I Tesori Di Callisse

February 8, 2010
La figura di Fèrighe, gambe divaricate e mani ai fianchi in mezzo al sentiero per Tel’unzerk, pareva ricalcare quella degli antichi idoli di Malachite posti come guardiani sopra l’arco gigante alle porte di Grishàla, roccaforte della resistenza ariana. I capelli neri sfregavano le nude spalle mossi dal vento, la fronte spaziosa e abbronzata era attraversata dalla rossa fascia annodata dietro la nuca. Neri baffi sortivano al di sotto del fino naso ossuto e continuavano fino a circondare il mento leggermente appuntito. Due occhi verdi come lo smeraldo erano risaltati da scurissime sopraciglia, e osservavano gravemente e beffardamente un malcapitato viandante. Il petto e le spalle del brigante erano nudi e soltanto polsi e ventre erano fasciati da stoffa rossa ; il collo reggeva facilmente il peso di un pendente a forma di testa di leone, argenteo e dagli occhi di rubino, con le fauci spalancate e i denti di pregiato avorio. Le lunghe gambe erano coperte da calzari di cuoio scuro allacciati fino alle ginocchia, Pelle di lupo grigia copriva l’inguine e ricadeva sulle nude cosce retta strettamente sui fianchi da due spille dorate raffiguranti rispettivamente un aquila e una spada. Una catena circolare in vita reggeva il fodero in pelle di serpente della grande sciabola dalla lama lavorata di rossi intarsi raffiguranti scene di saccheggio e omicidio; Gli uomini del posto chiamavano quell’arma Caronte, poiché come l’infernale traghettatore una volta incontrato non vi poteva essere ritorno. E quei terribili decori intarsiati erano colmi nei loro solchi del sangue di innumerevoli vittime. Fèrighe erano il brigante temuto, il predatore della via che conduce al centro commerciale di Tel’unzerk, l’ignobile assassino di donne e bambini di discendenza nobile e regale, l’efferato torturatore di ricche vittime, il ladro invincibile e terribile. Ma che solo a chi c’era qualcosa da togliere privava, non a chi non aveva niente. E in mezzo alla strada dietro a lui stavano i suoi sette figli malvagi, le sole persone di cui il Re della via si fidava cecamente e rispettava, e amava. Otto uomini, armati, sette impugnavano lunghi archi, l’ottavo stava con le braccia incrociate di fronte alla loro silenziosa vittima. Era giorno e il cielo splendeva nella calda giornata estiva, lontano giungeva il suono del mare col suo vento salmastro e caldo che soffiava sulla polvere della strada alzandola, sputandola sugli uomini sudati e sporchi con gli occhi socchiusi e rossi. Non c’erano cavalli ne carri, ma un giovane facoltoso con un ricco borsone di cuoio rosso apparentemente carico di monete. Il suo nome era Callisse e Fèrighe con i suoi figli avevano brutalmente interrotto il suo viaggio irrompendo nella strada come iene affamate su una carcassa fresca. La vittima era silenziosa e guardava fissamente e senza tradire la paura il malvivente che sorrideva di fronte a lui affinando ancor di più le già piatte labbra, secche e screpolate all’incessante brezza afosa carica di sabbia. “Chiedi e ti sarà dato.” Disse dopo alcuni attimi il pellegrino dalla rossa borsa e dal copricapo particolare a forma di testa di tigre. Risate e insulti furono la risposta. “Spogliati di tutto ciò che hai ricco mercante, sai che la tua sorte è di morire, ma non voglio i tuoi abiti sporcare di sangue, sembrano di raffinata stoffa orientale. Spogliati dunque.” Comandò infine il ladrone. E il ricco allora apri il suo borsone e lo svuotò degli insignificanti pezzi di metallo di cui era carico, quindi si tolse la tunica di stoffa preziosa e rimase nudo senz’altro da donare. Si levò il copricapo e guardò inflessibile il bandito. “Mi parevi un nido di uova d’oro ma adesso noto che sono solo uova di serpente, riprenditi la tua ferraglia fabbro, non me ne faccio nulla. Ma con codeste vesti galanti e il copricapo altezzoso da dove vieni? Sei forse ricco alla tua bottega?” “Oh no- rispose il ferraiolo- sono doni che mio padre mi fece prima di morire, provengono dall’est e non so come se le sia procurate se non forse derubandole proprio a qualche carovana già depredata e abbandonata. Mi sono care queste vesti perché solo ciò di lui mi è rimasto.” Allora il bandito lo squadrò seriamente e sguainò la spada. “La tua testa non vale la mia spada, vattene mentecatto e torna quando sarai arricchito dal tuo lavoro. Allora ti terrò in conto.” E così detto il viandante si rivestì, e raccolti i suoi ferri li ripose nel borsone che si mise a tracolla. Stava per andarsene sulla sua strada quando parlo così. “Conosco il tuo nome, Fèrighe, e so che accumuli ori dai ricchi viandanti, so della tua crudeltà e efferatezza, tutti ne sanno qualcosa. Ma benché io non sia ricco posso parlarti di una certa cosa che poiché mia salvato la vita io ti voglio svelare, a patto che il tuo favore perduri.” . “Parla povero, e che non siano menzogne poiché Caronte ti ha visto e potrebbe volerti portare via” rispose duramente l’altro. “Non sono menzogne- Continuò Callisse- ma verità. La tua fame di tesori è avida e non sa fermarsi e trovar tregua, quindi poiché mi avete risparmiato la vita anch’io voglio pagarvi. Se mi seguirete, non molto lontano, fra queste colline sabbiose, sta la mia dimora. Prima ho mentito riguardo la mia posizione finanziaria, e questi pezzi di ferro non sono altro che frammenti di Amonichite da lavorare, la quale si fa maneggiare solo da esperti stregoni come sono io, e che se anche voi ora mi uccideste e la prendeste sarebbe nelle vostre mani metallo inutile, e non trovereste nessuno disposto a forgiarvelo-gli occhi degli 8 uomini brillarono e nonostante furenti per essere stati presi in giro ascoltavano con avidigia ogni parola dello stregone, poiché quello prometteva di compensarli- quindi non ingannatemi adesso ed io Callisse testa di tigre vi prometto che vi premierò. Fèrighe seguimi e ti donerò una corona di inestimabile valore proveniente dai castelli della francia meridionale dove leggende e verità si avvicendano nascondendo fra i boschi e le rocche, e le valli e i fiumi, inestimabili tesori sepolti. E a voi 7 figli donerò ad ognuno uno scrigno tanto grande da potervi contenere interamente completamente ricoperto di cobalto e oro, e zaffiro e diamante, e argento e platino, che brillerà nelle notti come una fiaccola immensa nei vostri covi carichi di ori e tesori.” Le esclamazione della compagnia di banditi tradirono un eccitazione immensa, il solo udire di certe ricchezze li aveva fatti trasalire, il solo capo banda era dubbioso e incredulo a quelle parole. Avanzò dunque il padre verso il mago e puntandogli la spada al collo gli chiese di fare giuramento alle sue parole, e questi senza esitare e in totale tranquillità giurò sulla croce e convinse i briganti, anche il dubbioso Fèrighe che si lasciò andare ad un sorriso soddisfatto, aveva trovato davvero dunque la gallina dalle uova d’oro. “Bene allora Callisse, conduci me e i miei figli alla tua ricca dimora fra le dune, i miei ori già aspettano il loro nuovo padrone, e fremo dal constatare la veridicità delle tue sontuose e piacevoli parole.” “E sia” Rispose testa di tigre, che con passi lenti e solenni si avviò sul sentiero giusto, inoltrandosi seguito dalla compagnia fra le ventose dune dove il mare canta incessantemente la sua litania e il vento danza con la sabbia.

Di colpo lo stregone si fermò di fronte ad un alta dune che saliva sopra le altre e formava una cresta; si inginocchio e fra la polvere del deserto tastò affondando le mani nella sabbia calda alla ricerca di qualcosa, dietro di lui lo fissavano curioso gli 8 uomini. Infine con un cenno di approvazione estrasse una maniglia dalla sabbia e tirandole portò alla luce una grande botola circolare che apriva il passaggio a una buia via; Questa scendeva con grandi scalini sotto la sabbia pesante e non era illuminata se non da deboli luci prodotte da una strana sostanza contenuta in bacinelle di marmo poste sulle pareti che andavano ristringendosi. “Ebbene questa è una delle sicure vie che conducono alla mia ricca dimora, seguitimi e non temete, vi farò strada e gli occhi della tigre nel mio copricapo faranno luce sprizzando di colore giallo intenso” Disse Callisse entrando per prima e voltandosi a vedere i banditi incerti seguirlo, temevano forse un tranello, ma la fame d’oro ormai li accecava e quella visione preziosa che con le parole gli aveva dato il mago poco prima li attanagliava alla mente come un incubo o un sogno stupendo. Gli occhi della tigre si illuminarono mostrando le antiche mura e il pavimento di rozzi lastroni di pietra levigati malamente. Più si scendeva più vi era l’impressione che sia che in larghezza che in altezza il corridoio rimpicciolisse. Gli scalini erano adesso tanto stretti da permettere di proseguire soltanto in fila uno dietro l’altro. Continuarono a camminare seguendo la loro guida che veloce sviava per cunicoli a loro sconosciuti, l’angoscia saliva e la tremenda paura che quello fosse soltanto un tranello cresceva nei loro cori. Fèrighe impaurito e adesso enormemente sospettoso tentò di afferrare il mago per la tunica che sventolava dietro il suo veloce passo, ma questo come un veggente si voltò di scatto e con una risata che gelò l’aria immensa e terrificante scomparve fra fumi rossi nauseabondi. Il terrore assalì la compagnia di ladri assassini e si maledirono per aver seguito stupidamente quello sconosciuto; Adesso erano in trappola e quello pareva essere un labirinto infinito e quasi completamente buio. “Maledetto demone dell’inferno, avevi giurato sulla croce e solo uno spergiuro come te poteva tradirci! Maledetto! E pensare che ti ho risparmiato la vita, darei la mia adesso per vederti ansimare in terra trafitto dalla mia lama figlio di un cane! Figlio del Diavolo tu sia maledetto!! Tu sia maledetto!” Gridò follemente il padre mentre i figli si adiravano contro le antiche mura intaccando le loro spade su quell’impenetrabile roccia. Ma una voce eterna e soffocante parlò dall’immensità della catacomba. “Hai risparmiato la mia vita ma non quella di non so quanti altri sventurati. Ma io ho giurato sulla croce e avrai ciò che ti ho promesso. Lo avrai, e di nuovo lo giuro.” Fèrighe ringhiò e richiamando i figli a seguirlo senza perdersi iniziò a correre alla ricerca di un uscita. Giunsero dopo alcuni minuti in una stanza circolare che si diramavo in altri 5 tunnel bui, al centro di questa uno stallone sbuffava, gli zoccoli enormi sbattevano violentemente sulla pietra nella sua irrequietezza. Di colpo gli occhi della bestia divamparono rossi come il fuoco e con un balzo esagerato raggiunse gli otto che si sparpagliarono. Allora Resimundo, il figlio maggiore, per difendere il padre sguainò la lunga spada che aveva al fianco e si voltò per fronteggiare lo stallone. Ma quando vi fu sotto la sua spada non recise il collo nervoso dell’animale poiché un’altra lama parò il colpo, e la luce che scaturirono le due lame scintillando si riflesse su una forma indefinita, un cavaliere invisibile e terribile che cavalcava la bestia. La rivelazione fu accolta da grida di terrore e allora Resimundo seguito dal padre e dagli altri imboccò per un tunnel basso così che il guerriero-che-non-c’è non li avrebbe potuti inseguire. Appena affannati sorpassarono una volta alla fine dello stretto cunicolo questo schiantò e crollò sotto il peso della sabbia, impossibilitandoli a tornare indietro. E fu adesso che parlando sottovoce si scoprì tristemente che all’appello non c’era più un amato figlio, Torvino il bello. Non ci fu il tempo per piangere, perché tutto tremava e nella disperazione furono costretti a correre per strade ignote, finchè non giunsero in uno spiazzo ampio sopra al quale vi era una fessure che mostrava il cielo. Esultarono troppo presto, per quella possibile via di fuga, poiché non si accorsero in tempo di essere sopra a un graticolo che questo cedette e li rovesciò in una buia fossa. Rialzandosi dalla breve caduta si guardarono intorno inferociti da come era finita la situazione, imprecando contro lo stregone e piangendo il fratello perduto. Videro che solo una fessura bassa si apriva in un punto del muro, e proprio mentre cercavano di capire se fosse un possibile passaggio udirono il tremendo e raggelante ruggito di un leone. E dalla fessura uscì balzando come un gatto un enorme felino che si abbattè sui 7. Allora Fèrighe cieco di rabbia sguainò Caronte e fendendo l’aria la lama fischiò e abbattendosi sul cranio della fiera lo sfasciò schizzando membra e sangue ovunque. Con un rantolo sommesso il leone crollò pesantemente a terra e il tonfo echeggiò nella prigione stregata. Ma uno scalpiccio pauroso avvisò un altro pericolo e dalla lontana fessura sul tetto della cripta si riversarono sulla fossa innumerevoli topi che cascavano come uva colta nella macina sulle teste dei ladroni. Il padre allora incitò i fratelli a proseguire attraverso la fessura e lui per ultimo l’attraversò a gattoni imitando i figli. Si ritrovarono di nuovo in un crocevia e correndo all’impazzata si buttarono su un cunicolo che pareva portare verso una luce, ma come successo prima il soffitto cedette dietro loro e li chiuse in trappola impossibilitandoli a tornare indietro. E fu la terribile scoperta che un altro fratello era scomparso, Gerìnesi, il più giovane di tutti. La paura e la disperazione, la rabbia e il dolore si accumularono sugli sventurati assassini ammutoliti. E fu proseguendo follemente che giunsero ad un precipizio, sembrava dunque la fine, il corridoio sbucava su un pozzo dall’altezza incalcolabile. Debolmente però, mentre gli assassini guardavano sconfortati il bordo del precipizio si udì un rumore di acqua che scorre riempire l’aria, e poi terribilmente sempre più forte, finchè si resero conto che simultaneamente dal fondo del precipizio e dal cunicolo che avevano percorso l’acqua stava inondando tutto. E non ebbero tempo di riflettere che spinti dal muro di acqua che dietro di loro giungeva violentemente si inabissarono nel getto impazzito che proveniva dal fondo della pozza, per poi essere spinti a velocità inaudita a galla. Impazziti e terrificati si ritrovarono in balie delle acqua che si erano fermate in un ambiente circolare, il tetto del pozzo enorme. Il soffitto distava da loro solamente un braccio ma l’acqua non aumentava a annaspando nelle ora calme acque aspettarono maledicendo lo stregone la sua mossa successiva. Inevitabilmente la disperazione tirò di nuovo le redini del gioco e fu scoperto che un altro fratello era sparito, Hator il biondo. Le lacrime scendevano copiose dal volto dei 5 rimasti mischiandosi alle acque gelide che chissà quale stregoneria aveva riversato su di loro, e fu così che come ramoscelli in balia di un torrente il livello dell’acqua abbassò di nuovo drasticamente e per un gioco intricato di correnti e percorsi sotterranei furono adesso vilentemente sbattuti in un antro angusto, dove l’acqua li abbandonò svuotandosi nella grata sotto di loro. Rimasero immobili temendo che questa cedesse. Fèrighe trasalì però e urlando come un ossesso chiese come premio la sua morte, che quell’angosciosa tortura finisse, quel malato gioco di potere a cui il mago li aveva soggiogati. “Liberaci con la morte, te lo prega un padre distrutto prima che un ladro e un assassino. Liberaci ti supplico”. Esausto e inginocchiato con i 4 figli rimasti accanto, fu allora, fu allora che vide un luce aleggiare nella stanza danzando come una libellula. Seguì con lo sguardo il corso di quella lucciola finchè essa mandando urla inumane si trasformò in un pipistrello e poi in un demone alato che con un pugnale saettò verso i 5 briganti. I ladroni allora, più per istinto di sopravvivenza che per voglia di uscirne vivi, balzarono in piedi e armi in pugno trafissero quel mostro infernale che sprigionò spappolandosi come una mela marcia una pioggia di sangue mefitico e urticante, accecando momentaneamente gli intrappolati. E senza tregua la grata sotto di loro si aprì e scivolarono su rocce coperte di viscidume fino al cuore della prigione maledetta. L’urlo di Tresmondo nella caduta si sentì echeggiare lontano e una volta sul pianoro enorme al centro del labirinto anche lui non c’era più, e i soli Stisio e Malevigio rimanevano a sorreggere il padre dalla disperazione. Si alzarono, e un ultimo vagito di ira e coraggio divampò nel cuore del ladro che chiamò a gran voce il nome di Callisse e si spaventò nel sentir l’eco di quell’urlo pieno d’odio e rabbia impotente, e vide le colonne vacillare come stecchi al vento e il terreno creparsi sotto i suoi piedi. E con la spada in mano i tre accolsero sfiniti migliaia di serpenti che dalla crepe invasero come vermi in una carcassa l’antro gigante e altissimo illuminato da invisibili luci nell’invisibile e lontanissimo soffitto. Così correvano come folli e con le spade falciavano i rettili che si attorcigliavano alle loro caviglie, e li coprivano i morsi, e ancora si arrotolavano grottescamente intrecciati fra loro in masse enormi alte come uomini e parevano correre dietro le prede più che strisciare, correre come mostri pieni di tentacoli e non ammassi di serpi. Fra il ribrezzo e le emozioni distruttive il capo caracollò a terra e quando schiuse gli occhi spaventati vide che nessuna serpe era più intorno a lui ne nella sala intera, ma quelle bestie non sole erano andate via, ma avevano portato con se anche gli ultimi due figli. Il povero brigante allora rimpicciolito dal gioco crudele a cui era stato sottomesso li chiamò a gran voce disperato e piangendo lacrime sincere, torcendosi le vesti e divincolandosi in terra come un bambino che perde la mamma. E fece pena più che qualunque sua vittima, perché il peso di quella vita si riversò su di lui che sciolse ogni suo dolore in un pianto infinito e drammatico. Finchè una luce dorata lo acceco, e una porta aurea apparve all’estremità del salone. Corse come folle verso quell’entrata sperando che avrebbe trovato finalmente la morte anche lui ma una volta aperto il luminoso passaggio si trovò davanti ben altro. Cadde in ginocchio con le mani fra i capelli e di fronte a lui in un sontuoso salotto coperto di stoffe blu e rosse, e colonne di avorio striate di verde, e lampade dai fumi bizzarri e profumati stava nel trono di rubino puro il mago impassibile. E davanti al trono sette sarcofaghi completamente ricoperti di cobalto e oro, e zaffiro e diamante, e argento e platino. Allora il padre pianse come non mai e non proferì parola ma con occhi di supplica guardò il mago alzarsi e schiudere le bare. Dentro nella calma mortale e vestiti di abiti sontuosi stavano i sette fratelli. Allora Callisse andò di fronte all’uomo in ginocchio e parlò. “Avevo promesso sette scrigni, tanto grandi da contenerli, coperti di cobalto e oro, zaffiro e diamante, argento e platino. E ciò gli ho dato, poiché mantengo quello che prometto. E a te re dei ladri offro la preziosa corona come nei patti.” E dalla tunica svelò una corono di ora, che imitava nella forma quella di cristo nel suo calvario e spunzoni di metallo dorato come spini la ornavano. E quindi la pose sulla testa dell’impotente padre sfinito e piangente. “E adesso dimmi, brigante, se io ho mantenuto le mie promesse, se forse sono stato io bugiardo o spergiuro. Dimmi se hai ancora la forza di parlare.”

Ma il padre chinò la piangente testa sul petto, e il sangue e le lacrime si fusero bagnando i tappeti preziosi, e fu così che morì per il dolore insostenibile crollando con il volto per terra adagiato sulle stoffe orientali. In capo la corona di spine d’oro. Callisse si voltò e tornò al suo trono, quindi si sedette e restò immobile a contemplare il morto.

One Comment

  • pierluigi September 5, 2011 at 12:54 pm

    molto bello anche se forse un po troppo moralistico

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