Logica di mercato

June 24, 2010

“La creatura che chiamiamo uomo, non emotiva ma tutta emozione,

ha un temperamento indomabile. Di niente ha paura…”

M. Moore, Le poesie

Quando vidi Jonas Freeman per la prima volta dopo 24 mesi, non aveva un bell’aspetto. Pallido ed emaciato, mostrava la bocca contratta in una espressione stravolta, nonostante i suoi occhi rimanessero acuti e mobilissimi. Era ormai arrivato al termine del suo periodo di detenzione e l’oloterapia di tipo N non lo aveva privato della lucidità necessaria per affrontare un incontro con me. In qualità di direttore dell’Istituto Federale di Riabilitazione sapevo cosa aveva passato, ma non potevo provare alcuna pietà nei suoi confronti. Il signor Freeman era un assassino e il codice parla chiaro, in simili casi: l’oloterapia di tipo N non prevede alcuna possibilità di ricorso, nessuna attenuante, nessuna visita dei parenti. Per un periodo che può andare dai quattro ai quarantanove mesi nessuno deve aver contatti con il prigioniero. Nonostante le polemiche che si sono, a volte, scatenate sulla validità delle nuove istituzioni detentive la mia coscienza non potrebbe dormire sonni più tranquilli. Le oloistituzioni furono istituite nell’ormai lontano 2024 come risposta alla scarsa efficienza delle prigioni tradizionali. Queste non erano più considerate efficienti per svariati motivi tra cui la grande necessità di spazi e le troppe guardie per gestirle con apprezzabili margini di sicurezza. Le celle tradizionali, inoltre, non garantivano che i detenuti, una volta in libertà, non commettessero gli stessi crimini. L’abolizione della pena di morte tradotta in legge a partire dal 2019 ha reso le cose più complicate perché anche la detenzione a vita non era più sufficiente. A parte il maggior costo per il contribuente, il detenuto non aveva alcuna possibilità di reintegrazione produttiva nella società. L’oloistituzione di tipo N risolse tutti questi problemi. Tanto per cominciare, gli edifici sono grandi solo un terzo rispetto agli istituti di pena tradizionali. Non richiedono guardie, ma solo una decina di tecnici qualificati e il loro tasso di efficienza è prossimo al 100%. Tutto ciò si deve a Philo Keats, un brillante psichiatra di Seattle, inventore del sistema primario di olodetenzione, una innovativa ed efficace macchina che ha rivoluzionato completamente le istituzioni di pena. L’oloterapia non si guarda, ma si sperimenta in prima persona direttamente nel cervello. Le visioni che il soggetto vede devono la loro crudezza in modo proporzionale al crimine di cui si è macchiato. Tali allucinazioni non sono solo mentali, ma comprendono tutte le sensazioni sensoriali possibili grazie al contemporaneo utilizzo di una divisa virtuale dotata di sistemi tattili e mnemonici e farmaci psicotropi molto efficienti. Ad esempio, nel caso del signor Freeman, egli ha rivisto l’assassinio e provato sulla sua pelle, il dolore, l’agonia e la sensazione sia fisica che psichica dell’evento. E questo si è ripetuto per tutti i 24 mesi della sua detenzione giorno dopo giorno, minuto per minuto. La stimolazione virtuosomatica olodetentiva presenta inoltre la stessa durata dell’evento reale, elaborata in base ad avanzanti algoritmi di simulazione. Il paziente non ha alcuna possibilità di fuga né interazione sociale con altri detenuti. A livello mentale, la stimolazione e il controllo dei pazienti si devono a microchip impiantati nella corteccia cerebrale che hanno anche il compito di interrompere le stimolazioni nervose nel momento in cui dovessero rilevare un probabile arresto delle funzioni vitali. Ma, quando le funzioni organiche tornano normali, ricomincia la stimolazione. Il lato negativo dell’oloterapia è che, costringendo l’organismo a subire una tale quantità di stress a tutti i livelli, sposta letteralmente l’età biologica in avanti. In altre parole, tutti i detenuti invecchiano di parecchio tempo esattamente come se avessero davvero scontato lunghi periodi di detenzione. Ma questo dettaglio, trattandosi di istituzioni penali, non è poi così rilevante. Dal 2024 ad oggi sono trascorsi quarant’anni e nessuno dei ricondizionati ha più violato la legge. Erano queste le cose a cui pensavo nel rivedere il signor Freeman, e ciò mi aiutava a non pensare alla terrificante esperienza che aveva sperimentato: “Come andiamo, oggi, signor Freeman?”

La figura emaciata che si stagliava rigida davanti a me scosse la testa: “Non tanto bene, signor Garret.”

“Avverte per caso capogiri, un senso di vertigine?”

“Mi sento solo un po’ stordito, signore.”

Freeman era palesemente invecchiato da quando lo avevo visto per la prima volta. All’anagrafe era un giovane uomo di trentotto anni, ma ora ne dimostrava almeno venti di più. Al vederlo si sarebbe detto un reduce di guerra: “Ricorda per quale motivo è qui?”

La sue labbra si atteggiarono ad una sorta di ghigno: “Ho ucciso un uomo. Lei sa tutto di me. Perché vuole che le dica questa roba?”

“Ê per la sua sicurezza, signor Freeman. Ora si tranquillizzi e mi racconti la sua storia dall’inizio alla fine. Non dimentichi di fare anche i suoi commenti sul perché ha sbagliato, ha capito bene?”

“Sono… ero un assicuratore, sposato con una giornalista della NFN. Io ed Helen eravamo una delle poche coppie felici. Il nostro lavoro ci piaceva, avevamo una bella casa e un figlio programmato in arrivo.”

“Non ci siamo, signor Freeman: sta omettendo che sua moglie avrebbe voluto un concepimento naturale e che per questo eravate stati segnalati al Centro per il Controllo delle Nascite.”

“Mia moglie aveva solo espresso il desiderio di qualcosa che era perfettamente legale fino a venti anni fa. Ê stata una nostra vicina, quella che un tempo ritenevo un’amica di famiglia, ad avvertire i federali.”

“Lei dovrebbe sapere che è un reato avere un bambino senza il preventivo consenso dello Stato. Il mondo non può sostenere troppe nascite, se lo ricordi. Ê per tale motivo che veniamo tutti sterilizzati alla nascita, é la legge! Solo tramite la moderna ingegneria medica si può procreare un figlio. Non è una cosa per tutti: voi due eravate stati molto fortunati.”

“Lo so. Posso continuare?”

I suoi occhi si erano fatti di ghiaccio. Acconsentii.

“Quando portai Helen al Centro per la Fecondazione Assistita le diagnosticarono quel tumore. Sapevamo che i tumori sono oggi quasi tutti curabili, tranne poche eccezioni. Helen si trattenne in day hospital per farsi esaminare più a fondo e, purtroppo, il risultato diagnosticò il Sarcoma di Stevenson, una delle poche forme tumorali non suscettibili di alcuna terapia. Qualcuno ci disse che il miglior specialista che potesse fare al caso nostro era un certo Sam Shepard. Sembra che costui si fosse guadagnato un paio di Nobel nello studio e nella scoperta di nuove terapie antitumorali. Addirittura, ricopriva un posto di altissima responsabilità presso la Trailer Corp, la più grossa multinazionale farmaceutica americana. Mia moglie e io ne fummo impressionati, devo ammetterlo, e pensammo che quello specialista fosse la soluzione per i nostri problemi. Scoprimmo che Shepard riceveva, a causa dei suoi impegni, solo due volte a settimana nel suo centro specialistico privato, a Baltimora. Il Servizio Sanitario non copre simili spese e noi non potevamo permetterci il prezzo delle sue visite. Decidemmo di rivolgerci ad altri medici, ma nessuno di essi sapeva come aiutare mia moglie. Impegnammo allora parte dei nostri beni per consultare Shepard. La lista d’attesa era praticamente infinita e tutt’altro che facile. A quattro mesi da tutto ciò Helen continuava a accusare frequenti perdite di memoria. Il suo corpo si ricopriva di minute chiazze scure e il suo sistema immunitario diventava ogni giorno più debole. Quando finalmente arrivò il nostro turno il dottor Shepard la visitò e disse quello che già sapevamo: una forma di tumore non comune ma che, a suo dire, poteva forse curare. Così, Helen andò in ospedale per sottoporsi alla sua terapia. Shepard le prelevò svariati campioni di sangue, preparò biopsie dei suoi organi interni, ma non accennava a migliorare. Dopo venti giorni di terapie inutili cadde in coma e morì. Non dimenticherò mai le parole che mi rivolse Shepard: disse che gli dispiaceva ma che, se lo avessimo consultato prima, forse mia moglie si sarebbe salvata! Lei non mi crederà, signor Garret, ma in quel momento l’avrei ucciso a mani nude. Recuperai invece gli effetti personali di Helen e li portai a casa. Il corpo mi sarebbe stato restituito dopo due giorni. Durante il viaggio di ritorno cercai di farmi una ragione per la morte di mia moglie, ma inutilmente. Possibile che dopo tutti i progressi della moderna medicina esistano ancora tipi di cancro che risultano fatali? Con questi pensieri che mi assillavano tornai a casa e mi gettai sul letto. Quando il suo corpo mi fu restituito non m’importava più nulla della cosa. Non volevo vedere come era stata ridotta, volevo ricordarla per come era prima. Feci in modo che il funerale durasse il meno possibile. Nessuno venne a piangerla però, nemmeno i suoi familiari.”

“Veramente a me risulta che alla cerimonia fossero presenti!” Gli ricordai.

“Erano solo le loro proiezioni, niente di più. Gli originali erano impegnati con i loro problemi, mi avevano detto!”

“Il che può anche essere giusto, non trova?”

“Non per come la vedo io, signor Garret.”

Era evidente che voleva aggiungere qualcosa, ma ebbi la netta sensazione che si trattenesse. Mi pareva ovvio che Jonas Freeman non era in linea con i tempi della moderna società in cui viveva, e questo era un fatto nuovo per me. Sebbene fossi convinto che l’oloterapia avesse funzionato quell’uomo sembrava ostinarsi a non voler accettare la realtà del mondo che lo circondava. Mi chiesi se sarebbe tornato un individuo equilibrato, una volta rilasciato. Gli dissi di continuare la sua storia:

“Trascorsi i mesi che seguirono in uno stato di profondo isolamento. Ero oberato dai debiti e molte delle mie notti le passavo da insonne. Un mattino stavo tornando dal lavoro quando qualcosa attrasse la mia attenzione. Era una videorivista lasciata da qualcuno su un muricciolo il cui video messaggio riportava le ultime notizie del giorno. Fra queste, i progressi della medicina nel campo dei tumori. Incuriosito, cominciai a leggerla. Il resto lo sa già!”

Freeman era nervoso e la sua fronte stillava sudore. Completai quello che aveva ancora da dire: “Lei conobbe una delle leggi di mercato alle quali le industrie sono soggette. Esistono problematiche ignorate dalle grandi case farmaceutiche perché troppo rare o comunque economicamente non remunerative. Il Sarcoma di Stevenson è tra queste. Lei scorse tra le righe e lesse il nome di Shepard tra i medici che avevano condotto uno studio sul tumore di sua moglie. Sembra che i risultati fossero incoraggianti ma che proprio il dottor Shepard avesse deciso d’interrompere gli esperimenti perché la Trailer Corp. non intendeva portare avanti una ricerca su una forma tumorale tanto rara. Lei andò quindi di corsa dal medico e lo accusò di non aver voluto salvare sua moglie! Quindi lo uccise, giusto?”

“Sbagliato! Shepard non è morto per questo, ma per quello che mi ha risposto. Lo ricordo come se fosse ieri, quando mi ha detto che non avrebbe mai rischiato la sua carriera per poche o addirittura una sola vita umana!”

Tacque, ma i suoi occhi spalancati parevano non vedermi più. Cominciai a pensare che forse non era ancora pronto per rientrare nella società: “Non credo si renda conto di ciò che dice, signor Freeman. Lei è solo una pedina, tutti noi siamo pedine. Deve capire che ogni cosa, oggi, è programmata dal Codice. Il libero arbitrio non esiste. Quello che veramente conta non è un solo essere umano quanto la società. Mi ha capito bene?”

“E se rifiutassi di capire?”

Lo osservai bene. I suoi occhi si fissarono dentro i miei, ma non mi lasciai intimidire: “Allora dovrò distruggerla, signor Freeman.” Risposi semplicemente. L’uomo si alzò e parve sul punto di scagliarsi contro di me. Prima che potesse farlo premetti il pulsante che attivava la distruzione del microchip impiantato nel suo cervello. Freeman emise un grido spaventoso e poi cadde a terra, immobile. Feci portare via il corpo da uno dei tanti droidi per la pulizia e cominciai ad annotare le sue caratteristiche salienti sul terminale della mia scrivania. Per un momento, lo compatii. Si trattava chiaramente di un emarginato sociale, di una persona fin troppo emotiva per continuare la sua misera esistenza. Non si era mai fatto impiantare un sistema per il controllo delle emozioni e ora ne pagava il prezzo. Comunque ero più che certo che la scienza medica avrebbe tratto vantaggio dallo studio del suo caso. Non mi restava che riprogrammare il mio cervello per la consueta attività giornaliera della mia istituzione. Portai quindi la destra all’altezza della mia tempia e aprii lo sportellino. A tentoni individuai il sottile tasto a sfioramento e lo mossi. Avvertii il noto e rassicurante scatto mentre il mio sistema per il controllo emotivo si posizionò sul livello di normale routine: indifferente curiosità.

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