Progetto Conuel 01

January 23, 2010

PROLOGO

Tra l’inizio del 21° secolo e la prima metà dello stesso, cioè tra il 2000 ed il 2050, il mondo ebbe molte trasformazioni, come del resto era già avvenuto durante gli ultimi sessant’anni del se­colo precedente. Gli stati europei ed asiatici avevano seguito l’esempio degli Stati Uniti d’America, formando delle confederazioni che abbracciavano un gran numero di nazioni. L’Europa l’aveva già fatto nell’ultimo decennio del secolo precedente, inaugurando la Comunità Economica Europea fin dagli anni sessanta. Nel maggio del 1967, un vertice tenuto a Roma aveva deciso la fusione di CEE, CECA (Comunità Europea Carbone ed acciaio) ed Euratom (Ente Europeo per l’Energia nucleare). Altri importanti vertici erano stati tenuti nel 1969 all’Aia, nel 1975 a Roma, nel 1979 a Parigi, nel 1985 a Lussemburgo e nel 1991 a Maastricht, in Olanda. Quest’ultimo vertice era stato uno dei più importanti, perché aveva sancito l’istituzione dell’Unione Economica e Monetaria, nel contempo allargando notevolmente i poteri del Parlamento Europeo. Dopo Maastricht, sia pure con qualche scossone venuto soprattutto dalla Francia, l’unione Europea era stata definitivamente avviata. L’inizio ufficiale del Mercato Unico Europeo aveva avuto luogo nel 1993, anno in cui erano state definitivamente abbattute tutte le barriere doganali. Da quel momento, anche la mobilità dei lavo­ratori era enormemente aumentata, e ciascun cittadino d’Europa andava a vivere e lavorare dove più gli piaceva. Dopo un’altra ventina di anni, gli stati della Comunità Europea si erano confederati tra loro, costituendo  un’unica grande nazione. Naturalmente, ciascuna delle antiche Nazioni conservò pressoché intatte le sue particolari tradizioni, anche se queste cominciarono lentamente ad atte­nuarsi, a causa delle massicce trasmigrazioni tra i vari paesi. Comunque, gli scambi commerciali fu­rono molto semplificati, soprattutto con la definitiva affermazione della moneta unica in Europa, l’ECU.
Una ventina di anni più tardi, l’esempio dell’Europa fu seguito anche dall’Asia; gli Stati Uniti Asiatici comprendevano la Cina, il Giappone, la Corea, la Cambogia, l’India, l’Afganistan, ed altri stati minori. Rimasero isolati la CSI, antica URSS, e gli Stati arabi, sparsi tra l’Asia e l’Africa, oltre a tutti gli stati del Sudamerica, che non riuscirono a trovare l’accordo. Ma questo non è molto im­portante per questa storia.
Purtroppo, il grande problema dell’Africa rimase irrisoluto. L’immenso e bellissimo conti­nente rimase inesorabilmente arretrato rispetto agli altri continenti, e continuò ad essere lacerato da dissidi e divisioni interne. I grandi e secolari problemi delle zone desertiche, della siccità, dell’arretratezza tecnologica e della fame continuarono a mietere numerose vittime, senza che i pa­esi più sviluppati riuscissero ad intervenire in modo efficace.
Ci furono grandi ed importanti progressi nella scienza e nella tecnica. Furono scoperti nuovi vaccini, nuove tecniche operatorie chirurgiche, nuove possibilità nei trapianti e nella fecondazione artificiale. Anche le scienze applicate fecero passi da gigante: l’informatica, l’elettronica, la chimica, l’elettrotecnica, la meccanica, l’ingegneria edile ebbero un’evoluzione rapida e travolgente. Qual­cuno disse che i progressi tecnici nei primi cinquant’anni del 2000 erano stati pari a quelli avvenuti dall’inizio della storia dell’umanità al 2000.
Quello che non cambiò e non fece particolari progressi fu l’uomo, inteso in senso politico e sociale: una preponderante percentuale di persone continuò ad essere sottomessa e priva di potere, come era sempre accaduto. Uomini capaci e pieni di idee ed iniziativa continuarono ad essere sot­toposti ad uomini incompetenti  ed incapaci, che ne bloccavano le iniziative per mancanza di fanta­sia, per disinteresse, per pigrizia, e spesso per gelosia, ritardando in tal modo spesso in modo colpe­vole il progresso.
Ma, per fortuna di tutta l’umanità, continuarono ad esistere uomini attivi e tenaci, che si impegnarono ostinatamente per le loro idee, riuscendo a portarle avanti nonostante le grandi difficoltà che incontrarono sul loro cammino, come era avvenuto in passato per tanti altri, ed in modo parti­colare in Italia.
Questo libro è dedicato ad uno di questi uomini, con la speranza che ne nascano sempre di più come lui, perché è ad essi che dobbiamo un mondo migliore: a chi ha vissuto e lottato per unire e non per separare, per la comunità e non per sé solo, per un ideale luminoso, ma talvolta tutt’altro che sicuro e facile da raggiungere, e non soltanto per i suoi ristretti e talvolta meschini interessi pri­vati. Perché “nati non siam per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”, come aveva detto quasi ottocento anni prima un grande italiano.

CAPITOLO 1

Il palazzo che ospitava la sede della “Ditta Marliani – Impianti Tecnologici civili ed indu­striali” sorgeva nel quartiere dell’EUR a Roma, a pochi passi dal laghetto. Era stato scelto con ocu­latezza per ben rappresentare l’importanza della Ditta, che vantava una consistenza di personale di circa ottocento unità e partecipava praticamente a tutte le gare indette in Europa che riguardavano impianti tecnologici di una certa importanza, cioè il cui costo fosse superiore a qualche milione di ECU. Per comprendere il significato di questa cifra, basta accennare al fatto che un giornale quoti­diano costava un ECU, un buon pranzo presso un ristorante di buona qualità costava intorno ai ses­santa ECU ed un appartamento di 150 metri quadrati costava all’incirca dai cinquecentomila agli ottocentomila ECU, a seconda della zona e della classe dell’appartamento. Il nome della Ditta era ben noto negli ambienti ministeriali ed in quello delle grandi organizzazioni come le Ferrovie Eu­ropee, le Poste e Telecomunicazioni, l’Ente Elettrico Europeo, la Società Telefonica, e simili.
Gli “impianti tecnologici” di cui si occupava la Marliani erano diversi e svariati: si partiva da impianti per il condizionamento di condomini per finire ad impianti di depurazione, a forniture per grandi officine ed in qualche caso a grossi impianti destinati  a centri siderurgici, a Centrali elettriche o telefoniche, a imprese manifatturiere.
Il fondatore della Ditta, l’ingegnere Alessandro Marliani, benché ormai novantenne, era an­cora un uomo di eccezionale lucidità, e conservava gelosamente la sua carica di presidente onora­rio. La presidenza era invece già da qualche decennio passata al suo “figlioletto” sessantenne, Fede­rico, mentre la Direzione generale era nelle mani dell’altro figlio Alfredo, quarantacinquenne.
La ditta era stata fondata circa sessant’anni prima, verso la fine del ventesimo secolo, ed era inizialmente formata da tre persone: Alessandro Marliani, laureato di fresco in ingegneria, il suo amico Giacomo Turrisi, dottore in economia e commercio, e la signorina Andreina Montani, diplo­mata in ragioneria, in seguito diventata la signora Marliani. Tutto era cominciato quasi per gioco, perché i tre soci fondatori aborrivano il lavoro dipendente e desideravano costruire qualcosa di pro­prio: ma Alessandro era un uomo lungimirante e capace, ed i suoi collaboratori erano del tutto all’altezza del loro compito, per cui  la Ditta era già arrivata all’attuale consistenza dopo appena una quindicina di anni. E gli affari continuavano tuttora ad andare a gonfie vele: non c’era alcun segno di inversione di tendenza nelle fortune della ditta, che continuava a prosperare senza sosta.
La Ditta Marliani aveva conservato la tradizionale struttura piramidale in voga nel vente­simo secolo, ed era rigidamente suddivisa secondo lo schema Direzione Generale, Settore, Servizio, Ufficio, eccetera; inoltre, era suddivisa orizzontalmente per specializzazione, edile, elettrica, mec­canica, ricerca e sviluppo, e via dicendo.
Quel giorno, verso le nove del mattino, al sesto piano dell’edificio, l’ingegnere Armando Sartori era intento ad esaminare e distribuire la corrispondenza. Come d’abitudine, leggeva somma­riamente il contenuto delle lettere che si ammucchiavano sul suo tavolo e scriveva a grossi caratteri il destinatario della pratica, spesso aggiungendo qualche suo commento personale. Ci teneva a mettere bene in evidenza che lui era il capo dell’ufficio che provvedeva al progetto della parte elet­trica ed elettronica degli impianti, e che era bene informato sull’andamento del lavoro.
Sartori era un uomo sui cinquant’anni, e proveniva da una famiglia di ricchi proprietari ter­rieri: il padre aveva contribuito in modo sostanzioso ed efficace alle fortune di alcuni uomini poli­tici della sua zona, guadagnandosene la riconoscenza. E per il giovane Armando, anni prima, questa era stata una vera fortuna, perché la sua preparazione tecnica era appena di poco superiore alla sua voglia di apprendere, e tutte e due erano ad un bassissimo livello: il padre, dopo alcuni sterili tenta­tivi di dare un futuro al suo erede, si era rivolto ad uno dei suoi amici onorevoli, e questi aveva provveduto a far superare ad Armando i suoi esami di ingegneria ed a farlo entrare alla Marliani: anche in quella serissima ditta gli appoggi politici erano indispensabili, e la Direzione dell’epoca non aveva potuto rifiutare questo favore ad un certo deputato.
Lo squillo del telefono non  fece distrarre Sartori dal suo lavoro: senza alzare gli occhi, al­lungò una mano e sfiorò il tasto che inseriva l’interfono a viva voce ed il video. Ma quando sentì la voce del suo interlocutore, alzò gli occhi e guardò nel monitor:
– Armando, puoi distoglierti per qualche secondo dalle tue scartoffie e starmi a sentire?
– Certamente, Piero. Cosa c’è?
Piero Foschini era il suo equivalente per la parte meccanica, ed era anche un vecchio amico e collega di università. Al contrario di Armando Sartori, era un uomo acuto e perspicace, ed era noto nella ditta per la sua notevole forza trainante quando bisognava mandare avanti un lavoro. Tutti i suoi colleghi gli riconoscevano tacitamente una specie di diritto acquisito a coordinare il la­voro degli altri, in virtù di una sua innegabile e carismatica autorità.
– Scusami se ti disturbo, Armando. – Esordì Foschini, con un sospiro. – Ma sono costretto an­cora una volta a sollecitare il tuo contributo per l’offerta alla Italfer. Non ho ricevuto ancora nulla, ed i termini per la presentazione scadono tra tre giorni.
– L’offerta alla Italfer? – Sartori dovette fare uno sforzo di memoria per ricordare di cosa si trattava. Riguardava la costruzione di un grosso stabilimento per la produzione di semilavorati ac­ciaiosi, che avrebbe dovuto essere costruito in Val Padana. – Ah, si. Hai ragione, Piero. E so anche perché siamo in ritardo. Ho avuto la malaugurata idea di mettere la cosa in mano a quello scansafa­tiche di Reggi. – E tra sé pensò: ” Che rompicoglioni, questo Foschini. Possibile che riesca sempre a cogliermi in fallo? Tutta colpa di quel buono a nulla di Reggi!” E soggiunse, ad alta voce: – Ma adesso mi sentirà! Non ne posso più di lui…e già da un pezzo!
– Reggi, eh? É diventato famoso anche nel nostro reparto, ormai. Quando faccio il suo nome, i miei alzano gli occhi al cielo e sospirano! Ma che aspettano a licenziarlo? Possibile che quell’uomo debba farci vivere ogni volta con il patema d’animo, quando abbiamo qualche offerta importante da presentare? Dovrò decidermi a parlarne con Alfredo Marliani, un giorno.
– Cosa vuoi che ti dica, Piero? Il direttore dice che è un genio, e che è il migliore tecnico che abbiamo. Fu lui stesso ad assumerlo, appena uscito dall’Università, perché il preside della facoltà d’ingegneria ne diceva meraviglie. Io non lo so…forse sarà anche vero, ma sul lavoro è una vera di­sperazione. Comunque, sta tranquillo: lo chiamerò e gli farò completare il lavoro a tambur battente.
– Ci conto, Armando. – Rispose Foschini, con un sospiro. – Ciao, e stammi bene.
– Ciao, Piero. Altrettanto a te.
Lo schermo del monitor si oscurò, ed il viso di Piero Foschini si dileguò, mentre contempo­raneamente il contatto acustico si interrompeva silenziosamente. Sartori rimase per un po’ soprappensiero, fissando distrattamente la parete di fronte, sulla quale campeggiava un autentico Caravaggio; poi, sospirando a sua volta, sfiorò con la punta delle dita un altro contatto sul piccolo quadretto di comando posto sulla sua scrivania. Gli rispose quasi immediatamente la voce di Sonia, la sua se­gretaria:
– Si, ingegnere?
Stavolta, lui poteva vedere il viso della ragazza, mentre lei non poteva vederlo. Era il privi­legio che avevano i capi, che, volendolo, potevano così sorvegliare i loro dipendenti, perché il con­tatto visivo poteva essere stabilito anche senza effettuare una chiamata. Naturalmente, era una cosa severamente vietata dalla legge e dagli accordi sindacali, ma alla Marliani era tacitamente accettata da tutti. Si concesse qualche secondo di contemplazione per quel viso fresco ed intelligente, ani­mato da due occhi nerissimi, e sospirò, pensando al viso di sua moglie, che nel novanta per cento dei casi era arcigno e annoiato: poi ordinò, con voce brusca:
– Sonia, mi faccia venire qui Reggi, per piacere…se riesce a svegliarlo. E subito.
– Si, ingegnere. – Rispose Sonia, rispettosamente. Ma, appena fu sicura di non essere più sullo schermo del suo principale, gli tirò beffardamente fuori tutta la lingua, dopo avere pruden­zialmente schivato la zona coperta dalla telecamera.
– Buffone incompetente! – Mormorò, tra sé. -Approfitti della tua posizione di privilegio per fare l’arrogante! Come se non sapessi che ti diverti a contemplarmi di tanto in tanto. E meno male che questi maledetti monitor riescono ad inquadrare solo il viso e poco più, altrimenti scommetto che lo terresti sempre inserito, alla faccia di quella megera di tua moglie. Sartori dei miei stivali! Tu non vali neanche i lacci delle scarpe di Bruno, ed un giorno lui te lo dimostrerà. Sarà un piacere ve­dere la tua faccia, quel giorno.
Sonia aveva un profondo rispetto per Bruno Reggi, ed inoltre riteneva che avesse il più bel sorriso di chiunque altro in ufficio: ma lui sembrava non si accorgesse di nulla, sempre perso in un suo mondo personale inaccessibile agli altri.
La giovane si riassettò un po’ i capelli, diede una rapida sbirciata allo specchietto che aveva sul tavolo, poi sfiorò il tasto che portava sovrimpresso il nome di Bruno Reggi. Bruno comparve immediatamente sul monitor a colori. Era intento, come al solito, a fare calcoli con il computer, e non si accorse neanche di essere stato chiamato. Sonia lo guardò per alcuni istanti, con un’espressione di rimprovero sul suo bel viso:
“Ma guardalo, questo scervellato! Sempre a giocherellare con il computer! Non si rende conto che è fin troppo facile accorgersi che quello che sta facendo non è certamente lavoro per la Marliani? Meno male che quel babbeo di Sartori, da buon capufficio, non lo chiama quasi mai di­rettamente…”
Fece trascorrere venti secondi buoni, senza che lui si accorgesse di nulla, poi lo chiamò:
– Bruno…ingegner Reggi!
Bruno Reggi  si riscosse dal lavoro in cui era assorto ed alzò la testa, trovandosi davanti il viso di Sonia, con la fronte aggrottata in un cipiglio burrascoso. Le sorrise del suo sorriso quasi in­genuo e fanciullesco, ed immediatamente il volto della ragazza si distese: il cipiglio fu sostituito da un’espressione che si sarebbe detta di “materna indulgenza”.
– Ciao, Sonia! – La salutò Bruno, allegramente, per nulla imbarazzato per essere stato colto in fallo. – Ti avevo mai detto prima che i tuoi occhi sono due stelle?
– L’ultima volta è stata un’ora fa, Bruno. Ma anche stavolta ti sei fermato lì, e non sei andato più avanti. Ti ho mai detto che, oltre agli occhi, ho anche un cervello discreto…oltre a tutto il resto? E ti ho mai detto che mi sono lasciata con il mio ragazzo da un paio di settimane, e la sera mi sento sola?
– Davvero mi hai detto tutto questo, cuoricino? Devo essere diventato un po’ sordo.
– Io userei un’altra parola, che comincia per “s” anche quella…ma lasciamo perdere. C’è il tuo capo che ti cerca…e sembra piuttosto seccato con te. Cosa hai combinato, stavolta?
– Combinato, io? Niente, per quanto possa ricordare…- si fermò di colpo, con un’espressione di sgomento sul viso, e si batté una mano sulla fronte. – Oh, Dio! L’offerta Italfer! Doveva essere pronta per…per domani? O forse per ieri? Cribbio, non lo ricordo affatto! Questa è la volta che ci rimetto le penne! Vengo subito.
E sparì dal video. Dopo circa un minuto, entrò a razzo nella stanza di Sonia, sistemandosi la cravatta. Lei lo guardò con un’espressione che si sforzò invano di rendere rigida e distaccata, e che invece era involontariamente affettuosa, e, con una mimica semplice ma efficace, gli additò silen­ziosamente la porta della stanza di Sartori, nel contempo facendo con l’altra mano un gesto tipica­mente italiano , con tre dita roteanti all’altezza della fronte, per avvertirlo che il loro comune capo era alquanto in collera. Bruno si ravviò i capelli con le mani, si lisciò le pieghe della giacca e toccò il pulsante che attivava la richiesta del permesso di entrare e l’immancabile video.
– Avanti, Reggi. – Rispose la voce di Sartori, dal piccolo altoparlante mascherato da una gri­glia a lato della porta.
Bruno entrò e si fermò davanti alla scrivania del suo capo, in piedi, in attesa. Sartori conti­nuò ostentatamente ad esaminare le sue carte per un buon paio di minuti, poi si decise finalmente ad alzare lo sguardo su di lui:
– Ingegner Reggi! Ma è possibile che lei mi metta sempre nelle condizioni di doverle rinfre­scare la memoria? Ho un’infinità di cose da fare, io, e non posso farle da balia. Se le affido un la­voro, il minimo che lei possa fare è di riconsegnarmelo entro i termini che le ho chiesto, perché do­vrebbe ricordare anche che sono io il responsabile verso la Direzione. Lei è un laureato ed un im­piegato di livello elevato, e deve assumersi anche lei le sue responsabilità! E veniamo al dunque. Cosa mi dice della offerta Italfer? Ha cominciato a studiarsela, o è sepolta sotto un paio di metri di carte sul suo tavolo?
– É quasi pronta, ingegnere. – Rispose spudoratamente Bruno, che durante la trasferta dal suo ufficio a quello del suo capo aveva avuto tutto il tempo di prepararsi una risposta. –  Entro domani alle…- guardò l’orologio – diciamo le dieci del mattino, la parte di nostra competenza sarà sul suo tavolo. – Naturalmente, la prima parte della sua asserzione era completamente falsa, perché non aveva ancora neanche aperto la documentazione di richiesta; la seconda parte, invece, era vera, per­ché sapeva bene che tutti i preventivi si somigliavano tra loro, e sarebbe bastato un accorto uso del suo computer per risolvere il problema in qualche ora.
– Mi ascolti, Reggi. – Disse Sartori, sforzandosi di mantenere la calma. – Questa è l’ultima volta che io sono disposto a tollerare la sua…chiamiamola trascuratezza, per non dire peggio. La prossima volta che il suo lavoro non sarà sul mio tavolo entro i termini che io le ho assegnato, lei se la vedrà brutta. Ma molto brutta, davvero! Le garantisco che la cosa arriverà al direttore, e questo potrebbe essere molto spiacevole per il suo futuro…ammesso che ne abbia uno. E adesso, vada pure! L’aspetto domani mattina alle dieci, e non un minuto di più! Buongiorno!
E tornò alle sue carte, senza più badargli. Bruno, per nulla impressionato da quelle minacce, fece dietrofront ed uscì dalla stanza. Era già di nuovo immerso nei suoi pensieri, mentre attraver­sava la stanza della segretaria per tornare a dirigersi verso il suo ufficio. Sonia, vedendolo apparire, lo guardò, ansiosa:
– Ebbene?
– Ebbene cosa? -Rispose lui, distrattamente.
Sonia lo squadrò con un’espressione omicida nei suoi begli occhi:
– Bruno, tu hai il potere di far impazzire la gente! – Ringhiò, infuriata…ma solo per qualche attimo. – Come, ebbene cosa? Cosa è successo, là dentro?
– Oh, niente d’importante! – Rispose Bruno, scrollando le spalle con noncuranza. – Le solite stronzate dei nostri capi, superburocrati del cavolo! Ho ben altri pensieri per la testa, io, che questi lavorucoli!
– Tu dici? – Sonia scrollò il capo, con riprovazione. – Ma con cosa ti guadagni da vivere, grand’uomo? Con questi che tu definisci “lavorucoli”, o con le tue elucubrazioni da scienziato, che non ti hanno mai portato a niente?
Bruno la guardò divertito, poi le andò vicino, le prese una mano, se la portò alla bocca e vi depose sopra un lungo bacio. Lei si guardò bene dal ritirare le mano.
– Sonia, quando sei in collera, o fingi di esserlo, i tuoi occhi diventano ancora più belli! Ti ho mai detto che…
– Oh, vaffanculo! – Reagì Sonia, ma ridendo tra sé. Non le riusciva mai di conservare il bron­cio con Bruno. – E lasciami lavorare, ora. Ho molto da fare, e non posso perdere il mio tempo con un perdigiorno del tuo stampo…almeno, non in ufficio. – Terminò, speranzosa.
Ma Bruno non raccolse quella sottintesa provocazione. Con aria di confidenza, si appollaiò sull’orlo della scrivania e riprese a parlare, stavolta con tono serio:
– Sonia, tu sei una ragazza intelligente e sei una delle poche persone che io stimo in questo ambiente di arrivisti e burocrati. Ti giuro che in questo momento sono serissimo, e ti sto dicendo la verità. Ascoltami: ti garantisco che in questo momento parlo molto sul serio, e ti rivelo qualcosa che soltanto due o tre persone in tutto il mondo sanno. Sto studiando qualcosa di nuovo, una sco­perta che potrebbe rivoluzionare il mondo dell’energia. Qualcosa come fu a suo tempo la scoperta del fuoco, o dei motori a combustione interna, o dell’elettricità. Altro che le offerte Italfer! – Si in­terruppe e la guardò negli occhi, temendo di trovarvi un’espressione annoiata. Ma Sonia lo stava a sentire, anche se sembrava un po’ scettica, e non ribatté. – Ma ho bisogno ancora di un po’ di tempo, diciamo forse…un paio di settimane, o forse tre o quattro, perché sono a buon punto. É per questo che non ho il tempo di occuparmi di Sartori e delle sue stupide scadenze. Quando sarò riuscito a portare in porto il mio progetto, diventerò ricco…ma, credimi,  non è questo che mi interessa di più. Quello che importa, è che l’energia verrà prodotta in un modo completamente nuovo…ma non ti dico altro. Ne parleremo tra qualche settimana, quando varcherò la soglia di quell’uscio alle tue spalle in modo trionfale.
Sonia assentì, ma la sua espressione conservò una certa dose di scetticismo:
– Ti credo, Bruno. Cioè, ti credo capace di molto. Sono sicura che tu sei senz’altro in grado di fare grandi cose: ma ho scarsissima fiducia nel mondo che ci circonda e in quei burocrati che hai appena nominato. Forse non te lo ricordi, ma mi hai detto le stesse cose più o meno un mese fa, e non mi sembra che tu abbia fatto grandi progressi. Anche allora sembrava che la riuscita di questi tuoi progetti fosse imminente. Perché non lasci perdere le tue ricerche personali e non tenti invece di fare un pochino di carriera? So che il Direttore ti stima molto, contrariamente a quest’imbecille di Sartori, che non ha capito niente di te. Basterebbe che tu ti impegnassi un tantinello di più sul lavoro, e fa­resti rapidamente carriera…
– Sonia – la interruppe Bruno – forse ti stupirà apprendere che a me non interessa affatto fare carriera. Io non ho alcuna intenzione di diventare come uno di questi pomposi imbecilli, ben am­manicati politicamente, che siedono dietro le loro scrivanie zeppe di comandi elettronici e di moni­tor. Questo posto di lavoro mi serve soltanto per portare avanti i miei studi, perché ho bisogno as­soluto dello stipendio che mi passano. Parlavo sul serio poco fa, quando ti ho detto che sono alle soglie di una scoperta rivoluzionaria, e stavolta mancano veramente un paio di settimane al mas­simo. – Guardò l’orologio. – Non ti dico altro, per ora; ma ti prometto che, quando sarò riuscito in un certo esperimento, ti porterò a cena fuori e faremo follie per un’intera nottata…
– Magari! – sospirò Sonia.
– É promesso, Sonia. E ora, lasciami andare a lavorare. Debbo compilare la famosa offerta Italfer per quell’asino di Sartori. Ciao, tesoro!
La salutò con un ganascino e tornò nella sua stanza, mentre la ragazza, con un sospiro, si ri­metteva al lavoro, sforzandosi di scacciare dalla sua mente la dolce sensazione che aveva provato quando lui le aveva baciato la mano.
Bruno impiegò qualche minuto a trovare la documentazione, che come aveva giustamente indovinato il suo capo era sepolta sotto un discreto strato di altre carte, di poco inferiore ai due me­tri, e si mise al lavoro. Usava il computer con la stessa velocità e disinvoltura con cui un cuoco ma­neggia le sue pentole, e con grande facilità aggiungeva, spostava, copiava e modificava blocchi di dati, adattando altri lavori precedenti a quello in corso. Impiegò tutta la restante parte della matti­nata e buona parte del pomeriggio, ed alle diciassette e trenta, orario di fine lavoro, il documento era già pronto per la stampa. Prima di stamparlo, trasferì il file su un supporto di memoria delle di­mensioni di una monetina; l’avrebbe consegnata a Sartori insieme al documento stampato, e sarebbe servito per inserirlo nel documento base.
Poi, premette il pulsante di stampa, e la silenziosa stampante ottica sfornò una cinquantina di pagine in un paio di minuti. A questo punto, decise di aver fatto fin troppo; senza minimamente curarsi di ricontrollare il documento che aveva prodotto, spense tutto ed andò via.
La sua utilitaria elettrica lo attendeva nel parcheggio sotto il palazzo della Marliani. Inserì la chiave magnetica di accensione, e controllò lo stato di carica della batteria, che a pieno carico per­metteva un’autonomia di circa tremila chilometri: era prossima ad esaurirsi, perché aveva un mar­gine di non più di una cinquantina di chilometri ancora.
– Se non mi decido a ricaricarla, finirò per rimanere per strada, tra qualche giorno. – Bor­bottò, tra sé. Poi mise in moto, risalì la rampa di uscita e si immise nel traffico.
L’unica differenza rispetto ad una cinquantina di anni prima era la quasi totale assenza di rumori e di fumi di scappamento, nel traffico cittadino, perché l’indisciplina e la confusione  erano rimasti immutati. Da quando le ricerche di molte case automobilistiche erano finalmente approdate alle nuove batterie di accumulatori superleggere e con grande capacità, la macchina a benzina era praticamente scomparsa, almeno nelle grandi città: ne rimaneva ancora qualcuna di qualche nostal­gico nei piccoli centri, ma presto sarebbe scomparsa per carenza di assistenza e di pezzi di ricam­bio. Tutte le vetture ormai funzionavano ad energia elettrica, ed il peso delle batterie di alimenta­zione era di appena qualche decina di chilogrammi, cioè non più di quello che un mezzo secolo prima poteva pesare un pieno di benzina. In compenso, la capacità  di una batteria, che poteva es­sere ricaricata qualche centinaio di volte, arrivava anche a qualche decina di migliaia di Amperora.
Arrivò a casa in venti minuti, e vide con piacere che la macchina di Luciano Sacconi era già posteggiata davanti all’ingresso. Luciano era un laureato in fisica, e collaborava con lui per le sue ricerche. Dopo essersi conosciuti, qualche anno prima, erano diventati amicissimi, oltre che colla­boratori sul lavoro, e si stimavano moltissimo a vicenda. Erano arrivati al punto che Luciano aveva la chiave di casa di Bruno ed entrava ed usciva dalla casa del suo amico come se fosse stata casa sua. Non accadeva il viceversa, perché Luciano era sposato e padre di un figlio, ma Bruno sapeva bene che sarebbe stato sempre accolto con la massima cordialità a casa del suo amico.
Entrò in casa, e vide che Luciano era intento a guardare un film alla 3D-TV, la televisione tridimensionale. Il motivo di tanto interesse era ovvio: sullo schermo in quel momento compariva Irene De Giorgi, la più rifinita e dotata diva italiana del momento, in uno splendido primo piano.
– Luciano! – lo chiamò Bruno, con finta espressione di rimprovero. Ma Luciano non distolse gli occhi dallo spettacolo, ed anzi alzò le mani, invocandolo mutamente di non distoglierlo dalla sua contemplazione. E, quasi istantaneamente, Irene scomparve dallo schermo, sostituita da un brutto ceffo barbuto.
– Ecco, lo sapevo! – Si lamentò Luciano. – Appena entri da quella porta, riesci sempre a rovi­nare tutto.
– Così impari a consumarmi la corrente elettrica, fannullone! Con quel fisico, la De Giorgi inoltre rischia di sfondarmi le pareti della stanza. Finirò con il toglierti le chiavi di casa, fanciullo, o riferirò a tua moglie quali bassi istinti si nascondano nel suo apparentemente irreprensibile marito. Ed ora, al lavoro!
– Vabbene, vabbene, andiamo. – Rispose Luciano, con aria fintamente rassegnata, ma in re­altà contentissimo di mettersi al lavoro, alzandosi dalla poltrona. Ambedue si tolsero giacca e cra­vatta, indossarono due camici bianchi, poi Bruno aprì la porta del laboratorio, che si illuminò subito automaticamente appena varcarono la soglia.
Contrariamente all’ufficio di Bruno alla Marliani, il laboratorio era ordinatissimo e mante­nuto in condizioni di perfetta pulizia da un sistema di aspirazione. Bruno e Luciano vi avevano in­vestito un bel po’ di quattrini, in parte guadagnati, in parte provenienti da prestiti, e lo consideravano come la pupilla dei loro occhi. L’oggetto delle loro ricerche era avveniristico, ed era stato il sogno proibito di molti altri scienziati negli anni precedenti: la produzione di energia elettrica mediante la diretta trasformazione dell’energia nucleare di fusione.
Dopo gli esperimenti degli anni 90 del ventesimo secolo, erano stati scoperti diversi sistemi per ottenere energia nucleare mediante la fusione controllata, e verso il 2020 erano sorte negli Stati Uniti le prime centrali elettriche con generatore di vapore a fusione nucleare. Dopo un decina di anni, tali centrali cominciavano ad essere prodotte anche in Italia. Ma, come nel passato, il sistema comportava il riscaldamento dell’acqua secondo i classici cicli termodinamici di Carnot e simili, come nelle vecchie centrali termoelettriche, e la conseguente dissipazione in calore irrecuperabile di gran parte dell’energia impegnata. Bruno, fin da quando era studente universitario, una decina di anni prima, aveva a lungo studiato i processi di trasformazione dell’energia, e si era convinto che doveva esistere una possibilità di convertire l’energia di fusione in energia elettrica, così come esi­stevano tanti altri sistemi per convertire l’energia da chimica ad elettrica, da elettrica a termica, da termica a meccanica, eccetera. Ma un conto era essere convinti di questa possibilità, un altro era tra­durre questa convinzione in pratica.
Quando era arrivato il momento della tesi di laurea, aveva scelto come argomento quello della fusione controllata e le sue possibili applicazioni, ed aveva approfittato di questo per appro­fondire le sue conoscenze. Inoltre, con un grosso sacrificio finanziario, aveva comprato un “piccolo” gruppo elettrogeno che aveva come generatore di vapore un reattore a fusione, natural­mente di piccole dimensioni, e l’aveva installato in giardino: per fortuna, lui e la sua famiglia abita­vano alla periferia di Roma, e disponevano di un discreto spazio. Il gruppo elettrogeno occupava all’incirca una decina di metri quadrati, più o meno come un’automobile, con la differenza che era alto quasi due metri e mezzo, a causa della caldaia. Era in grado di erogare una potenza di un mi­gliaio di chilowatt ad una tensione di 380 V, e il padre di Bruno lo trovava utile anche per alimen­tare le sue utenze elettriche per la cura del giardino…almeno fino a quando Bruno non cominciò a mo­dificarlo per i suoi esperimenti, qualche mese dopo.
Passò diversi mesi a studiare in modo approfondito i campi magnetici che si generavano all’interno del reattore e analizzò accuratamente le reazioni nucleari che avvenivano; poi, costruì un dispositivo basato sulla elettronica di potenza che riusciva a rendere i campi magnetici variabili al­ternativamente, come in un trasformatore, e, dopo una lunga serie di esperimenti senza risultato, un giorno, quasi fortuitamente, riuscì a produrre una tensione alternata. Incredulo ed esultante, si mise a urlare dalla gioia, facendo accorrere i suoi genitori preoccupati: aveva confermato a se stesso ed al mondo che la cosa era possibile.
Ma, sebbene la cosa fosse riuscita, c’era un inconveniente: il processo aveva una durata li­mitata, e si estingueva dopo meno di un secondo, rimanendo registrato soltanto dagli strumenti. A furia di riprovare e continuando sempre a migliorare le attrezzature del laboratorio, Bruno era riu­scito ad ottenere l’allungamento del processo fino ad alcuni secondi. Nel frattempo, si era laureato ed aveva ottenuto il posto alla Marliani, sostenendo un brillantissimo colloquio alla presenza di Al­fredo Marliani, che allora era ancora Vice Direttore. Poi, si era reso conto che da solo non sarebbe mai riuscito ad andare avanti ed aveva cominciato a cercare qualcuno in grado di aiutarlo. La for­tuna in quel caso era stata dalla sua parte, perché aveva incontrato Luciano, gli aveva parlato del suo progetto ed era riuscito a convincerlo a collaborare. Questa collaborazione durava da un anno, ed in quell’anno i progressi erano stati notevoli, per la grande esperienza di Luciano nella fisica nu­cleare: ma tuttora non erano riusciti ad ottenere un processo permanente. Tra alterne fortune, erano riusciti ad arrivare fino ad un minuto circa; poi, misteriosamente, tutto si annullava.
Come al solito, Bruno si mise davanti al computer, facendo variare lentamente i vari para­metri, mentre Luciano sorvegliava l’andamento del processo e dava istruzioni. Lavorarono instan­cabilmente senza soste per circa sei ore, e riuscirono per una decina di volte ad innescare il pro­cesso: ma, dopo poco più di un minuto, il processo non riusciva ad autosostenersi, e tutto si annul­lava.
Dopo l’ultimo tentativo, Bruno, con un gesto irritato, spense il computer e rimase a fissare il vuoto, meditabondo. Poi si rivolse a Luciano, che a sua volta aveva spento gli altri dispositivi:
– Che ne pensi, Luciano? Sei d’accordo con la mia ipotesi?
– Si, Bruno. Non c’è niente da fare. Il “CONUEL” funziona, ma ha bisogno di un volume maggiore per autosostenersi. – La sigla “CONUEL” stava per COnvertitore NUcleare-ELettrico, ed era il dispositivo che i due stavano studiando e perfezionando. – E questo, purtroppo, porta ad un’inevitabile conclusione.
– Si. – Disse Bruno. – Abbandonare gli esperimenti e rinunciare, oppure ottenere dei finanzia­menti più rilevanti e costruire un modello di dimensioni adeguate. Secondo i miei calcoli, do­vremmo aumentare il volume almeno di trenta volte. Cioè, portarlo dalle dimensioni di circa cento­venti decimetri cubi a circa tremilacinquecento decimetri cubi. E questo, a parte le difficoltà co­struttive, comporta una spesa di circa un milione di ECU. Cioè, l’equivalente di quello che io e te insieme guadagniamo in dieci anni o giù di lì. Tenendo conto inoltre dei prestiti che dobbiamo rim­borsare, riusciremo, senza mangiare e senza bere altro che acqua, ad arrivare a questa cifra tra tre­dici anni, cinque mesi e…
– Bruno, ti prego! – Lo fermò Luciano. – Non propinarmi i tuoi dannati calcoli finanziari. Ne ho già piene le palle dei tuoi calcoli tecnici. Tentiamo invece di pensare ad un’altra soluzione.
– So già cosa intendi per “altra soluzione”, Luciano. Ne abbiamo parlato un’infinità di volte, ma sembra che ti piaccia ritornare sull’argomento: riuscire ad ottenere che il progetto venga studiato dalla Marliani. Ma questo è difficile più o meno quanto ottenere che lo studi la tua Università.
– C’è una differenza, Bruno. L’Università è sovvenzionata dallo Stato, mentre la Marliani è una Ditta privata, ed i privati sono molto sensibili all’odore dei quattrini…
– Verissimo. Il difficile è riuscire a farglielo annusare. Io, almeno, manco completamente delle capacità di un imbonitore, e sarei incapace anche di vendere il pane ad un affamato.
Tacquero ambedue, soprappensiero. Poi Luciano guardò l’orologio:
– Bruno, ti annuncio che me ne vado a dormire. É quasi l’una del mattino. Che facciamo, do­mani? Riproviamo ancora, o gettiamo la spugna?
Bruno non rispose subito: stava rimuginando tra sé, ripensando a quello che aveva detto poco prima.
– Sto pensando che hai ragione tu, Luciano. – Disse infine, con un sospiro. – L’unica è tentare di convincere la Marliani a studiare il problema con la sua “Direzione studi e ricerche”. Tutto som­mato, non ho mai provato a parlarne ai miei capi, e forse mi sono dato già per vinto in partenza. Prendiamoci un paio di giorni di pausa, ed io tenterò di convincere i miei capi. Forse ci rimetteremo un po’ in gloria ed onori, ma il progetto andrà avanti, ed è quello che conta per il futuro dell’umanità.
– Nobili parole, socio. E con questo, credo che abbiamo coronato degnamente la giornata. Vado a casa: Wanda è molto paziente, ma non mi sembra giusto abusare. E poi, debbo mettere a ta­cere la mia coscienza per aver guardato troppo a lungo la De Giorgi. Wanda dice di non essere ge­losa, ma hai mai conosciuto qualcuno che non lo sia affatto? Ciao, e buon sonno anche a te.
Bruno lo accompagnò alla porta e si salutarono con una cordiale stretta di mano.
Rimasto solo, Bruno rimase a lungo a riflettere, fantasticando sul miglior modo di approc­ciare il problema con Sartori. Forse, facendogli balenare la prospettiva di un po’ di gloria e di una promozione, sarebbe riuscito  a scuotere la sua burocratica staticità. Pensò anche se non fosse il caso di andare ad esporre il problema direttamente al direttore, Alfredo Marliani. Ma sapeva che quest’ultimo era pressoché inaccessibile e continuamente in viaggio, e sarebbe stato molto difficile avere un appuntamento.
– Bah! – Borbottò tra sé. – Ci penserò domani mattina. Ora a nanna.
Dormì male, e sognò nuclei di idrogeno ed elettroni colossali per tutta la nottata.

2 Comments

  • Alessandro Zigliani January 23, 2010 at 8:31 pm

    Ciao, visto il tuo invito al commento in sf-academy, ho deciso di rispondere. Spero non ne avrai a male perché il mio commento sarà negativo. E intendo dire totalmente… negativo.
    Sarò sintetico perché, mi sembra, si tratta di un inizio di un romanzo e, poiché non ho idea di dove vuoi andare a parare, se vuoi andare a parare da qualche parte, non credo di poterti consigliare nulla di costruttivo. Me ne dispiace perché poi magari ti sembra un commento fatto tanto per dare addosso, ma credimi che non è così. In genere sto sempre molto attento a motivare ogni giudizio che do, quindi mi scuso in anticipo: ma puoi credermi sul fatto che so quello che ti sto dicendo, anche se non sono uno scrittore (quindi puoi cestinare il messaggio e buona notte).
    Allora, già mi son dilungato troppo:

    1) Il prologo. Da buttare. Non serve a niente, perché racconta un sacco di cose che non servono a niente, alcune banali in modo deprimente (tipo le dissertazioni comparative sul fatto che il giornale costa un ecu, e la cena tot ecc). Non voglio parlare dello stille perché quello è il meno: non c’è proprio niente da salvare qui.

    2) Supponendo di eliminare il prologo, veniamo al capitolo 1. Pure da buttare. Non si cominciano le storie così, neanche dopo il prologo. Non credo che nessuno possa provare interesse a continuare la lettura oltre il primo paragrafo, al termine del quale ne hai già abbastanza della “Ditta Marliani – Impianti Tecnologici civili ed indu­striali”. Cosa ci debba importare dei suoi ics dipendenti, né della pletora di personaggi che vengono nominati senza alcuno scopo, è un mistero. Dici, magari andrebbe bene come secondo capitolo; voglio dire, dai, è solo che ancora non sappiamo perché questi personaggi sono importanti, ma poi…

    3) E invece no, neanche per idea: fa ancora acqua da tutte le parti. A parte la prolissità (infodump) dei paragrafi… non saprei come definirle… dalle mie parti si dice sbrodolate, i personaggi sono troppi e tutti inequivocabilmente piatti. Per di più la narrazione procede con ridicoli salti sia temporali sia di punto di vista; questi ultimi in particolare sono devastanti perché portano all’attenzione del lettore commenti di nessun interesse come quelli della segretaria, del socio, ecc. Per non parlare della presunta scena di flirt tra Bruno e Sonia, durante la quale ho rivalutato con orrore i dialoghi tra Anakin Skywalker e Padme Amidala. E a seguito di questa, l’ennesimo inutile flashback o spiegazione dei tempi dell’università. Scusa ma ho pensato: chissenefrega!?
    E poi, chi cazzo è Wanda?

    Insomma, non ci siamo proprio per niente. Se nomini Raggi, deve esserci un motivo. E non devi dire che Raggi è uno stronzo: devi dimostrare che lo è o che non lo è, se viene giudicato così erroneamente. E la segretaria? Lascia perdere, a meno che non serva nella tua storia. Che ne so: se Bruno è il protagonista, intanto il punto di vista dovrebbe essere centrato su di lui. E poi, se si scopa Sonia sono fatti suoi… l’impressione è che Sonia sia solo la figa che hai messo dentro nel racconto per farci vedere che Bruno è figo e bastardo. In quel caso, non devi darle un nome: può ben essere una gamba nuda che spunta da un lenzuolo o la voce di una donna dal cesso. Basta quello, ma tu addirittura ci fai sapere cosa pensa, che palle!

    L’unica cosa costruttiva che ti posso dire è: quando scrivi devi tenere in mente che il tuo lettore è una persona intelligente. Anzi, che può essere più intelligente di te, e che legge quello scrivi nella speranza di esserne sorpreso o commosso o intrigato o quello che vuoi. Insomma, lo devi afferrare per le palle in qualche modo. Ad ogni pagina. OK, OK: ad ogni pagina se è stronzo come me. Se no meno, ma mica tanto. Voglio dire, perfino la tipica lettrice di Moccia si annoia se non fai dire qualche melensaggine al personaggio di Scamarcio o sputi qualche pseudofilosofica scempiaggine sulla vita, l’universo e… l’amore. Amoreeeeee (non “tutto quanto”: ti ho fregato). Questo ogni due, tre, massimo quattro pagine. Capito?

    Ciao, e buon lavoro.

  • Bruno Alessandro January 25, 2010 at 12:44 pm

    Tra l’inizio del 21° secolo e la prima metà dello stesso, cioè tra il 2000 ed il 2050, il mondo ebbe molte trasformazioni, come del resto era già avvenuto durante gli ultimi sessant’anni del se­colo precedente.
    (Confesso di aver letto le precedenti critiche: “Tra il 2000 ed il 2050, il mondo ebbe molte trasformazioni” è questa l’informazione che dai al lettore, quella che gli rimane in testa, il resto non serve. Il fatto stesso di utilizzare la parola “cioè” è sintomo che tu stesso sai di esserti espresso male, in modo confuso o incompleto. Quello che segue dopo “Come del resto” è un’informazione ovvia che poi non servirà al resto del tuo racconto.)
    Gli stati europei ed asiatici avevano seguito l’esempio degli Stati Uniti d’America, formando delle confederazioni che abbracciavano un gran numero di nazioni.
    (“Gli europei e gli asiatici avevano seguito l’esempio degli Stati Uniti d’America, fondando delle confederazioni” così eviti di ripetere la parola “stati” e poi anche qui finisci col dare due volte la stessa informazione.)
    …”Gli Stati Uniti Asiatici comprendevano la Cina, il Giappone, la Corea, la Cambogia, l’India, l’Afganistan, ed altri stati minori. Rimasero isolati la CSI, antica URSS, e gli Stati arabi, sparsi tra l’Asia e l’Africa, oltre a tutti gli stati del Sudamerica, che non riuscirono a trovare l’accordo. Ma questo non è molto im­portante per questa storia.”
    (A che serviva tutta la lezione di storia contemporanea che ho cancellato? A quanto pare tu stesso ci informi che ci hai solo voluto far perdere un po’ di tempo 🙁

    CAPITOLO 1
    Era stato scelto con ocu­latezza per ben rappresentare l’importanza della Ditta, che vantava una consistenza di personale di circa ottocento unità e partecipava praticamente a tutte le gare indette in Europa che riguardavano impianti tecnologici di una certa importanza, cioè il cui costo fosse superiore a qualche milione di ECU.
    (Cominci con una frase assai complessa. Se la dividi puoi gestirla meglio e allungare il brodo. “Era stato scelto con ocu­latezza per ben rappresentare l’importanza della Ditta, che vantava una consistenza di personale di circa ottocento unità. La “Marliani” partecipava praticamente a tutte le gare indette in Europa che riguardassero impianti tecnologici il cui costo fosse superiore a qualche milione di ECU.”)
    Per comprendere il /significato/(entità? valore?) di questa cifra, basta accennare al fatto che un /…/ appartamento di 150 metri quadrati costava dai cinquecentomila agli ottocentomila ECU, a seconda della zona e della classe dell’appartamento.
    Il nome della Ditta era ben noto negli ambienti ministeriali ed in quello delle grandi organizzazioni.

    Gli “impianti tecnologici” di cui si occupava la Marliani erano diversi e svariati: si partiva da impianti per il condizionamento di condomini per finire ad impianti di depurazione, a forniture per grandi officine ed in qualche caso a grossi impianti destinati a centri siderurgici, a Centrali elettriche o telefoniche, a imprese manifatturiere.
    Il fondatore della Ditta, l’ingegnere Alessandro Marliani, benché ormai novantenne, era an­cora un uomo di eccezionale lucidità, e conservava gelosamente la sua carica di presidente onora­rio. La presidenza era invece già da qualche decennio passata al suo “figlioletto” sessantenne, Fede­rico, mentre la Direzione generale era nelle mani dell’altro figlio Alfredo, quarantacinquenne.
    (La parte qui sopra va meglio, ma poi basta! Devi partire con la storia.)

    Ok, mi fermo perchè il romanzo ha caratteristiche incompatibili con ciò che vorrei leggere e rischierei di stravolgere ogni frase.
    Ho leggiucchiato anche un po’ più avanti ma le cose sembrano non cambiare.
    Mi sembra che tu scriva di cose troppo ordinarie: il lettore medio legge per evadere dalla propria realtà, ma tu glela riporti davanti agli occhi in modo minuzioso e inevitabilmente noioso.
    Saresti forse più apprezzato nello scrivere sceneggiature, dove gran parte delle descrizioni vengono poi rese da un’immagine di pochi istanti. In un romanzo però non puoi costringere il lettore a immaginare esattamente la scena che tu hai in mente.
    Ti consiglierei di togliere dal racconto tutto ciò che non è narrazione di eventi che stanno accadendo o che sono accaduti in passato direttamente ai protagonisti. Poi se proprio manca puoi aggiungere qualche spiegazione, ma devi farlo dove serve davvero.

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