo amico mentre questi si catapultava fuori dall’auto schiumante di rabbia.
Dipinsi il mio miglior sorriso mentre si avvicinava sbraitando. La mano sinistra ferma sul volante.
Si avventò sulla portiera quasi volesse sradicarla dai cardini metallici per poi tirarmi fuori e dimostrare tutta la sua poderosa virilità da maschio alfa. La porta, ovviamente senza blocco, si apri senza resistenze ma, prima che l’energumeno potesse anche solo finire il suo colorito epiteto, mossi la mano che tenevo poggiata in grembo passando sotto al mio braccio sinistro ancora disteso verso il cerchio del volante. La lama penetrò senza sforzo nel suo addome.
Spinsi leggermente per farlo scostare dalla porta prima di fermare la mano. Istintivamente si ritrasse facendo sfilare lentamente la lama del lungo coltello da cucina… mai viaggiare senza.
Si portò le mani al ventre martoriato mentre sul suo volto la rabbia furiosa lasciava spazio all’incredulità e allo shock. Sembrava paralizzato e non riusciva a fare né dire nulla. E’ quasi incredibile come l’adrenalina dello scontro imminente l’avesse abbandonato immediatamente. Boccheggiava tenendo le mani sulla maglietta firmata che ora si stava tingendo del suo sangue.
“Siediti…” Non lo ordinai …anzi. Gli misi una mano sulla spalla per accompagnarlo alla sua auto. Non avrebbe reagito. Oramai era sotto shock, e poi, anche se l’avesse fatto, un secondo colpo l’avrebbe reso più mite.
Docile come un ragazzino, l’energumeno si lasciò guidare alla sua auto. La chiazza rossa continuav a ad allargarsi e lui ad impallidire.
– Sei stato sgarbato, sai?- Lo aiutai a sedere.
-…e chissà quante volte lo sei stato.- Giocherellavo tranquillo con il grosso coltello da cucina mentre lui mi guardava con quegli occhi fissi spalancati. -Mentirei se ti dicessi che mi dispiace.- Dovevo aver inferto un ottimo colpo perché il suo pallore cresceva velocemente così come abbondante era la fuoriuscita del sangue che ormai macchiava anche i pantaloni e il sedile dell’auto.

-Pensa che non so nemmeno chi tu sia e non sono uscito per questo stamane. Ma tant’è… Chiamala sfortuna, tua ovviamente. Per me sei soltanto uno in più e un ritardo di un’ora sui miei impegni.
Continuava a fissarmi incredulo, forse la perdita di sangue stava minando i suoi ragionamenti o forse era lo shock. Poco importava.

-Se credi in Dio, credo sia il momento di pregare. A giudicare da ciò che vedo ti resta qualche minuto…- Non rispose, iniziai a credere che fosse svenuto con gli occhi aperti. Sollevai le spalle poggiandomi alla portiera della sua auto mentre lo osservavo dissanguarsi in attesa che tutto finisse.
Ci volle poco. Lentamente scivolò in avanti crollando sul volante.
Mi sporsi in avanti allacciandogli la cintura. Tirai giù i finestrini e misi in moto tenendo premuta, con una mano la frizione. Innestata la prima, lentamente sollevai la mano facendo muovere l’auto grazie al peso del suo piede sull’acceleratore. La guidavo dall’esterno con il braccio attraverso il finestrino aperto e la direzionai verso il fiume. La riva sabbiosa, cedendo, avrebbe fatto il resto.
L’auto nera scomparve lentamente nell’ansa profonda del fiume lasciando una scia di bolle alle sue spalle. Risalii in auto dopo aver sfregato il coltello sull’erba e ritornai verso la caotica strada per reimmettermi nel traffico e riprendere la mia giornata.

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