La metà oscura del cuore

October 14, 2009

( Questo racconto è dedicato ad una persona speciale.

Misery business Tesoro….)

E’ incredibile quanto sembrino solide le nuvole viste a diecimila piedi d’altezza.
Sembrano davvero dei cumuli di lana, verniciati di un bianco fresco.
E la luce del sole che ci rimbalza sopra le illumina in maniera incredibile, inibendo quasi lo sguardo.
Era ormai più di un’ora che scrutavo il panorama dal finestrino del volo 161, Londra – New York.
Ormai mancavano solo tre ore all’atterraggio, e da fumatore accanito qual’ero le stavo soffrendo da morire.
Pensa a Clara Sussurrò il mio cervello.
Già. Clara. La donna della mia vita. Conosciuta per caso sui banchi dell’università, e ora diventata una parte di me.
Dolce, e bella. Ma soprattutto sempre disposta allo scherzo e al buon umore. Era questo che amavo di lei.
I nostri anni insieme erano stati bellissimi fino a quel momento. Ricordavo moltissimi momenti passati con lei. Ricordi vividi, come di scene appena vissute.
Poi il Suo lavoro di fotografa, nel quale aveva ricevuto riscontri entusiasmanti, l’aveva portata al trasferirsi a New York.
E ovviamente nel trasferire me.
Non era stato difficile per me trovare un lavoro prima di partire.
Laureato in architettura, giovane e inglese madre lingua. Un curriculum perfetto.
Erano passati sei mesi dalla partenza di Clara. I Sei mesi più lunghi della mia vita.
Mi mancava da impazzire. E le mie ultime notti a Londra erano state colme d’incubi.
Soffrivo la solitudine.
Clara aveva trovato un appartamento sulla quarantesima strada, ma non aveva azzardato a descrivermelo. Amava lasciarmi in sospeso con questi scherzetti, o con sorprese assurde.
Era una delle poche volte che Clara si era rivelata raggiante al telefono.
Da lì in poi era sempre stata un po’ giù di morale, un po’ più cupa. Ma non potevo biasimarla, visto che ero messo peggio di lei.
Questo però prima di partire. Perché più mi avvicinavo al nuovo continente, e di conseguenza a Clara, più riguadagnavo il mio buon umore e la mia aria sognante.
Mi svegliai dai miei pensieri quando le ruote toccarono terra, scuotendo l’aereo abbastanza da far alzare qualche gemito agli altri passeggeri.
Ero smanioso di scendere da quel maledetto aereo.
Onestamente non so se ero più nervoso perché avrei rivisto Clara dopo sei mesi, o perché non fumavo da otto ore passate.
Mi ci volle una ventina di minuti per sbrigare le pratiche d’ingresso negli USA, tra registrazione d’impronte e foto di riconoscimento.
Fortunatamente però, recuperai tempo trovando la mia valigia già sul binario di scarico, e non dovendola aspettare.
M’involai verso l’uscita, smanioso di vederla, tirandomi dietro l’enorme valigia carica come non mai.
Scrutai tra i vari parenti smaniosi di abbracciare i propri cari appena sbarcati, ma non la vidi.
Dov’è? Mi chiesi preoccupato, non era da lei essere in ritardo. Figuriamoci poi in occasione del genere. A New York erano le undici di sera, perciò non aveva sicuramente impegni.
Poi la vidi arrivare di corsa verso di me, trafelata e bellissima come non mai.
La abbracciai e la baciai. Senza dire nulla.
– Ciao Tom – disse lei, commossa.
– Ciao, amore – risposi io.
Mi erano mancati quei momenti. Volevo mettermi a piangere dalla liberazione, avevo ritrovato il mio pezzo mancante.
Clara aveva già chiamato il taxi, il classico taxi giallo americano, ma io lo feci aspettare, chiedendo il tempo per fumarmi una sigaretta.
– Sempre il solito brutto vizio – mi disse Clara dandomi un pizzicotto.
– Sempre la solita impertinente – le risposi prendendole la mano e accarezzandola.
Notai una cicatrice sul braccio, un semicerchio lungo una decina di centimetri.
– Diavolo! Ma che hai fatto qui?? – dissi incredulo. Doveva essere stata una bella ferita.
– Lo sai che non sono brava in cucina – disse lei girandosi dall’altra parte – E tanto meno a pelare le carote direi – concluse ridendo.
– Mamma mia! Ma perché non mi hai raccontato niente?
– Guardati adesso! – disse lei facendomi una smorfia – Ti stai preoccupando adesso, che sei qui su un fatto accaduto più di tre mesi fa, figurati a migliaia di chilometri di distanza come avresti reagito. –
– Ok, – risposi – uno a zero per te, e palla al centro. – E ridendo salimmo in macchina.
Il Tragitto in taxi durò all’incirca quaranta minuti. Più il tempo passava più ci si avvicinava al centro di Manhattan. Le piccole case a schiera del Queens si trasformavano miglio dopo miglio in giganteschi palazzi di vetro, che riflettevano la luce della luna come specchi.
Era agosto e il cielo era sgombro da nuvole, e pensavo lo fosse anche il mio futuro.
Mi sbagliavo di grosso.
Nel giro di pochi giorni sarebbe cambiato tutto.
E non in bene.
All’incrocio tra la Lexington Avenue e la quarantesima il tassista si fermò, e ci aiutò a scaricare la mia valigia. Il mio sguardo cadde subito sul Chrysler Building, che si ergeva imponente tra i palazzi, e che con la sua punta illuminata svettava contro il nero del cielo notturno.
– Dimmi che abitiamo li! – dissi a Clara indicando il grattacielo.
– Mi dispiace Tom, ma la cucina era troppo piccola. – disse ridendo.
Poi indicò un palazzo in stile vittoriano sulla quarantesima, poco dopo l’incrocio.
– Questo è il nostro!! – disse e mi tirò la mano correndo verso il palazzo.
Non era un granché, era scuro, con mattoni a vista probabilmente anneriti dallo smog.
L’unica cosa che mi affascinò furono i Gargoyle che si affacciavano dal cornicione.
– Sono vivi? – le chiesi indicandoglieli.
– In carne e ossa ! – rispose lei ridendo. – Forza, vieni dentro, Che devo farti vedere la nostra casa! –
Detto questo scappò dentro, e mi chiuse fuori.
– Dai Clara! Non cominciare! – le urlai svogliato. Ma in realtà ero divertito. Non mi pareva cambiata più di tanto in sei mesi.
Il portone si aprì da solo.
Varcai la soglia e mi guardai intorno.
Sembrava l’albergo di Shining.
Sorrisi.
Clara amava quel posto ne ero certo. Soprattutto perché lo aveva scelto lei.
Feci le scale e guardando in alto vidi Clara affacciarsi alla balaustra.
Eravamo all’ultimo piano. Mi toccavano nove piani a piedi.
Mentre raggiungevo Clara notai che il palazzo doveva essere comunque completamente abitato. Vi erano tre appartamenti per piano e le porte avevano tutte fuori zerbini o porta ombrelli.
Mi affascinava il pensiero di come fossero i miei nuovi vicini.
Arrivai esausto all’ultimo piano e notai che a differenza di quelli sottostanti, questo era l’unico piano ad avere quattro appartamenti.
E stranamente aveva il numero 6.
Strano pensai.
Ero inchiodato a guardare quella porta, più scura di tutte le altre, e con disegni intagliati nel legno quando qualcosa mi urtò con violenza alla schiena.
– Aaah!!! – urlai colto di sorpresa.
– Ti vuoi muovere!! – mi urlò Clara minacciando di darmi un altro calcio. – Ci hai messo sei ore a salire le scale e ora ti sei anche impalato a guardare la porta! – disse non riuscendo a trattenere una risata.
Risi anch’io, e la baciai li, in mezzo al corridoio lasciando andare il peso della valigia.
Fu un bacio intenso.
– Scusate se vi disturbo.
Una voce profonda mi fece quasi spaventare.
Mi girai di scatto e mi trovai a guardare negli occhi un uomo.
Aveva uno sguardo difficile da sostenere. Due occhi scuri come il carbone.
– Salve Signor Bacus! – disse Clara. – Come sta?
– Bene, grazie – rispose lui, sempre con quella voce profonda e un po’ raschiata.
– Questo è il ragazzo di cui mi hai parlato? – chiese Bacus.
– Si signore, è lui! – disse lei, poi mi diede una gomitata e mi sussurrò – Forza, presentati. E’ il padrone del condominio.
Mi girai subito e mi presentai.
Il signor Bacus rispose ai miei convenevoli poi si ritirò nel suo appartamento.
Clara ed io entrammo invece nel nostro.
Feci un giro di perlustrazione e poi tornai da lei, che si era accomodata sul divano in pelle.
– E’ stupendo!! – dissi.
– Lo so! – rispose lei, facendo la maliziosa.
Risi, e poi spensi la luce.
Fu una notte d’amore intenso, caldo e passionale, dove recuperammo i sei mesi persi.
Finimmo per addormentarci esausti, uno nelle braccia dell’altra.
Ricordo di essermi svegliato per pochi secondi nel mezzo della notte, e Clara non c’era.
Poi mi resi conto che la doccia era in funzione. Clara era in bagno.
E mi riaddormentai.
Mi risvegliai con lei affianco. Si girò nel sonno e la strinsi a me.
Fu allora che notai il tatuaggio.
Una stella rossa, con una piccola stella nera al suo interno, situato tra il collo e la scapola.
Era un simbolo che non avevo mai visto.
E soprattutto non era da lei tatuarsi un simbolo senza dirmi niente.
Feci finta di non averlo visto per il resto della giornata.
Ma mi inquietò. Prima la porta, poi il tatuaggio.
Pensai che stavo diventando già paranoico, e attribuii la colpa al jet lag.
Sicuramente Clara aveva una spiegazione.
E infatti l’aveva.
– Ah Tom – disse mentre aspettava il suo hamburger al tavolo del ristorante.
– Si?? – dissi preso in contro tempo.
– Ho visto che mi guardi in continuazione il collo… – disse lei guardandomi dritto negli occhi.
– Ehm.. – risposi. Non sapevo come porre la questione. Come al solito non riuscivo mai ad essere arrabbiato con lei.
– Lo so che non lo guardi perché lo vuoi baciare. – disse lei sorridendo.
– Quando o hai fatto il tatuaggio? – riuscii a dire con lo sguardo basso. – E perché non mi hai detto nulla.
– Scusa amore – disse lei, e si avvicinò a me baciandomi e lasciandomi il suo sapore sulle labbra.
– L’ho fatto due mesi fa, insieme a Kelly. –
– Kelly è la ragazza che abita al secondo piano da noi? – chiesi. Clara e ne aveva parlato. Si erano conosciute due giorni dopo l’arrivo di Clara. E stando a quello che diceva lei erano diventate inseparabili.
Strano pensai. “In due giorni che sono qui non si è neanche fatta sentire con Clara.”
Qualcosa non mi quadrava.
Troppe stranezze. Clara era dannatamente diversa.
– Si Certo! – rispose guardandomi di nuovo. – E’ la mia migliore amica! –
Le sorrisi e riattaccai l’hamburger nel mio piatto.
Per tutto il resto del giorno non ricordo nulla di strano.Passeggiammo per Central Park, e poi un veloce tappa a Rockefeller Centre.
Arrivati sotto il Nostro condominio fui colpito da qualcosa.
Non riuscivo a capire. Notavo qualcosa di strano. Ma la mia mente non riusciva a mandare l’impulso al cervello.
Esaminai a facciata.
I due Gargoyle sporgevano dal cornicione minacciosi.
La finestra della soffitta chiusa e con i vetri oscurati, probabilmente dalla polvere.
Al Nono piano due finestre erano illuminate. Quella centrale no. Era la nostra.
Continuai Fino al pian terreno.
C’era qualcosa di sbagliato. Ne ero sicuro. Ma cosa?
– Dai sbrigati! Ti sei incantato! – mi urlò Clara da dietro il portone.
Era entrata ed io non me ne ero neanche accorto.
– Bah… – sbottai. E la seguii per le scale a un pianerottolo di distanza.
Finche al quinto piano non la sentii gridare.
Corsi su a perdifiato e quando arrivai al quarto piano trafelato e sconvolto le due ragazze mi guardarono stranite!
– Ma che diavolo ti prende?? – mi disse Clara.- Va bene.. Comunque questa è Kelly, che come al solito mi ha fatto uno dei suoi stupidi scherzi! –
Kelly era meno alta di Clara E vestita in modo molto più volgare e provocatorio. Ma probabilmente di pari bellezza.
Capelli Neri e lucidi, occhi azzurri e un piercing alla lingua con cui continuava a giochicchiare.
– Ciao bello! – disse lei in modo sfacciato.
Le ascoltai chiacchierare per un paio di minuti prima di salutare Kelly, che mi ricambiò con il gesto della pistola.
Dissi a Clara che l’avrei aspettata di sopra e mi incamminai.
Non riuscivo a vedere dove fosse il punto di contato con Clara.
Erano totalmente diverse. Una fine, dolce e matura.
L’altra Scanzonata, immatura e volgare.
Arrivato all’ultimo piano notai una luce soffusa uscire dalla porta con i simboli, e una strana litania.
Probabilmente il signor Bacus aveva dei pessimi gusti in fatti di musica.
Scossi la testa ed entrai in casa.
Feci la doccia e aspettai più di un’ora prima che Clara rientrasse.
Disse che quando s’inizia parlare con Kelly è impossibile smettere.
– Allora devo essere un fenomeno. – Risposi. Alludendo al fatto che dopo un minuto mi ero riuscito a dileguare.
Non sopportavo Kelly. Ma non potevo di Certo dirlo a Clara.
Sarebbe stata una cosa poco carina.
– Va bene Fenomeno – vuol dire che domani recupererete il tempo perso oggi.
Fanculo pensai.
Era la prima volta che pensavo Contro Clara. Ne rimasi come paralizzato.
Che diavolo mi succedeva? Che diavolo ci succedeva?
Continuavo ad avere quella strana sensazione.
Qualcosa di sbagliato.
Mani che mi toccavano la schiena.
Grida.
Risate sadiche.
Voci ritmate di sottofondo.
Un forte dolore. Alla schiena.
E alle mani.
Aprii a stento gli occhi.
Persone che si stringevano nude le une agli altri.
Urlando.
Altre che si graffiavano. Mordevano.
Le urla erano strazianti.
Clara mi guardò.
Non riuscivo a muovermi.
Le sue mani erano piene di sangue.
E mio dio!
I suoi occhi! Erano iniettati di sangue.
Era nuda sopra di me.
E urlava.
Urlai anch’io. Con tutto il fiato che avevo in gola.
– AAAAAAAAAAAAAAH –
Mi alzai a sedere di scatto.
I miei occhi si abituarono al buio in un tempo che mi sembrò un’eternità.
Il movimento di scatto mi provocò una forte fitta alla base del collo.
Un male d’inferno.
Ero in camera mia.
Un sogno terribile. Sembrava reale.
Il mio cuore impiegò un sacco di tempo a riprendere una frequenza di battito normale.
Ero sudato fradicio.
E il collo mi faceva male.
– Che diavolo è stato? –
Clara uscì dal bagno all’improvviso. Sembrava spaventata.
Normale, dopo l’urlo che avevo cacciato.
– Niente, scusa. – dissi.
Stavo da cani. Mi girava la testa.
Mi alzai per andare verso il bagno.
Ma un conato mi colse all’improvviso. Vomitai.
– Cazzo Tom! – disse Clara.
Non l’avevo mai sentita imprecare.
Ma la mia mente era troppo offuscata e non riuscii ad andare oltre questo pensiero.
Clara mi mise a letto e mi diede un’aspirina.
Mi addormentai con un febbrone da cavallo.
I due giorni a seguire furono come in quarantena.
Clara si alzava per andare a lavorare.
Aveva un importante servizio fotografico da svolgere in quei giorni. E sarebbe stata fuori di casa sempre fino a sera.
La febbre mi andava e veniva.
Nei momenti peggiori mi addormentavo accompagnato da violenti incubi.
E quando ero sveglio a volte udivo la musica provenire da sopra la mia testa.
La musica ascoltata dal Signor Bacus mi sembrava dannatamente familiare.
Era una cosa che avevo già sentito. Anche se non ricordavo quando.
Nel pomeriggio Kelly passò a vedere le mie condizioni.
La base del collo mi faceva dannatamente male.
Disse che forse mi ero stirato un muscolo.
Io non lo pensavo.
Non era un male muscolare. Sembrava più a pelle.
Kelly mi somministrò un’altra aspirina e mi disse che sarebbe tornata l’indomani alla stessa ora.
La salutai, falsamente entusiasta.
Cosa mi nascondete tutti qua dentro?? pensai sdraiato nel letto.
Mi misi le mani in testa.
La litania al Piano superiore ripartì. Quella sua cadenza ritmica ripetitiva mi dava sui nervi.
– Fottiti Bacus!! – Sibilai mandando il soffitto al diavolo con un gesto.
Il braccio mi si fermò a mezz’aria.
Avevo capito!!
Ecco cosa c’era di sbagliato.
Tre finestre per piano.
E la finestra della soffitta.
Ma all’ultimo piano c’erano quattro appartamenti, compreso quello di Bacus.
Quattro appartamenti per tre finestre.
E la litania.
Proveniva dall’alto.
Dalla soffitta.
– La porta di Bacus va di sopra! – ecco perché non mi tornavano i conti.
Mi alzai. Il dolore al collo fu come una frustata.
Mi toccai con la mano.
Quando la portai davanti agli occhi la vidi macchiata di una sostanza nera vischiosa.
E sangue.
Corsi in bagno e mi guardai la schiena allo specchio.
Il simbolo era li.
Come temevo.
Stella nera dentro stella rossa.
Il Tatuaggio buttava fuori ancora inchiostro.
Era stato fatto da poco.
Sentii la litania cessare.
– Che cazzo mi state facendo stronzi! – dissi.
Non alzai troppo la voce.
Non potevo farmi sentire.
Dovevo scoprire cosa succedeva la notte in quella fottuta mansarda.
Ormai ero convinto che Clara ed io fossimo in pericolo.
La scintilla che mi fece prendere la decisione di agire quella notte fu la chiamata di Clara.
– Amore, senti.. Il servizio fotografico tirerà per le lunghe stasera.. abbiamo deciso di fare qualche foto dal ponte di Brooklyn. Probabilmente faremo mattina. –
– Non ti preoccupare amore. – Risposi cercando di non tradire nessuna emozione. – E’ il tuo lavoro. E so che lo farai bene. –
– Grazie amore Sei un angelo. – disse lei. – Non aspettarmi alzato! –
– Per punizione voglio la colazione a letto! –
Salutai e riattaccai.
Era il momento della verità.
Aspettai la notte. E rimasi sveglio.
La litania partì.
Mi vestii, feci una breve tappa in cucina, e uscii di soppiatto.
La Luce filtrava dalla porta di Bacus.
Più mi avvicinavo più il volume della litania aumentava.
Sembrava un coro.
La porta era incredibilmente aperta.
Diedi una veloce sbirciata. Due rampe di scale. E una porta in cima, uguale a quella che avevo appena aperto.
Mi acquattai al muro e mi avviai su per le scale.
Le cominciai a distinguere le grida di dolore e le risate verso meta della rampa.
Dio mio! Che diavolo stava succedendo lassù!
Fu in quel momento che Kelly sbucò dalla porta sopra di me.
Completamente nuda e sporca di sangue.
Mi fissò, con gli occhi iniettati sangue. Aveva denti sottili come lame.
Ero terrorizzato. Non aveva senso tutto ciò!
Kelly non mi diede il tempo riflettere su ciò che avevo appena visto.
Balzò dal pianerottolo più alto. E si lanciò nel vuoto vero di me urlando.
Colto di sorpresa non riuscii a evitarla.
Mi centrò in pieno e mi schianta contro il muro.
Anche Kelly aveva sbattuto violentemente il viso al muro.
Era una maschera di sangue.
– Mio dio!! Ma che cazzo ti succede! – gridai.
Non riuscivo quasi a respirare.
Kelly si rialzò con un movimento innaturale.
Sembrava muoversi come se avesse dei fili legati a gambe e braccia.
Una marionetta posseduta.
Sguainò i denti.
Erano sottili e il loro bianco avorio si stagliava nel rosso del sangue.
Poi scattò. Fu rapidissima.
Mi si buttò addosso e mi addentò un braccio.
Gridai e mi divincolai. Ma non riuscivo a staccarmela di dosso.
Il dolore era terribile.
Non avevo altra scelta.
Disperato tirai fuori con la mano libera il coltello da cucina che avevo scelto per un’ eventuale difesa.
Kelly mi guardò negli occhi. Poi guardò la lama.
Nel suo sguardo vi erano solo rabbia e follia.
Nessuna paura.
Non me lo scorderò mai.
Non vi era nulla di umano in lei.
Calai il colpo.
Il sangue schizzo dappertutto.
L’avevo centrata in piena fronte.
Fu terribile dover tirare fuori il coltello dal cranio.
La nausea mi colpì con violenza.
Ero sconvolto. Nella mia vita non avevo mai ucciso nessuno, neanche una stupida lucertola da bambino.
E ora di fronte a me quello spettacolo orripilante mi lasciava senza fiato.
Lascia cadere il coltello.
Le gambe non mi ressero e crollai a terra.
Mi trascinai nell’angolo e vomitai, scosso da brividi in tutto il corpo.
Mi riscossi quando la litania riprese.
Sarei potuto scappare, andare a cercare Clara e fuggire da quell’inferno per sempre.
Ma sentivo che dovevo andare su.
Qualcosa mi chiamava.
Mi avviai verso la porta, da cui la litania, le grida e le risate sadiche uscivano sempre più violente.
Il braccio mi sanguinava molto. Ma il richiamo era troppo forte.
Raggiunsi la porta.
Quell’insieme di voci deliranti era insostenibile. Mi faceva scoppiare la testa.
Lo stanzone dalle pareti rosse era grande come l’area di tutto il palazzo.
I muri erano cosparsi di simboli e disegni apocalittici tracciati con le mani.
Tracciati con il sangue.
Una quarantina di persone, sempre che di persone si potesse parlare, ballavano nude, recitando un coro in una lingua a me incomprensibile.
Alcuni si ferivano a vicenda, mordendosi e graffiandosi. Altri facevano sesso urlando a squarcia gola, in un violento groviglio di corpi.
Alcuni cadaveri straziati giacevano a terra.
Fu uno spettacolo terrificante.
Ma ancora il peggio doveva venire.
In Fondo alla stanza Bacus sedeva su una sorta di trono. Indossava una lunga tonaca color porpora con ricami neri.
Guardava oltre la folla impazzita.
Guardava me, e sorrideva.
Occhi rossi, e denti come rasoi.
Clara era seduta interra di fianco a lui. Nuda e sporca di sangue.
Bacus alzò un braccio.
E per incanto tutti si fermarono, e si girarono a guardarmi.
– Benvenuto Thomas – Disse. La sua voce era profonda e grave.
– Chi sei? E Che cazzo succede!? – gridai.
Clara mi sorrise e si lecco del sangue dalle labbra.
– Clara!! – urlai.
– Clara non può sentirti figliuolo. – disse Bacus continuando a fissarmi.
– Clara ora è Sorath. – disse. – Tutti noi lo siamo. –
– Che cazzo è Sorath? – urlai. Mi avvicinai.
Un uomo completamente nudo mi si lanciò contro.
La tensione mi rese forte.
Lo evitai e lo accoltellai alla schiena.
Una volta a terra lo colpii molte altre volte. Non so quante.
Fu terribile.
– Cosa è Sorath??? – gridai alzandomi pieno di sangue.
– Sorath è tutto quello che deve venire. – disse Bacus.
– Sorath è il buio, Sorath è il sangue. Sorath è il condottiero che ci guiderà in battaglia. –
– Quale battaglia? – Gridai avvicinandomi sempre più a Clara.
Le persone possedute al centro della stanza si divisero ad un cenno di Bacus lasciandomi lo spazio per passare.
– La battaglia per il dominio dell’arbitrio. – disse Bacus.
– Che cazzo vai farneticando! – gridai. Stringevo il coltello cosi forte che la ferita nel braccio aveva aumentato l’emorragia.
– La lotta contro Dio. – disse Clara.
Rimasi di sasso. Clara era con loro.
Era prigioniera di un maleficio.
Com’era possibile?
La ragazza della mia vita. La mia parte mancante. Non poteva essere.
Io ero lei, lei era me. Eravamo tutto insieme e niente divisi. Avevamo passato anni fantastici insieme. L’università, le vacanze. Il primo bacio. La nostra prima volta. I primi stipendi. La convivenza.
Noi eravamo un mondo.
E ora il male la aveva portata via.
Il mondo era crollato.
– Bacus. – Urlai. – Falla tornare come prima! – M’inginocchiai.
Mi misi a piangere.
– Non è possibile Thomas. – disse Bacus – Lei ha deciso di unirsi a noi. –
– E’ impossibile – singhiozzai – CLARA! COME E? POSSIBILE! –
– Mi mancavi Tom – disse Clara. La sua voce era un sibilo.
– Mi mancavi da morire… Ero triste, e insicura. Kelly mi disse che Bacus mi avrebbe aiutato a essere più forte. E a sopportare la tua assenza. –
– CRISTO! CLARA!! PERCHE’?! – urlai. Le lacrime mi rigavano il volto.
– Non sempre entrambe la parti di una divisione equa sopravvivono allo stesso modo. – disse Bacus. – Tu sei sopravvissuto con il ricordo, e con la speranza. Lei e caduta contro la nostalgia. –
Capii il significato delle sue parole.
Era colpa mia. Io l’avevo lasciata partire, senza oppormi, senza mettere in gioco la mia carriera per seguirla in quel momento. Io avevo lasciato che il male se la prendesse.
– Questo è quanto Thomas – sentenziò Bacus.
– CLARA! Io ti amo. – Le sussurrai guardandola.
Nuda e sporca di sangue Clara mi rivolse uno sguardo interrogativo.
Bacus si alzò e mi prese il braccio
– Lasci che Sorath entri in te Thomas. E Tu e la metà oscura del tuo cuore vi riunirete… in eterno. –
Guardai Clara.
La mia Clara.
Purtroppo non esisteva più.
Lei era ormai La bestia due corna. L’anteposizione al cristo.
E la colpa era mia.
Puntai il coltello alla tasta di Bacus.
– Se io ti uccido Bacus, potrò prendere Clara e lasciarvi a marcire in questa soffitta per sempre.
– Io sono l’evocatore. Uccidendo me uccideresti tutti loro. – disse tenendomi sempre la mano sul braccio. – Uccideresti Clara? Uccideresti il tuo mondo?
Clara mi guardò. Occhi famelici, Occhi rossi. Occhi speranzosi.
– Se bevo il tuo sangue attiverò il simbolo sulle tue spalle. E La forza di Sorath scenderà in te. Che cosa decidi Thomas? – Disse Bacus.
Guardai di nuovo Clara.
Il mio mondo Stava finendo.
Lei era la mia vita. E senza vita si muore.
Guardai Bacus.
Poi Clara.
I suoi occhi indemoniati mi volevano.
Le sorrisi.
Presto saremmo stati di nuovo uno.
Buttai il coltello, Bacus mi morse, e aspettai che Sorath mi riunisse a lei.

No Comments

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *