La Città

September 25, 2009

Questa, questa è una città.
Una città qualsiasi, una città come tante.
Non che siano tutte uguali, le città, no! Hanno un’anima, un sapore, le puoi distinguere con tutti i tuoi sensi, una dall’altra.
Sono come noi, diverse tra loro, alte, basse, magre, grasse, timide, sfacciate… Come noi che le abitiamo.
Ma, proprio come noi, hanno anche degli elementi, delle caratteristiche comuni. Brulicano di vita, tanta vita, tante vite, che si affannano, corrono, amano, desiderano perdono, cercano, trovano, odiano, muoiono. E, come è naturale in natura, alcune cacciano, altre sono prede.
Questa è la storia di alcuni eventi accaduti in una città. Una città qualsiasi, forse la tua.

E’ notte.

Gli abitanti della città si sono mossi, fino ad ora. Ognuno affaccendato nella sua esistenza quotidiana. Le casalinghe hanno fatto la spesa. Ricchi professionisti e umili impiegati hanno dato il loro contributo all’economia nazionale e sono rientrati a casa, imprecando nel traffico. Giovani studenti sciamano per le strade: hanno passato la giornata a studiare e la sera a divertirsi. Sono giovani, si sentono immortali.
Ma ora non è più sera. Ora è notte.
Ma di notte la città non dorme, di notte tira fuori l’altra sua faccia, gli altri abitanti.
Escono dalle loro tane quando gli altri vi si sono già rifugiati. Quando il cielo è una macchia di inchiostro, quando il sole sono i mille lampioni che colorano l’aria di un finto bagliore arancione, quando i fiori sono le infinite, coloratissime, luci al neon. Luci che promettono… Piaceri proibiti, delizie inimmaginabili, pasti caldi, pasti freddi, camere libere e qualcuno con cui occuparle, spettacoli, pompe funebri, lavanderie e matrimoni, anche a quest’ora, a tutte le ore, tutta la notte.

E’ la stessa città. E’ un altro mondo.
Ed ecco i suoi abitanti.
Laggiù, all’ingresso della metropolitana, un gruppo di punk, cantano a squarciagola, stonati, ubriachi, più colori nei loro capelli che in un Van Gogh. Punk is no dead! E con il casino che fanno, lo risveglierebbero comunque.
Poco più in là, sotto un lampione, Lola e Vanessa offrono amore ai cuori solitari. I loro vestiti, più che nascondere, evidenziano la merce compresa nel prezzo. Fino a ieri con loro, sotto il lampione, c’era anche Julia, alta, bella, capelli rossi. Oggi è su tutti i giornali, cronaca nera, gola squarciata. Se chiedi di lei a Lola e Vanessa, ti guardano come se non sapessero di che stai parlando.
Il reverendo è un idealista, barba incolta, vestito nero. Fa su e giù tutta la notte, cercando di portare la luce nei cuori ottenebrati. Presto verrà convertito anche lui.
Clara fa concorrenza a Lola e Vanessa, davanti al vecchio hotel. Vent’anni fa, forse. Ma qualcuno che le allunga qualche spicciolo c’è sempre e lei tira avanti.
Quello è il taxi di Joe. Ogni tanto sparisce per una corsa, ma poi torna sempre e Joe si infila nel bar, un caffè e una ciambella, per tutta la notte, a parlare con Marv il barista della squadra, che quest’anno no, ma il prossimo il campionato lo vince sicuro.
C’è Harry, che trotterella trafelato sulle sue gambette, facendosi largo tra i cumuli di spazzatura. Basso, grasso, sudato, unto. Ogni tanto si ferma e si gira di botto: – Non mi freghi, sai! – Urla, – Lo so che ci sei, lo so che mi stai dietro, ma non freghi il vecchio Harry, hai capito? Non mi freghi! – E poi di nuovo a trotterellare verso casa, facendosi largo tra i cumuli di spazzatura. E’ paranoico, Harry, vede nemici dietro ogni angolo, in ogni ombra. Non che abbia torto.
Sam e Martin sono accasciati all’ingresso del cinema, saranno lì da cinque anni. Chiedono a chiunque passi qualche moneta. I pochi che li ascoltano gliele tirano da lontano, il fetore di alcool è insopportabile.
Passa il camion della nettezza urbana, Ted alla guida, Jimmy e Sarah svuotano i bidoni. Sarah è bella e ormai non fa più caso agli apprezzamenti che le vengono urlati dietro. Combattono la loro lotta impari contro la sporcizia, si arrendono e continuano il giro.
Pop lo sbirro. Cammina con il passo deciso dell’uomo di legge, sgomitando per farsi largo tra quella che lui chiama feccia. Sbuffando e imprecando, il manganello sempre in mano, in cerca di un trasgressore, di una vittima. Si avvicina a Lola e Vanessa. Dall’ombra dietro il lampione esce un uomo, giacca psichedelica, coda di cavallo, occhiali da sole. Parlottano, una busta cambia mano. Ma poi Pop attraversa la strada e allunga una banconota a Clara. Cuore d’oro, Pop. A modo suo.
E poi c’è l’ubriaco. E’ nuovo, è apparso ieri notte. Alto, magro come un chiodo. Capelli lunghi, sporchi, barba lunga, sporca. Occhi infossati e cerchiati di nero. Pallido da fare spavento, anche se i lampioni gli colorano il viso incavato di arancione. Non parla con nessuno, guarda tutti. Studia. Avvolto nel suo impermeabile, che una volta doveva essere marrone. Una mano in tasca, con l’altra si aggrappa al sacchetto di carta in cui tiene la bottiglia, come se si aggrappasse alla vita, forse è così. Non ha detto il suo nome. Pop lo chiama feccia, Sam e Martin lo chiamano amico, Harry non lo chiama, non chiama nessuno, Clara lo chiama amore, i punk… Beh, non sta bene ripetere certe cose. Lola e Vanessa non lo guardano neppure, se non di sfuggita, quando lui è voltato. Aveva parlato con Julia, ieri notte.
L’ubriaco non parla con nessuno, ma guarda tutti. Guarda Harry, che trotterella imprecando contro il suo misterioso inseguitore e guarda Pop, che sbuffando lascia la luce della strada per infilarsi in un vicolo buio, sparendo tra le nuvole di fumo che escono dai tombini.

Il vicolo è un lungo budello nero tra due oasi di luce, incastrato tra l’hotel e il vecchio cinema. E’ così stretto che il camion della nettezza urbana non ci passa. Pop è costretto a farsi largo tra vecchi scatoloni marci, pile di giornali e altri rifiuti irriconoscibili. Urta un bidone della spazzatura che cade a terra. Il coperchio rotola nel fango del vicolo con un clangore assordante in quel silenzio. Il bidone è vuoto. Superati i rifiuti il vicolo è sgombro, dall’altra parte altri cumuli di spazzatura. Pop avanza spedito, poi si ferma. Si gratta la nuca incerto. Si volta, piano. Si rigira di scatto e inizia a correre come non ha mai corso prima. Le sue scarpe alzano alti spruzzi quando pesta una pozzanghera. Non ci pensa, corre, corre disperato, con gli occhi fissi alla macchia di luce in fondo al vicolo. Non pensa a niente il suo cervello gli dice solo “Corri! Scappa! Corri!” con gli occhi fissi alla macchia di luce in fondo al vicolo. Gli occhi fissi e sbarrati, le pupille contratte dal terrore, la vista annebbiata dalle lacrime per la paura, il cuore che gli scoppia in petto.
Corre Pop, corre nel vicolo, è quasi arrivato, deve solo superare la spazzatura e poi sbucherà dall’altra parte, sull’altra strada, alla luce, in mezzo ai vivi. Non ci arriva. Scivola su un vecchio giornale bagnato, scivola e cade. Non riesce a rialzarsi, si volta. Suda, piange, ha gli occhi sbarrati dal terrore. La mano tremante riesce ad estrarre la pistola.
– Fermo! Stai Fermo!
Bang! Bang! Due colpi, secchi due tuoni nel silenzio del vicolo. Almeno uno colpisce, ne è sicuro. Ma non serve a niente, lo sa.
– Stai lontano! Vattene! Ti prego! No! Vattene! No! No!
Altri due, tre, quattro spari nella notte. Il cane continua a colpire a vuoto.
– Ti prego! – Piange Pop, – Ti prego no!
E’ pallido Pop, balbetta, piange, prega. Lancia la pistola nel buio. I suoi occhi sono contratti dal terrore, la pupilla è una capocchia di spillo. Un’ombra lo copre. Nei suoi occhi tremanti si riflette il bagliore di un sorriso bianchissimo, crudele, affamato.

Passa la notte, arriva il giorno.
E’ un brutto giorno, grigio. Piove. Piove tutto il giorno, ma la vita continua.
Passa il giorno, torna la notte.
E’ una brutta notte, piove, diluvia. Una pioggia martellante, che non pulisce le strade, ma fa solo marcire la spazzatura. L’aria è sempre più arancione, il colore dei lampioni moltiplicato dalle grosse gocce di pioggia. Le luci al neon splendono, ma non c’è nessuno a guardarle, a raccogliere i loro inviti. Solo Sam, Martin e Clara sono fuori, rintanati sotto dei portoni, ma le promesse delle luci non sono per loro.
Poco distante, c’è un palazzo. Nero, avvolto nel buio. Sotto la pioggia. Qui l’aria è nera, come il palazzo, come la notte. Non ci sono lampioni qui, non ci sono luci al neon, c’è solo il buio. Il cielo non è nero, non è una macchia d’inchiostro. E’ una macchia grigia, di nuvole e pioggia, appena visibile sopra la sagoma dal palazzo. C’è una finestra illuminata, una pozza di luce calda nella facciata fradicia del palazzo. All’improvviso la pozza diventa un po’ più piccola e un nuovo rumore martellante copre quello della pioggia. Un momento di pausa e la pozza diventa ancora più piccola. Altre martellate.
Dentro il palazzo, nella stanza illuminata, c’è un televisore acceso che diffonde la sua luce azzurrina. “…Il cadavere dell’agente George Popper, ritrovato stamattina in un vicolo con la gola tagliata. L’atroce delitto pare avere elementi in comune con quello di una giovane prostituta, il cui corpo senza vita è stato rinvenuto ieri mattina a poca distanza…”
Harry il paranoico non presta attenzione al giornalista. Si asciuga il sudore con una manica, prende un’altra asse e la inchioda sulla finestra, insieme alle altre. Ha già fatto lo stesso lavoro con la porta e le altre finestre.
– Non mi freghi. – Continua a ripetersi. – Non freghi Harry, non mi freghi. – Borbotta a se stesso, mentre ricomincia a martellare, a piantare i chiodi nelle assi.
La pozza di luce sulla facciata del palazzo è completamente sparita. Rimangono solo pochi spiragli di luce che filtrano tra le assi. Ora la strada è immersa nell’oscurità.
Per un istante, torna il giorno. Cade un fulmine, il tuono è assordante. Il mondo si illumina, ma senza colori. Tutto è bianco e nero: nero il cielo, nera la strada, bianca la facciata del palazzo fradicio. Nera un’alta ombra accostata alla parete, sotto la finestra sbarrata di Harry. Ha una mano in tasca, l’altra aggrappata ad un sacchetto di carta. Si guarda intorno. Dura un istante, poi torna la notte.

Torna il giorno.
Sgomitando nei corridoi affollati, tra le luci al neon e le pareti di monitor, Mary Ann Withers si fa strada verso l’ufficio del capo redattore. Apre la porta ed entra come una furia, sbatte sulla scrivania il giornale appena comprato, aperto alla pagina della cronaca cittadina.
“Terzo cadavere rinvenuto con la gola tagliata. Harry Groover è stato rinvenuto morto nel suo appartamento… Finestre sbarrate… Porta sfondata…” Strilla il titolo.
– E allora? – Chiede il capo redattore alzando gli occhi per guardarla.
E’ bella, Mary Ann. Volto ovale, occhi verdi, lunghi capelli neri, labbra carnose, corpo mozzafiato. Il capo redattore si chiede perché non abbia fatto la modella con quel corpo. Avrebbe visto realizzarsi due dei suoi sogni: vederla nuda e non averla tra le palle.
– E allora? – Ribatte Mary Ann. – Gesù Nat, è il terzo. Stesso sistema, stessa zona. É un serial killer.
– La polizia dice di no.
– La polizia aspetta la quinta vittima, noi dobbiamo muoverci prima. E’ un serial killer. Lo so. Dammi una troupe e stasera avrai il pezzo di apertura.
– Ho già il mio pezzo di apertura per stasera e finché gli sbirri non dicono che è un serial killer, non è un serial killer, chiaro?
– Nat, non posiamo farci soffiare il pezzo, dobbiamo arrivare prima degli altri, qui c’è qualcosa sotto. – Dice brusca Mary Ann, sbattendo una mano sulla foto di Harry.
– Certo che c’è qualcosa sotto, – risponde Nat, scostando mano e giornale, prendendo un foglio di carta dalla scrivania e scuotendolo sotto il naso di Mary Ann, – C’è questa, la vedi? La scaletta del telegiornale di stasera e a meno che non ci siano guerre, rivoluzioni, crisi economiche o assassini seri, non cambia. Sono stato chiaro? Sono stato chiaro, Withers?
– Nat, ascolta…
– No, ascolta tu. Ti ho già assegnato un pezzo per stasera, dov’è? Non c’è sulla mia scrivania, dove sta?
– Al diavolo! – La giornalista si volta spazientita ed esce dall’ufficio del capo redattore, a Nat piace quello che vede.

Il telegiornale della sera non parla di serial killer. Mary Ann Withers firma un servizio sulle mense scolastiche.
Passa la sera, si fa notte.
E’ una bella notte stellata, se non fosse per i lampioni e le luci al neon vedresti le stelle.
Gli abitanti della città, quelli che escono di notte, sono di nuovo al loro posto. Mancano Julia, Pop e Harry, ma la vita continua e la TV non parla di serial killer.
Gli abitanti della notte vanno su e giù badando ai loro affari, avanti e indietro, per le strade illuminate e i vicoli bui.
In questo vicolo non ci sono lampioni o luci al neon e le stelle si riflettono sulla superficie delle pozzanghere. Uno stivale entra in una pozzanghera e fa esplodere il cielo. Stivale di donna, tacco vertiginoso, più borchie e fibbie argentate del necessario. La donna cammina leggera e veloce, minigonna, belle gambe.
Arrivata a metà del vicolo si ferma e, lentamente, si volta. Alle sue spalle, in fondo al vicolo, la figura alta e magra dell’ubriaco, una mano in tasca, l’altra aggrappata alla busta di carta con dentro la bottiglia.
L’ubriaco stira le labbra in un sorriso e annusa l’aria, una volta, due volte.
– Mhhh… Allora è questo l’odore della paura. – Dice, con una voce sorprendentemente calma e dolce, facendo un passo verso la donna.
La donna indietreggia nel vicolo, sempre con gli occhi fissi sull’ubriaco. Lui avanza, lei indietreggia.
All’improvviso il giorno esplode nel vicolo, una luce accecante risplende alle spalle della donna e investe l’ubriaco. L’uomo, come colpito da qualcosa di solido, grugnisce, indietreggia e si copre gli occhi con la mano con cui regge il sacchetto di carta. Barcolla.
– Stai fermo bello! – Urla Mary Ann Withers, tenendo il potente faro della videocamera puntato sull’ubriaco. – Tutto bene tu? – Chiede alla donna.
– Oh, splendidamente. – Risponde lei, con una voce antica, crudele, sibilante. Mary Ann inizia a pensare di aver fatto un errore.
La donna gira la testa verso la giornalista e quando è di profilo, scosta la frangia che le copre il volto. – Splendidamente – Ripete. Guarda Mary Ann con un occhio carico di desiderio, di odio per ciò che è vivo, uno sguardo sprezzante e sardonico. Si ripara dalla luce con una mano e sorride, scoprendo dei denti bianchissimi, impossibilmente aguzzi.
Mary Ann capisce di aver fatto il più grosso errore della sua vita.
Con un movimento fluido e quasi istantaneo, la donna afferra il coperchio di un bidone della spazzatura e lo lancia contro Mary Ann, colpendo in pieno la telecamera che schizza via dalle mani della giornalista e vola in mezzo agli altri rifiuti. Mary Ann cade a terra, la notte ritorna nel vicolo.
La donna avanza lenta verso la giornalista. I suoi occhi emanano un bagliore rossastro, il suo sorriso è una lama bianca nel buio.
– Ah, che notte, ben due prede per sfamarmi e una di queste è l’ambito cacciatore… Come amo la notte… – La donna avanza lentamente, Mary Ann striscia nel fango e nel buio, cercando di allontanarsi, con gli occhi pieni di lacrime e sbarrati dal terrore fissi su quei denti. Striscia, piange e implora: – No… No… Sta lontana… Ti prego… – La sua mente è annebbiata dal terrore, il suo cuore sta scoppiando di paura.
La donna è quasi su Mary Ann, ma si ferma. Ha sentito uno scatto metallico alle sue spalle. La voce del cacciatore, calma, dolce, ma ferma.
– Non corri un po’ troppo?
La donna si volta rapida come un lampo. Il cacciatore è di nuovo in piedi in mezzo al vicolo, alto e magro. In una mano ha un accendino acceso, la fiamma balla allegra nella notte. L’altra mano ha lasciato il sacchetto di carta e ne stringe il contenuto. Il sacchetto scivola lentamente a terra, rivelando la bottiglia. Whisky, la bottiglia è piena. Un pezzo di stoffa esce dal collo. Lentamente il cacciatore avvicina lo stoppino alla fiammella.
Con un ruggito disumano, il vampiro si lancia contro il cacciatore.

La notte ha mille luci. L’arancione dei lampioni, i fiori delle luci al neon. E ora i fasci azzurri dei lampeggianti delle autopompe dei pompieri e il rosso e il giallo caldo delle fiamme che ruggiscono nel vicolo. Pompieri e poliziotti si danno da fare per domare l’incendio e per portare fuori dagli stabili tutti gli occupanti.
Assiepati sull’altro lato della strada i punk, Clara, Lola, Vanessa, Sam, Martin, Joe, Marv, Ted, Jimmy, Sarah, guardano, un po’ incuriositi, un po’ scocciati, quei colorati invasori del loro territorio.
Sullo stesso lato della strada in cui si trova il vicolo in fiamme, un po’ distanti da tutta l’attività, seduti sul marciapiede ci sono Mary Ann e il cacciatore. Sono stati soccorsi, curati, interrogati e dimenticati. Ora sorseggiano un po’ del caffè offerto dall’autista dell’ambulanza. Il cacciatore lo guarda come se fosse passata un’eternità dall’ultima volta che ne aveva bevuto. Il suo impermeabile ha cambiato nuovamente colore, ora è nero abbrustolito.
– Un cacciatore di vampiri… – Gli chiede nuovamente Mary Ann.
– Un lavoro come un altro. – Le risponde lui, con lo sguardo perso davanti a sé.
– Ce ne sono molti? Intendo… Di… – Balbetta lei, indicando il vicolo.
– Sì.
Rimangono in silenzio per un po’.
– E se trovano il corpo? – Ricomincia lei.
Lui scuote la testa. – No, bruciano bene. Non sembra a vederli, ma dentro sono completamente secchi.
– Ora che farai?
– Ne cercherò un altro.
Ancora silenzio. Il cacciatore continua a sorseggiare il caffè, fissando il vuoto.
Lei cerca di seguire il suo sguardo, davanti a loro c’è solo la strada, con i suoi lampioni, le luci al neon e i suoi abitanti.
– Cosa guardi? – Chiede alla fine.
Lui la guarda e sorride, un sorriso vero, un bel sorriso, caldo. Poi guarda di nuovo davanti a sé e indica con il braccio, dall’altra parte della strada, sopra i tetti dei palazzi. L’aria non è né una macchia di inchiostro, né una nebbiolina arancione e fredda. E’ un tenue rosa, che si sta allargando in una pozza di luce arancione, vera, intensa.
Poi, la guarda di nuovo. – La notte, – le dice, – è finita la notte.

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