La casa grande

December 16, 2009

Il ragazzo non sapeva come sarebbe cambiata la sua vita varcando quel cancello e, se lo avesse saputo, si sarebbe fermato e avrebbe fatto dietrofront. Steve Robbins stava giocando a palla con i suoi amici nella strada e, come a volte capita, un colpo molto forte spedì la palla in casa di un residente.

“Se non altro non abbiamo rotto la finestra” pensò il giovane, che ricordava ancora l’ultima volta che aveva dovuto lavorare per la persona cui aveva rotto un vetro “La finestra era aperta e la palla è finita dentro senza causare danni… o almeno lo spero, non si sa mai quali oggetti si trovassero nella stanza in cui è entrata”.

Giunto di fronte alla porta dell’abitazione, una casa costruita poco tempo prima e soprannominata la “casa grande” a causa delle sue dimensioni che la rendevano più imponente che qualsiasi casa del paesino, prese il batacchio e bussò tre volte. Aspettò gli fosse aperto, guardando gli amici in fondo al viale che già inventavano qualche gioco per far passare il tempo.

Non erano persone denarose, né lui né i suoi amici. I loro padri lavoravano in una miniera nei pressi del posto e portavano a casa abbastanza denaro da poter mangiare e coprirsi il corpo sino alla busta paga successiva. I vestiti che ognuno di loro portava addosso erano logori stracci che servivano per giocare, molto diversi dai bei vestiti che usavano la domenica in chiesa oppure quando andavano a scuola di mattina.

La porta si aprì e una donna dai capelli neri lo guardò curiosa, era giovane, avrà avuto una trentina di anni al massimo, ed era abbastanza avvenente da poter destare gli interessi dei vari paesani. Steve non l’aveva mai vista in giro, ma in fondo, dalle notizie che possedeva, i padroni della casa erano giunti da poco nel paese, quindi lei poteva non essersi ancora inoltrata per le vie del posto a conoscerne gli abitanti, oppure era la classica ricca che non voleva mischiarsi con la plebe.

– Dimmi ragazzo.

– Mi scusi, signora, stavamo giocando a pallone e, sfortunatamente, un colpo maldestro l’ha fatto finire in casa sua, attraverso la finestra aperta al piano di sopra – rispose Steve, che veniva mandato a dialogare con le persone che avevano subito i danni appunto per l’ottima parlantina.

La donna ebbe un’espressione preoccupata – Quella è la camera di mia figlia, spero che il vostro pallone non l’abbia ferita – quindi gli fece cenno di entrare e si mosse verso le scale che portavano al piano superiore.

Steve la seguì, col cuore in gola. Per essere preoccupata, probabilmente, la figlia della signora era abbastanza piccola oppure era a letto con qualche malanno.

Attraversò un piccolo corridoio nel quale erano appesi degli strani quadri. Erano dipinti con colori scuri, e il rosso risaltava in ogni spazio ove era stato utilizzato. Le scene dei quadri mostravano uomini dall’aria truce che compievano dei sacrifici o degli omicidi. Il giovane Robbins pensò che essi facessero parte di qualche collezione del marito, perché a suo parere, una donna non avrebbe mai scelto tali oggetti per arredare casa.

Salirono le scale e si trovarono al piano superiore, la signora aprì la porta della stanza di sua figlia… ed emise un gemito, gli occhi trasparivano un timore profondo.

Steve ebbe un tuffo al cuore a quella vista, probabilmente la palla aveva causato qualche danno e ora sarebbe stato un problema sistemare le cose. Quasi non aveva la forza di fare gli ultimi passi che lo avrebbero portato a vedere cosa era accaduto dentro quella stanza. Poi la donna entrò e Steve la seguì per scoprire cos’era accaduto.

La scena che si ritrovò di fronte non era quello che pensava di vedere. Pensava di trovare la bimba a terra, colpita dalla palla, oppure ferita a causa di qualche oggetto rotto da essa.

Invece la figlia era nella sua culla, tranquilla, come se nulla fosse accaduto. Sulla parete però era presente un simbolo, dipinto con una tintura rossa che, quando Steve si avvicinò, comprese essere del sangue.

Il simbolo era formato da tre triangoli disposti con le basi a toccarsi nelle punte, formando un quarto triangolo, il tutto dentro un cerchio, e sotto la figura erano scritte delle parole in una lingua che Steve non sapeva leggere.

– Signora? La bimba sta bene? – chiese per rompere il silenzio e distrarsi da quello che aveva di fronte.

La donna lo guardò, ricordandosi solo in quel momento che il ragazzo era presente in casa e quindi sollevò la piccola dalla culla, scuotendola un poco, facendola svegliare e piangere.

– Sì… sta bene – rispose.

– Va bene, se non lo dispiace, prenderei il pallone e me ne andrei – disse lentamente lui, voleva uscire immediatamente da quella casa, la situazione non era delle migliori, quello era evidentemente uno scherzo, e non voleva che lei pensasse fosse stato lui a causarlo per poi venire a godersi la scena.

La donna andò a raccogliere il pallone, finito in un angolo, e lo porse al ragazzo.

– Steve, mi raccomando, non fare parola con nessuno di quello che hai visto in questa stanza – disse lei.

Il ragazzo rimase sorpreso da quelle parole e soprattutto dal fatto che lei conoscesse il suo nome.

– Conosco tua madre – disse la donna – Per questo so come ti chiami – precisò lei, rispondendo alla domanda inespressa del giovane.

Il ragazzo accettò la risposta ma si chiese come mai lei avesse tanto terrore che lui parlasse di quello che, ovviamente, era uno scherzo di pessimo gusto. Con la finestra aperta era logico che qualcuno potesse entrare in casa e fare qualcosa del genere, sarebbe potuto entrare lui stesso per prendere la palla, se non avesse voluto passare per la porta principale.

– Stia tranquilla- rispose – Non parlerò – diede un ultima occhiata alla parete e, pensò che quello utilizzato, se fosse stato sangue, poteva appartenere ad una capra o comunque ad un animale, doveva chiedere se erano state rinvenuti degli animali morti. Voleva scoprire quale abitante del villaggio avesse fatto quell’orribile scherzo alla signora.

Steve rientrò a casa, a ora di cena. Si lavò le mani e si mise a tavola, aspettando la cena, che la madre stava finendo di cucinare. Il padre non era ancora rincasato dal lavoro ed erano gli unici in casa.

– Madre, oggi ho conosciuto la signora che abita nella casa grande – esordì lui.

– La signora Collin?- chiese lei.

– Non ho idea di come si chiami, son dovuto andare a bussare alla sua porta e mi ha aperto, ha detto che ti conosceva e, difatti, sapeva il mio nome.

– Steve, per quale motivo hai bussato alla porta della signora?

– Mark ha calciato il pallone dentro la sua casa.

– Nulla di rotto, spero – disse la donna, abituata agli incidenti causati dai ragazzi quando giocavano a pallone. Pure a loro era capitato un pallone in casa, tempo addietro.

– No, nulla. La finestra era aperta ed era la camera della bambina, quindi alquanto spoglia. La bimba sta bene, la culla era abbastanza lontana dalla finestra.

– Non sapevo avesse una figlia – disse lei, sorpresa – Mi aveva risposto che suo marito non aveva ancora deciso di avere figli, quando glielo chiesto…

– Com’è suo marito? – chiese lui incuriosito – L’ha mai visto madre?

– Non ne ho mai avuta l’occasione, lei dice che i suoi affari lo portano a stare lontano di casa per molto tempo. Non ha mai idea di quando lui rientrerà.

– Capisco – disse il ragazzo.

La donna cominciò a mettere il cibo sul piatto, mentre il ragazzo rimuginava fra sé.

– Madre – disse poi – Sai se al signor Portland è morto qualche animale oggi?

– Strana domanda, non ne so nulla, perché me lo chiedi?

– Quando sono andato a controllare se la palla avesse fatto danno, ho trovato uno scherzo di qualche ragazzo del paese.

– Che genere di scherzo? – chiese lei, sbalordita che c’entrasse con esso un animale morto.

– Hanno imbrattato una parete con quello che, penso, essere sangue di capra – disse lui.

– Mio Dio! – esclamò lei allibita – Nella camera della piccola? Che orrore! Sarà stato quel ragazzaccio… il figlio di Zamboni, quell’italiano è un disgraziato!

Steve conosceva il ragazzo in questione. La famiglia Zamboni si era trasferita in Inghilterra dall’Italia qualche anno prima e il padre si era messo a lavorare subito come contadino, mentre il figlio aveva cominciato immediatamente a fare il bullo. Tutti i giovani del paese lo conoscevano e lo temevano, dicevano che non avesse tutte le rotelle a posto. Se era stato lui a fare lo scherzo era meglio procedere con i piedi di piombo, se lo avesse scoperto, probabilmente Steve si sarebbe ritrovato la sua attenzione addosso e ne faceva volentieri a meno.

Il rumore della porta che si apriva distolse i due dall’argomento, era tornato il padre di Steve. Era sporco per il lavoro e portava sulla spalla la borsa, dove ogni giorno la moglie inseriva le cibarie per l’ora di pranzo.

– La cena è pronta, caro – disse lei – Stavo giusto mettendola sul piatto.

L’uomo grugnì e andò a sedersi a capo tavola, aspettando gli fosse consegnato il cibo, quindi cominciò a mangiare. Dopo qualche minuto incominciò a parlare.

– Moglie, finalmente sono riuscito a vedere il signor Collin – disse.

– Sul serio?- chiese Steve, curioso – Che tipo è?

– Steve, credo che per oggi tu ti sia fatto gli affari degli altri un po’ troppo – lo ammonì la madre.

– Che è successo? – chiese dunque l’uomo.

– Ha conosciuto la signora Collin e sua figlia – disse lei.

– Figlia? Non avevi detto che suo marito non si era ancora interessato a fare figli?

– Forse non si è fidata di me, quando glielo chiesto, in fondo è nuova del paese.

– Comunque, stavo dicendo – continuò lui – Mi trovavo in fondo al viale, quando una persona mi è finita addosso, era di fretta e, urtandomi, gli sono caduti dei fogli – prese un boccone e, con il cibo in bocca – Ha raccolto i fogli in fretta e furia, con una paura tale che sembrava che se non si fosse sbrigato sarebbe bruciato all’Inferno.

– Come hai fatto a comprendere che si trattava del marito di Anne? – chiese la moglie.

– Ho guardato dove si dirigeva, prima di entrare a casa, anche se lo immaginavo già, era una faccia nuova in paese, e l’ho visto entrare nella casa dei Collin. Se non è il marito, non so proprio chi possa essere.

Ci fu un attimo di silenzio, poi lui proseguì – Comunque, gli son caduti i fogli a terra. Inizialmente volevo anche aiutarlo, ma poi il suo nervosismo mi ha fatto desistere, non avrei voluto che pensasse che, mentre lo aiutavo, potessi leggere i suoi affari personali. Fatto sta che, mentre li raccoglieva, ho notato che su un foglio c’erano degli strani simboli.

Steve sgranò gli occhi, e s’interessò ancora di più alla conversazione.

– Non ho mai visto cose del genere. Poteva essere qualche lingua antica, forse il signor Collin è interessato alle lingue morte, oppure è un professore.

– Padre, riusciresti a disegnarne uno? – chiese il figlio, che era rimasto a bocca asciutta con le ultime affermazioni del padre, sperava di sapere di più su quei simboli. Inoltre se erano gli stessi, Zamboni era innocente, sicuramente non li conosceva. E se fosse stato così… chi li aveva disegnati col sangue in quella stanza?

Il padre andò alla ricerca di una matita nello zaino, appoggiato ai piedi del tavolo, e di un foglio di carta, quindi disegno un simbolo a forma di croce con una x alla base.

– E’ l’unico che mi ricordo Steve – disse lui – Se t’interessa il significato potresti chiedere domani mattina a scuola a qualche insegnante.

Era una buona idea, lo avrebbe fatto, e al ritorno sarebbe passato per la fattoria dei Portland, per sapere se qualcuno aveva ammazzato una capra. Voleva venire a capo della situazione, comprendere perché qualcuno avesse compiuto quell’atto in casa dei Collin.

La mattinata scolastica stava giungendo al termine e Steve non aveva ancora potuto chiedere nulla di quei simboli a nessun insegnante. La scuola era cominciata con una verifica sugli ultimi argomenti studiati, che li aveva tenuti in silenzio per un’ora. L’insegnante successivo era mancato per un malore ed erano stati tenuti a bada dal bidello, che era una persona che non avrebbe potuto aiutarlo minimamente.

Quell’ora vuota aveva destato nei ragazzi l’istinto del divertimento e lui si era fatto trasportare dai suoi compagni, finendo in punizione a ripulire il giardino, mentre la classe proseguiva con le due ore successive.

Era giunta dunque l’ultima ora di lezione e l’insegnante era il signor O’grady, uno scozzese che aveva studiato molto nella sua giovinezza per poi ritrovarsi ad insegnare a dei futuri “nessuno” in un piccolo paese inglese. Steve prese il foglio nel quale il padre aveva disegnato quel simbolo e aspettò che l’insegnante finisse la lezione.

Quando la campanella suonò, tutti si lanciarono fulminei alla porta e se ne andarono dalla classe, a parte lui.

– Signor Maestro – disse il ragazzo, avvicinandosi alla cattedra lentamente – Vorrei chiederle una cosa.

– Parla pure Robbins, problemi con l’argomento che ho spiegato?

– No, signore, è una cosa che non ha a che fare con la scuola.

L’uomo si rabbuiò, già pensando a brutte cose – Problemi in famiglia ragazzo?

– Nossignore, tutto bene a casa – rispose e, per non dare all’uomo il tempo di immaginarsi altro estrasse il foglio e glielo porse – Ho visto dei simboli strani ieri e mi chiedevo a che lingua appartenessero, questo è l’unico simbolo che ricordo.

L’insegnante prese in mano il foglio e controllò il simbolo, quindi lo girò per vederlo da altre prospettive, nel caso Steve l’avesse visto nel verso sbagliato, quindi lo riconsegnò al ragazzo – Mi spiace Robbins, conosco molte lingue, ma questo simbolo non appartiene a nessuna di quelle che ho studiato. Mi viene in mente la scrittura Babilonese, oppure quella Fenicia, ma non fa parte di esse, ne sono convinto.

Steve era deluso, un insegnante così colto come il signor O’grady non era in grado di aiutarlo, non sapeva da chi andare ora. Salutò il maestro e uscì dall’aula. L’unica cosa che gli restava da fare era andare da Portland a informarsi sul bestiame.

Dalla scuola alla fattoria di Portland c’era molta strada, non sarebbe giunto a casa per l’ora di pranzo se l’avesse intrapresa a piedi, quindi al ragazzo serviva un sistema per poterci andare più velocemente, così da evitare rimproveri dalla madre per il ritardo.

Per andare da un paese all’altro c’era un servizio di carrozze. Il loro tragitto l’avrebbe portato alla fattoria in poco tempo e, se aveva fortuna, al ritorno ne avrebbe trovata una che si dirigeva in senso contrario.

Ovviamente il servizio costava e lui soldi non ne possedeva, quindi poteva salirci in un solo modo, montando di nascosto nel portapacchi.

Giunse alla fermata della carrozza, ove essa stava già per essere preparata alla partenza. Vi salì una donzella e un uomo ben vestiti, solo persone che avevano denaro da spendere potevano usare tale servizio, pensava il ragazzo osservandoli. A quel punto furono sistemati i bagagli e il cocchiere andò a sistemarsi nella sua postazione. In quel momento il ragazzo sbucò fuori dall’angolo e si avvicinò di soppiatto al mezzo di trasporto, dunque aprì il portapacchi e vi entrò giusto mentre l’uomo dava la prima frustata ai cavalli, facendoli partire.

La carrozza si muoveva a una velocità che il ragazzo non pensava fosse raggiungibile in nessun altro modo, era troppo veloce. Comprendeva perché il servizio costasse abbastanza da non essere utilizzato se non dagli aristocratici, tale velocità era dispendiosa per chi prestava il servizio. I cavalli dovevano mangiare e per andare così veloci dovevano essere bestie magnifiche, animali che, se venduti, potevano renderti l’uomo più ricco del mondo.

Il ragazzo si mise a pensare a cosa avrebbe potuto comprare vendendo uno di quei cavalli, quando si accorse che era arrivato alla fattoria dei Portland. SI tuffò dalla carrozza e rotolò sul terreno, sbucciandosi un ginocchio. Si rialzò e guardò la carrozza che si allontanava nel sentiero, il cocchiere ancora ignaro di aver trasportato un passeggero gratis, quindi si mise in viaggio verso l’abitazione del signor Portland, che probabilmente a quell’ora stava già pranzando. Mentre camminava per la campagna, si mise a pensare a quello che avrebbe chiesto al padrone della fattoria e a come porre la domanda, senza che l’uomo trovasse sospetta e poco educata la sua intromissione nei propri affari. Quando giunse in vista della casa dell’uomo, fu raggiunto da un ragazzo con i capelli rossi e le lentiggini, Rod Strickland, un ragazzo con cui giocava anni prima per le strade del villaggio.

– Steve, che stai facendo qua? – chiese.

Rod era più grande di qualche anno e aveva già finito la scuola, quindi aveva cominciato a lavorare nei campi del signor Portland. Robbins pensò che forse avrebbe avuto più informazioni da lui che dal padrone della fattoria, essendo amici.

– Volevo chiedere delle informazioni, Rod.

– Informazioni? – disse stupito il ragazzo – Hai intenzione di abbandonare gli studi e stai cercando lavoro?

– No, no- rispose con gesti di diniego – Volevo sapere se ultimamente avete perso qualche capo di bestiame, tipo l’altra sera…

Rod lo guardò seriamente e rimase in silenzio per qualche secondo, quindi disse – Ci hanno ucciso delle pecore l’altra notte. Un massacro. Il mio padrone pensa che un branco di lupi si sia spostato sin qui… ma ora che mi chiedi queste cose non ne sono così sicuro. Come mai questa domanda?

– La burla fatta in paese con del sangue animale- rispose lui, cercando di farla sembrare una cosa di poco conto, aveva promesso ad Anne Collin di non parlane con nessuno e stava già venendo meno alla sua parola, almeno doveva lenire i danni che avrebbe causato – Stavo cercando di scoprire chi è il responsabile.

– L’unico che conosco in grado di fare una burla simile è quel selvaggio di Zamboni, e sai bene che non devi sfidare quel ragazzo, quindi scordati della vicenda e non indagare oltre.

Steve sapeva perché Rod gli aveva parlato così, per quello che era accaduto fra Zamboni ed il suo amico Mark tempo addietro, una situazione che non sarebbe accaduto se il rosso fosse stato ancora con loro invece di cominciare a lavorare. Mark era stufo di vedere Erik Zamboni che maltrattava i suoi coetanei e aveva deciso di fare la voce grossa. Erik non aveva gradito e i due erano venuti alle mani, con vittoria dell’italiano. Purtroppo però non era finita là. Mentre si trovavano sulla riva del fiume a pescare era giunto Erik e aveva gettato in acqua Mark, per poi cercare di annegarlo.

I ragazzi non si erano intromessi per paura di Erik ed era toccato a un pescatore straniero mettersi in mezzo e salvare il suo amico. Mark da allora cercava di evitare Zamboni, ne aveva timore.

– Se vieni a sapere chi è stato, però – disse Rod –Non esitare a riferirmelo. Magari potrei far finta che a vederlo uccidere le pecore sia stato uno degli adulti della fattoria, almeno così Erik, se è stato lui, non dovrebbe darti problemi.

Steve annuì e decise che aveva acquisito le informazioni che gli servivano, inoltre il suo stomaco faceva dei brontolii e sapeva che doveva prendere la carrozza per tornare a casa. Salutò il suo conoscente e andò a nascondersi dietro un albero, aspettando il cocchio di ritorno.

L’ora di pranzo era passata da abbastanza e Steve stava finendo i compiti scolastici lasciati a casa, quando sua madre entrò nell’abitazione e lo chiamo.

– Steve, Steve!-

– Che succede madre? – chiese scendendo le scale che dal piano superiore andavano in cucina.

– Erik Zamboni! E’ stato trovato morto!

Il ragazzo rimase a bocca aperta. Aveva sempre pensato che quel ragazzo avesse vita breve, possedeva già troppi nemici per un dodicenne, e da adulto possedere nemici poteva portare alla morte. Sentire però che era morto e soprattutto a quell’età… era uno shock per lui.

– Come?- chiese il giovane, tentando di mantenere un tono di voce calmo.

– E’ caduto dal tetto dei Collin – disse sua madre – Probabilmente stava tentando qualche altra ragazzata delle sue.

Un’altra volta dai Collin? Dovevano stargli proprio antipatici se c’era tornato dopo un giorno soltanto. Chissà se aveva fatto del male alla piccola? Erik forse non era intenzionato a farlo, ma il suo modo di scherzare col fuoco poteva non solo aver bruciato lui, ma anche l’anima innocente della neonata.

Steve si accomiatò dalla madre e uscì, riunendosi alla folla che circondava la casa dei Collin.

C’era tutto il paese lì a guardare il corpo del giovane, che giaceva a terra, sul giardino della casa. Giunsero a prendere il suo corpo e, quando lo girarono sulla schiena, a tutti quelli che lo videro, scappò un gemito di stupore e orrore. Il ragazzo era morto con impresso nel volto la più orribile forma di orrore che chiunque avesse visto. I tratti del volto erano talmente deformati da quell’espressione che era persino difficile riconoscerlo, Steve venne a sapere che la sua identità era stata confermata da due suoi amici che sapevano che stava tentando la bravata.

Si avvicinò a lui Mark – Quell’idiota ha avuto il fatto suo, voleva fare un’altra delle sue stupidate, e Dio l’ha punito – Steve annuì, ma non era comunque d’accordo con l’idea dell’amico, anche se comprendeva che ora la pace sarebbe tornata fra i giovani del posto.

– Quei due stupiti di Mike Tuns e Mattié Boscàr non oseranno fare nulla senza il loro capo – continuò lui.

Steve annuì di nuovo, Mark aveva ragione su quel punto, quei due erano bravi soltanto a parole, non avevano il coraggio di agire se non quando c’era Erik a coprirgli le spalle.

Nel mezzo della folla che andava disperdendosi, Steve vide la signora Collin e il marito, entrare in casa, quindi si diresse verso di loro e li raggiunse prima che Anne chiudesse la porta.

– Signora Collin – la chiamò.

Lei lo guardò e, riconoscendolo, sorrise – Dimmi Steve, cosa c’è?

– Come sta sua figlia? – chiese immediatamente il ragazzo.

– Mia… figlia?- ripeté lei, come stordita dalla domanda, poi, però – Mia figlia sta bene, grazie. Sei preoccupato per qualcosa in particolare?

– Quel ragazzo che era sul vostro tetto era lo stesso che ieri ha lasciato quei disegni strani nella stanza di sua figlia, – spiegò lui- O almeno questo è il mio sospetto. Il fatto che sia tornato oggi significa che voleva continuare la sua opera e non vorrei che la piccola si fosse fatta male a causa sua.

– Che succede cara? – chiese il marito, uscendo dalle ombre dell’interno – Chi è questo ragazzo?-

– E’ il ragazzo di cui ti ho parlato ieri sera, Carlisle, è venuto a sincerarsi delle condizioni della piccola.

– Gesto molto gentile. Nostra figlia sta bene, grazie – rispose lui.

– Senta, – continuò lui, preso da un’idea – Lei è un professore o qualcosa di simile, giusto?

Carlisle rimase sorpreso dalla domanda, ma rispose tranquillo – Sono un archeologo, un appassionato di antiche culture e, con i miei testi, ho fatto progredire la conoscenza popolare sulle antiche civiltà.

– Saprebbe, dunque, tradurre quelle scritte che sono state scritte nella camera di sua figlia? – chiese il ragazzo.

Sugli occhi dell’uomo passò qualcosa di strano per un attimo, per poi scomparire, quindi gli rispose – Ho visto lo scempio che quel ragazzaccio ha perpetrato in camera della mia bambina, e ti posso assicurare che quelle scritte non hanno significato alcuno, sono solo dei pastrocchi fatti a casaccio.

Steve ci rimase male ma, sapendo che l’uomo cui stava parlando se ne intendeva, si mise l’anima in pace, il significato cui stava correndo dietro dal giorno precedente era soltanto una serie di simboli scritti a caso. Erik voleva soltanto far prendere paura alla famiglia Collin? Fargli pensare a un probabile interessamento a una setta satanica sulla loro bambina? Poteva essere, chi lo sapeva cosa passava per la testa di quel ragazzo…

Salutò i coniugi e se ne andò via. Voleva chiedere ai diretti interessati. Era difficile che Erik non si avvalesse dell’aiuto dei suoi amici e quindi, ora che lui non c’era più, quei due gli avrebbero cantato, soprattutto perché a causa di quella bravata il loro amico era passato a miglior vita.

Mattié e Mike si trovavano in chiesa, a vegliare sul corpo del loro amico. Erano veramente scossi dall’accaduto e, quando avevano visto il volto dell’amico, si erano pentiti di tutto il male fatto in vita propria. Erano andati a confessarsi, temendo che l’espressione del loro ex capo significasse che si trovava all’inferno.

– Mike… Mattié? – li chiamò piano Steve, avvicinandosi a loro e sedendosi sulla panca della chiesa.

– Steve?- rimase sorpreso Mattié – Non avrei mai pensato di vederti qui, soprattutto dopo quella volta che ti bruciammo i libri di scuola.

Steve non poteva dimenticare quell’evento. Comprare i libri nuovi era costato molto al padre, costretto a lavorare del tempo extra per prendere qualche soldo in più.

– Non me lo sarei aspettato neppure io, ma quello che è accaduto…

– La gente dice che è caduto dal tetto, ma in verità Erik sapeva muoversi come un gatto sui tetti delle case, e non aveva motivo di trovarsi là – disse Mike.

– Non aveva motivo di trovarsi sul tetto? Non eravate lì a guardarlo mentre compieva il suo scherzo?

– No, noi stavamo andando a creargli un alibi – disse Mattié – La gente avrebbe dovuto credere che lui fosse da un’altra parte, ai campi di Portland per essere precisi, mentre faceva pagare ai Collin il prezzo della menzogna.

– Il prezzo della menzogna? – disse stupito lui – Che menzogna?-

– Nel primo pomeriggio Erik ha incontrato Rod – disse Mike – Quel “pel di carota” l’ha accusato di aver ucciso le pecore di Portland per fare una burla ai Collin. Erik è stato infastidito da quest’accusa priva di fondamento e ha deciso di vendicarsi.

– Pensava che Carlisle Collin avesse chiesto a Portland se il sangue di pecora trovato nella stanza della bimba potesse provenire dalle sue pecore – s’intromise l’altro – Comprendo il sospetto, Zamboni ne combinava una dietro l’altra, ma le bambine non le ha mai toccate, soprattutto se neonate. E’ entrato, quindi, con l’idea di fare uno scherzo ai Collin che fosse realmente suo.

– In tutto ciò però, che c’entra il tetto? – chiese Steve –Voleva entrare dal camino?

– No, come abbiamo già detto, lui non doveva trovarsi sul tetto, ma dentro la camera della bimba, c’era la finestra aperta e quindi non aveva bisogno del camino.

La notizia fece rimuginare il ragazzo. Tralasciando che, era stato lui a dire a Rod del disegno e non il signor Collin come aveva pensato Erik, tutto aveva senso. Erik lo avrebbe fatto dato il suo carattere, i due amici non stavano nascondendo nulla. Ora restava da capire cosa ci facesse sul tetto…

– Sapete chi l’ha visto cadere dal tetto? – chiese Steve.

– Dicono che sia stata Anne Collin. Ha visto cadere il ragazzo mentre usciva dalla casa e ha gridato, quindi è giunto l’intero paese di fronte casa sua.

Steve ora doveva tornare dalla signora. Incredibile pensare che prima non l’avesse mai vista e ora si ritrovava per la terza volta ad averci a che fare. Il tutto perché lui si sentiva attirato da quella situazione, da quel mistero che sentiva aleggiare intorno all’intera vicenda. Le domande che gli passavano per la mente, mentre tornava a casa erano. Se non era stato Erik a compiere il gesto il giorno prima, chi era stato? Com’era possibile che Erik fosse caduto dal tetto se ovviamente era entrato in casa dalla finestra?

– Steve, non fare tardi, altrimenti resti senza cena – lo ammonì la madre, mentre lui apriva la porta di casa.

– Tranquilla madre, tornerò prima che tu apparecchi la tavola.

Si era deciso a uscire da casa per andare a parlare con Anne Collin. Doveva mettere i tasselli del puzzle al loro posto, altrimenti quella notte non sarebbe riuscito a dormire.

Bussò alla porta della “casa grande” e Carlisle gli aprì la porta.

– Steve, come mai qui? – chiese sorpreso il signore – Ancora preoccupato per Emily?-

Comprendendo che Emily doveva essere il nome della piccola, il ragazzo annuì e poi aggiunse – Soprattutto vorrei capire cosa è accaduto a Erik.

L’uomo annuì e gli fece segno di entrare in casa, quindi lo guidò in sala da pranzo. Gli indicò una sedia e si sedette in una di fronte. Era un uomo magro e alto, non aveva capelli e vestiva in un completo nero, i suoi occhi mettevano timore, sembravano quelli di un assassino.

– Mia moglie è in cucina a preparare la cena – disse- Ma penso di essere in grado di rispondere alle domande che volevi fargli.

Carlisle aveva compreso che Steve voleva interrogare la moglie, in fondo era lei ad aver visto il ragazzo cadere, e a quanto sembrava voleva impedirglielo, forse perché la donna era già stata stressata dai cittadini e dalle forze dell’ordine del paesino, venuti ad indagare su quella morte.

– Beh… non è facile trovare le domande giuste, il fatto si spiega da solo ma… – c’era qualcosa in quell’uomo che lo insospettiva. Sembrava che volesse nascondere qualcosa, che le sue risposte fossero un modo per sviare dei sospetti… l’aveva forse ucciso lui Erik? Oppure erano i suoi occhi malvagi che gli davano queste idee assurde?

Un groppo in gola costrinse Steve a deglutire, forse aveva di fronte un assassino, per quale motivo lo aveva ucciso? E se lui lo scopriva, avrebbe fatto la stessa fine?

– Su, dimmi – lo esortò lui.

– Ecco… sua moglie l’ha visto esattamente cadere dal tetto? – chiese infine lui.

– Sì.

– Stava guardando verso l’alto quando Erik è caduto?

– Anne si trovava in giardino perché aveva sentito dei rumori provenire dal tetto e voleva controllare cosa li produceva. Poi ha visto il tuo amico cadere.

Steve imprecò mentalmente. La storia era plausibile e non ne vedeva punti deboli, soprattutto perché la coppia non era sospettata di nulla, non erano assassini e non erano state trovate prove che indicassero il contrario. A quel punto voleva togliersi dei dubbi sugli accadimenti del giorno precedente.

– Riguardo a quei disegni in camera di Emily… – disse quindi – Non ha idea di chi sia il fautore?

– Se non ho capito male, si dice che sia esattamente quell’Erik il colpevole – rispose l’uomo – Chi poteva essere altrimenti? E’ persino tornato sulla “scena del delitto”…

– Sicuro di non avere dei nemici che avrebbero potuto fare quei segni sul muro a scopo intimidatorio?

– Hai un futuro nelle forze dell’ordine- disse Carlisle, spettinandogli i capelli – Vuoi per forza scoprire tutto… ma non c’è molto da scoprire. Gli unici nemici che potrei avere sono dei ricercatori invidiosi delle mie scoperte.

Il ragazzo annuì e si fermò a pensare, che altre domande poteva fargli? Ormai aveva finito, ma non voleva ancora andarsene, come poteva fare?

– Potrei vedere Emily? – chiese.

L’uomo annuì e si alzò dalla sedia e si diresse al piano superiore, seguito dal ragazzo. Giunsero alla stanza della bambina e Steve poté vederla dormire tranquilla sulla sua culla. Era una bimba bellissima e, guardandola, non si sarebbe neppure detto esser figlia della coppia, aveva una pelle molto chiara rispetto a suo padre e a sua madre.

– Caro, dove sei?- chiamò Anne dal piano sottostante e Carlisle uscì dalla camera, lasciandolo con la figlia.

Steve si girò verso la parete, dove il giorno prima c’erano i triangoli e le scritte misteriose. Nonostante fosse stato ripulito, si vedeva ancora chiaramente il segno del disegno e pure i simboli.

Il ragazzo si avvicinò ad essi e si accucciò, li vedeva chiaramente. Carlisle diceva che non significavano nulla, ma lui era testardo, magari non erano campo dei suoi studi. Estrasse dalla tasca dei laceri pantaloni il foglio, dove era disegnato quello ricordato dal padre, e comincio a ricopiare i simboli. Il foglio non bastò nonostante scrivesse più in piccolo possibile, ma una gran parte di quella simbologia era stata ricopiata.

Sentì i passi del padrone di casa tornare verso la stanza, si avvicinò alla bimba, le fece una lieve carezza e uscì dalla camera.

La primavera diede il passo all’estate e il caldo incominciò a colpire il piccolo villaggio, costringendo i ragazzi a passare più tempo sulle rive del fiume che per le vie di casa. Era passato un mese dalla morte di Erik e la vita nel paese era tornata normale. Steve aveva cominciato a frequentare la casa dei Collin per assicurarsi che la bimba stesse bene, si era affezionato molto a lei. Inoltre possedeva ancora dei dubbi e voleva sedarli, ma purtroppo Anne e Carlisle non gli avevano comunicato delle nuove informazioni e lui non poteva continuare a fare sempre le stesse domande, cominciava a infastidirli.

Quel mattino, a scuola, Steve stava affrontando una verifica in classe e non era abbastanza preparato per risolvere tutti gli esercizi che si trovava di fronte, quindi tentò di copiare da un compagno vicino. Per sua sfortuna l’insegnante se ne accorse, gli ritirò il compito, gli diede un brutto voto, e lo costrinse a rimanere in classe dopo la lezione per scrivere sulla lavagna un centinaio di volte che non si doveva copiare durante i compiti in classe.

Steve ne aveva scritto almeno la metà quando l’insegnante, una donna cinquantenne abbastanza grassa, ebbe bisogno di andare via e chiamò a controllare che il ragazzo finisse il castigo il professor O’grady.

L’insegnante si accomodò sulla cattedra e controllo il ragazzo per qualche minuto, quindi estrasse un libro dalla sua valigetta e si mise a leggere, aspettando che Steve finisse di scrivere il castigo.

Al ragazzo mancavano una ventina di volte, quando prese una pausa, e, guardando il professore, notò il titolo del libro e il suo autore: Ancient Rituals, Carlisle Collin.

– Professore… quel libro che sta leggendo…

– Si?

– Di cosa parla? E’ interessante?

– Io penso che sia il più orrendo testo che mi sia mai capitato di avere per le mani, ma mi tocca leggerlo per restare aggiornato sulle antiche civiltà.

– Orrendo? In che senso?

– I rituali qui descritti sono qualcosa di incredibilmente macabro, e sono appena all’inizio del libro. Man mano che avanzo questi riti diventano sempre più violenti, non riesco però a comprendere come abbia fatto a venire a conoscenza di queste cose. Collin parla di antichi testi tradotti da una lingua strana che non si conosceva fino ad ora, che avrebbero rivelato queste cose, ma le sue descrizioni mi sembrano troppo precise, quasi come se li avesse provati lui stesso questi riti.

– Una strana lingua… – ripeté il ragazzo – E’ presente nel libro? Anche solo qualche esempio…

– No, qui c’è solo la traduzione di quei riti – disse quello – Però se t’interessa potresti parlare con l’autore, Carlisle Collin dovrebbe abitare vicino a casa tua, se non sbaglio.

– Sì, in effetti, potrei chiederglielo.

Finito il castigo Steve stava camminando verso casa, dove si sarebbe preso due strigliate. La prima per non essersi presentato a ora di pranzo, mentre la seconda sarebbe partita quando avrebbe spiegato come mai lo aveva saltato.

La mente del ragazzo però era fissata sulla strana lingua che aveva nominato il professore.

“Se fosse la stessa lingua che ho trovato sul disegno in camera di Emily” pensava Steve “Come mai Carlisle mi ha detto che non la conosceva e non significava nulla?”

Intanto il fatto che potesse essere la stessa lingua scagionava del tutto Erik, che non avrebbe mai avuto la voglia di imparare una lingua vera per uno scherzo, piuttosto ne avrebbe inventata una sua, ma questo toglieva l’unico indiziato, anche se Mattié e Mike avevano già testimoniato in suo favore, scagionandolo un mese prima in chiesa.

Estrasse il foglietto con le scritte dalla tasca, ormai lo portava sempre dietro, nel caso potesse venirgli qualcosa in mente, e aveva intenzione di riciclare qualche quaderno di scuola per scrivere degli appunti sull’intera vicenda. Posò lo sguardo sui simboli, una sfilza di disegni che per lui non avevano senso, ma per Carlisle probabilmente ne avevano… se fosse stata la lingua di cui offriva traduzione nei suoi libri.

Il primo simbolo del foglio che teneva in mano gli risaltò all’occhio, non era stato scritto da lui, ma da suo padre quando…

Steve si fermò. Suo padre aveva visto quel simbolo quando Carlisle aveva perso quei fogli di fronte casa sua, e lui stesso lo aveva riconosciuto come uno di quelli presenti nell’immagine disegnata nella parete di casa Collin! Quando aveva posto la domanda al signore, era sotto shock per la morte di Erik e quindi non se ne era ricordato, e poi se ne era scordato.

“Questo cambia le cose” pensò il ragazzo “Ormai so che Carlisle conosce la lingua, sa cosa vuol dire e quindi potrebbe sapere chi ha fatto il disegno nella camera di sua figlia!”.

Il signor Collin sapeva tutto! Allora perché non lo aveva detto e gli aveva fatto pensare di essere convinto fosse stato Erik? Forse perché non erano fatti suoi.

“In effetti, non sono affari miei, non sono neppure loro parente” si disse “Forse è giunto il momento di lasciar perdere l’intera vicenda… anche se… ”

Non aveva voglia di arrendersi, o meglio, non voleva smettere senza l’ultimo tentativo. Sarebbe andato da Carlisle e gli avrebbe detto tutto, quindi avrebbe sentito cosa aveva da dire.

E se lui avesse negato? Non avendo le prove che lui conoscesse tale lingua se non la testimonianza di suo padre, che non voleva tirare in causa, Carlisle poteva continuare a dire di non sapere nulla, urgeva un piano…

– Ciao Steve! Sei qui a trovare Emily come sempre? – chiese Anne, aprendo al ragazzo.

– A dir la verità, oltre a quello, mi servirebbe chiederle un favore, signora Collin.

– Che favore?

– Devo fare una ricerca per scuola sui popoli dell’antico Egitto e speravo che suo marito possedesse qualche libro in merito.

– Sì, abbiamo una piccola biblioteca di sopra, vicino alla camera di Emily. Purtroppo mio marito non c’è e non so se possiamo prendere dei libri senza il suo permesso…

– Se me lo permette, potrei fare la mia ricerca nella sua biblioteca, così nessun libro uscirà dalla casa. Le prometto che non rovinerò nessun testo del signor Collin.

La donna ci pensò un attimo, poi annuì – D’accordo, seguimi Steve.

Lo portò in una stanza adiacente a quella della piccola, sembrava uno studio più che una biblioteca. C’erano però scaffali pieni di libri. Steve non aveva mai visto tanti testi assieme.

– Puoi sederti sulla scrivania di Carlisle – disse Anne, quindi si avvicinò agli scaffali e prese un tomo – Questo è un libro sull’Egitto, avrò visto mio marito consultarlo una moltitudine di volte. Mi raccomando, fai un bel tema – gli augurò e uscì dalla stanza.

Steve prese il libro e si sedette sulla scrivania, dunque lo aprì ed estrasse dallo zaino che si era portato da casa il quaderno. Doveva dare l’idea di stare sul serio per fare quella ricerca.

Aprì il libro a una pagina a caso e lo mise a fianco del quaderno, poi andò verso gli scaffali e si mise a leggere i titoli dei libri. La ricerca l’aveva preparata a casa, ricopiando il testo del libro di scuola, cosicché avrebbe potuto imbrogliare qualche eventuale visitatore.

I libri che c’erano negli scaffali erano libri che parlavano degli Egiziani, degli Inca, dei Maya e di qualsiasi società fosse esistita e di cui si fosse scoperto qualcosa. C’erano libri scritti da vari colleghi del padrone di casa, persone che Steve aveva sentito nominare a scuola dal professor O’grady, ma niente che lo inducesse a pensare alla strana lingua.

Si avvicinò alla scrivania, magari nei cassetti avrebbe trovato qualche appunto su quella strana lingua, se non il libro che il professore stava leggendo quel mattino. Aprì il primo cassetto e controllò il suo interno, ma esso non aveva nulla d’inerente ai simboli, quindi passò al secondo, al terzo e infine al quarto. Questo però era chiuso a chiave.

“Per quale motivo il signor Collin dovrebbe chiudere un cassetto a chiave in casa sua?” si chiese il ragazzo “Non vuole che la moglie sappia qualcosa?”.

Per aprirlo gli serviva la chiave ed essa probabilmente era addosso al signor Collin, non aveva idea di come fare quindi ad aprire il cassetto. Sentì dei passi e si mise a leggere il libro, era troppo presto per mostrare il quaderno con la relazione fatta. Si ricordò che aveva portato una boccetta d’inchiostro semipiena e una vuota, per fingere di aver scritto, quindi fece sparire la boccetta semipiena che aveva preparato sul tavolo, mettendo quella vuota.

La porta si aprì e la signora entrò con un vassoio. Su di esso c’erano The e biscotti.

– Pensavo che potessi avere sete o fame durante lo studio, Steve, quindi ti ho portato qualcosa.

– La ringrazio mille, signora… – aspettò che lei posasse sul tavolo il vassoio e disse – Non vorrei abusare della sua gentilezza, ma mi sono accorto che ho dimenticato la boccetta d’inchiostro nuovo a casa. Mi sono permesso, e le chiedo scusa, di cercarla nei cassetti della scrivania, ma non ne ho trovato. Presumo che suo marito ne utilizzi, quindi forse potrebbe essere nel cassetto chiuso a chiave…

La donna rimase un attimo in silenzio – Ne dubito, Steve, mio marito chiude in quel cassetto i documenti importanti, non ci metterebbe mai dell’inchiostro.

– Capisco, beh, se suo marito non ne possiede, allora finisco di leggere il libro e poi scrivo il riassunto a casa.

Anne annuì e uscì dalla camera, mentre il ragazzo si mordeva il labbro, maledicendo la sfortuna. Sperava di riuscire a far aprire il cassetto alla donna, se mai avesse posseduto la chiave, ma oltre al fallimento nel tentativo non aveva neppure saputo se era in possesso suo o del marito.

Si rimise a controllare i testi della stanza, cercando qualcosa che potesse essergli sfuggito, e fu sorpreso da Anne, di ritorno con una boccetta d’inchiostro.

– Steve? Cerchi qualche altro libro? – chiese lei – Non ce ne sono altri sugli egiziani.

Il ragazzo rimase un attimo interdetto, doveva inventarsi immediatamente qualcosa da dire, in fondo il libro che lei gli aveva dato sarebbe dovuto bastare per la ricerca.

– Questa mattina ho visto il mio insegnante che leggeva il libro di suo marito – disse all’improvviso – E mi chiedevo se ci fosse una copia in casa sua, in fondo l’autore è lui.

– Quello però non ti serve per scuola – disse lei – A cosa ti serve?

– Mi ha incuriosito il mio insegnante, mi ha detto che non aveva mai letto un libro così.

Anne annuì – In effetti è un libro particolare, penso che non sia neppure adatto alla tua età. Dovrò chiedere a Carlisle se posso prestarti una copia, appena tornerà. Se lo riterrà adatto a te potrai venire a prenderlo domani pomeriggio, altrimenti no. Domattina passerò per casa tua e lascerò detto a tua madre la sua risposta.

Steve tornò a casa da scuola abbastanza demoralizzato. Era frustrato per essere ancora senza risposte dopo un mese che indagava sull’evento in camera di Emily e la cosa si ripercuoteva sui suoi voti scolastici, l’insufficiente di quel mattino era dovuto al tempo passato a casa dei Collin il pomeriggio prima invece di ripassare. Inoltre non pensava che avrebbe mai letto il libro di Carlisle e quindi stava pensando seriamente di lasciare quel mistero per tornare a vivere la vita del dodicenne, come aveva fatto fino a quel giorno di un mese fa, quando il pallone era entrato nella camera della neonata.

– Steve – gli disse la madre, mentre gli metteva la minestra sul piatto – Anne mi ha detto che suo marito ha acconsentito a prestarti quel libro che le hai chiesto ieri. Se vuoi andarlo a prendere sono entrambi a casa questo pomeriggio.

La notizia lo lasciò sorpreso. Non aveva mai pensato che un libro del genere potesse andare prestato a un ragazzo della sua età, forse il signor Collin non era un adulto molto responsabile. Questo però gli migliorò l’umore e lo mise a pensare, mentre mangiava velocemente il suo pranzo, che se l’uomo gli prestava quel tomo, probabilmente non aveva nulla da nascondere, come gli era parso in precedenza.

“Eppure quei simboli sono gli stessi che ha visto mio padre… ”pensò “Forse Carlisle non è ancora riuscito a tradurli e se ne vergogna, lui è un esperto di antiche scritture e questa potrebbe vederla come una sconfitta di cui non fare parola in giro…”

Anne aprì la porta, e lo accolse col suo caldo sorriso, e quindi lo invitò ad entrare.

– Mio marito è nel suo studio – lo informò – Spero troverai risposta alle tue curiosità con il suo libro – quindi riprese le faccende di casa.

Steve salì i gradini e giunse al corridoio superiore. Durante la strada decise che sarebbe passato a dare un’occhiata alla bimba, come sua abitudine ogni volta che entrava in quella casa. Entrò nella stanza e si avvicinò alla culla, lei dormiva profondamente.

“Quanto dormono i bimbi, ” pensò “Era addormentata la maggior parte del tempo che sono venuto a trovarla… ”.

All’improvviso sentì un gemito di dolore provenire dalla stanza adiacente e sentì un rumore di passi, quindi andò ad affacciarsi al corridoio e vide che il signor Collin correva in fondo, dove sembrava esserci un bagno. Si mosse immediatamente, entrando nell’ufficio dell’uomo e sperando di trovare il cassetto aperto.

Andò dietro la scrivania e tirò il pomello del cassetto, aprendolo!

Dentro c’erano dei documenti, come detto dalla signora il giorno precedente, ma quando il ragazzo li controllò, ebbe un tuffo al cuore, sopra di essi c’erano i simboli visti da suo padre! Ed erano uguali a quelli che aveva visto nella camera della bimba!

Si mise a osservarli, cercando qualche foglio che ne traducesse qualche simbolo, quando si accorse che qualcuno lo stava osservando. Alzò lo sguardo e vide il signor Collin sulla porta, un fazzoletto sulla mano, un’espressione seria sul volto.

– Steve… – cominciò – La tua testardaggine è incredibile. Ti dissi un mese fa che non ero a conoscenza dei simboli arcaici nella camera di Emily, eppure tu sei ancora qua, a cercare la risposta a quei segni.

Il ragazzo non sapeva cosa dire, Carlisle aveva compreso che lui stava guardando quei fogli con uno scopo preciso, e ora si trovava con la lingua attaccata al palato, senza nessuna scusa da porre a sua difesa.

– Quando mia moglie, ieri sera, mi ha detto del tuo interesse per il libro sui rituali, ho compreso che stavi ancora indagando sul rito che è stato consumato in camera di Emily. Ho parlato con lei di ieri pomeriggio e quando ha nominato il cassetto dove tenevo i miei appunti sui simboli di Truggol-that, ho compreso che sapevi anche dove avresti dovuto cercare. Ho sentito che salivi le scale, e quando ho compreso che ti eri fermato in camera di mia figlia ho dischiuso il cassetto e mi sono ferito appositamente con un taglierino. A quel punto, se eri veramente alla ricerca della risoluzione del mistero, ti saresti tuffato a controllare se fosse aperto e avresti estratto il suo contenuto, altrimenti saresti venuto in bagno, a controllare cosa mi ero fatto, o mi avresti atteso, pensando che sarei tornato con una ferita – e mostrò sotto il fazzoletto, un piccolo taglio.

Steve Robbins era stato scoperto, a quel punto non poteva far altro che confessare che l’uomo aveva ragione, non aveva scuse per esser stato trovato con quei documenti in mano, inoltre forse ora quell’uomo gli avrebbe rivelato la verità.

– E’ vero – disse quindi – Da quando ho visto quello strano simbolo e le scritte ancestrali nella camera di sua figlia mi sono interessato a comprendere per quale motivo fossero là. Avevo pensato a una burla da parte di Erik, ma poi i suoi amici mi hanno rivelato che lui non era mai venuto qua, se non il giorno della sua morte. Lei, inoltre, aveva negato di conoscerne il significato eppure mio padre aveva visto questi fogli caderle una sera, prima di rincasare. Ora potrebbe darmi una spiegazione? Perché quei simboli in camera di sua figlia, dopo le prove da me trovate, sono convinto li abbia dipinti lei.

– Molto sagace – disse l’uomo – in effetti, sono stato io, faceva parte del rito per tenere calma la creatura.

-La… creatura? – balbettò il ragazzo.

– Avendomi scoperto non sono più tenuto a mantenere il segreto e quindi ti spiegherò tutto Steve. Io ero un archeologo di poco conto, anni or sono. Nessuna delle mie scoperte era particolarmente interessante ed io stavo poco a poco perdendo tutto. Durante un viaggio in Africa, però, trovai un antico passaggio che mi portò in un tempio dell’era antica. In quel posto vi era una divinità che mai avevo visto prima e quindi cominciai a studiare gli ideogrammi nelle pareti per conoscere la sua storia.

Riuscii a comprendere il rituale che serviva a invocarla e, per capire se lo avevo tradotto per bene, decisi di provarlo. Tu non puoi immaginare la mia sorpresa quando Truggol-that si presentò ai miei occhi.

Steve spalancò gli occhi, stupito e terrorizzato per quello che il signore gli stava confessando.

– Il Dio mi rivelò che senza fedeli una divinità muore e lui si era ritrovato sul punto di andarsene. Il rito da me compiuto lo aveva risvegliato e di questo me ne era grato. Mi chiese di esprimere un desiderio. Se avessi compreso cosa avevo risvegliato, avrei desistito, invece espressi la mia aspirazione alla fama e alla ricchezza, che avrebbe posto rimedio allo status della mia famiglia. Da quel momento, cominciai a fare delle scoperte sensazionali, segno che il dio aveva esaudito la mia richiesta, e, poiché la morte di Truggol-that avrebbe interrotto quel momento felice della mia vita, incominciai a studiare altri riti e a mantenerlo in vita in quel modo, divenendo un suo fedele.

Le mie ricchezze aumentavano, pari passo alla fama, ma purtroppo alla mia vita felice mancava soltanto una cosa, un erede. Mia moglie non poteva avere figli e quindi, di comune accordo con lei, decisi di chiedere a quella divinità la possibilità di averne uno, una figlia, per rendere felice mia moglie, che desiderava una femmina. Purtroppo la divinità mi disse che, questa volta, se volevo espressa la mia richiesta, dovevo accettare un patto demoniaco: la bimba doveva essere anche una sua erede!

Questa scelta, mi disse, l’aveva presa perché quando io fossi passato a miglior vita, lui avrebbe perso il suo fedele, rimanendo di nuovo dimenticato, mentre lei avrebbe potuto dare alla luce con gli anni una prole che lo avrebbe fatto vivere in eterno, una setta di suoi eredi!

Accettai. Non potendo avere figli mi avrebbe fatto piacere anche il figlio di un altro, lo avrei cresciuto come mio. A mia moglie però decisi di non dire nulla sul fatto che sarebbe stata prole di Truggol-that, era già agitata nel avergli dovuto chiedere un nuovo desiderio, sapere questo l’avrebbe scandalizzata, soprattutto conoscendo l’aspetto di quell’essere.

– Che aspetto possiede? – chiese improvvisamente Steve, che non era riuscito a fare a meno di porre la domanda.

– Truggol-that è un essere dalla forma di rospo gigante, ma in grado di reggersi in piedi come un normale essere umano, con dei denti aguzzi e degli occhi rossi. Possiede degli artigli talmente grandi da poter tagliare un orso con una zampata, la sua pelle rugosa emana un odore di marcio – rispose l’uomo, rabbrividendo – Se mia moglie avesse pensato alla prole di quell’essere probabilmente non l’avrebbe voluta e il nostro sogno di avere una figlia sarebbe rimasto tale.

Il Dio quindi mi diede la sua prole. Essendo figlia di una divinità malvagia essa sarebbe cresciuta come il padre e, per non destar sospetti, dovevo rinchiudere in essa il suo status divino tramite un rituale. Son dovuto andare ad ammazzare delle pecore per procurarmi il sangue che serviva per tale rito e, mentre mia moglie dormiva, ho dipinto il simbolo nella parete e recitato le parole che servivano. A quel punto si era compiuto il rituale, ma serviva mantenere quei simboli per due giorni interi. Dissi a mia moglie dei simboli, ma non spiegai la loro funzione vera, dissi che era una scaramanzia del Dio, che pensava di essere ancora in un’epoca dominata dai suoi simili.

Quando la tua palla è finita nella camera, lei li ha visti per la prima volta, ma soprattutto si è accorta che essi sarebbero stati visti da un estraneo. Decise di fingere preoccupazione per la piccola, che ovviamente stava bene, mentre tu pensavi a uno scherzo di cattivo gusto.

– Questo spiega tutto – disse il ragazzo, che non aveva altre parole da dire, la faccenda l’aveva scosso, soprattutto la descrizione di quell’abominio di nome Truggol-that.

– Avendo visto quei simboli – continuò il signore dopo qualche attimo di silenzio – Anne pensava che tu avresti parlato, anche se ti aveva detto di far silenzio, quindi decise di cancellarli come poteva, soprattutto perché credeva fossero di poco conto. Questo però spezzò il rito per contenere lo spirito divino che albergava in Emily. Avrei voluto ricominciare il rito e sperare in bene, ma giunse Erik Zamboni. Si arrampicò su un albero e giunse in camera della bambina, lei era sveglia e lui era uno sconosciuto, quindi ebbe paura… e l’animo di Truggol-that uscì da essa! Non ho idea di cosa abbia subito quel ragazzo, so che sentii degli urli dalla camera della bimba e lo vidi uscire dalla finestra quando entrai. Mia figlia era scomparsa, mentre quel ragazzo stava salendo sul tetto, come se avesse paura a scendere giu. Mi affacciai a osservare la strada, ma non c’era niente e nessuno, quindi il ragazzo urlò di nuovo e cadde dal tetto. Mia moglie era uscita per strada e, vedendo della gente giungere decisi di nascondermi, per non far pensare di averlo ammazzato io, gettandolo dalla finestra. Quando mi voltai, Emily si trovava sul letto, come se nulla fosse accaduto…

Steve era rimasto agghiacciato da quelle rivelazioni sulla morte di Zamboni e le sue mani iniziarono a tremare dalla paura. La bambina aveva in qualche modo assassinato il suo coetaneo! Emily, che lui veniva a trovare da un mese, era la figlia di un Demone!

– Che cosa hai intenzione di fare, Carlisle? – chiese una voce cavernosa, proveniente dalla stanza.

Steve si girò improvvisamente ed ebbe un tuffo al cuore. Nel centro della stanza era apparso un essere ripugnante, alto quasi fino al soffitto, il suo odore gli ricordava quello di uno stagno puzzolente e i suoi occhi rossi erano incredibilmente malvagi.

– Truggol-that! – esclamò l’uomo, spaventandosi per l’apparizione improvvisa – Il ragazzo aveva scoperto troppo, dovevo dargli una spiegazione prima che potesse pensare che abbia ucciso io Zamboni e farmi finire in galera.

– Se non ti fossi portato dietro i fogli con i simboli fino a Londra, non saresti ridotto a questo punto – disse la bestia – Volevi tradurli e ti serviva un libro che non possedevi, volevi essere sicuro di quello che avrei fatto a tua, o meglio, mia figlia. Sei stato uno sciocco e il padre di questo giovane ha visto i fogli, raccontando a questo ficcanaso cose che non avrebbe dovuto conoscere.

– Truggol-that – disse Carlisle – Non penso che il ragazzo sia un problema. E’ un dodicenne, nessuno gli crederà se racconterà la verità. Inoltre non penso sia tanto avventato da rischiare la morte.

L’essere abominevole lo osservò, a lungo, soppesando le parole dell’uomo, quindi annuì – Probabilmente è come dici tu, Carlisle, ma non ho voglia di rischiare. Se si lasciasse sfuggire qualcosa e qualcuno gli credesse, verrebbero a linciarti, l’ho visto accadere a tanti miei credenti. E senza la tua famiglia, io smetterei di vivere. Steve Robbins, la tua vita finisce qui!

Steve chiuse gli occhi, la paura gli aveva fermato il cuore e il gelo si era insinuato in lui. Era stato troppo curioso e ora avrebbe pagato con la vita, non c’erano vie di fuga e quello era un Demone, se Erik non era sopravvissuto alla figlia, figuriamoci lui al padre.

– No – disse poi il mostro.

Il ragazzo aprì gli occhi ed esalò l’aria che aveva trattenuto, non sapeva il perché ma Truggol-that aveva desistito, e questo lo sollevava ma contemporaneamente lo spaventava.

– Non è ancora giunta la tua ora – disse il Dio Oscuro – Sento che mia figlia si è affezionata alla tua presenza, per lei sei come un fratello maggiore.

Steve rimase sorpreso, Emily, inconsciamente, lo aveva salvato.

– Se tu morissi mia figlia esploderebbe di rabbia e di questo villaggio non rimarrebbero che le ceneri – continuò quello – Quindi tu vivrai, Steve Robbins, ma quando la mia bambina avrà dimenticato la tua presenza, quando tu non sarai più importante per lei come la mollica di pane lo è per le formiche… io verrò da te, ovunque sarai, e ti ucciderò.

Il Dio ancestrale cominciò a sbiadire, finché scomparve dalla stanza, lasciando il giovane terrorizzato e Carlisle con i sensi di colpa per averlo intromessa in quella situazione.

Steve cadde in ginocchio, non avrebbe mai pensato che la sua vita potesse finire per mano di un Demone…

– Steve, mi spiace per averti immischiato in quest’orrenda faccenda – si scusò Carlisle – Ora pensò che, l’unica soluzione sia che tu ti trasferisca a casa nostra, che faccia parte della famiglia, come se fossi figlio mio e di Anne, un fratello maggiore per Emily.

– Ma… io ho la mia famiglia… – cominciò a balbettare il ragazzo, ma lui lo interruppe.

– Che sarà in pericolo se Emily si scorderà di te. Se ci tieni a loro, oltre che a te stesso, parti con noi stanotte. Lasceremo questo luogo e ci trasferiremo a Londra. Lì ti farò frequentare delle scuole prestigiose, sei un giovane intelligente e abbastanza curioso per diventare un archeologo come me. E’ l’unico modo per tenerti in vita fino a che una morte naturale ti prenda, crescerti come se fossi mio figlio maschio, in modo che Emily ti veda come un fratello maggiore e non ti dimentichi mai.

Steve rimuginò sulla cosa, avrebbe dato un forte dolore ai suoi genitori, abbandonandoli, ma forse poteva tornare più avanti a trovarli e spiegargli tutto, sempre se gli fosse stato possibile…

– Accetto – disse poi, pensando che sua madre e suo padre avrebbero desiderato meglio vederlo vivo e lontano piuttosto che morto e nel cimitero a fianco la chiesa, e che avrebbe evitato che ci andassero di mezzo se il demone avesse voluto ucciderlo di fronte a loro.

L’uomo annuì e, con gioia, andò a stringerlo in un abbraccio.

– Non preoccuparti Steve, da oggi in poi sarà come se fossi la mia prole, il figlio maschio che ho sempre desiderato ma che, ahimè, non ho mai potuto avere.

E mentre l’uomo proferiva queste parole, Steve Robbins pensò a cosa sarebbe accaduto se Carlisle avesse chiesto un maschio, se non addirittura due figli alla divinità oscura. Probabilmente lui sarebbe morto e Carlisle avrebbe dovuto pagare un prezzo più alto per un desiderio del genere. E a quel punto si chiese perché l’uomo, la cui anima era già mondata del peccato di aver stretto patti con un demonio come Truggol-that, piuttosto, non aveva trafugato il figlio di qualche coppia. E infine, Steve, si domandò, se in realtà Carlisle non l’avesse appena fatto…

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