L’Appeso

April 23, 2010

Come sempre il silenzio regnava sovrano in quell’ultimo baluardo dei ghiacci, come allo stesso tempo la neve tentava di resistere all’assalto di un sole insolitamente caldo. Ma che il cambiamento fosse avvenuto era evidente, solo non era ancora arrivato fin lì, con i suoi radicali effetti.
Quella che era stata, un tempo, una distesa di ghiaccio perenne, ora si stava lentamente sciogliendo. I mercanti che giungevano da sud avevano portato notizie sconvolgenti di terre prive di ghiacci; di sterminati campi coltivabili; di gente che non indossava più le pesanti pellicce per ripararsi dal freddo.
Qualcosa aveva rotto quell’incubo la cui origine era andata perduta nei secoli. Generazioni e generazioni di tribù di tutto il continente avevano conosciuto solo il gelo e la neve, adattandosi a sopravvivere come meglio potevano. Alla fine l’ingegno dell’uomo aveva avuto la meglio sulla natura ostile, tanto che quel clima era diventato la norma; tanto da far dimenticare se ci fosse stato qualcosa di diverso in precedenza.
Ora, per assurdo, il ritorno di una stagione più mite stava provocando il caos.
Molto più a sud lo scioglimento dei ghiacci aveva portato alla luce cose incredibili. Intere città erano comparse nell’arco di poche stagioni. Costruzioni dall’architettura assurda e impossibile, la cui origine rimaneva sconosciuta a chiunque, ora troneggiavano dove prima non c’era nulla. Non molti si erano avventurati fra quelle antiche rovine, trovando comunque ben poco di davvero interessante. Di tanto in tanto qualcuno tornava con strani oggetti ritrovati per caso, vendendoli ai mercanti che poi giravano per il continente.
Tyam Darrel se ne stava seduto su un grosso masso coperto di muschio, aspettando proprio uno di quei mercanti. Doveva ancora abituarsi nel vedere la strada priva di neve, quando fino a qualche mese prima chiunque desiderasse muoversi per quella pista avrebbe avuto bisogno di una slitta e di una buona muta di cani. Dalla sua posizione poteva osservare il sentiero solo per una cinquantina di metri, più avanti questo svoltava bruscamente a destra, scomparendo dietro una collinetta ancora innevata.
Tyam sudava sotto la pesante pelliccia che lo ricopriva fino alle caviglie. Stancamente abbassò il cappuccio, passandosi una mano fra i radi capelli bagnati. Il repentino cambio di temperatura gli provocò un brivido lungo la schiena. Sensazione che accolse con piacere, non era abituato a tutto quel calore.
Un cigolio improvviso e insistente attirò la sua attenzione, proveniva da oltre il punto in cui il sentiero svoltava dietro la collinetta.
L’uomo si alzò in piedi sorridendo. Per quel giorno l’attesa era terminata.
Una figura solitaria sbucò lentamente, trainando dietro di sé un qualcosa che poteva essere la via di mezzo fra un piccolo carretto e una carriola. Arrancava a fatica, scivolando sul terreno reso fangoso dalla neve in via di scioglimento, conquistando ogni singolo metro con estrema fatica. La specie di carro che si portava dietro ondeggiava pericolosamente, ma Tyam sapeva che il vecchio aveva legato tutto alla perfezione, coprendolo poi con del telo impermeabile. Non che ve ne fosse un reale bisogno, non pioveva più da mesi ormai.
Avvolto in pochi stracci luridi camminava ciondolando, quasi schiacciato dal peso del carretto. Si fermò davanti a Tyam, esibendosi in un sorriso sghembo e quasi privo di denti. La pelle seccata dal sole, simile al cuoio bruciato, si deformò in una maschera grottesca.
«Bentrovato, Tyam», grugnì raccogliendo rumorosamente il catarro in bocca e sputandolo poco oltre i suoi piedi.
L’uomo osservò disgustato la scena. Il vecchio Efrem non aveva mai avuto buone maniere, ma due volte all’anno portava molte cose particolari al villaggio.
«Buongiorno a te, Efrem.»
I due si fissarono in silenzio per qualche attimo. Non avevano mai parlato molto, solo trattato di affari.
«Hai qualcosa per me?» Esordì Tyam cercando di rompere l’imbarazzante silenzio.
L’altro parve riemergere da chissà quali pensieri e subito annuì, raggiungendo il retro del carro.
«Ho trovato», iniziò a dire cercando di sovrastare il rumore di tutte le cianfrusaglie che gli cadevano a terra «qualcosa di molto interessante in alcune rovine vicino alla Città Santa di Hal Kahàmal.»
Prima che Tyam potesse dire qualcosa, il vecchio si allontanò dal carretto con un salto, mentre buona parte della roba scivolava rovinosamente a terra.
«Al diavolo!» Esclamò senza badarvi e tornando ad avvicinarsi al proprio cliente. «Ecco qui.»
Il vecchio gli porse una piccola scatola di legno. Aveva le sembianze di un libro, ma era evidente che serviva solamente da contenitore. Tyam l’aprì con attenzione, rivelando un sottile mazzo di carte. Un sorriso gli increspò il volto mentre vi dava un’occhiata veloce.
«Quanto?» Chiese solamente.
«Venticinque talenti.»
L’altro strabuzzò i grandi occhi chiari. «Oh per gli Dei, Efrem! Siamo alle solite?»
«Va bene, va bene», concluse il mercante agitando le mani davanti alla faccia dell’acquirente. «Facciamo venti, ma di meno non se ne parla!»
Tyam avrebbe desiderato poter scoppiare a ridere, ma si limitò a porgergli il denaro. «Anche se so che sarà inutile chiedertelo, sai qualcosa riguardo questa roba? Colleziono molte antichità di cui non so nulla, sarebbe bello per una volta avere qualche informazione.»
L’altro rispose con un’alzata di spalle. «Ho chiesto qualcosa in giro», disse. «Una vecchia che legge la mano nella Città Santa dice che sono dei tarocchi molto antichi, ma non sapeva altro. Sai, ne ho trovate due di quelle scatole, così ho deciso di tenerne una.»
Tyam lo osservò alzando un folto sopracciglio. Che Efrem avesse deciso di non vendere qualcosa della sua mercanzia era un evento tanto incredibile quanto lo scioglimento dei ghiacci. Sapeva bene che il vecchio se ne intendeva di antichità. Forse – pensò – comprare quello strano mazzo di carte era stata un’ottima scelta.
Osservò ancora per qualche attimo il mercante tornare al carretto e iniziare a raccogliere la merce che gli era caduta, armeggiare con le cinghie nel tentativo di fissarla. L’idea di dargli una mano non lo sfiorò nemmeno e, dopo averlo salutato, si avviò lungo la strada del ritorno.
Come ogni anno, invece, Efrem avrebbe proseguito il suo viaggio fino a Tal Duein, fermandosi di villaggio in villaggio fino a svuotare il suo sgangherato carretto e poi sarebbe ripartito, ripercorrendo quella stessa pista in senso contrario per l’ennesima volta. Il vecchio non faceva altro da una vita, batteva ininterrottamente la strada che attraversava il continente da nord a sud da decenni. All’inizio della sua carriera di mercante aveva trattato merci del tutto comuni, ma da quando il disgelo era iniziato, buona parte dei suoi profitti arrivavano da quegli strani manufatti che ritrovava nelle rovine.
Tyam non aveva mai saputo se riuscisse a procurarsi quella roba per conto proprio o se pagasse a sua volta qualcuno. A giudicare dall’età, però, era più probabile la seconda ipotesi.
Sapeva che avrebbe rivisto il mercante intorno alla metà di Dranae, forse per quella stagione il ghiaccio sarebbe scomparso del tutto. Non riusciva proprio a immaginare la sua terra senza quella soffice coltre bianca. In tutta la vita aveva visto solo neve. Che effetto gli avrebbe fatto la sua scomparsa?
Perso nei suoi pensieri l’uomo si risollevò il cappuccio, per quanto il sole fosse caldo, un vento freddo aveva preso a spirare e lui non aveva proprio intenzione di ammalarsi, la strada che lo avrebbe condotto a casa era ancora lunga. Tornare a vivere al villaggio sarebbe stata una scelta saggia, persino sua figlia continuava a dirglielo. Lei e suo marito avevano una camera in più e lui sarebbe potuto andare a vivere con loro, ma la cosa non gli piaceva, preferendo rimanere in quella che era divenuta la sua casa: una vecchia legnaia abbandonata al limitare del bosco di abeti.
In realtà avrebbe desiderato andarsene lontano da Jekaral e i suoi abitanti, ma non ci riusciva. Alla fine rimaneva sempre lì, appeso a un filo oscillante di indecisione e paure.
Raggiunse la legnaia che il sole stava tramontando oltre le montagne all’orizzonte, incendiando il paesaggio di un rosso cremisi, mentre gli abeti ormai privi di neve allungavano le loro ombre spettrali.
Entrato in casa si affrettò a raggiungere il camino e l’accese. A dirla tutta non si trattava di un vero e proprio camino, ma qualcosa che vi assomigliava almeno in parte, svolgendo il suo dovere in modo più che dignitoso. E questo gli bastava. Non avrebbe avuto i soldi per permettersi qualcosa di più, non dopo quel maledetto incidente di sette anni prima. Quel poco che gli era rimasto e che riusciva a guadagnare con dei lavoretti saltuari, lo spendeva solo per il cibo e per la sua vera passione: l’antiquariato. Collezionava oggetti antichi di ogni tipo, coltivando quella passione fin da ragazzo. Ma fino a qualche anno prima era stato difficile trovare qualcosa di interessante. Le cose però erano cambiate con l’inizio del disgelo. Due volte all’anno aspettava Efrem con ansia, desideroso di scoprire cosa il vecchio gli avrebbe portato.
La sedia scricchiolò quando l’uomo vi si abbandonò sopra, posando la scatoletta di legno sulla tavola. Finalmente la stanza iniziava a scaldarsi, ritemprata dalle fiamme del focolare. Si tolse la pelliccia lanciandola sul letto, come sempre gli avrebbe fatto anche da coperta per la notte.
Non aveva fame quella sera e la cosa si rivelò essere una fortuna. Le scorte iniziavano a scarseggiare e buona parte dei soldi se ne era andata per quell’ultimo acquisto, ma ne era valsa la pena.
Lo sapeva. Doveva essere così.
Eccitato, allungò le mani sudate sulla scatoletta di legno. La tirò a sé lentamente, godendo di quell’eccitazione mal repressa che anticipa la realizzazione di un evento tanto atteso. Sollevò la copertina di legno e rimase a osservare il dorso scuro della prima carta. Con delicatezza ne rovesciò il contenuto sul palmo della mano.
Il sottile mazzo di carte era in ottime condizioni, dovunque fosse rimasto sepolto, la scatola aveva resistito in maniera eccezionale. Né il legno, né le carte presentavano alcuna deformazione o difetto. Sembrava impossibile che avessero resistito senza marcire per chissà quanti decenni o, più probabilmente, per secoli.
Girò le carte e si ritrovò subito a ricambiare uno sguardo minaccioso.
Il Mago, la prima carta dei tarocchi. Ma c’era qualcosa che non andava in quella rappresentazione. Ne aveva visti molti di tarocchi in vita sua, non che sapesse leggerli, ma ricordava com’erano raffigurati. Quello che teneva in mano era completamente diverso da ogni altro Mago che ricordasse. Aveva il volto deturpato in un’espressione di odio e rancore, coperto a malapena da vesti lacere che mettevano in mostra il corpo piagato da ustioni. Teneva un braccio rinsecchito levato in aria, avvolto dalle fiamme, mentre con l’altro indicava qualcosa davanti a lui. Il disegno era stato realizzato in modo che chiunque tenesse in mano la carta, avesse l’illusione di essere sempre osservato dalla figura mostruosa.
Staccando lo sguardo la infilò dietro le altre e iniziò a sfogliarle, rendendosi conto che erano state tutte ordinate nel modo corretto. L’Alta Sacerdotessa seguì al Mago e poi venne l’Imperatrice, l’Imperatore, il Sommo Sacerdote… e così via fino al Folle.
Tutti realizzati con uno stile orrendo e minaccioso.
A una prima occhiata distratta le carte potevano apparire prive di colori, ma bastava guardare con un po’ più d’attenzione per accorgersi che i colori, invece, c’erano. Anche se appartenevano tutti a una scala di grigi e marroni. Solo in alcune carte spiccava un rosso accesissimo, ma era il rosso del sangue o delle fiamme che divoravano i corpi.
Strofinandosi gli occhi, Tyam posò il mazzo sul tavolo, il dorso rivolto verso l’alto cosicché nessun essere mostruoso potesse continuare a fissarlo.
Strane carte quelle, a dir poco. Non aveva mai visto tarocchi così minacciosi e… malati. Chiunque li avesse realizzati doveva avere una spiccata predilezione per il macabro, non c’erano altre spiegazioni. Ciononostante scoprì di esserne affascinato e la stessa cosa doveva essere successa a Efrem, visto che addirittura il vecchio e avido mercante aveva tenuto per sé l’altra copia del mazzo.
Allungò ancora la mano, sfiorando delicatamente il dorso della prima carta, continuando a far pressione, in modo da spargerle tutte in fila sul tavolo. Rimase a osservarle per un po’ e ne scelse una.
Sorrise quando, girandola, vide che nessuna minacciosa figura lo fissava.
Carta numero dodici. L’Appeso.
Ma anche quella era una versione particolarmente strana. Al centro spiccava una grossa gabbia vuota e ciondolante, appesa a una struttura di legno. Sotto di essa quattro strane figure la osservavano. Erano piccole e contorte, non più alte di due piedi, dalla pelle rugosa e piena di bozzi. Nude, indossavano solo anelli e collane lucenti. Non si distingueva nulla in più, tranne i bastoni appuntiti che stringevano in mano a mo’ di lance.
Facevano la guardia. A una gabbia vuota.
Dello sfondo, invece, non si vedeva quasi nulla, solo le vaghe forme di una città avvolta dalla nebbia.
Quale ironia della sorte gli aveva fatto capitare in mano proprio quella carta? Da quel poco che conosceva dei tarocchi, gli parve di ricordare che il dodicesimo Arcano rappresentasse proprio l’indecisione di fare delle scelte, il rimanere appeso al dubbio.
In poche parole, il riassunto della sua vita.
Riunì nuovamente le carte e le rimise dentro la loro custodia di legno. Quella sera era troppo stanco per perdersi in melodrammatiche fantasticherie sulla vita. Il viaggio per incontrare Efrem lo aveva stremato e ora gli serviva solo una tisana e una ristorante dormita.
Fu mentre sistemava la teiera sul focolare che sentì delle voci. Si girò di scatto, sicuro che qualcuno avesse sussurrato delle parole, mentre il suo movimento veniva accompagnato da uno scalpitio concitato.
Gli occhi di Tyam scrutarono attentamente la piccola baracca cercando tracce di movimento. Sentì ancora qualcosa sussurrare, ma questa volta fu una specie di flebile fischio, come se qualcuno stesse intimando ad altri di fare silenzio.
Stava impazzendo? Non c’era nessuno nella sua piccola e squallida reggia, però sentiva le voci.
Risatine. Gorgoglii.
Improvvisamente tutto tacque e dentro di sé capì che era arrivato il momento di aver davvero paura. Puntando la porta afferrò in fretta la pelliccia stesa sul letto, ma prima che potesse arrivare alla maniglia quelle cose gli furono addosso.
Urlavano. Ridevano. Sputavano.
Lo fecero cadere faccia a terra afferrandolo per le gambe. Qualcosa gli si arrampicò su per la schiena pungolandolo, mentre manine luride e puzzolenti gli tiravano i capelli. Non ebbe la forza di gridare, la sorpresa e lo sgomento erano tali che nemmeno quando gli legarono le mani e gli infilarono qualcosa di nauseante in bocca, riuscì a porre una valida resistenza.
Una violenta botta in testa fu accompagnata dal buio dell’incoscienza.

Qualcosa cigolava oscillando. Il rumore di ferro contro ferro era fastidioso e riusciva quasi a ridestarlo, ma lui non voleva svegliarsi. Era stanco, sarebbe rimasto a letto ancora un po’. D’altronde non aveva nulla da fare e si sentiva esausto. Pensò quanto fosse strano che la semplice camminata, per quanto lunga, per incontrare Efrem lo avesse affaticato così tanto.
Stava perdendo colpi. Stava diventando vecchio.
Ma, quando i ricordi della sera precedente riaffiorarono alla memoria, i suoi occhi si riaprirono all’istante. E desiderò con tutto se stesso di non averlo mai fatto.
Era in una gabbia. Una gabbia che oscillava rumorosamente appesa a una struttura di legno. Terre devastate e senza vita si stendevano in tutte le direzioni. Un fitto strato di cenere copriva ogni cosa, soffocandone i colori, persino il cielo sembrava di ferro fuso. All’orizzonte si distingueva a malapena una città offuscata dalla cenere sollevata dal vento.
Preso dalla disperazione iniziò a divincolarsi scuotendo le sbarre urlando. Tutto quello non poteva avere senso, anche se sapeva benissimo dove si trovava. Era lo stesso luogo orrendo rappresentato nei tarocchi che aveva comprato da Efrem.
Le sue urla furono presto ricambiate da altre, più numerose e stridule. Non ci volle molto perché i suoi piccoli e infidi carcerieri facessero la loro comparsa dalla coltre di cenere. Camminavano contorcendosi a ogni passo, quasi ridicoli nelle loro forme goffe e adornate di gioielli. Esseri grotteschi e malvagi che presero a punzecchiarlo ridendo fra loro.
Non aveva mai visto creature del genere. Camminavano su due zampe, ma parevano simili a grossi rospi bitorzoluti. Gracchiavano e ridevano con voci aspre, parlando fra loro una lingua che Tyam non aveva mai udito.
L’uomo capì presto che urlare avrebbe solo procurato altro dolore. Ma sembrava non esserci alcun modo di uscire di lì: quelle bestie orribili e il grosso lucchetto che serrava la gabbia, non gli avrebbero di certo permesso di fuggire.

I giorni passavano lentamente, uguali fra loro, e lui era sempre rinchiuso in quella maledetta gabbia. I pasti erano poco più che pane e acqua, portati una volta al giorno… se quelle cose se ne ricordavano.
Ma Tyam, ogni volta che poteva, osservava attentamente i suoi carcerieri, cercando di capire come ingannarli. Dovevano essere passati quasi quattro giorni quando la soluzione gli si presentò inaspettata.
Era stato svegliato dalle urla. Una delle creature-rospo stava venendo picchiata da due compagni, mentre le altre gridavano eccitate spintonandosi a vicenda. Il motivo era chiaro: volevano i gioielli che indossava. Lo scontro ebbe vita breve, la malcapitata finì col venir disarmata, ritrovandosi addosso le altre due che gli spaccarono la lancia sulla testa. Pochi secondi e nemmeno un gioiello pendeva dal suo corpo. Saltellando felici, i due vincitori dello scontro si allontanarono seguiti dagli altri, dividendosi il bottino.
Tyam non credette alla propria fortuna.
Forse si poteva fare uno scambio: un po’ di oro in cambio della libertà. L’uomo ringraziò il cielo di non essere stato perquisito e si sfilò la collanina d’oro che portava sotto la pesante camicia invernale. Il solo tintinnio del ciondolo fece schizzare la creatura contro le sbarre della gabbia. Bramosa, la bestia vi infilò le manine luride, cercando di afferrarla. La lingua guizzò sferzando dolorosamente il volto dell’uomo che fece appena in tempo a ritrarsi. Non avrebbe mai pensato che potessero essere così veloci.
«Apri qui!» Urlò indicando la serratura, senza sapere se sarebbe stato capito. «Fammi uscire, indicami un modo per fuggire e sarà tua.»
Dubbiosa, la bestia si allontanò dalla gabbia con un salto. I suoi occhietti avidi non si staccavano dal ciondolo, ma solo dopo un po’ si decise. Tossendo e sputando rigurgitò qualcosa di sottile e nero che scomparve subito ingoiato dallo spesso strato di cenere. Quando lo recuperò, a Tyam fu subito chiaro di cosa si trattasse.
La chiave della gabbia.
Non ci credeva. A stento trattenne le urla di gioia quando quello che doveva essere il suo carceriere lo liberò, tenendosi a una certa distanza. Rispettando i patti, lui gli lanciò la collanina. L’uomo rimase incredulo a guardare la bestia mentre, tutta fiera di se stessa, la indossava. Sembrava essersi completamente dimenticata di lui.
«Allora?» Ringhiò. «Da dove posso andarmene da qui?»
Rimase sorpreso quando la creatura gli indicò con un cenno della testa la città, emettendo un grugnito.
Lo sguardo dell’uomo volò dubbioso verso le mura lontane avvolte dalla cenere. Intuì che il suo carceriere, per averlo fatto fuggire, rischiava quanto lui se li avessero scoperti. Non aveva alcun motivo di mentire.
La cosa verdognola grugnì di nuovo agitando la manina verso la città, incitandolo a brigarsi.
Senza quasi rendersene conto iniziò a correre, i piedi che affondavano nella cenere fino alle caviglie. Fu solo in quel momento che vide le altre carte, se così si potevano chiamare.
Gli Amanti, obbligati in un abbraccio eterno, legati fra loro da filo spinato che ne lacerava le carni; l’Eremita, impalato in cima al suo picco di pietra; e poi la Giustizia, cieca, i bulbi oculari vuoti, sanguinanti… c’erano anche altre figure che si agitavano in mezzo alla nebbia di cenere.
Non aveva mai provato tanto orrore in vita sua, ma ne era al contempo affascinato, gli risultava quasi doloroso allontanare lo sguardo da quelle povere creature disperate, mentre tentava di capire chi, o cosa fossero.
Inciampò.
La cenere ne attutì la caduta, ma l’impatto fu comunque violento. Rigirandosi si alzò a fatica, imprecando dal dolore. Aveva sbattuto la caviglia contro qualcosa di duro e… e che a sua volta si stava lamentando.
La figura alta, magrissima, si sollevò reclamando, scuotendosi di dosso la cenere che fino a pochi attimi prima l’aveva completamente avvolta. Era un uomo, o quello che ne rimaneva. Vesti dai mille colori slavati gli pendevano di dosso, ormai più simili a stracci che ad altro.
Si guardò attorno spaesato. Gli occhi, quasi fuori dalle orbite e colmi di terrore, parevano non vedere alcunché di ciò che lo circondava.
Ma non era così.
Perché il suo sguardo incrociò subito quello di Tyam che indietreggiava impaurito, mentre il povero disgraziato mugugnava qualcosa.
Parole, urla senza senso vibrarono nell’aria. Sconvolto, Tyam si rese conto di aver già sentito qualcosa del genere. Riconosceva qualche vaga espressione simile a quelle usate da sua nonna e dagli altri vecchi del villaggio, decenni addietro.
Solo in quel momento capì. O almeno gli parve di capire, considerata l’assurdità di quei pensieri.
Quello che aveva davanti era un altro prigioniero dei tarocchi. Doveva esserlo, perché parlava con uno strano accento molto, troppo, simile a quello utilizzato dalla sua tribù fino a mezzo secolo addietro, prima che i Graren invadessero le loro terre.
Ma come c’era arrivato lì se i mazzi dei tarocchi erano tornati alla luce solo nelle ultime stagioni?
Si obbligò ad abbandonare quei pensieri, quando il Folle, perché quella era la sua rappresentazione nelle carte, prese a muoversi nella sua direzione. Barcollò oscillando sulle gambe malferme, protendendo le braccia verso di lui. Ma Tyam riuscì a scansarsi, riprendendo a fuggire. Non gli ci volle molto per lasciarsi la grottesca figura alle spalle, mentre solo le urla disperate continuavano a rincorrerlo, simili a imprecazioni prive di senso.
Tyam sperò con tutto se stesso che la situazione in città fosse migliore, ma grossi dubbi lo tormentavano, mentre osservava le mura altissime che scomparivano fra la nebbia di cenere.
Era quasi al cancello quando sentì le urla dei suoi carcerieri. Lanciò un’occhiata oltre le spalle, ma non vide nessuno, non poteva. D’istinto accelerò il passo ancora di più. Sentiva il cuore battere all’impazzata e se avesse continuato a lungo in quel modo, sarebbe morto d’infarto prima di trovare un modo d’uscire da quel mondo.
Si fermò di colpo.
Il Mondo era una delle carte. Non ne ricordava il numero preciso, ma sapeva che c’era. Forse trovandola sarebbe potuto tornare al suo di mondo, alla sua vita e fuggire da quell’incubo.
Si, era una buona idea.
Riprendendo a muoversi si sforzò di ricordare come quella carta fosse stata raffigurata nei tarocchi. Prese a scorrerle con l’immaginazione, come se le avesse in mano. Non le ricordava, ma doveva sforzarsi. Riprese a sfogliarle mentalmente ancora una volta.
Dietro di lui le urla si avvicinavano, doveva sbrigarsi.
Era quasi alla fine del suo mazzo immaginario. C’era la Luna, poi il Folle… no, il Folle era l’ultima carta, quella senza numero.
Un brivido lo scosse mentre la figura dell’uomo incontrato poco prima gli tornava alla mente.
Scacciò quell’immagine cercando di concentrarsi.
Dopo la Luna veniva… veniva il Sole! Poi il Giudizio e ancora… ancora… il Mondo!
Ora la ricordava!
Rappresentato come un vortice nero, attorno al quale si riunivano adoranti molte figure di quei tarocchi. Ricordava di avervi visto il Mago, i due Imperatori, i Sacerdoti. Si, tutti loro stavano attorno al vortice, alla base di una struttura ampia, imponente, simile a quella rappresentata sulla carta della Torre.
Sollevò lo sguardo, incrociando la costruzione massiccia che si stagliava ben oltre l’altezza delle mura. Forse, passando attraverso quel vortice alla base della Torre avrebbe potuto far ritorno a casa. Non ne era sicuro, ma le alternative non erano di certo più allettanti.
Udì appena il sibilo quando una lancia appuntita gli sfiorò l’orecchio andando a piantarsi sulla porta d’ingresso della città. Non era necessario girarsi per capire chi stesse gracchiando alle sue spalle, richiamando tutti i suoi orribili simili.
L’odore di putrefazione lo colpì come un pugno, non appena oltrepassò le mura pericolanti. Poteva sentire solo le loro voci alle sue spalle.
Tutto il resto taceva.
Una sensazione di morte.
Le case lo osservavano con le loro finestre dalle orbite vuote; mentre le soglie prive di porta vomitavano inquietanti ombre sulla strada davanti a lui. Era come se, quel luogo, avesse leggi fisiche proprie. Come se l’oscurità si propagasse al posto della luce.
Imprecò quando si rese conto di essersi perso, quando l’ennesima stradina scelta per istinto lo aveva condotto in un vicolo cieco.
Cenere. E mattoni dello stesso colore. Nient’altro lo circondava.
Tornò indietro sperando di non incontrare i suoi carcerieri, avrebbe preferito morire piuttosto che tornare nella gabbia. Imboccò l’ennesimo viottolo oscuro, poi un altro e un altro ancora. Cercando solo di mantenere davanti a sé la figura della Torre che sbucava da oltre i tetti.
Non ne poteva più di correre, il cuore stava per esplodergli, ma almeno le voci stridule delle creature-rospo erano scomparse.
Che temessero anche loro quel luogo? Un brivido accompagnò la sua riflessione.
Rimase stordito dall’improvviso cambio di scenario, quando dai claustrofobici viottoli sbucò in un’immensa piazza.
Il fiato gli si mozzò in gola dalla sorpresa.
Davanti a lui uno spiazzo piastrellato da migliaia di carte si estendeva circolare per centinaia di metri. Al centro, la Torre troneggiava come un gigante nero sul resto della città.
Ma non era solo. Aveva sempre saputo che lì ci sarebbero stati anche gli altri. Travolti in una danza folle e scomposta, quasi trascinati da una forza invisibile, cinque figure gridavano e gemevano di orrore e piacere al contempo.
Tyam si sentì morire quando cinque paia di occhi si fermarono a fissarlo, consapevoli della sua presenza.
Quello che doveva essere il Sacerdote gridò qualcosa, mentre cadeva in ginocchio. Il Mago fu il primo a reagire. Sembrò divampare in mezzo alle proprie fiamme, urlando, consumato dalla sua stessa magia.
Tyam scartò di lato appena in tempo, evitando di essere centrato in pieno da una palla di fuoco. Nemmeno il tempo di prendere fiato e si trovò a evitare un affondo dell’Imperatore. La spada dell’uomo lo mancò di pochi centimetri, sentì l’aria fredda mossa dalla lama accarezzargli il volto. Con le ultime energie si sforzò di correre più forte che poteva, non li voleva guardare, non voleva incontrare i loro occhi folli. Sapeva che, se lo avesse fatto, non sarebbe più riuscito ad andarsene.
Ora poteva vedere il vortice, appena oltre l’ingresso della torre.
Pochi metri, solo qualche passo.
Disperazione, rabbia, terrore, si mescolarono al suo sangue facendolo correre come mai avrebbe creduto possibile. Chiuse gli occhi mentre sentiva la carne lacerarsi, i vestiti prendere fuoco, le urla stridule delle creature penetrargli nel cervello come tanti, piccoli aghi.
Con un unico balzo superò i gradini d’ingresso e si tuffò.

Atterrò sbattendo violentemente la testa sul pavimento impolverato. Ansimando dal dolore si rigirò subito, convinto di ritrovarsi alle spalle i suoi inseguitori. Invece, rimase solo a osservare il tetto malridotto di quella che lui chiamava casa.
Non ci pensò due volte e ignorando il dolore si rimise in piedi. I vestiti erano bollenti, fumavano scottandogli la pelle. Da qualche parte perdeva sangue, lo sentiva scorrere giù per le gambe, partendo da un punto imprecisato della schiena.
Il mazzo di carte era sparpagliato sul tavolo, non si chiese come avesse potuto uscire dalla scatola da solo, sicuramente era la cosa meno strana che gli fosse capitata
Si lanciò di peso sul tavolo, afferrando le carte malamente, stropicciandole e strappandole. Piangeva dal terrore mentre le lacerava fra le mani. Le sentiva urlare, ma poteva benissimo essere la sua immaginazione. I residui di ciò che era accaduto nella piazza della Torre.
Un paio gli sfuggirono cadendo a terra e, solo quando si chinò per raccoglierle, si rese conto della cosa, rimanendo con la mano ferma a mezz’aria.
Una era molto diversa da come la ricordava. Era sicuro che prima non fosse così.
Ricordava il Carro, la settima carta del mazzo, raffigurato senza nessun conducente. L’orrore fu come l’aprirsi improvviso di una voragine nello stomaco quando riconobbe la figura ingobbita e sofferente che trainava il carretto, schiacciata dal suo stesso peso, le gambe sepolte nella cenere.
«Efrem…» Riuscì solo a sussurrare.

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